guerra, ma tengon pur certi semi in mano di discordia, cui vanno
spargendo con frutto; Carlomagno piantasi innanzi tratto con un
piede su Roma, l'altro su Milano, e trova l'antica nazione italica in
contrasto sempre co' Longobardi; i rappresentanti della quale sono i
papi, ed ei di questi si fa spalla nel suo conflitto contro Desiderio.
E' non si pose troppo mente che i pontefici erano a que' dì come il
simbolo dell'antico Lazio, della patria romana[244], appresso i quali
i Longobardi altro non erano che usurpatori e conquistatori; eglino
volean liberarne l'Italia, e Carlomagno fu lo strumento da essi tolto
a quest'uopo. Or questa monarchia longobardica si scioglie in una sola
campagna, e bastano a ciò due soli assedii, quel di Pavia e l'altro di
Verona, e questo perchè essa era effettivamente in ruina al momento
in cui i Franchi giungevano al di là dell'Alpi, e sarebbe caduta per
altre cagioni, anche senza Carlomagno. Ci sono tempi così predisposti,
che gli uomini altro non sono che il braccio di quella misteriosa
provvidenza, la quale altro non è infine se non la grande preconoscenza
dei tempi. Ogni nazione ha i suoi periodi di grandezza e di fatalità;
un popolo sparisce, e un altro apparisce tutto rigoglioso di forza e
di gioventù; il nuovo edificio s'innalza sull'edificio caduto: sì vero
è questo, che i mosaici di Ravenna servirono ad ornare la basilica
d'Aquisgrana. E poi mirate con che facilità Carlomagno dispone di
Desiderio; ei lo converte in un monaco, e insieme con esso disperde
nei monasteri i capi longobardi, nè alcuno resiste al voler suo. A suo
tempo l'antica capitale di Carlomagno, città morta e silenziosa, cedè
pure essa la sua magnificenza e il suo splendore ad altre città oggidì
floride e potenti
Le guerre contro i Sassoni paiono anch'esse contrassegnate d'una indole
speciale; esse non durano soltanto i trentatrè anni, che comprendono
le spedizioni di Carlomagno in Sassonia; ma al pari della guerra
di Lombardia, principiata già sotto Pipino, esse pure vengon solo
a terminarsi sotto il figlio suo; e qual figlio! sì che tu diresti
Carlomagno avere il carico di por l'ultima mano al disegno carlingo.
Due volte il re dalla breve statura, varcò le Alpi, e Carlomagno
viene a cinger la corona di ferro a Milano; Pipino spiegò le insegne
sue militari sul Vesero ad impor tributi ai Sassoni, ed a Carlomagno
tocca pur di disperdere questo popolo e farlo, per così dire, disparir
dalla Germania. La guerra contro i Sassoni non ha nulla di ordinato,
ella si ristringe in sulle prime a subitane irruzioni di quei popoli
che vengono a molestar la dominazione dei Franchi sul Reno: quanti
sudori, quante fatiche per domarli! Una delle grandi vie per giungere
a quei fini di depressione, a cui Carlomagno costantemente mirava,
si fu la predicazione cristiana. A Roma i Franchi ebbero il papa per
aiutatore a conquistare la Lombardia; sul Reno e sul Veser i vescovi
e i santi missionari apparecchian le vie alla franca dominazione. San
Bonifacio e Levino furono strumenti di civiltà e di conquista. Quando
Carlomagno domar vuol questo o quel popolo, instituisce vescovadi,
fonda monasteri, spedisce operosi missionari a convertirli, e mentre
appoggia la podestà sua sul pastorale dei vescovi, orna della croce la
sua corona, ben sapendo egli come tutto che sarà cristiano diverrà suo,
intantochè tutto ciò che tale non sia, rimarrà estraneo al suo impero.
E' si vuol parimenti tener conto della militare attività di Carlomagno,
che nulla v'ha di comparabile a quell'alacrità, a quelle guerre sempre
continue che portavano i suoi paladini su tutti i punti della Sassonia.
