suoi baroni, non comprese tuttavia le reliquie. Le reliquie erano la
gloria e il tesoro di tutta quella generazione; le chiese ne facean
raccolta come di stupendi trofei; Costantinopoli ne era piena; ivi i
reliquari erano lavorati con arte squisita e indicibil perfezione; la
porpora v'era mista con la seta, i topazii e gli smeraldi incastonati
nell'oro; l'arte romana erasi conservata nella sua perfezione; e
nondimeno, a dir dei cronisti, queste non eran le ricchezze che più
agognassero i baroni; le sacre reliquie bensì erano agli occhi loro
più preziose di tutti questi vani ornamenti. A Carlomagno stava più
che tutt'altro a cuore d'aver la corona di spine, che già toccò la
fronte a Cristo; santa corona che spandeva intorno un dolce olezzo,
come di paradiso terrestre; egli si pose in ginocchio dinanzi a quel
reliquario, e colui che fondato aveva lo sterminato impero d'Occidente,
si mise a pregar Dio come l'ultimo dei pellegrini, dicendo: «Io ti
prego dunque, messere Iddio, ti prego di cuore umile e devoto, in
cospetto della tua maestà, di concedere che io possa portare una parte
delle tue sante pene, e di voler visibilmente mostrare a questo astante
popolo i miracoli della tua gloriosa passione, sì ch'io possa far
vedere al popolo d'Occidente il vero segno delle tue pene in modo che
niun miscredente possa dubitar più che tu non abbia patito e tribolato
corporalmente sulla santa croce sotto la spoglia della fragile nostra
umanità!» E detta ch'egli ebbe questa preghiera, scese una dolce
rugiada dal cielo, e le spine della corona fiorirono.
«Meravigliando tutti del miracolo, e tutti gittandosi su quei fiori,
Carlomagno affrettassi d'avvolgerli in un lembo del purpureo suo
pallio, poi mise tutto questo nel guanto della sua mano destra (che
guanto e che mano! ecco pur sempre l'idea del gigante!). Quanto
magnifiche, o Dio, sono le opere tue! e tutta la schiera dei baroni,
inginocchiatasi, rendè grazie a' Gesù Cristo. Essi stavano ancora
orando, allorchè il vescovo Daniele recò il vero chiodo che aveva
servito alla passione di Nostro Signore. Carlomagno partissi, portando
le reliquie in un sacchetto di bufalo appeso al suo collo, le quali
reliquie erano la Santa Croce, il sudario di Nostro Signore, la camicia
di Nostra Donna ch'ella vestiva nell'ora che partorì senza doglia
Nostro Signore, la benda con cui lo fasciò in culla, il braccio destro
di Simeone, con cui prese nostro Signore il dì che fu offerto al tempio
in Gerusalemme. E il fondatore del grande impero era tutto glorioso di
portare al collo questi avanzi della morte, queste polveri, quest'ossa
del sepolcro.
«L'imperator d'Occidente pigliò dunque commiato da quel d'Oriente,
e portando egli sempre al collo, senza mai da sè dipartirlo, il
sacrosanto deposito, ebbe perciò, cammin facendo, il dono di far
miracoli; toccava gli infermi e guarivano, nelle città dov'era
moria, all'appressar dell'imperatore tosto ella cessava. La via di
questa grande cavalcata fu lunga e per mezzo a mille pericoli, finchè
Carlomagno giunse alla sua città d'Aquisgrana, dove da tutte le parti
accorrevano per vedere e adorare le reliquie, nè ci vennero solo
i vescovi, ma papa Leone ancora co' suoi cardinali, tutti attoniti
in veder cose tanto miracolose! Quand'essi furon ivi così radunati,
l'imperatore fece ad essi una dimanda, dicendo loro in questa forma:
«Signori tutti, che qui siete adunati, e voi primieramente, ser papa
di Roma, che siete capo di tutta la cristianità, e tuttissimi[236]
voi, signori prelati, arcivescovi, vescovi, abati, io vi prego che
mi facciate un dono». A che, rispose Turpino, l'arcivescovo di Reims,
a nome di tutti. «Dolcissimo imperatore e sire, chiedi pure quel che
ti piace, che noi lietamente e di buona voglia tel concederemo. — Io
voglio, ripigliò l'imperatore, che voi scomunichiate dalla communione
di Dio e di Santa Chiesa tutti coloro che impedissero o turbasser,
dovunque io passi di vita, che il mio corpo sia trasportato ad
Aquisgrana, ed ivi sepolto; però che io desidero di esser deposto qui,
che deposto in qualunque altro luogo, onorevolmente, come si conviene
alla sepoltura di re e imperatore». E tutti risposero al grande
imperatore, che in mezzo alle vittorie già pensava al suo sepolcro:
«Sire, così sia».
