XIV.

Il mio amico s'era posto sulla via delle arditezze; al giorno

successivo, dopo che ebbe rimuginalo mille progetti in mente, prese il

partito di scrivere a delia.

Ecco la sua lettera.

"Io sono una specie di selvaggio, un essere che sta tra il nuovo e il

vecchio mondo, ma che non appartiene a nessuno dei due. Voi dovete

ricordarvi di me, perchè so d'avervi raccontato le mie peregrinazioni

fra le tribù indiane.

"In quel racconto v'ha un mistero, qualche cosa che non era nei miei

viaggi, ma traboccava nel mio cuore e voleva corrermi alle labbra.

"Sappiatelo adunque: io vi amo.

"Non vi offendete di questa confessione e della ruvida franchezza con

cui la faccio.

"Non deridete il mio orgoglio. Io ho fatto di tutto per vincere me

stesso, per soffocare una passione senza speranza.

"So di non essere avvenente, di non potermi appigliare a nulla per

accarezzare l'ambizioso sogno d'essere amato da voi.

"E so pure che l'anima vostra è bella, che il vostro corpo è leggiadro,

che l'abisso dei vostri occhi è profondo.

"Tuttavia io vi amo.

"Ho scongiurato con ogni mezzo questa sciagura; ho pianto ed imprecato;

ma il mio culto s'è ingrandito ogni giorno nel mio seno, e la stessa

lontananza volontariamente impostami, ha ravvivato nel mio pensiero la

vostra immagine.

"Una volta posto il piede nell'abisso, vi si è attirati da un fascino

misterioso. Ah! voi non sapete quanto l'abisso dei vostri occhi è

profondo.

"La mia colpa adunque, se pure io ne ebbi mai una, è quella di avervi

veduta--ma anche il non vedervi non era in mie mani.

"Vedervi e non amarvi--guardare il sole e non esserne

illuminati.--Impossibile, impossibile.

"Che potrebbe egli fare un uomo? Distoglierne le pupille.... tant'è: il

calore che gli sferzerebbe la fronte risusciterebbe nelle sue tenebre la

luce.

"Così io potrei rinunziare a voi, e non vedervi, e non parlarvi; ma non

potrei rinunziare alla memoria di voi; non potrei rinunziare al mio

amore, a questo amore che è cosa mia, perchè io l'ho nutrito nel mio

seno e mi dà vita.

"Potreste fuggirmi--io non cercherei di raggiungervi; dappertutto ove io

andassi, mi seguireste egualmente. Io vi ho collocata nel più lucido

orizzonte della mia intelligenza; colà mi sorridete e vi sorrido, mi

amate e vi amo, siete mia.

"Cotesta vi parrà audacia; fors'anco impertinenza--pensatelo pure

inesorabilmente, ma pensate pure che è amore. "Vi ho dato il mio

segreto. Se voi sorriderete del mio orgoglio, o compiangerete la mia

sciagura, non so. Forse l'una cosa e l'altra insieme; poi che il mio

orgoglio è grande, ma non meno grande la mia sciagura, e forse più

grande la bontà del vostro cuore....

"Quest'ultima idea ravviva in me una speranza.

"Più vasta dei deserti, sconfinata come la distesa dei mari, inesplorata

come le vie degli orizzonti, è la speranza. L'anima dell'uomo si fa

gigante in essa.

"Io spero.

"Un vostro cenno, e m'avrete schiavo; un vostro cenno, ed io fuggirò dal

vostro sguardo; mi ricaccierò in quelle inospiti terre che mi han visto

per tanti anni.

"Porterò fra quei selvaggi raminghi l'immagine mesta e bella di colei

che ha fatto battere la prima volta il mio cuore, e ne popolerò la mia

solitudine.

"Ma avrò il coraggio d'affrontare la mia sorte, poichè l'anima dell'uomo

sa essere gagliarda nel dolore."

Raimondo riuscì a far pervenire questa lettera a Clelia in quello stesso

giorno. Com'ebbe compiuto questa impresa, si sentì venir meno tutte le

forze: almanaccò sulla riuscita, e ne trasse motivo di sconforto.