Bello è vedere tutta la forza dell'unità così nella guerra come
nell'amministrazione di rincontro a quella repubblica divisa, a quelle
sparse tribù. I Sassoni così sminuzzati, si rompono a somiglianza
dell'ettarchia che divide l'Inghilterra, sono senza vincoli fra loro, i
capi loro sono sparpagliati, trattano ad uno ad uno con Carlomagno. Due
sono le cagioni che spengono i popoli, o una soverchia sovrabbondanza
di forza che li fa lacerarsi in guerre civili (e tale era la condizion
sociale dei Sassoni), o il morale infiacchimento di quella prima
vigoria che assicura la vittoria, e quest'è il segno a cui giunti erano
i Longobardi. La forza di Carlomagno al contrario è costituita dal
congiunger ch'egli fa in sua mano l'unità e l'ognor crescente vigoria
del potere; senza eguali, come egli è, intorno a sè, altro non ha che
seguaci alla guerra. La resistenza di Vittichindo, avversario suo,
veste altra forma; quest'ultimo è per avventura grande al pari di lui,
ma non regna altrimenti su tutta la nazione dei Sassoni; gli altri capi
che a costui stanno intorno, son pari suoi, ei congrega sì le tribù,
ma solo per forza morale, ed esse lo acclamano come un grand'uomo di
guerra, ma non è nè re, nè imperatore come Carlomagno, e questa è la
ragione ond'egli alla fine è domato.
Nondimeno far non possiamo di non affezionarci a questa nazion sassone,
e in leggendo la storia, non sappiam perchè, lo sguardo nostro si volge
malinconico verso tutti questi popoli che resistono e cadono poi dopo
lungo conflitto. Gli annali dei vinti esercitano una misteriosa forza
su noi; quell'avvicendamento di grandezza e di sventura ne induce a
rifletter su noi medesimi e sui disegni della provvidenza divina; nel
curvarsi di tutti dinanzi a un uomo, ne piace spesso contemplar la
lunga e vigorosa resistenza di chi cade; strazio che stringe il cuore,
come se tu vedessi palpitar le viscere d'una vittima. Questo senso
ci mosser le guerre contro i Sassoni: e chi non applaudì alla grande
indole di Vittichindo? tu l'ami come Arminio nella guerra dei Romani,
e come quei capi dei Galli che resistono di città in città, armata
mano, contro Cesare e gli antichi suoi pretoriani. Ogni secolo seco ne
porta qualche popolo o qualche monarchia, e niuno ardisca eguagliarsi
agli immortali, dice Omero; sentenza vera in parte, applicata così alle
nazioni come agli uomini; tutto è soggetto alla legge inesorabile della
morte.
Le spedizioni oltre i Pirenei, così come svolgonsi per le guerre
continue di Lodovico re d'Aquitania, sono per ciò stesso contrassegnate
d'un'impronta men carolingica che le altre. Nella conquista della
Lombardia, già dissi, doversi tener conto dell'antica nazione italica;
infatti Carlomagno è ivi aiutato dall'antica popolazione soggetta
ai Longobardi, e rappresentata o caldeggiata dai papi. Nella guerra
contro i Saraceni di Spagna, il medesimo aiuto; i Saraceni accampavan
su quelle terre, in quella forma che i Turchi son oggi accampati in
Costantinopoli e in Siria, e come per gran tempo furono sul territorio
d'Algeri. Le nazioni tartare, sempre a cavallo, non formano altro mai
che un popolo sovrapposto ad un altro, le razze antiche vivon sotto
le nuove; e però, siccome pare indubitato, le spedizioni di Carlomagno
fino all'Ebro, furono assecondate dalle antiche popolazioni cristiane,
dai Goti che occupavan le città e le campagne dalla Loira quasi fino
alle colonne d'Ercole. Vinta che fu in qualche battaglia, come dire
a Poitiers, la parte attiva e militare dei Saraceni, da per tutto
svegliossi l'antica nazion de' Goti, e la spedizione di Carlomagno in
Ispagna, fu la cagion prima della compiuta emancipazione che seguì
pochi secoli appresso. I Franchi poterono bensì, per giro delle
vicissitudini, esser cacciati di Spagna, chè la guerra ha sue sorti,
e suoi sinistri il combattere; ma pur sempre si mantenne in quegli
antichi cristiani la credenza che con poco sforzo essi avrebber potuto
liberarsi dal dominio degl'infedeli, donde quegli assalti dei Conti di
Castiglia, quelle improvvise irruzioni dei Goti, che calavan dai monti
delle Asturie, per affrontarsi con la dominazione moresca.
