Lodovico altro non era in Aquitania che il prefetto di Carlomagno, ed

a così dire, il braccio meridionale del potente imperatore a tener i

vassalli in devozione. Ecco parole ancor dell'antico cronista. «(787)

In questo tempo, un Guascone, di nome Adalrico, avuto nelle mani, per

inganno, Corsone duca di Tolosa, gli fece prometter, con giuramento,

fede a lui stesso, poi lo lasciò andare. A castigar la quale insolenza,

i re ed i grandi, col cui consiglio governavasi il reame d'Aquitania,

convocarono una dieta generale in certo luogo della Settimania,

chiamato la _Morte dei Goti_, innanzi cui fu citato Adalrico; ma

egli conscio a sè della sua colpa, non ci volle venire finchè non fu

rassicurato da reciproci ostaggi, e pel rischio ch'essi correvano, non

gli fu fatto male alcuno, anzi largamente presentato, renduti i nostri

statichi e riavuti i suoi, gli fu concesso d'andarsene. Re Lodovico,

convocata una dieta generale della nazione, vi deliberò intorno alla

presente condizion delle cose. Poi che Borgognone era morto, il contado

di Fezenzac fu dato a Luitardo, ma i Guasconi partir non potendolo,

si sollevarono, e uccisa col ferro una parte degli armigeri del nuovo

conte, condannaron gli altri a morir nelle fiamme. Chiamati quindi in

giudizio, sulle prime ricusaron d'ubbidire, ma costretti a comparire,

soggiacquero alla pena che tant'audacia si meritava, e parecchi di

coloro, condannati alla legge del taglione, furon fatti morire sul

rogo. (813) Convocata una dieta generale, re Lodovico vi annunziò aver

avuto avviso della sollevazione d'una parte della Guascogna, la quale

volea spiccarsi da' suoi stati, a cui da lungo tempo apparteneva;

il pubblico bene richiedere che si castigasse quello spirito di

ribellione. Applaudirono tutti al partito del re, persuasi di non

dover altrimenti sostenere tanta tracotanza da parte di quei sudditi,

e aversi a troncare il male dalla radice. Raccoltosi dunque e ordinato

l'esercito, il re mosse fino a Dax, dimandando che gli fossero dati in

mano i motori della sollevazione, nè obbediendo essi, entrò nelle loro

terre, e consentì ai soldati di far man bassa d'ogni cosa. Finalmente

quando i rei si videro dato il guasto a tutti i loro averi, vennero a

pregar perdono, e l'ottennero a prezzo di tanta ruina. Dopo di che il

re, superato il difficil varco de' Pirenei, calò a Pamplona, ma poi,

quando fu a ricalcar que' burroni, i Guasconi si provarono a esercitar

la solita perfidia loro, ventura però ch'essi furono antivenuti e

delusi dalla prudenza e destrezza dei Franchi. Un dei loro, che s'era

troppo innoltrato, fu preso e impiccato per la gola, intantochè agli

altri si toglievano le donne e i figliuoli. Insomma sì ben si provvide,

che in questa volta la iniquità de' Guasconi non fu di pregiudizio

alcuno nè al re nè alle sue genti[228]».

Carlomagno dunque imponeva di questo modo anche a' Guasconi la legge

di dispergimento che avea per sempre disfatta la nazione dei Sassoni;

tale si era il sistema di unità politica che quel conquistatore a'

popoli imponeva. Ciascun anno era di questo modo contrassegnato d'una

sollevazione di quegli alpigiani, se non che Carlomagno, fermo ne'

suoi castelli e poderi del Settentrione, se ne dava, quanto al domarli

con l'arme, poco fastidio e lasciava fare a Lodovico re d'Aquitania,

suo figlio. Appena ei fece in persona due corse e rapidissime nelle

provincie meridionali, e sia che gli cuocesse in cuore la memoria di

Roncisvalle, sia che, figlio di schiatta germanica, non si dilettasse

alla vista delle australi campagne della Gallia, ad altre mani

confidava il raffrenar que' popoli meridionali, e contenta va si delle

relazioni dei _missi dominici_ e della valida soprintendenza dei conti

franchi da esso instituiti nell'Aquitania.