La tomba è un pensiero che preoccupa tutti coloro che hanno a compiere
un gran destino! Essi preparan la loro dimora, il gelido letto per
la spoglia loro mortale; godon d'additarla dall'alto d'una peritura
grandezza, e Carlomagno sceglie Aquisgrana per metropoli dell'impero
suo, ed insieme per la città capitale de' suoi funerali. Ad Aquisgrana
infatti egli istituì il primo _landitto_ o fiera, al digiuno delle
Quattro Tempora, con perdono e indulgenza per quanti ci verrebbono, chè
in tempo di agitazioni e turbazioni era d'uopo ricoverare il commercio
sotto la protezione d'un pio pensiero, e le merci così stavano
all'ombra delle reliquie.
«Or come fu, soggiunge l'antico cronista che scrive impressionato
dalle solitudini di San Dionigi e dalle tradizioni della badia, or come
fu che le reliquie e il landitto vennero di poi trasportati sotto la
giurisdizione del nostro monastero? Fu, dice la leggenda, che, avendo
un imperatore, o re ch'ei fosse, bisogno di denaro, e possedendo noi
un reliquario e alcuni altari tutti coperti d'oro, ce li chiese, e ci
diede in cambio le reliquie e il landitto d'Aquisgrana.» Di questo
modo già principia la gara fra Aquisgrana, la città di Carlomagno,
e Parigi, la città dei Capeti, San Dionigi di Neustria e la gran
basilica d'Austrasia si contendono il primato; finchè Carlomagno abita
Aquisgrana, la preminenza è per la marmorea sua basilica; essa è il
tesoro suo, egli ha caro di soggiornarvi, di bagnarsi in quelle tiepide
linfe; ma poi, morto lui, i suoi successori aman d'abitare più spesso
le selve d'intorno a Parigi, e allora San Dionigi vince il primato,
e le sue reliquie, le sue fiere ottengono privilegi. Aquisgrana riman
pur sempre carlinga anche dopo spariti dal mondo gli ultimi avanzi di
questa schiatta; Parigi è la città dei Capeti, e dee il suo lustro ad
un nuovo lignaggio di re. Ma ecco qua un'altra storia che ci racconta
il buon arcivescovo Turpino, e forma il quarto dei libri dei fatti e
delle gesta del forte re Carlomagno, inserito nelle _Croniche di San
Dionigi_. «L'imperatore, compiute ch'ebbe tutte le sue conquiste,
avea giurato dinanzi a Dio che per l'appresso avrebbe dedicato la
vita alla Chiesa di Gesù Cristo; ed ecco che una notte, mentr'egli
stava nella foresta di Compiegne, guardando il cielo, gli venne veduta
una via di stelle, la quale, come gli parve, principiava dal mar di
Frisia, e dirizzavasi tra Lamagna e Lombardia, tra Basco e Guascogna,
e tra Spagna e Navarra, dirittamente in Gallizia, colà dove riposava,
senza nome e memoria, il corpo di messer Sant'Jacopo. E veduto per
parecchie notti questo sogno, cominciò a pensar fortemente in cuor
suo, che significar potesse, e mentre stava così fra sè pensando, ecco
apparirgli un uomo di maravigliosa bellezza, e dirgli: «Bel figliuolo,
che fai tu?» E l'imperatore gli rispose: «E tu, sere, chi sei tu?»