Per questo rispetto specialmente, dir per l'appunto si può che le
spedizioni di Carlomagno favorirono l'impulso della civiltà, comechè
in sè stesse non recassero questo nobil germe. I capi che seguivan
l'imperatore alla guerra, nullo di culto avean che sceverar li potesse
dalla barbarie; quei conti ch'egli ponea nelle marche militari, tutti
germanici infino a' capegli, non erano per nulla più innanzi dei
Sassoni, degli Alemanni e dei Saraceni, e anzichè recare la civiltà in
certe contrade, vi gittavano, a così dire, un nuovo strato di barbarie,
e gli Austrasii tutt'altro facean che favorire i lumi e il moto della
civiltà nell'Aquitania e nella Lombardia. E non pertanto avevano in
sè stessi due cause che cacciano innanzi mirabilmente il progresso
e la grandezza dei popoli, dir vogliamo l'unità e la autorità. Anche
dell'elemento cristiano, gran macchina di civiltà, Carlomagno erasi
impadronito con le sue pratiche co' papi, e lo ristringeva nell'unità,
che è la grandezza del comandare, e nell'autorità che abbatte ogni
sorta di resistenza e di forte impulso così al bene, come al male.
A ridur le molte parole in una, le conquiste di Carlomagno non possono
altrimenti considerarsi sotto l'aspetto dell'incivilimento, che quella
mente sua conservò pur sempre alcun che di selvatico a simiglianza
delle foreste germaniche; l'opera sua è appunto sterminata perchè serba
l'impronta sua barbarica; non reca civiltà, ma sì la riceve; però che
l'impero da lui fondato, altro non è che l'effettuazione del concetto
romano. Infatti che cosa è mai l'impero d'Occidente, se non pur sempre
una reminiscenza della città eterna? Tutto concorre a quest'opera,
e nelle grandi nazioni che l'accerchiano, non v'è azion veruna di
resistenza; l'impero di Costantinopoli è una civiltà logora, che ancor
dà lume sì, ma che niente ha più del suo primo vigore; i Saraceni
non sono più nel periodo loro della conquista; dopo il flusso viene
il reflusso; onde vediamo aprirsi un'ampia via dinanzi a Carlomagno,
il quale arriva in buon punto, in un tempo, dir potrebbesi, fatto
a disegno suo; ei raccoglie sotto il suo freno le nazioni, per così
dire, attendate nell'Austrasia e nella Neustria; raccozza e rappicca
i minuzzoli, e fattane unità, ei quindi la santifica con la sua
confederazione con Roma. Benchè forte sì da potersen restare Germano,
ei si fa Romano, ben sapendo egli che con la spada un può farsi bensì
materialmente padrone dell'autorità, ma ch'egli conservarla non può,
se non coll'uso e incremento della forza morale; pe' costumi suoi,
egli appartiene pur sempre alle sue antiche foreste, e pel suo pensare
ei vuole accostarsi a quella civiltà ch'egli scopre da lontano come
un orizzonte di splendore e di luce; nè invano ei visitò Roma e corse
l'Italia, chè al vestire il manto imperiale, ben sa quanta forza sta
per dargli la croce ch'ei porta sulla sua corona.