Senzachè, noi siamo già in tempi che i Saraceni o Mori d'Affrica o di

Spagna mostrano di ristarsi dalle tumultuose loro irruzioni per mezzo

a' Pirenei, nè più compaiono a torme innumerevoli, come già faceano

sotto Carlo Martello e Pipino; anzi nè indizio pure abbiamo d'alcuna

un po' rilevata spedizione contro i Franchi, nè di veruna di quelle

guerre sante comandate da Maometto a' suoi ardenti settatori. Dopo la

predicazione di Acammo nelle moschee e la rapida sua correria nella

Settimania, noi li vediamo starsi continuamente in sulle difese, nè mai

primi ad assalire; anzi beati per quel poco di riposo che l'attempata

età di Carlomagno da pochi anni ad essi concede, conchiudono paci

e tregue a dispetto di quella inesorabil sentenza di Maometto:

«Combattete gl'Infedeli, finchè sola domini sulla terra la religione di

Dio».

Ma se i Saracini di Spagna s'accostavano per trattati a Carlomagno,

così non faceano i Mori d'Affrica; se non che le forme della guerra

mutavano. Già fin dall'ottavo secolo, arditissimi navigatori, costoro

si danno, al par de' Normanni, alle spedizioni marittime, armano

flotte, e abbiam dalle cronache antiche com'essi depredarono le isole

Baleari, la Sicilia, la Sardegna, la Corsica; tutte le coste di lor

paventavano, e il Mediterraneo era pieno delle armate barche loro

che giù pe' fiumi penetravano fino alle città principali, e ben lo

seppero la Provenza, la Settimania, da que' barbari disertate, sì che

le città loro anche più floride videro violati i monasteri, disperse

le reliquie, spogliati gli altari, e il convento di San Vittore a

Marsiglia, per salvarsi, fu costretto di cingersi d'alte mura a guisa

di rocca.

Di questo modo le condizioni della guerra vanno mutando. Carlomagno è

certamente il principe più formidabil che sia nelle grandi spedizioni

di terra, niuno può tenergli fronte quand'ei muove guidando i suoi

leudi alla guerra; i popoli sono gli uni su gli altri incalzati e

ributtati con rapidità quasi miracolosa; ma ecco in breve operarsi

contr'essi la riazione; tu diresti che, al veder sorgere questo

gigantesco edifizio, i nemici della razza austrasia ne indovinino

quasi per istinto e preconoscano il lato debole, onde e Danesi e

Saraceni si gittano al mare, e si danno al corseggiare, al predar la

marina. Essi contender possono l'impero a Carlomagno e render vane le

forze sue, quella germanica sua cavalleria, bardata di ferro, è fatta

impotente; nulla può l'arte sua militare; le animose flotte lo sfidano

sul Mediterraneo e sull'Oceano; a settentrione già si mostrano i Danesi

sulle barche loro costrutte nel Baltico; a mezzodì i Saraceni di Spagna

e d'Affrica già stanno per penetrar fino al Rodano.

In Italia il tener in devozione le razze vinte è cosa più facile che

altrove, e le conquiste son ivi più durevoli, perchè a tutto si pon

rimedio con una spedizione militare, e il varcar le Alpi è cosa da

nulla per quei tanto intrepidi eserciti austrasii. Pipino, re d'Italia,

è luogotenente colà dell'imperatore, in quella guisa che Lodovico

ha questo titolo alla frontiera de' Pirenei; nè Carlomagno per altro

attende a questa guerra, se non perchè l'Italia si congiunge col Tirolo

e coll'Alpi, che sono le chiavi della Germania, e padron come egli

è della Pannonia e della Dalmazia, gli convien serbare la Lombardia

insiem co' feudi che gli danno il dominio dell'Adriatico. Le guerre

d'Italia divengono dunque il suo campo d'esercizio dov'ei trovasi a

fronte non che dei Greci, degli Unni ancora, degli Avari e dei Bulgari,

che accampano nel mezzo dell'Europa; ond'è che le sue guerre italiche

van di conserva con le germaniche, e quando Pipino si parte dal regno

di Lombardia a condursi per la via del Tirolo e dell'Alpi venete fino

in Lamagna, anche l'imperatore si parte dal Reno e dal Danubio, per

venire a congiungersi con suo figlio, e muovere di concordia contro

le tribù erranti che vivono sotto la tenda, dal Danubio fino alla

Bulgaria.

