Il mio amico s'era posto sulla via delle arditezze; al giorno
successivo, dopo che ebbe rimuginalo mille progetti in mente, prese il
partito di scrivere a delia.
Ecco la sua lettera.
"Io sono una specie di selvaggio, un essere che sta tra il nuovo e il
vecchio mondo, ma che non appartiene a nessuno dei due. Voi dovete
ricordarvi di me, perchè so d'avervi raccontato le mie peregrinazioni
fra le tribù indiane.
"In quel racconto v'ha un mistero, qualche cosa che non era nei miei
viaggi, ma traboccava nel mio cuore e voleva corrermi alle labbra.
"Sappiatelo adunque: io vi amo.
"Non vi offendete di questa confessione e della ruvida franchezza con
cui la faccio.
"Non deridete il mio orgoglio. Io ho fatto di tutto per vincere me
stesso, per soffocare una passione senza speranza.
"So di non essere avvenente, di non potermi appigliare a nulla per
accarezzare l'ambizioso sogno d'essere amato da voi.
"E so pure che l'anima vostra è bella, che il vostro corpo è leggiadro,
che l'abisso dei vostri occhi è profondo.
"Tuttavia io vi amo.
"Ho scongiurato con ogni mezzo questa sciagura; ho pianto ed imprecato;
ma il mio culto s'è ingrandito ogni giorno nel mio seno, e la stessa
lontananza volontariamente impostami, ha ravvivato nel mio pensiero la
vostra immagine.
"Una volta posto il piede nell'abisso, vi si è attirati da un fascino
misterioso. Ah! voi non sapete quanto l'abisso dei vostri occhi è
profondo.
"La mia colpa adunque, se pure io ne ebbi mai una, è quella di avervi
veduta--ma anche il non vedervi non era in mie mani.
"Vedervi e non amarvi--guardare il sole e non esserne
illuminati.--Impossibile, impossibile.
"Che potrebbe egli fare un uomo? Distoglierne le pupille.... tant'è: il
calore che gli sferzerebbe la fronte risusciterebbe nelle sue tenebre la
luce.
"Così io potrei rinunziare a voi, e non vedervi, e non parlarvi; ma non
potrei rinunziare alla memoria di voi; non potrei rinunziare al mio
amore, a questo amore che è cosa mia, perchè io l'ho nutrito nel mio
seno e mi dà vita.
"Potreste fuggirmi--io non cercherei di raggiungervi; dappertutto ove io
andassi, mi seguireste egualmente. Io vi ho collocata nel più lucido
orizzonte della mia intelligenza; colà mi sorridete e vi sorrido, mi
amate e vi amo, siete mia.
"Cotesta vi parrà audacia; fors'anco impertinenza--pensatelo pure
inesorabilmente, ma pensate pure che è amore. "Vi ho dato il mio
segreto. Se voi sorriderete del mio orgoglio, o compiangerete la mia
sciagura, non so. Forse l'una cosa e l'altra insieme; poi che il mio
orgoglio è grande, ma non meno grande la mia sciagura, e forse più
grande la bontà del vostro cuore....
"Quest'ultima idea ravviva in me una speranza.
"Più vasta dei deserti, sconfinata come la distesa dei mari, inesplorata
come le vie degli orizzonti, è la speranza. L'anima dell'uomo si fa
gigante in essa.
"Io spero.
"Un vostro cenno, e m'avrete schiavo; un vostro cenno, ed io fuggirò dal
vostro sguardo; mi ricaccierò in quelle inospiti terre che mi han visto
per tanti anni.
"Porterò fra quei selvaggi raminghi l'immagine mesta e bella di colei
che ha fatto battere la prima volta il mio cuore, e ne popolerò la mia
solitudine.
"Ma avrò il coraggio d'affrontare la mia sorte, poichè l'anima dell'uomo
sa essere gagliarda nel dolore."
Raimondo riuscì a far pervenire questa lettera a Clelia in quello stesso
giorno. Com'ebbe compiuto questa impresa, si sentì venir meno tutte le
forze: almanaccò sulla riuscita, e ne trasse motivo di sconforto.