Allora il bell'uomo gli disse che era sant'Jacopo, il cui corpo stavasi
in Gallizia, senza nessuna memoria in mano dei Saracini.
«Dio ha fatto sì potente Carlomagno appunto perch'egli compier possa la
liberazion della Spagna: quella traccia di stelle significava la nuova
via che i pellegrini dovean seguire.[237] Carlomagno inginocchiasi, e
fa orazione; poi, convocati i suoi baroni, come fece nella spedizione
di Palestina, parte e s'impadronisce di Pamplona. I principi saracini
s'inchinavano e umiliavano dinanzi a lui; le città si arrendevano, e le
lontane gli mandavano messaggeri di pace, per modo che fece tributaria
a sè tutta la gente di Spagna. Visitò indi con gran devozione
la sepoltura di sant'Jacopo, mio signore, poi passò oltre, senza
impedimento, fino al monte; piantò sua lancia nel mare, e veduto che
non poteva andar oltre, rese grazie a Dio e a sant'Jacopo, mio signore,
per aiuto ed assentimento de' quali era venuto[238]».
Qui il cronista novera tutte le città di cui s'insignorì Carlomagno,
da Pamplona fino a Lamego. «Nulla resister seppe alla furia delle sue
conquiste, non pur Gibilterra. E di questo modo Carlomagno conquistò
tutta la terra di Portogallo, di Navarra e di Catalogna. A Cadice trovò
quell'idolo famoso in figura umana sopra una colonna larga e quadrata,
con una chiave in mano rivolta verso il mezzogiorno, la quale cader
dovea il giorno in cui la Spagna fosse libera dagl'infedeli.[239] Ma
quel giorno non era sì presso ancora, però che non sì tosto Carlomagno
avea tocca la terra di Francia, un pagano, di nome Agolante, usciva,
guidando un potentissimo esercito, dalle terre d'Affrica, e scagliavasi
sulla Spagna. Al quale annunzio Carlomagno ripassa i Pirenei, e vola
in Andalusia; il Saracino non si spaventa, vuol combattere corpo
contro corpo, e manda a chiedergli battaglia in quella guisa che più
gli piace: venti contro venti, quaranta contro quaranta, cento contro
cento, mille contro mille, duemila contro duemila, o uno contro uno.
Carlo mandò cento cristiani contro cento Saracini, e questi furono
tosto morti, poi Agolante ne mandò altri cento, che furon pur tosto
uccisi, poi dugento contro dugento, ed anche quelli uccisi. Da ultimo
Agolante ne mandò duemila contro altrettanti dei nostri, e parte
furon subito morti, parte fuggirono; (così fatti eran gli usi della
cavalleria, uomo contro uomo, corpo contro corpo), poi Agolante intimò
la giornata, ed ella fu sanguinosissima, che ben quarantamila cristiani
vi perirono, ed oh miracolo! le lance loro fiorirono come le palme dei
martiri. Carlomagno stesso versò in gran pericolo di sua persona, chè
gli fu ammazzato sotto il cavallo; ma, rosso il volto di sdegno, trasse
Gioiosa, e precipitatosi con grand'animo addosso dei Saracini, si pose
ad affettar pagani, e fece intorno a sè una maravigliosa uccisione.»
Nè tutto è ancora finito; Carlomagno ripassa in Francia per convocare i
baroni e cavalieri suoi, intantochè Agolante raccoglie anche esso tutti
i vassalli suoi, Mori, Moabiti, Etiopi, Saracini, Turchi, Affricani
e Persiani, e tanti re e principi saracini, quanti potè avere da ogni
parte del mondo. Questi Infedeli calano sulle città cristiane, nulla
resiste loro, e vengono fino alla città di Agen. Carlomagno non è vinto
per questo, e adoperando l'inganno viene ad esplorar trasvestito il
campo di Agolante; niuno lo riconosce così con lo scudo in ispalla,
senza lancia nè mazza; ma invano ei tenta d'ingannare Agolante.