Gli Unni e gli Ungheri sono i primi contro i quali fa impeto

Carlomagno, che avendo essi spalleggiata la sollevazione dei Bavari,

tanto bastò ad accender contro di loro la collera dell'implacabile

Austrasio. Questa guerra contro le tribù erranti e questi scontri

tra i Franchi ed i Barbari, ebbero principio di buon'ora, però che si

legge nelle cronache: «(792) Il re si trattenne in Baviera a cagion

della guerra cogli Unni, e rizzò sul Danubio un ponte di barche per

giovarsene in essa, e celebrò la festa del Natale e quella di Pasqua.

(795) Nel tempo che il re stava a campo sull'Elba, furono a lui alcuni

inviati, venuti dalla Pannonia, l'un de' quali era un capo degli Unni,

da' suoi chiamato Tudone, che promise di ritornare e farsi cristiano.

Il re tornò quindi ad Aquisgrana, dove passò il suo tempo come al

solito, e celebrò le solennità di Natale e di Pasqua. (796) Pipino

cacciò gli Unni oltre il Tibisco, smantellò il palazzo del re loro,

al quale palazzo gli Unni danno il nome di _ring_ e quel di _campo_

i Longobardi, predò quasi tutte le ricchezze degli Unni; poi si rese

ad Aquisgrana per passarvi l'inverno con suo padre, a cui offerse

le spoglie del regno che seco avea portate. Tudone intanto, colui

di cui detto è più sopra, serbando la sua promessa, recossi dal re e

fu battezzato con quanti lo accompagnavano, e avuti di bei presenti,

tornò al suo paese, giurando prima fedeltà; ma non la tenne gran tempo,

nè gran tempo andò ch'ei fu castigato della sua fellonia. (805) Il

cagano[229], o principe degli Unni, venne all'imperatore pe' bisogni

de' suoi popoli, e gli domandò un luogo da abitarvi tra Sarvaro ed

Amburgo, però che quei popoli durar più non potevano nelle loro prime

dimore a cagion delle continue irruzioni degli Schiavi, chiamati

Boemi. Infatti codesti Schiavi, il cui capo avea nome Lecone, correvan

le terre degli Unni, il cagano de' quali era cristiano, e chiamavasi

Teodoro. L'imperatore lo accolse benignamente, esaudì le sue dimande,

lo presentò largamente e l'accomiatò. Tornato al suo popolo, poco

tempo dopo uscì di vita, e il nuovo cagano inviò uno de' suoi grandi

a dimandar la conferma dell'antica dignità sopra gli Unni in lui

pervenuta; e l'imperatore fu contento, e ordinò che il cagano avesse la

signoria di tutto il reame, secondo la consuetudine de' loro antenati».

Queste guerre con le tribù erranti e questi trattati di pace con

barbare nazioni, van seguitando per un lungo tratto di tempo sino a

finito il regno dell'imperatore. Certo la fama di Carlomagno doveva

esser ben grande, se da ogni parte venivan così a fargli omaggio; non

v'era nazion barbara che non s'inchinasse al suo piede, chè il nome

d'un conquistatore, avea per quelle selvagge nazioni ben più potente

prestigio, che non il nome d'un legislatore o d'un supremo intelletto;

quella che più d'ogni altra cosa sbalordisce i Barbari, si è la forza

prepotente che mostrasi nelle battaglie, e si fa ubbidir dalla terra;

Alessandro, Cesare, Carlomagno e Tamerlano, sono i nomi ch'elle serbano

nella memoria, e raccontano sotto la tenda; questi nomi vivono al

sicuro dai guasti del tempo, benchè sfigurati, come i bronzi dalla

ruggine dell'età. Ora niun di così fatti nomi può a quel compararsi di

Carlomagno; perchè in qual contrada non risonò egli? e qual è il paese

che non serbi memoria di lui? qual è l'opera del nono secolo che non

porti impresse le orme sue?