Parevagli d'aver troppo oltre spinto la sua baldanza, ed ora d'aver
pallidamente dipinto il suo stato, ed ora d'essersi reso ridicolo. Per
due giorni fu nuovo strazio. Al terzo giorno ricevette per posta questa
lettera di Clelia.
"Signor Raimondo.
"Apprezzo i sentimenti che vi hanno inspirato la vostra lettera. Voi
siete un uomo leale e mi parlate il linguaggio della franchezza e della
modestia.
"Non v'imiterò nella modestia; non tenterò neppure di farlo perché non
saprei riuscirvi; le donne sono molto più vanitose degli uomini--e voi
forse degli uomini il meno vanitoso. Ma l'esempio della vostra
candidezza deve essermi scuola; io devo mostrarmi a voi quale sono,
colla verità sulle labbra.
"Non è un mistero che io vi andrò rivelando, non è neppure un segreto;
ma è cosa che non si palesa che a chi ha diritto di farcene domanda--ed
io penso che voi lo abbiate. Se l'affetto che voi dite di nutrire per me
non è mentito, nè io vi credo capace di simulazione, è mio dovere farvi
conoscere il mio passato.
"È una storia semplice e mesta, come se ne ascoltano tante; ma forse
l'animo vostro ne andrà profondamente mutato.
"Voi, signor Raimondo, avete avuto una madre.
"Non è egli vero che è una buona creatura la madre?
"Si ricordano le sue carezze e i suoi baci, e i suoi dolci rimproveri
che vanno ai cuore--e s'intende risuonare per lungo tempo all'orecchio
l'eco d'una canzone del paese natale che la poveretta canticchiava
daccanto alla culla--e pare sempre di vedere un viso dolce chino sul
guanciale. Oh! la è pure una buona creatura la madre!
"Il padre è più accigliato, più severo, ma affettuoso anch'esso. Egli ha
sgridato talvolta il suo piccino; aveva una voce robusta che incuteva un
po'di timore, ma quando veniva dal suo lavoro, si lasciava frugare nelle
tasche. Il buon uomo le aveva riempite a bella posta di zuccherini per
far felice il suo bambino. Egli avea del criterio fino il povero padre,
e sapeva che in quell'età i zuccherini fanno felice.
"Non è egli vero, signor Raimondo, che dovrebbe essere un gran dolore se
ci si togliesse d'un tratto la memoria degli anni infantili, se
spingendo lo sguardo nel nostro passato, noi non potessimo arrestarci
sopra l'occhio sereno dei nostri poveri genitori?
"Cotesto dolore io l'ho provato. Non conobbi mìa madre; ella morì troppo
presto perchè io potessi serbarne memoria. Mi dissero però ch'era bella,
ch'era giovine e poveretta, che aveva pianto tanto, e che prima di
morire volle baciarmi. Io l'amo molto mia madre; la sogno sovente, ma in
un modo confuso, diverso da tutto ciò che si può vedere nella vita,
diverso anche da ciò che si può immaginare. Però quando mi sveglio io
non serbo più la memoria di quel fantasma.
"Di mio padre so nulla; da principio credeva che io non lo avessi mai
avuto; mi assicurarono però che Iddio ne dà uno a tutte le sue creature.
"Le mie memorie più remote risalgono a quattordici anni fa. Io aveva
allora quattro anni; mi ricorda d'una bella signora, assai bella, che io
chiamavo _mamma_, e mi baciava e mi regalava dei confetti perchè io la
chiamassi con quel nome.
"Tutti gli altri la salutavano con rispetto--io sola sedeva sulle sue
ginocchia.
"Altra persona di cui serbo memoria, era un uomo abbastanza vecchio, ma
assai robusto, almeno per quanto pareami allora, il quale mi sollevava
di terra con una mano sola e mi reggeva seduta sulla palma e mi portava
di stanza in stanza fra le risa mie e i paurosi rimbrotti della _mamma_.
"Quest'uomo è oggi il generale R., quella donna era la marchesa sua
moglie.