Parevagli d'aver troppo oltre spinto la sua baldanza, ed ora d'aver

pallidamente dipinto il suo stato, ed ora d'essersi reso ridicolo. Per

due giorni fu nuovo strazio. Al terzo giorno ricevette per posta questa

lettera di Clelia.

"Signor Raimondo.

"Apprezzo i sentimenti che vi hanno inspirato la vostra lettera. Voi

siete un uomo leale e mi parlate il linguaggio della franchezza e della

modestia.

"Non v'imiterò nella modestia; non tenterò neppure di farlo perché non

saprei riuscirvi; le donne sono molto più vanitose degli uomini--e voi

forse degli uomini il meno vanitoso. Ma l'esempio della vostra

candidezza deve essermi scuola; io devo mostrarmi a voi quale sono,

colla verità sulle labbra.

"Non è un mistero che io vi andrò rivelando, non è neppure un segreto;

ma è cosa che non si palesa che a chi ha diritto di farcene domanda--ed

io penso che voi lo abbiate. Se l'affetto che voi dite di nutrire per me

non è mentito, nè io vi credo capace di simulazione, è mio dovere farvi

conoscere il mio passato.

"È una storia semplice e mesta, come se ne ascoltano tante; ma forse

l'animo vostro ne andrà profondamente mutato.

"Voi, signor Raimondo, avete avuto una madre.

"Non è egli vero che è una buona creatura la madre?

"Si ricordano le sue carezze e i suoi baci, e i suoi dolci rimproveri

che vanno ai cuore--e s'intende risuonare per lungo tempo all'orecchio

l'eco d'una canzone del paese natale che la poveretta canticchiava

daccanto alla culla--e pare sempre di vedere un viso dolce chino sul

guanciale. Oh! la è pure una buona creatura la madre!

"Il padre è più accigliato, più severo, ma affettuoso anch'esso. Egli ha

sgridato talvolta il suo piccino; aveva una voce robusta che incuteva un

po'di timore, ma quando veniva dal suo lavoro, si lasciava frugare nelle

tasche. Il buon uomo le aveva riempite a bella posta di zuccherini per

far felice il suo bambino. Egli avea del criterio fino il povero padre,

e sapeva che in quell'età i zuccherini fanno felice.

"Non è egli vero, signor Raimondo, che dovrebbe essere un gran dolore se

ci si togliesse d'un tratto la memoria degli anni infantili, se

spingendo lo sguardo nel nostro passato, noi non potessimo arrestarci

sopra l'occhio sereno dei nostri poveri genitori?

"Cotesto dolore io l'ho provato. Non conobbi mìa madre; ella morì troppo

presto perchè io potessi serbarne memoria. Mi dissero però ch'era bella,

ch'era giovine e poveretta, che aveva pianto tanto, e che prima di

morire volle baciarmi. Io l'amo molto mia madre; la sogno sovente, ma in

un modo confuso, diverso da tutto ciò che si può vedere nella vita,

diverso anche da ciò che si può immaginare. Però quando mi sveglio io

non serbo più la memoria di quel fantasma.

"Di mio padre so nulla; da principio credeva che io non lo avessi mai

avuto; mi assicurarono però che Iddio ne dà uno a tutte le sue creature.

"Le mie memorie più remote risalgono a quattordici anni fa. Io aveva

allora quattro anni; mi ricorda d'una bella signora, assai bella, che io

chiamavo _mamma_, e mi baciava e mi regalava dei confetti perchè io la

chiamassi con quel nome.

"Tutti gli altri la salutavano con rispetto--io sola sedeva sulle sue

ginocchia.

"Altra persona di cui serbo memoria, era un uomo abbastanza vecchio, ma

assai robusto, almeno per quanto pareami allora, il quale mi sollevava

di terra con una mano sola e mi reggeva seduta sulla palma e mi portava

di stanza in stanza fra le risa mie e i paurosi rimbrotti della _mamma_.

"Quest'uomo è oggi il generale R., quella donna era la marchesa sua

moglie.