Anche il re saracino viene al campo di Carlomagno per trattar della
tregua, e qui un lungo e caloroso diverbio fra loro[240], in cui
Carlomagno si dà a fare il convertitore; non combatte già solo, ma
predica e con questa doppia qualità il rappresentan continuamente le
_Croniche di San Dionigi_; egli disputa coi Maomettani, e spiega loro
la legge e la verità di Gesù Cristo. I cronisti si deliziano in così
fatti racconti, e que' poveri monachelli trionfano nel raccontar la
potenza delle cerimonie cristiane e la vittoria ch'esse danno a chi
invoca il nome di Dio; e però ci narrano: «Come i Saracini furono tutti
sconfitti ed uccisi insieme con Agolante, tranne pochi che si salvarono
con la fuga, e come i Francesi furono uccisi per la loro ingordigia,
tornando di notte al campo di battaglia; come il re dei miscredenti
combattè con Carlomagno, e fu morto insiem con la sua gente. E poi di
coloro che morirono fuor di battaglia».
Or credi tu d'aver tagliato a pezzi tutti i nemici tuoi, o valoroso
imperatore? Oh no, ti convien vincere ancora. Agolante è oppresso,
ma ecco qua Ferraù che giunge cogl'infedeli della Siria; Ferraù non è
mica un uom da dozzina, egli è un gigante che piglia con la man destra
un cavaliere e te lo getta, come un'arista, parecchie leghe lungi
dal campo di battaglia. Sì grande era, ch'egli avea dodici cubiti
d'altezza, un cubito la faccia, un palmo il naso, quattro cubiti le
braccia e le coscie, e tre sommessi di lunghezza il dorso della mano.
Chi manderemo a combattere un uomo tanto gagliardo? Qui torna in campo
il fiero conte Orlando, che noi morir vedemmo a Roncisvalle; o che
battaglia mai, che spadate! Ferraù si fa innanzi, solleva con una sola
mano in collo al proprio cavallo il paladino, e se lo porta via; ma
Orlando allora lo prende pel mento, e gli torce in modo il capo che
ambedue cascano a terra; poi con un rovescio della sua Durindana,
il paladino parte in due il cavallo a Ferraù, indi si afferrano e
stringono corpo con corpo, sì che il gigante, spossato, dimanda tregua
fino al giorno appresso. Il paladino assale indi il gigante a colpi
di mazza, e il combattimento dura parecchi giorni. Or che vuol dire
che la spada d'Orlando non fa se non rimbalzare su tutto il corpo di
Ferraù? Vuol dire che il pagano è fatato, nè può esser ferito se non al
bellico[241].
Negl'intervalli di questo combattimento a tutto transito, ci son sempre
discussioni teologiche; Carlomagno convertir volle Agolante; Orlando,
buon teologo, vuol convincere Ferraù; a simiglianza degli eroi d'Omero,
i combattenti sospendono i rovesci e i fendenti per discorrerla e
ricordar le cose loro passate di famiglia e di cavalleria; ma indi
tosto la zuffa ricomincia, la mazza di Orlando è tagliata in due
dalla spada di Ferraù, il quale gli s'avventa sopra, ma il paladino,
cacciatosi fra le sue gambe, afferra la spada e gliela ficca nel
bellico, ed ecco in qual modo ebbe fine il combattimento e la guerra di
Spagna.
Tanto narran le favolose tradizioni che all'imperator Carlomagno
dispensano una gran rinomanza, nè la storia dee altrimenti
sdegnarle, facendo esse conoscer gli usi d'un tempo eroico. Qual è
il conquistatore, qual è l'uom di gran ventura, che non abbia dopo
di sè lasciato qualche cronaca favolosa, qualche leggenda ripetuta
dai contemporanei e accolta spesso dai posteri? Noi stessi lunge non
siamo da tempi che videro altre maraviglie; quante gloriose credenze
non abbiamo accettate, che passano come istoriche verità? Racconti
di battaglie, parole dell'imperatore ai soldati, combattimenti epici,
detti di grandezza e di maestà gittati a' morienti. Accanto ai fatti
storici degli imperi, crescono l'epopeie, nè si vuol rimbrottarne le
nazioni, chè quest'è un atto della riconoscenza loro verso chi le
innalza e ingrandisce. Tutte queste poesie, tutte queste cronache
intorno a Carlomagno, che nelle parti loro ci sembran puerili, si
collegano pur nondimeno con due grandi episodii del medio evo, la
liberazione di Gerusalemme e la Spagna sottratta al giogo dei Mori.