"Venendo più in giù, trovo la memoria d'una notte mesta. Non erano
ancora due ore da che io ero stata messa a letto, che un affaccendarsi
di servi per le camere mi destò all'improvviso. La _mamma_ era stata
colta da paralisi; si agitava convulsivamente sul suo letto senza
parlare--i medici tentennavano il capo sfiduciati. Dopo alcune ore di
spasimo, la poveretta morì.
"Così rimasi sola col generale. Fui posta in un collegio e vi passai ìa
vita fino a sedici anni; poi mi ricongiunsi al mio benefattore.
"Eccovi il mio romanzo. Se devo giudicare dal concetto che io mi sono
fatto di voi, non avrò a temere che sia per scemare la vostra stima a
mio riguardo.
"La vostra stima, la stima degli uomini che vi assomigliano mi basta.
"CLELIA."
Raimondo venne a me ebbro di gioja. Mi fe' leggere la lettera di Clelia,
e mi ripetè cento volte che egli era il più felice degli uomini.
Se non che non sì tosto fu quetato in lui il primo impulso di letizia, e
il suo cuore venne in certa guisa abituandosi a quella felicità da prima
insperata, che la naturale incontentabilità degli amanti risvegliò mille
timori da capo, e diè vita a pretese fino a quel punto ignorate.
E sì rifece a rileggere quella lettera da cima a fondo per rintracciarvi
smaniando una parola di conforto. Indarno io tentai di ridonarlo al suo
giubilo persuadendolo che l'avergli scritto, l'avergli confidato il suo
passato, l'avergli detto d'apprezzare i suoi sentimenti, non poteva
essere un atto di pura cortesia.
Egli non mi contrastava in questo, s'ingarbugliava con mille parole, ma
finiva per crollare la testa sconfortato. M'accorsi che aveva fatto un
passo innanzi, e non contento che Clelia accettasse l'amor suo,
pretendeva d'ispirargliene, anzi d'avergliene inspirato; e poi che
conosceva l'assurdità delle sue pretese, soffriva per non dirlo.
Provai a dirgli come io pensassi che già prima Clelia si fosse presa di
lui, e come l'avessi vista ad arrossire quando egli era apparso nelle
sale della contessa, e come avessimo parlato di lui, e Clelia avesse
ascoltato assai attenta.--Di cotal guisa conobbi la verità del mio
sospetto; Raimondo stesso dovette confessarmi che quella lettera gli era
parsa insufficiente, che essa non gli diceva quali sentimenti avesse
egli suscitato nell'animo di Clelia.
Riconfortato dalle mie parole, ma più ancora dallo stesso bisogno che
egli sentiva di speranza, afferrò una penna e scrisse a Clelia in questi
termini:
"Vi ho benedetta per il bene che mi avete fatto. La vostra confidenza ha
alimentato le mie illusioni.--Io posso ancora sperare d'essere amato da
voi. Così vi ripeto un'altra volta: "Volete voi esser mia?" Un solo
cenno e volerò ai vostri piedi.
"RAIMONDO."
Clelia rispose il giorno successivo:
"Il generale mi ha parlato di voi; stima l'indole vostra, quasi direi
che vi ama. Ciò mi ha fatto piacere. Gli ho mostrato la vostra lettera,
ed ha sorriso.
"CLELIA."
Raimondo non attese un minuto, e replicò:
"Che il generale mi stimi, e mi ami, e sorrida delle mie lettere, è cosa
lusinghiera. Ma in nome di quanto avete di più caro al mondo, ditemi:
volete voi esser mia? posso io lusingarmi d'avervi inspirato una favilla
sola di questa fiamma inestinguibile?
"RAIMONDO."
A quest'ultima lettera non ebbe risposta.
Aspettò alcuni giorni--lo stesso silenzio. Venne a me col volto
contristato.
--Credimi, gli dissi io; va a far visita al generale.
--A che farci? mi domandò imbroncito.
--Credimi, va a far visita al generale.
Quel giorno stesso Raimondo andò a far visita al generale.