a così dire, il braccio meridionale del potente imperatore a tener i
vassalli in devozione. Ecco parole ancor dell'antico cronista. «(787)
In questo tempo, un Guascone, di nome Adalrico, avuto nelle mani, per
inganno, Corsone duca di Tolosa, gli fece prometter, con giuramento,
fede a lui stesso, poi lo lasciò andare. A castigar la quale insolenza,
i re ed i grandi, col cui consiglio governavasi il reame d'Aquitania,
convocarono una dieta generale in certo luogo della Settimania,
chiamato la _Morte dei Goti_, innanzi cui fu citato Adalrico; ma
egli conscio a sè della sua colpa, non ci volle venire finchè non fu
rassicurato da reciproci ostaggi, e pel rischio ch'essi correvano, non
gli fu fatto male alcuno, anzi largamente presentato, renduti i nostri
statichi e riavuti i suoi, gli fu concesso d'andarsene. Re Lodovico,
convocata una dieta generale della nazione, vi deliberò intorno alla
presente condizion delle cose. Poi che Borgognone era morto, il contado
di Fezenzac fu dato a Luitardo, ma i Guasconi partir non potendolo,
si sollevarono, e uccisa col ferro una parte degli armigeri del nuovo
conte, condannaron gli altri a morir nelle fiamme. Chiamati quindi in
giudizio, sulle prime ricusaron d'ubbidire, ma costretti a comparire,
soggiacquero alla pena che tant'audacia si meritava, e parecchi di
coloro, condannati alla legge del taglione, furon fatti morire sul
rogo. (813) Convocata una dieta generale, re Lodovico vi annunziò aver
avuto avviso della sollevazione d'una parte della Guascogna, la quale
volea spiccarsi da' suoi stati, a cui da lungo tempo apparteneva;
il pubblico bene richiedere che si castigasse quello spirito di
ribellione. Applaudirono tutti al partito del re, persuasi di non
dover altrimenti sostenere tanta tracotanza da parte di quei sudditi,
e aversi a troncare il male dalla radice. Raccoltosi dunque e ordinato
l'esercito, il re mosse fino a Dax, dimandando che gli fossero dati in
mano i motori della sollevazione, nè obbediendo essi, entrò nelle loro
terre, e consentì ai soldati di far man bassa d'ogni cosa. Finalmente
quando i rei si videro dato il guasto a tutti i loro averi, vennero a
pregar perdono, e l'ottennero a prezzo di tanta ruina. Dopo di che il
re, superato il difficil varco de' Pirenei, calò a Pamplona, ma poi,
quando fu a ricalcar que' burroni, i Guasconi si provarono a esercitar
la solita perfidia loro, ventura però ch'essi furono antivenuti e
delusi dalla prudenza e destrezza dei Franchi. Un dei loro, che s'era
troppo innoltrato, fu preso e impiccato per la gola, intantochè agli
altri si toglievano le donne e i figliuoli. Insomma sì ben si provvide,
che in questa volta la iniquità de' Guasconi non fu di pregiudizio
alcuno nè al re nè alle sue genti[228]».
Carlomagno dunque imponeva di questo modo anche a' Guasconi la legge
di dispergimento che avea per sempre disfatta la nazione dei Sassoni;
tale si era il sistema di unità politica che quel conquistatore a'
popoli imponeva. Ciascun anno era di questo modo contrassegnato d'una
sollevazione di quegli alpigiani, se non che Carlomagno, fermo ne'
suoi castelli e poderi del Settentrione, se ne dava, quanto al domarli
con l'arme, poco fastidio e lasciava fare a Lodovico re d'Aquitania,
suo figlio. Appena ei fece in persona due corse e rapidissime nelle
provincie meridionali, e sia che gli cuocesse in cuore la memoria di
Roncisvalle, sia che, figlio di schiatta germanica, non si dilettasse
alla vista delle australi campagne della Gallia, ad altre mani
confidava il raffrenar que' popoli meridionali, e contenta va si delle
relazioni dei _missi dominici_ e della valida soprintendenza dei conti
franchi da esso instituiti nell'Aquitania.