Egli vi ha ne' popoli de' nobili pensamenti e de' generosi istinti,
e quando un nome sia venuto, quasi meteora ignita, a risplender nel
mondo, il volgo gli attribuisce tutto il passato, il presente e bene
spesso ancor l'avvenire.
RICAPITOLAZIONE.
PERIODO DELLA CONQUISTA.
768 — 814.
L'opera militare di Carlomagno, chi la segua dall'origine sua,
abbraccia il più lungo periodo di guerre che mai la storia offerisca
negli annali suoi più lontani; però che la durata sua, a principiar
dalla spedizione d'Aquitania fino ai rintuzzamenti delle popolazioni
slave, e alla guerra contra gli Unni e i Boemi, è di quarantasei anni.
Le spedizioni d'Alessandro il Macedone, rapide al par d'impetuosa
fiumana, finiscono con questa verde e superba vita che si abbevera
nella tazza d'Alcide; la vita militare di Cesare, comprendendovi anche
l'ordinamento delle Gallie, non si stese più in là di diciott'anni;
Annibale e Scipione prima di lui, e tutti quegli altri nomi famosi,
fecero guerre più o men lunghe e difficili, ma niuna si produsse così
continua da settentrione a mezzogiorno. I Romani soli, presi come corpo
di nazione, ebbero, nella successione delle loro conquiste, quella sì
costante perseveranza e sì grande tenacità ch'ebbe Carlomagno.
Or questa vita sì faticosa di gloria procedeva ella dall'indole
personale di Carlomagno, dalla vigorosa natura sua, o era ella una
necessità della sua politica, una ineluttabile fatalità dell'opera da
lui concetta? Quest'opera, sì attiva sempre, non era tanto individuale
quanto un legato di famiglia, e una conseguenza necessaria della sua
condizione, però che non si vuole sceverar mai la vita da conquistatore
di Carlomagno, dalla storia di Carlo Martello e di Pipino. E qual
era infatti l'intento che questa nuova stirpe de' prefetti austrasii
proponevasi? La corona. Ora un'usurpazione non compiesi altrimenti
senza grande travaglio, nè senza gran fatica distruggesi un culto
antico, foss'anche una superstizione; e il fatto dell'esaltazione
de' Carolingi è, a proprio dire, una specie d'invasione della stirpe
austrasia sul territorio della Neustria; i Merovingi, effemminati, son
cacciati di trono da uomini vigorosi che vengon dalla sponda del Reno
e della Mosa. La stirpe austrasia, d'alta statura, che passò la vita
nelle provincie germaniche, viene a corsa condotta da' suoi prefetti,
e in breve comanda nelle piagge di Neustria, domando i re imbastarditi,
corrotti dal troppo vivere alla romana, nelle loro ville di Compiegne,
di Palayeau, di Querzì all'Oisa e nelle badie di San Dionigi, dell'uno
e dell'altro San Germano, o di San Martino di Tours; ed insieme coi re
imbastarditi, doma pure i Franchi tralignati.
Se non che questa dominazione si compie solo a patto di condur
senza posa i popoli alla conquista e alla guerra; quivi comincia
l'opera gloriosa di Carlo Martello, il quale si rende famoso per
la maravigliosa sua vittoria di Tours o di Poitiers. Egli libera
l'Aquitania, ributta gl'Infedeli fino al di là de' Pirenei, e questo è
il primo dei grandi benefizi dei prefetti della stirpe austrasia. Carlo
Martello, capo del lignaggio carolino, serba pur sempre il tipo natío,
imperioso, selvatico, delle sponde del Reno e della Mosa; non pensa
che a' suoi guerrieri, e sdegna qualunque mescolanza co' Neustrii.