Nondimeno la guerra è pur sempre la prima delle sue affezioni, tale
si è l'originaria natura sua, nè la dimentica; i Carlinghi non vivono
altro che per la vittoria; si vuole raffermar le conquiste, si vuol
ripartir le terre. Riandando la sua legislazione noi vedremo in
breve che i capitolari di Carlomagno si riferiscono anch'essi alle
sue guerre, che assorbiscono, a così dir, la sua vita. Curioso è
vedere queste tre generazioni d'uomini forti da Carlo Martello fino
a Carlomagno, tutti aver un medesimo intento e compierlo con quella
loro stupenda fermezza! Coperto ch'egli è del manto de' Cesari, questo
ultimo attende (tale si è il faticoso suo carico) a ritenere sotto lo
scettro suo i popoli da lui conquistati; ma il serbarli in soggezione
lo aggrava di maggiori fatiche e sudori che non la conquista medesima.
A esaminare da presso le grandi spedizioni di Lombardia, di Sassonia e
di Spagna, noi vediamo ch'elle si compiono, a dire così, nel termine
di una stagione. Carlomagno varca le Alpi, ed eccolo pochi mesi dopo
a Pavia; supera i Pirenei, ed eccolo a Pamplona; passa il Reno, si
precipita in Sassonia, e spiega le sue schiere sul Veser; laddove il
tener in freno, il reprimere i vinti, è un'opera continua, uno stento,
una cura di tutti i giorni; egli dee portar incessantemente le armi su
tutti i punti dell'impero, ed a terminarla trovasi costretto a fieri
partiti, quai sono gli accampamenti dei conti sugli estremi confini, il
dispergimento dei vinti, ed un modo di coazione sì inesorabile, ch'ei
fa mozzare il capo a intiere masse di popolo.
Nelle quali smisurate spedizioni Carlomagno non tocca se non due sole
sconfitte: l'una in Germania, quando i suoi conti son sorpresi dai
Sassoni e rotti in un assalto generale; l'altra a Roncisvalle, ne'
monti dove perirono Orlando e Olivieri. È da notarsi che in queste due
funeste rotte Carlomagno non comandava; esse accadono ai luogotenenti
suoi e non a lui; chè nessun de' nemici osa assalirlo di fronte, nè
tampoco resistergli; sono sventure accadute fuor della sua presenza,
e ch'ei non potè preveder nè impedire. L'imperatore d'Occidente tal è
per vigoria di corpo e di mente da a tutto ovviare, tutto prevedere, da
riparar le sconfitte de' suoi luogotenenti. Perfetti sono gli elementi
onde si compongono gli eserciti suoi, il cui ordito è germanico; egli
ha cavalli fortissimi, armi in mano della miglior tempra, inclinato
per istinto a vasti concetti strategici, quando pur non usi il metodo
romano che fa servire i popoli conquistati al soggiogamento d'un altro
popolo; ond'è che si veggono i Lombardi marciar nella guerra contro i
Sassoni, i Bavari passar i Pirenei e militare negli eserciti franchi
agli assedii di Pamplona e di Barcellona; al mezzogiorno egli rizza
accampamenti di gente alemanna; al settentrione conduce Italiani, Goti,
Cantabri: metodo questo pur sempre imitato da tutti i conquistatori. In
fatti non vedemmo noi dieci secoli dopo, nobili petti polacchi respirar
l'aere dell'Andalusia, e le _sierre_[245] varcate a passo di carriera
dai cavalli pasciuti sulle rive dell'Odera e della Vistola? Riferiscon
le cronache essersi Carlomagno servito anche d'un altro elemento
ad assicurare le sue conquiste. Il quarto secolo, come tempo che fu
d'irruzioni, aveva gittato come a dire uno strato di Tartari e Vandali
sugli antichi popoli che abitavano il suolo; ora Carlomagno appunto
compier potè sì grandi cose in sì circoscritto periodo, chiamando a sè
ed all'emancipazione quelle antiche nazioni.