Senzachè, noi siamo già in tempi che i Saraceni o Mori d'Affrica o di
Spagna mostrano di ristarsi dalle tumultuose loro irruzioni per mezzo
a' Pirenei, nè più compaiono a torme innumerevoli, come già faceano
sotto Carlo Martello e Pipino; anzi nè indizio pure abbiamo d'alcuna
un po' rilevata spedizione contro i Franchi, nè di veruna di quelle
guerre sante comandate da Maometto a' suoi ardenti settatori. Dopo la
predicazione di Acammo nelle moschee e la rapida sua correria nella
Settimania, noi li vediamo starsi continuamente in sulle difese, nè mai
primi ad assalire; anzi beati per quel poco di riposo che l'attempata
età di Carlomagno da pochi anni ad essi concede, conchiudono paci
e tregue a dispetto di quella inesorabil sentenza di Maometto:
«Combattete gl'Infedeli, finchè sola domini sulla terra la religione di
Dio».
Ma se i Saracini di Spagna s'accostavano per trattati a Carlomagno,
così non faceano i Mori d'Affrica; se non che le forme della guerra
mutavano. Già fin dall'ottavo secolo, arditissimi navigatori, costoro
si danno, al par de' Normanni, alle spedizioni marittime, armano
flotte, e abbiam dalle cronache antiche com'essi depredarono le isole
Baleari, la Sicilia, la Sardegna, la Corsica; tutte le coste di lor
paventavano, e il Mediterraneo era pieno delle armate barche loro
che giù pe' fiumi penetravano fino alle città principali, e ben lo
seppero la Provenza, la Settimania, da que' barbari disertate, sì che
le città loro anche più floride videro violati i monasteri, disperse
le reliquie, spogliati gli altari, e il convento di San Vittore a
Marsiglia, per salvarsi, fu costretto di cingersi d'alte mura a guisa
di rocca.
Di questo modo le condizioni della guerra vanno mutando. Carlomagno è
certamente il principe più formidabil che sia nelle grandi spedizioni
di terra, niuno può tenergli fronte quand'ei muove guidando i suoi
leudi alla guerra; i popoli sono gli uni su gli altri incalzati e
ributtati con rapidità quasi miracolosa; ma ecco in breve operarsi
contr'essi la riazione; tu diresti che, al veder sorgere questo
gigantesco edifizio, i nemici della razza austrasia ne indovinino
quasi per istinto e preconoscano il lato debole, onde e Danesi e
Saraceni si gittano al mare, e si danno al corseggiare, al predar la
marina. Essi contender possono l'impero a Carlomagno e render vane le
forze sue, quella germanica sua cavalleria, bardata di ferro, è fatta
impotente; nulla può l'arte sua militare; le animose flotte lo sfidano
sul Mediterraneo e sull'Oceano; a settentrione già si mostrano i Danesi
sulle barche loro costrutte nel Baltico; a mezzodì i Saraceni di Spagna
e d'Affrica già stanno per penetrar fino al Rodano.
In Italia il tener in devozione le razze vinte è cosa più facile che
altrove, e le conquiste son ivi più durevoli, perchè a tutto si pon
rimedio con una spedizione militare, e il varcar le Alpi è cosa da
nulla per quei tanto intrepidi eserciti austrasii. Pipino, re d'Italia,
è luogotenente colà dell'imperatore, in quella guisa che Lodovico
ha questo titolo alla frontiera de' Pirenei; nè Carlomagno per altro
attende a questa guerra, se non perchè l'Italia si congiunge col Tirolo
e coll'Alpi, che sono le chiavi della Germania, e padron come egli
è della Pannonia e della Dalmazia, gli convien serbare la Lombardia
insiem co' feudi che gli danno il dominio dell'Adriatico. Le guerre
d'Italia divengono dunque il suo campo d'esercizio dov'ei trovasi a
fronte non che dei Greci, degli Unni ancora, degli Avari e dei Bulgari,
che accampano nel mezzo dell'Europa; ond'è che le sue guerre italiche
van di conserva con le germaniche, e quando Pipino si parte dal regno
di Lombardia a condursi per la via del Tirolo e dell'Alpi venete fino
in Lamagna, anche l'imperatore si parte dal Reno e dal Danubio, per
venire a congiungersi con suo figlio, e muovere di concordia contro
le tribù erranti che vivono sotto la tenda, dal Danubio fino alla
Bulgaria.