Prodi compagni il seguirono nella guerra sua contro i Saraceni,
con esso lui liberarono quelle ricche provincie, or che dar loro?
ricompense in terre e benefizi[242] ch'essi faranno appresso coltivar
dai coloni. Carlo Martello s'impadronisce quindi senza scrupolo delle
terre ecclesiastiche, e le riparte fra' suoi, in che si vede la fera
potenza germanica che trionfa, senza mescolanza d'altro in quest'indole
silvestre, in questo tipo agreste e barbaro, che si riman, soprattutto,
guerriero.
Vien Pipino, e già tempera la natura della podestà sua e del suo
mandato; vero è ch'ei pur si rimane austrasio e serba la preminenza
dell'armi sue sulle popolazioni che abitan le rive della Senna e
della Loira, ma pur noi lo vediamo andare a poco a poco accostandosi
alle consuetudini, alle idee romane ed alle usanze de' Neustri. Egli
non è altrimenti inesorabile in guerra come Carlo Martello, le sue
sollecitudini non son già solo per gli armigeri suoi; ma poichè gli sta
a cuore di fondar una dinastia, vede ch'ei non sarà riconosciuto re se
non per l'autorità del papa e della Chiesa, vede che imprimer non potrà
sulla fronte sua il sacro carattere che sublimava innanzi agli occhi
di tutti la schiatta de' Merovei, se non porgendo la mano ai vescovi,
ai vescovi che imperano nelle sacre basiliche; ei sa tutto questo
per mirabile istinto, ed opera mirando a questo fine. In che egli
non punto abbandona la sua guerriera missione, chè egli dee, prima di
tutto, farsi appoggio della razza d'Austrasia, cui suo padre condusse
dai boschi della Turingia. Per essa la conquista comincia; Pipino dee
far le sue prove; tutte le guerre che poi compier dee Carlomagno,
son principiate da suo padre; al Mezzogiorno reprime gli Aquitani;
varca le Alpi due volte per combattere i Longobardi, e gran frutto ivi
ottiene da un cambiamento di lignaggio, passando la corona di ferro da
Astolfo in Desiderio. A Pipino parimenti è dovuta la prima suggezione
della razza sassonica; egli tragitta il Reno e il Vesero, per imporre
tributi; egli prepara le ampie vie della conquista carolina, onde
alla morte sua un carico smisurato da sostener lascia a Carlomagno,
suo degno erede, perchè a questo pur corre obbligo di guidar la razza
austrasia alla vittoria ed alla conquista.
I principii di questo regno sono incerti comparativamente alle
grandi cose che lo precedono, e non è già che Carlomagno non sia nel
rigoglio della vita, però che quando suo padre scende nel sepolcro,
egli ha già ventisei anni; la complession sua, quale ce la ridicon le
_Cronache di San Dionigi_, è fortissima; poderoso il suo braccio; egli
accompagnò suo padre in quasi tutte le guerre; giocava fanciullo col
giavellotto e con la chiaverina, e lo portavano sovra un lungo scudo;
egli è insomma degno figliuol di prefetto e di re. Ma quel che gli
toglie di dar alle prime sue imprese tutto l'ardor suo di conquista
e tutta la potenza del genio suo predace, si è la division del trono
con Carlomanno; nell'esercizio d'un poter comune e assegnato egli non
trovasi ad agio suo, chè gli spiriti, anche mezzanamente sublimi,
non si attentano alle grandi imprese, se non quando e' son padroni
assoluti del campo e dispor ne possono a grado loro; se non sien
arbitri appieno della podestà, non sanno esercitarla e la sdegnano.
Così avvenne a Carlomagno, finch'ei regnò di conserva con Carlomanno;
quindi quelle sue inquiete concitazioni e quelle sue gelosie verso il
fratello; Carlomanno si muore, e tu lo vedi allora correr con le sue
selve di lancie raccolte nei regi dominii; vedi que' fieri Austrasii
non riconoscere i figliuoli di Carlomanno, ed ei cacciarli in un
chiostro, farli radere a quel modo che il padre suo rader già fece i
Merovingi, e difilandosi diritto al suo fine, insignorirsi delle due
corone d'Austrasia e di Neustria, congiunzion questa di forze che gli
è indispensabile. Nè il potere è gran cosa per lui, se non quando l'ha
tutto intero in sua mano.
