Otto giorni dopo, il mio amico era in grandi faccende. Mi chiamò a sè e
mi recai nella sua abitazione. Lo trovai in mezzo ad una faraggine di
mobili e di tappeti. Appena mi vide, mi venne incontro--il suo volto
spirava la gioia. Raccomandò a Charruà sorvegliasse alle opere degli
artefici, e mi trasse nella sua camera.
Non ebbi tempo d'interrogarlo, che egli mi pose a parte con una parola
della sua felicità: sposava Clelia.
Pensate se n'era lieto. Aveva fatto addobbare di nuovi arazzi le camere;
aveva cercato d'indovinare quanto poteva riuscire gradito ad una donna,
e lo aveva accumulato con ogni cura nelle sue sale. Egli aveva ancora la
testa piena di progetti; qua era una statuetta da collocare, colà un
amorino, una tenda, uno specchio.
Guardai fisso Raimondo--l'anima gli brillava nel volto; mi pareva un
altro uomo.
La gioia e il dolore ci trasformano e si contendono bizzarramente il
dominio dello spirito.
Alla sera volle lo accompagnassi dalla contessa. Da qualche giorno io
l'aveva trascurata; però acconsentii volentieri.
Clelia e il generale vennero anch'essi. Ogni mio studio fu di penetrare
nell'animo di Raimondo e di vedere se la sua guarigione era sicura, e se
non fosse a temersi una ricaduta nelle prime melanconie. Ma ogni mio
dubbio cessò ben tosto.
Assolutamente la felicità ci trasforma--assolutamente la felicità è
nell'Amore.
Com'ebbi così conchiuso, salutai la contessa, il generale e la signorina
Clelia; strinsi la mano a Raimondo, e lusingato del buon esito della mia
cura, andai a cacciarmi fra le coltri.
Io non amavo, però dormii sonni profondi; e siccome la contentezza di
Raimondo si rifletteva nel mio cuore, sognai che avevo una bella, e che
la mia bella mi faceva una carezza.