Gli Unni e gli Ungheri sono i primi contro i quali fa impeto
Carlomagno, che avendo essi spalleggiata la sollevazione dei Bavari,
tanto bastò ad accender contro di loro la collera dell'implacabile
Austrasio. Questa guerra contro le tribù erranti e questi scontri
tra i Franchi ed i Barbari, ebbero principio di buon'ora, però che si
legge nelle cronache: «(792) Il re si trattenne in Baviera a cagion
della guerra cogli Unni, e rizzò sul Danubio un ponte di barche per
giovarsene in essa, e celebrò la festa del Natale e quella di Pasqua.
(795) Nel tempo che il re stava a campo sull'Elba, furono a lui alcuni
inviati, venuti dalla Pannonia, l'un de' quali era un capo degli Unni,
da' suoi chiamato Tudone, che promise di ritornare e farsi cristiano.
Il re tornò quindi ad Aquisgrana, dove passò il suo tempo come al
solito, e celebrò le solennità di Natale e di Pasqua. (796) Pipino
cacciò gli Unni oltre il Tibisco, smantellò il palazzo del re loro,
al quale palazzo gli Unni danno il nome di _ring_ e quel di _campo_
i Longobardi, predò quasi tutte le ricchezze degli Unni; poi si rese
ad Aquisgrana per passarvi l'inverno con suo padre, a cui offerse
le spoglie del regno che seco avea portate. Tudone intanto, colui
di cui detto è più sopra, serbando la sua promessa, recossi dal re e
fu battezzato con quanti lo accompagnavano, e avuti di bei presenti,
tornò al suo paese, giurando prima fedeltà; ma non la tenne gran tempo,
nè gran tempo andò ch'ei fu castigato della sua fellonia. (805) Il
cagano[229], o principe degli Unni, venne all'imperatore pe' bisogni
de' suoi popoli, e gli domandò un luogo da abitarvi tra Sarvaro ed
Amburgo, però che quei popoli durar più non potevano nelle loro prime
dimore a cagion delle continue irruzioni degli Schiavi, chiamati
Boemi. Infatti codesti Schiavi, il cui capo avea nome Lecone, correvan
le terre degli Unni, il cagano de' quali era cristiano, e chiamavasi
Teodoro. L'imperatore lo accolse benignamente, esaudì le sue dimande,
lo presentò largamente e l'accomiatò. Tornato al suo popolo, poco
tempo dopo uscì di vita, e il nuovo cagano inviò uno de' suoi grandi
a dimandar la conferma dell'antica dignità sopra gli Unni in lui
pervenuta; e l'imperatore fu contento, e ordinò che il cagano avesse la
signoria di tutto il reame, secondo la consuetudine de' loro antenati».
Queste guerre con le tribù erranti e questi trattati di pace con
barbare nazioni, van seguitando per un lungo tratto di tempo sino a
finito il regno dell'imperatore. Certo la fama di Carlomagno doveva
esser ben grande, se da ogni parte venivan così a fargli omaggio; non
v'era nazion barbara che non s'inchinasse al suo piede, chè il nome
d'un conquistatore, avea per quelle selvagge nazioni ben più potente
prestigio, che non il nome d'un legislatore o d'un supremo intelletto;
quella che più d'ogni altra cosa sbalordisce i Barbari, si è la forza
prepotente che mostrasi nelle battaglie, e si fa ubbidir dalla terra;
Alessandro, Cesare, Carlomagno e Tamerlano, sono i nomi ch'elle serbano
nella memoria, e raccontano sotto la tenda; questi nomi vivono al
sicuro dai guasti del tempo, benchè sfigurati, come i bronzi dalla
ruggine dell'età. Ora niun di così fatti nomi può a quel compararsi di
Carlomagno; perchè in qual contrada non risonò egli? e qual è il paese
che non serbi memoria di lui? qual è l'opera del nono secolo che non
porti impresse le orme sue?
CAPITOLO XVII.
SVOLGIMENTO DELLE CONQUISTE FAVOLOSE DELL'IMPERATORE CARLOMAGNO.
Le due maggiori propaggini delle conquiste favolose. — Gerusalemme.
— Sant'Jacopo di Compostella. — Spirito dei pellegrinaggi. —
Relazione di Turpino. — Persecuzione de' cristiani d'Oriente.
— Il patriarca di Costantinopoli. — Sue lettere a Carlomagno.