Non è per questo ch'ei non cominciasse l'opera sua militare nel tempo
che Carlomanno ancor regnava in comune con lui. Gli Aquitani, mirando
a separarsi dal dominio franco, s'erano raccolti d'intorno ai duchi
loro, nè ciò procedea solo da antipatia di razza, e da quegli astii
di nazione verso nazione, o tribù verso tribù che tuttavia ardevano
in que' tempi di barbarie, ma in questa rivolta dei meridionali
d'Aquitania ci avea pure una ragione politica, chè fedeli, come
sempre furono, a' Merovingi, questi aveano ancora fra loro di molti
partigiani, ed i duchi d'Aquitania medesimi, stando alle tradizioni,
formavano un ramo collaterale del lignaggio de' Merovei. In tale stato
di cose Carlomagno non si tien punto dal muover tosto verso le città
del Mezzogiorno, preceduto dalla memoria dell'avolo suo Carlo Martello,
il vincitore di Poitiers o di Tours, e in men di sei mesi mette quella
gente a dovere. Sottomette di più i Pirenei, ordina militarmente le
terre della Loira e della Garonna, ben sapendo non poter egli acquistar
valida autorità sopra i guerrieri suoi, se non gratificandoli con la
vittoria e con donativi di terre. Da ora in poi i popoli d'Aquitania
non gli son più d'ostacolo, ma anzi d'aiuto nella nuova guerra ch'egli
sta per intraprendere, e noi li vediamo schierati sempre sotto le sue
bandiere.
La prima guerra di Lombardia è impetuosa e rapida. Vero è che Pipino
fu due volte a Milano ed a Ravenna, ma egli però non disfece la nazion
longobarda, e quei re rimaser tuttavia potenti sotto la loro corona
di ferro. Or donde avvien mai che a Carlomagno sì facil cosa riesce, e
quasi in una sola stagion campale, l'atterrar questa medesima nazione?
Forsechè in questa natura d'uomo era qualcosa di più fermo, di più
imperativo, di più superbo, che in quella del padre e dell'avolo suo?
Dicasi tutto: i tempi erano meglio apparecchiati; ci son pe' popoli
certe età di decadimento, da cui preservar non si possono; la monarchia
lombarda cadea già in ruina, e Carlomagno altro non fece che affrettar
un tracollo che sarebbe avvenuto anche senza di lui[243]. Quand'ei
varcò le Alpi, i Longobardi più non erano quella conquistatrice
nazione, di cui Paolo Diacono ci lasciò quella fierissima pittura; non
eran più quegli uomini gagliardi, con le negre chiome, che ondeggiando
sulle gote, si confondevano con la lunga e folta barba loro; col viver
nelle città d'Italia s'erano infiacchiti ed effeminati; portavano
vesti di seta con trascico alla maniera de' Greci, a stento sostenevan
lo scudo, e il commercio con l'impero bisantino avea tolto ad essi
l'antico marziale aspetto loro. Senzachè, eran fra loro divisi da gare
e gelosie; l'ubbidienza non era più intera come innanzi; i feudatari
supremi s'erano separati dalla corona di ferro; la Puglia, Benevento,
il Friuli non riconoscevano tutti per titoli conformi Desiderio in re
de' Longobardi; la nazione era perduta, sparpagliata! Il travasamento
della signoria da Astolfo in Desiderio, compiuto da Pipino, giovava
del pari gl'interessi di Carlomagno, essendone venuto raffreddamento
nel servigio feudale e guerre civili di città contro città. Aggiungasi
ora a tutto questo un esercito agguerrito, che dall'alto delle Alpi
si scaglia in mezzo a questa razza effemminata, con uomini vigorosi,
condotti da capitani di sì universal grido, come sono Carlomagno e
Bernardo, i quali cominciano la guerra alla gran foggia d'Annibale e
dei Romani, e prendono i Longobardi da fianco e da fronte.