Or, come avvenne che quest'opera cadesse, e in qual modo il fascio si
sciolse quasi con la stessa rapidità con cui fu stretto? Tre regni
si affaticarono a fondar la monarchia carlinga da Carlo Martello
fino a Carlomagno, e questa è l'epoca sagliente: dir potrebbesi di
rincontro che tre vite, di Lodovico il Pio, di Carlo il Calvo, e di
Luigi il Balbo, si sono pure adoperate ad abbatterlo. Il che non tanto
procede dall'indole personale dei principi quanto dalle circostanze, e
principalmente dalla naturale riazione che succede dopo un periodo di
conquiste. Nulla fare si può contro la natura delle cose; bene è vero
che sorgono a quando a quando alcuni spiriti straordinari, i quali
facendo forza ai costumi e alla storia dei popoli, gli accostano e
congiungono a loro dispetto; questi siffatti uomini, eccezione della
natura, uomini dalla man di ferro, si ridon delle nazioni, e daran le
medesime leggi e le medesime forme di governo al settentrione e al
mezzogiorno, e imporran gli stessi codici alla gente arsa dal sole,
ed a quella gelata e intirizzita dai ghiacci. Finchè questa mano
poderosa regge gli elementi sparsi, ella può comprimerli; ma fa che
la vittoria l'abbandoni, e vedrai allora tutte queste nazioni correre
alla loro independenza, alla loro propria natura, al loro istinto,
alla storia loro; questo è quanto avvenne dopo la morte di Carlomagno.
Il ripartimento fatto da Lodovico Pio, che tanto fu censurato, eragli
imposto dalla forza degli avvenimenti; quella battaglia di Fontenoi,
in cui si videro tre fratelli in guerra tra loro, altro non era che la
significazione delle tre nazioni, che, arrabbiate dalla troppo lunga
e forzata union loro, venivano a lacerarsi fra esse; sciolto era il
fascio della conquista, ed ogni popolo tornava alla sua prima natura.
La Germania sola restò dell'ordinamento carolino. La Neustria ed una
porzione dell'Austrasia, pigliarono il nome di Francia, serbando appena
qualche reminiscenza di Carlomagno; la qual Francia si sbrigò alla
più presta della schiatta alemanna, per eleggersi a re i suoi conti di
Parigi, essendochè il potere sempre più crescente di Carlo Martello,
di Pipino e di Carlomagno, altro non fu che una nuova invasion delle
Gallie, per parte della nazione tedesca. La stirpe alemanna fu poi
anch'essa rimossa dalle nostre frontiere per l'esaltazione dei Capeti,
i conti franchi di Parigi, donde avviene che ancor sopravvivono in
Germania le instituzioni di Carlomagno, intanto che più orma non ne
rimane sotto il terzo lignaggio nella Francia propriamente detta: quel
che era germanico tornò germanico, quel che franco era, franco rimase.
Poi le popolazioni barbare ributtate da Carlomagno, si precipitarono
alla volta loro, per mettere in brani quest'impero che le avea
inesorabilmente fatte piegar sotto la sua spada. In questo universal
trambusto per fin la Neustria diventa un ducato dipendente dai
Normanni, discendenti ed ausiliarii di quei Sassoni che l'imperatore
combattè pel corso di trentatrè anni. Gran lezione di politica a tutti
i conquistatori che fanno forza ai termini segnati da Dio medesimo:
i limiti dei popoli sono i monti, i fiumi, i climi, i costumi; chi
gli sprezza per innalzar un ciclopico edifizio, sel vede quasi sempre
rovinare in capo. In tutte l'età c'è qualche torre di Babele, e i
figliuoli degli uomini son sempre castigati dell'aver troppo ardito e
voluto.