— Consiglio co' baroni pel santo viaggio. — Partenza per
Costantinopoli. — Liberazione di Terra Santa. — Traslazione
delle reliquie più famose. — La santa corona e il santo chiodo. —
Miracolo. — Il tesoro di san Dionigi. — La visione di Carlomagno
intorno a Sant'Jacopo di Compostella. — Enumerazione delle città
prese da Carlomagno in Ispagna. — I prodigi. — Le battaglie contro
i Saraceni ed Agolante lor capitano. — Rassegna dei baroni che
seguono l'Imperatore al pellegrinaggio. — Agolante ed i Saraceni
sconfitti. — I Mori d'Affrica e Ferracuto o Ferraù. — Senso e fine
di tutte le leggende favolose delle conquiste.
800 — 814.
Di mano in mano che le conquiste di Carlomagno imperatore vanno
pigliando un andamento rapido e universale, anche le leggende
amplificano la poesia dei loro racconti; già esse hanno accennati i
punti del mondo, sui quali egli rimbombar fece lo strepito dell'armi
sue, ma dappoi ch'egli ha vestito la porpora imperiale, i cronisti,
con le loro ciarlerie, s'impadroniscono più che mai di questo nome per
esaltarlo e portarlo sempre più a cielo. Questi racconti a fantasia
non han più misura, e tale si è la potenza della opinione in onor
di quell'eroe, che le cronache più autentiche raccolgon le dicerie
favolose, come fossero verità, e sei secoli appresso non si mette pur
dubbio che Carlomagno non abbia davvero compiuto le imprese che la
leggenda gli attribuisce.
I due episodii che la _Cronica di san Dionigi_ attende principalmente
a svolgere, seguendo la relazione di Turpino, sono la conquista del
Santo Sepolcro e la liberazione di Sant'Jacopo di Compostella. Le quali
due imprese si compiono in dipendenza de' due pellegrinaggi, l'uno al
Sepolcro di Gesù Cristo, l'altro all'arca del Santo protettore de'
Cristiani in Ispagna. Il pensiero del pellegrinaggio collegavasi a
que' dì con quello della conquista; prima veniva il pellegrino tutto
solo per adorare il Santo Sepolcro, poi una banda, poi finalmente un
esercito che invadeva il paese; tale si era il procedimento dei voti
di pellegrinaggio, che a quella irrequieta generazione, era necessità
di muoversi e fare; starsi ella non potea così cheta, dentro il
chiuso delle sue mura, e avea bisogno di respirar l'aria aperta del
paese lontano, in cima de' monti o nelle valli, alla caccia, per le
scure foreste o in romeaggi alle regioni straniere. Queste favolose
spedizioni ai sepolcri di Gerusalemme e di Sant'Jacopo, che troviam
nella vita di Carlomagno, preparano due grandi fatti della storia, le
crociate del secolo undecimo e la liberazion della Spagna, sottratta al
giogo de' Mori.
Il falso Turpino, il poeta cronista, l'arcivescovo di Reims, fu quegli
che primo narrò le meraviglie di questa doppia conquista; nè si vuol
credere altrimenti che questa epopea sia una creazione degli ultimi
tempi del medio evo, chè ella si collega invece con un'epoca quasi
contemporanea, e la troviam come una santa tradizione nei manoscritti
del secolo decimoterzo[231], e ognuno ne può seguire le tracce anche
al secolo undecimo. Così pure, alla quarta generazione dell'epoca
carolingica, teneasi per cosa certa che Carlomagno avesse liberato il
santo sepolcro di Cristo, e conseguite maravigliose vittorie contro i
Saraceni ed i Mori. E perchè la storia non renderà ella conto di queste
due tradizioni che si mantennero nell'età più rimote? E non formavano
esse il diletto dei nostri padri, e il vanto delle antiche generazioni?
Per qual ragione non racconteremo le imprese e le gesta che i nobili
cavalieri attribuiscono al poderoso braccio ed al senno del magno
imperatore? Le sfrondi pur la critica severa, quando chiama a sindacato
la cronaca delle morte età; quanto a noi che andiam cercando le
vestigia delle credenze già spente e delle passate grandezze, facciamo
anzi di rammentare, gloriando, questi racconti degli alti baroni,
massime se rivelin lo spirito d'un tempo: chè in tutte le età la nobil
nostra patria ebbe le sue gloriose credenze, il suo culto alla gloria,
i suoi simboli di grandezza e di patria devozione.