CAPITOLO XVII.

SVOLGIMENTO DELLE CONQUISTE FAVOLOSE DELL'IMPERATORE CARLOMAGNO.

Le due maggiori propaggini delle conquiste favolose. — Gerusalemme.

— Sant'Jacopo di Compostella. — Spirito dei pellegrinaggi. —

Relazione di Turpino. — Persecuzione de' cristiani d'Oriente.

— Il patriarca di Costantinopoli. — Sue lettere a Carlomagno.

— Consiglio co' baroni pel santo viaggio. — Partenza per

Costantinopoli. — Liberazione di Terra Santa. — Traslazione

delle reliquie più famose. — La santa corona e il santo chiodo. —

Miracolo. — Il tesoro di san Dionigi. — La visione di Carlomagno

intorno a Sant'Jacopo di Compostella. — Enumerazione delle città

prese da Carlomagno in Ispagna. — I prodigi. — Le battaglie contro

i Saraceni ed Agolante lor capitano. — Rassegna dei baroni che

seguono l'Imperatore al pellegrinaggio. — Agolante ed i Saraceni

sconfitti. — I Mori d'Affrica e Ferracuto o Ferraù. — Senso e fine

di tutte le leggende favolose delle conquiste.

800 — 814.

Di mano in mano che le conquiste di Carlomagno imperatore vanno

pigliando un andamento rapido e universale, anche le leggende

amplificano la poesia dei loro racconti; già esse hanno accennati i

punti del mondo, sui quali egli rimbombar fece lo strepito dell'armi

sue, ma dappoi ch'egli ha vestito la porpora imperiale, i cronisti,

con le loro ciarlerie, s'impadroniscono più che mai di questo nome per

esaltarlo e portarlo sempre più a cielo. Questi racconti a fantasia

non han più misura, e tale si è la potenza della opinione in onor

di quell'eroe, che le cronache più autentiche raccolgon le dicerie

favolose, come fossero verità, e sei secoli appresso non si mette pur

dubbio che Carlomagno non abbia davvero compiuto le imprese che la

leggenda gli attribuisce.

I due episodii che la _Cronica di san Dionigi_ attende principalmente

a svolgere, seguendo la relazione di Turpino, sono la conquista del

Santo Sepolcro e la liberazione di Sant'Jacopo di Compostella. Le quali

due imprese si compiono in dipendenza de' due pellegrinaggi, l'uno al

Sepolcro di Gesù Cristo, l'altro all'arca del Santo protettore de'

Cristiani in Ispagna. Il pensiero del pellegrinaggio collegavasi a

que' dì con quello della conquista; prima veniva il pellegrino tutto

solo per adorare il Santo Sepolcro, poi una banda, poi finalmente un

esercito che invadeva il paese; tale si era il procedimento dei voti

di pellegrinaggio, che a quella irrequieta generazione, era necessità

di muoversi e fare; starsi ella non potea così cheta, dentro il

chiuso delle sue mura, e avea bisogno di respirar l'aria aperta del

paese lontano, in cima de' monti o nelle valli, alla caccia, per le

scure foreste o in romeaggi alle regioni straniere. Queste favolose

spedizioni ai sepolcri di Gerusalemme e di Sant'Jacopo, che troviam

nella vita di Carlomagno, preparano due grandi fatti della storia, le

crociate del secolo undecimo e la liberazion della Spagna, sottratta al

giogo de' Mori.

Il falso Turpino, il poeta cronista, l'arcivescovo di Reims, fu quegli

che primo narrò le meraviglie di questa doppia conquista; nè si vuol

credere altrimenti che questa epopea sia una creazione degli ultimi

tempi del medio evo, chè ella si collega invece con un'epoca quasi

contemporanea, e la troviam come una santa tradizione nei manoscritti

del secolo decimoterzo[231], e ognuno ne può seguire le tracce anche

al secolo undecimo. Così pure, alla quarta generazione dell'epoca

carolingica, teneasi per cosa certa che Carlomagno avesse liberato il

santo sepolcro di Cristo, e conseguite maravigliose vittorie contro i

Saraceni ed i Mori. E perchè la storia non renderà ella conto di queste

due tradizioni che si mantennero nell'età più rimote? E non formavano

esse il diletto dei nostri padri, e il vanto delle antiche generazioni?