Le inclinazioni di Carlomagno, comechè universali talvolta, rimangono
quasi sempre germaniche; egli esercita l'autorità sua specialmente
sull'Alemagna e sull'Italia, però che queste due estremità dell'impero
si tengon per mano; donde avviene che le sue guerre contro gli Unni,
gli Schiavoni, i Bavari, pigliano anch'esse un colore mezzo alemanno e
mezzo italiano; gli eserciti suoi sono metà germanici metà lombardi;
egli procede su due ali, come un'aquila che spieghi l'ampiezza de'
suoi vanni; la Germania senza le Alpi e l'Italia senza il Tirolo sono
punti mal sicuri, onde Carlomagno inflessibilmente gli unisce. Eguale
non è la sollecitudine dell'imperatore nelle guerre meridionali. La
spedizione oltre i Pirenei è evidentemente una riazione contro la mossa
dei Saracini, rattenuti a Poitiers; e questa rapida corsa in Ispagna,
è alcun po' divergente dal militar sistema di Carlomagno: egli ci va
una volta sola, fermasi all'Ebro, e torna tosto ad Aquisgrana, e vi
mette tanta trascuranza, ch'ei lascia la sua retroguardia disfatta a
Roncisvalle; al di là della Loira ei non è più nel suo cerchio. Ma ben
egli vigila sull'Italia, perchè la crede indispensabile alla sicurtà
della Germania, e intanto ch'egli abbandona l'Aquitania e la Spagna
a suo figlio Lodovico, segue passo per passo ogni fatto di Pipino in
Italia, e lo seconda e spalleggia con l'armi sue.
Dopo tante fatiche e tante cure Carlomagno ha il dolor di vedere come
l'impero ch'egli credea sì forte, può mortalmente trafiggersi; esso non
è già assalito in terra ferma, nè in sulle cime de' monti, e nè tampoco
nelle pianure, chè nessun l'osa; ma le flotte coprono i mari, e che
opporranno a queste i discendenti dell'imperatore? Quella gran mente è
colta, così, alla sprovveduta; giunge una nuova forza nimica, ed egli
non è parato alla difesa; ben s'affatica egli continuamente a munirsi,
e ordina di accozzar navi e barche, ma egli non è nato per questo, che
austrasio qual è, e capo di stirpe austrasia, non saprà contrastare
coi Normanni e coi Saraceni, così arditi navigatori come sono. Ecco le
cagioni della sua grande mestizia, dello sconforto ch'ei dà a divedere,
e di cui si fanno interpreti Eginardo e il monaco di San Gallo: già
fatto vecchio egli s'attrista sulla fragilità dell'opera sua, ei ben
sa com'essa dee cadere, nè vi ha disperazione uguale a quella del
moribondo che vede perire l'opera della sua vita. I Normanni ed i
Sassoni moveranno ben presto verso quelle coste le agili ed intrepide
loro flottiglie, e Parigi stessa si vedrà assediata dai Normanni.
Così otto secoli da poi, un altro impero crollò per quasi le medesime
cagioni; Napoleone aveva ideata un'opera nelle proporzioni carlinghe;
ei pure avea le sue guardie avanzate, i suoi prefetti sull'Elba, i
suoi duchi di Dalmazia e d'Istria, i re di Baviera, di Sassonia per
vassalli; il suo giovine vicerè d'Italia, fido luogotenente che varcava
i monti del Tirolo, mentre egli movea verso il Danubio. Or bene,
questa mente poderosa, riconobbe la sua caduta dalle cagioni medesime
che perir fecero l'opera di Carlomagno; i figli dei Sassoni e dei
Normanni, ributtati nell'isola dei Bretoni, cacciati dal continente,
opposero anche a lui le loro flotte, le squadre loro; signor del centro
dell'Europa, Napoleone conservar non seppe le sue conquiste, perchè
un altro popolo era in possesso del mare. La caduta dei Carlinghi fu
contrassegnata dello stesso carattere; la conquista oppresse il mondo
per guisa che ben era da aspettarsi una riazione dei vinti contro i
tralignati vincitori.