Ecco dunque succedere una gran persecuzione contro la cristianità nella
terra d'oltremare, i Saraceni penetrar nelle contrade della Siria,
insignorirsi di Gerusalemme, e contaminare il Santo Sepolcro, sì che
il vecchio patriarca, costretto alla fuga, viene a trovar Costantino
imperatore di Bisanzio, e suo figlio Leone. «Con pianti e lagrime
raccontò loro il grande strazio e la gran persecuzione che erano nella
terra oltremare, come gl'infedeli Saraceni aveano presa la città,
contaminato il Sepolcro e gli altri luoghi santi della città diserta,
prese pur le castella e le città del reame, guaste le campagne, e il
popolo, parte ucciso e parte menato schiavo, e fatto tanto vitupero a
Nostro Signore, e tanta persecuzione al suo popolo, da non esservi cuor
d'uomo cristiano che non debba andarne mesto e corrucciato.[232]»
L'imperator Costantino medesimo non poteva non contristarsi a questa
novella del Sepolcro contaminato; ma non poteva egli solo guerreggiare
in Palestina, e non avea forze bastevoli ad opporsi agli Infedeli. Ora
tutti sapevano a quei giorni che in Occidente veniva sorgendo un grande
impero, e che la stirpe austrasia maggioreggiava mercè la potenza sua
ed i suoi leudi; onde Costantino mandò suoi ambasciatori a Carlomagno,
con una lettera, suggellata per lui, del patriarca Giovanni, sargente
dei sargenti di Dio[233] in Gerusalemme; e con essa lettera un'altra
di Costantino e di Leone, tutta in seta ricamata d'oro, da cui pendeva
un bel suggello; la qual lettera così diceva: «Costantino e Leone,
suo figliuolo, imperatori e re delle parti orientali, infimi fra
tutti, ed appena degni d'essere imperatori, al famosissimo re delle
parti d'Occidente, altissimo Carlo, potenza e signoria sempre felice.
Dilettissimo amico Carlo il Magno, quando tu avrai vedute e lette
queste lettere, sappi che io non ti scrivo per diffalta di cuore, nè
di gente nata da cavalleria, però che alcune volte io ebbi vittoria
de' pagani con manco cavalieri e gente ch'io non ho, e li cacciai
da Gerusalemme da essi presa e ripresa due o tre fiate, e ben sei
volte gli ho vinti e cacciati dal campo con l'aiuto del Signore, e
presine ed uccisi ben delle migliaia. Ma che t'ho a dire? E' bisogna
che tu sia ammonito da Dio per mezzo mio, non per li meriti miei,
ma sì per li tuoi, a compiere questa grande impresa. Però che una
delle passate notti, mentr'io stava pensando al modo di cacciare i
Saracini, ebbi questa visione: In quella, dissi, ch'io stava in questo
pensiero, e pregava Nostro Signore, che mi mandasse alcun aiuto, mi
apparve d'improvviso innanzi al letto un damigello che mi chiamò assai
leggiadramente per nome, e scossomi così un poco, mi disse[234]: —
Costantino, tu hai chiesto aiuto a Nostro Signore nella tua impresa,
ed ecco ch'egli ti comanda, per mezzo mio, di chiamare in tuo soccorso
il Magno Carlo di Francia, difensore della Fede e della pace di Santa
Chiesa. — E allora mi mostrò un cavaliere tutto armato d'usbergo e di
cosciali e schinieri, con uno scudo al collo, la spada al fianco con
elsa vermiglia, e una lancia bianca in pugno, che parea mandar fiamma
dalla punta. Nell'altra mano aveva un elmo d'oro, e all'aspetto era
vecchio con lunga barba. Era bellissimo di volto, grande della persona,
avea bianco e canuto il capo, e gli occhi splendevano come stelle. Non
è adunque da dubitare che queste cose non sieno fatte e ordinate per
volere di Nostro Signore, ed avendo noi di certo luogo saputo qual
uomo tu sei, e quali sono i tuoi fatti e costami, ce ne rallegriamo
nel Signore, e gli rendiamo grazie nelle tue gesta meravigliose,
nell'umiltà tua e nella tua pazienza. Io fermamente mi confido, che
l'impresa avrà felice compimento pe' tuoi meriti e per l'opera tua,
però che tu sei il difensor della pace, e la cerchi con gran fervore,
e quando l'hai trovata, sì la conservi e mantieni con grand'amore e
carità.