"Venendo più in giù, trovo la memoria d'una notte mesta. Non erano

ancora due ore da che io ero stata messa a letto, che un affaccendarsi

di servi per le camere mi destò all'improvviso. La _mamma_ era stata

colta da paralisi; si agitava convulsivamente sul suo letto senza

parlare--i medici tentennavano il capo sfiduciati. Dopo alcune ore di

spasimo, la poveretta morì.

"Così rimasi sola col generale. Fui posta in un collegio e vi passai ìa

vita fino a sedici anni; poi mi ricongiunsi al mio benefattore.

"Eccovi il mio romanzo. Se devo giudicare dal concetto che io mi sono

fatto di voi, non avrò a temere che sia per scemare la vostra stima a

mio riguardo.

"La vostra stima, la stima degli uomini che vi assomigliano mi basta.

"CLELIA."

Raimondo venne a me ebbro di gioja. Mi fe' leggere la lettera di Clelia,

e mi ripetè cento volte che egli era il più felice degli uomini.

Se non che non sì tosto fu quetato in lui il primo impulso di letizia, e

il suo cuore venne in certa guisa abituandosi a quella felicità da prima

insperata, che la naturale incontentabilità degli amanti risvegliò mille

timori da capo, e diè vita a pretese fino a quel punto ignorate.

E sì rifece a rileggere quella lettera da cima a fondo per rintracciarvi

smaniando una parola di conforto. Indarno io tentai di ridonarlo al suo

giubilo persuadendolo che l'avergli scritto, l'avergli confidato il suo

passato, l'avergli detto d'apprezzare i suoi sentimenti, non poteva

essere un atto di pura cortesia.

Egli non mi contrastava in questo, s'ingarbugliava con mille parole, ma

finiva per crollare la testa sconfortato. M'accorsi che aveva fatto un

passo innanzi, e non contento che Clelia accettasse l'amor suo,

pretendeva d'ispirargliene, anzi d'avergliene inspirato; e poi che

conosceva l'assurdità delle sue pretese, soffriva per non dirlo.

Provai a dirgli come io pensassi che già prima Clelia si fosse presa di

lui, e come l'avessi vista ad arrossire quando egli era apparso nelle

sale della contessa, e come avessimo parlato di lui, e Clelia avesse

ascoltato assai attenta.--Di cotal guisa conobbi la verità del mio

sospetto; Raimondo stesso dovette confessarmi che quella lettera gli era

parsa insufficiente, che essa non gli diceva quali sentimenti avesse

egli suscitato nell'animo di Clelia.

Riconfortato dalle mie parole, ma più ancora dallo stesso bisogno che

egli sentiva di speranza, afferrò una penna e scrisse a Clelia in questi

termini:

"Vi ho benedetta per il bene che mi avete fatto. La vostra confidenza ha

alimentato le mie illusioni.--Io posso ancora sperare d'essere amato da

voi. Così vi ripeto un'altra volta: "Volete voi esser mia?" Un solo

cenno e volerò ai vostri piedi.

"RAIMONDO."

Clelia rispose il giorno successivo:

"Il generale mi ha parlato di voi; stima l'indole vostra, quasi direi

che vi ama. Ciò mi ha fatto piacere. Gli ho mostrato la vostra lettera,

ed ha sorriso.

"CLELIA."

Raimondo non attese un minuto, e replicò:

"Che il generale mi stimi, e mi ami, e sorrida delle mie lettere, è cosa

lusinghiera. Ma in nome di quanto avete di più caro al mondo, ditemi:

volete voi esser mia? posso io lusingarmi d'avervi inspirato una favilla

sola di questa fiamma inestinguibile?

"RAIMONDO."

A quest'ultima lettera non ebbe risposta.

Aspettò alcuni giorni--lo stesso silenzio. Venne a me col volto

contristato.

--Credimi, gli dissi io; va a far visita al generale.

--A che farci? mi domandò imbroncito.

--Credimi, va a far visita al generale.

Quel giorno stesso Raimondo andò a far visita al generale.

Due amori · 第 22 / 101 题