FINE DEL PRIMO VOLUME.
INDICE
DEL PRESENTE VOLUME.
Lettera intorno al governo e all'amministrazione di
Carlomagno Pag. I
PERIODO DELLA CONQUISTA » 1
CAPITOLO I. — LE RAZZE E I TERRITORII ALL'ESALTAZIONE DEI
CAROLINGI. — I Franchi dell'Austrasia, della Neustria ed
i Borgognoni. — I Sassoni. — I Frisoni. — Nazioni
scandinave. — I Longobardi. — Gli Aquitani. — I
Provenzali — I Guasconi. — I Bulgari. — Gli Ungari. — Gli
Schiavoni. — Il grande impero greco. — Roma e l'Italia. —
I Saracini. — (752-768) » 3
CAPITOLO II — ORDINAMENTO DELLA CHIESA E DELLA SOCIETÀ. —
Chiesa dei Galli e Chiesa dei Franchi. — I cherici e gli
uomini di guerra. — Metropolitani e vescovi. — Fondazione
dei monasteri. — Neustria. — Austrasia. — Aquitania. —
Germania. — Le leggende. — Apostolato alle terre barbare. —
I reliquiarii. — Le chiese. — Concilii provinciali. —
Instituzioni municipali. — Le città, i borghi. — Ricordanze
di Roma e delle Gallie. — (VII ed VIII secolo) » 14
CAPITOLO III. — SUNTO DELLE CONDIZIONI DELLE LETTERE,
SCIENZE, ARTI E DEL COMMERCIO PRIMA DEI CAROLINGI —
Letteratura. — Canti recitati. — Poemi. — Leggende. —
Grammatica. — Lingua romanza, germanica. — Scrittura. —
Diplomi. — Scienze naturali, astronomiche. — Calendario. —
Arti romane, bisantine, franche, longobardiche. —
Immagini. — Miniatura. — Arche de' Santi. — Gemme. —
Commercio. — Fiere. — Mercati. — Usure. — Gli Ebrei nel
medio evo. — (VII ed VIII secolo) » 28
CAPITOLO IV. — LA GERARCHIA E LA PODESTÀ NEL DECADER DE'
MEROVINGI. — I papi. — I patriarchi di Costantinopoli. —
Gl'imperatori d'Oriente. — I re dei Longobardi. — I duchi
del Friuli, di Spoleti, di Benevento. — I re dei
Bulgari. — I califfi. — I RE o CONDOTTIERI D'UOMINI appo
i Sassoni. — Gli Scandinavi. — La ettarchia. — I re
merovingi dopo Dagoberto. — La dignità dei prefetti di
palazzo della Neustria e dell'Austrasia. — I Grimoaldi. —
I Martini. — Pipino il Vecchio. — Pipino d'Eristal. — I
duchi d'Austrasia, I prefetti di Neustria. — (628-714) » 39
CAPITOLO V. — CARLO MARTELLO. — Origine e nascita di Carlo
Martello. — Suo nome. — Sua puerizia. — Prefetture di
Neustria ed Austrasia. — Cattività sua. — Sue prime
guerre. — Invasione della Neustria. — Guerra meridionale
d'Aquitania. — Le forze de' Saracini allargansi al mezzodì
delle Gallie. — Guasto delle città. — Disfatta di Manuza
per opera di Guglielmo di Poitiers. — Leghe dei Saracini. —
Nuova Invasione. — Abderamo. — La schiatta germanica in
Aquitania. — Battaglia di Tours o di Poitiers — Relazioni
degli Arabi. — Degli autori occidentali. — Terre
clericali. — Terre dei soldati. — Leggende intorno a Carlo
Martello. — Sue pratiche con Roma. — Diplomi e documenti. —
Tradizioni cavalleresche. — Canzoni eroiche. — Primo
canto dell'Epopea di _Garino il Loreno_. — (715-741) » 50