«Ora, i detti ambasciatori trovarono Carlo imperatore nel suo
palazzo, ed egli pure fu dolentissimo a questa novella dei disastri
di Palestina, e versò largo pianto, udendo il doloroso messaggio. I
messaggeri, questo pure si vuol sapere, venivano accolti nella badia
di San Dionigi in Francia. L'imperatore, rotti i suggelli, fece in
più d'un tratto per legger le lettere, chiedendogli i baroni: «Sire,
che cosa cantar possono quelle carte?» Allora, fatto chiamare a sè
il prudente arcivescovo Turpino, che era sapientissimo, il richiese
d'interpretar quegli scritti, numerosissima essendo la corte dei
baroni d'intorno a lui, però che era quasi un parlamento: «Orsù, miei
fedeli, disse lor Carlomagno, che consiglio mi date?» ed essi ad una
voce risposero: «Re, se tu pensi che noi siam sì stanchi e travagliati
da non poter sostenere la fatica d'un sì gran viaggio, noi siamo qui,
e protestiamo che, se tu, signor nostro in terra, nieghi di venir con
essonoi, nè vuoi condurci, noi moveremo domani, al sorger del giorno,
insiem con questi messaggeri, parendoci che nulla ci debba esser grave,
se Dio si fa nostra guida.» Immaginate come l'imperatore fu lieto di
simile risposta; egli fece dunque mandar grida per tutte le terre che:
«quanti, e giovani e vecchi, marciar volessero contro i Saracini, tutti
pigliassero le armi». E la moltitudine fu sì grande che più non si
sapea come albergarla.
«Ecco dunque Carlomagno ed i suoi baroni, che si mettono in via con
tutta l'oste loro. Niuno raccontar potrebbe le avventure accadute per
viaggio; attraversati boschi e monti, giunsero, cammin facendo, ad
una selva, che trovaron tutta piena di grifoni, tigri, orsi, lioni e
d'altre maniere di belve; e più d'una volta smarrirono la via diritta,
nè sapevan dove andassero, o se dovessero tornare indietro, e allora il
gran Carlo si pose a leggere nel suo salterio: «Messere Iddio, guidaci
tu con la voce de' tuoi comandamenti». Ed a gran miracolo s'udì la voce
di un augellino gridar tutto giubilante: «Franco, Franco, che di' tu,
che di' tu?» E i Greci anch'essi ne rimasero maravigliati, perchè ci
avean bene tra loro certi uccelli che cantavano _Cara Basilon Anichos_
(salute, re invitto), ma niuno che avesse mai parlato come il detto
augellino, che guidò l'imperatore per la via da seguire.
Chi resister poteva a questa grand'oste di gente a cavallo? Gerusalemme
fu liberata, i Saracini giacquero sul campo, e Carlomagno tornossene
a Costantinopoli, dove rimase tre giorni colmato di presenti e d'ogni
maniera di ricchezze: «Destrieri, palafreni, uccelli da preda, pallii
e drappi di seta, di varii colori, e tutta la gloria delle pietre
preziose. Carlomagno non volle niente accettare, e il medesimo i suoi
baroni, però che essi eran venuti da pellegrini, e per liberare il
Santo Sepolcro; quando Costantino, l'imperatore d'Oriente chiamò Carlo,
l'imperatore di Francia, e gli parlò in questo modo: «Sire, diletto
amico, re di Francia ed imperatore augusto, io ti prego umilmente, per
amore e per carità, che tu e l'oste tua vogliate prendere e scegliere
a grado vostro di queste ricchezze, che sono qui raccolte per voi
e per le vostre genti, e molto più ci gradirebbe che le pigliaste
tutte.» A che l'imperator Carlo rispose che nol farebbe in modo niuno,
perchè egli e le sue genti eran venuti colà per l'acquisto delle cose
celestiali, e non delle ricchezze terrene, ed aveano di buon cuore
sofferte quelle fatiche e quel viaggio per meritarsi la grazia di
Nostro Signore, e non mica la gloria di questo mondo».