Per qual ragione non racconteremo le imprese e le gesta che i nobili

cavalieri attribuiscono al poderoso braccio ed al senno del magno

imperatore? Le sfrondi pur la critica severa, quando chiama a sindacato

la cronaca delle morte età; quanto a noi che andiam cercando le

vestigia delle credenze già spente e delle passate grandezze, facciamo

anzi di rammentare, gloriando, questi racconti degli alti baroni,

massime se rivelin lo spirito d'un tempo: chè in tutte le età la nobil

nostra patria ebbe le sue gloriose credenze, il suo culto alla gloria,

i suoi simboli di grandezza e di patria devozione.

Ecco dunque succedere una gran persecuzione contro la cristianità nella

terra d'oltremare, i Saraceni penetrar nelle contrade della Siria,

insignorirsi di Gerusalemme, e contaminare il Santo Sepolcro, sì che

il vecchio patriarca, costretto alla fuga, viene a trovar Costantino

imperatore di Bisanzio, e suo figlio Leone. «Con pianti e lagrime

raccontò loro il grande strazio e la gran persecuzione che erano nella

terra oltremare, come gl'infedeli Saraceni aveano presa la città,

contaminato il Sepolcro e gli altri luoghi santi della città diserta,

prese pur le castella e le città del reame, guaste le campagne, e il

popolo, parte ucciso e parte menato schiavo, e fatto tanto vitupero a

Nostro Signore, e tanta persecuzione al suo popolo, da non esservi cuor

d'uomo cristiano che non debba andarne mesto e corrucciato.[232]»

L'imperator Costantino medesimo non poteva non contristarsi a questa

novella del Sepolcro contaminato; ma non poteva egli solo guerreggiare

in Palestina, e non avea forze bastevoli ad opporsi agli Infedeli. Ora

tutti sapevano a quei giorni che in Occidente veniva sorgendo un grande

impero, e che la stirpe austrasia maggioreggiava mercè la potenza sua

ed i suoi leudi; onde Costantino mandò suoi ambasciatori a Carlomagno,

con una lettera, suggellata per lui, del patriarca Giovanni, sargente

dei sargenti di Dio[233] in Gerusalemme; e con essa lettera un'altra

di Costantino e di Leone, tutta in seta ricamata d'oro, da cui pendeva

un bel suggello; la qual lettera così diceva: «Costantino e Leone,

suo figliuolo, imperatori e re delle parti orientali, infimi fra

tutti, ed appena degni d'essere imperatori, al famosissimo re delle

parti d'Occidente, altissimo Carlo, potenza e signoria sempre felice.

Dilettissimo amico Carlo il Magno, quando tu avrai vedute e lette

queste lettere, sappi che io non ti scrivo per diffalta di cuore, nè

di gente nata da cavalleria, però che alcune volte io ebbi vittoria

de' pagani con manco cavalieri e gente ch'io non ho, e li cacciai

da Gerusalemme da essi presa e ripresa due o tre fiate, e ben sei

volte gli ho vinti e cacciati dal campo con l'aiuto del Signore, e

presine ed uccisi ben delle migliaia. Ma che t'ho a dire? E' bisogna

che tu sia ammonito da Dio per mezzo mio, non per li meriti miei,

ma sì per li tuoi, a compiere questa grande impresa. Però che una

delle passate notti, mentr'io stava pensando al modo di cacciare i

Saracini, ebbi questa visione: In quella, dissi, ch'io stava in questo

pensiero, e pregava Nostro Signore, che mi mandasse alcun aiuto, mi

apparve d'improvviso innanzi al letto un damigello che mi chiamò assai

leggiadramente per nome, e scossomi così un poco, mi disse[234]: —

Costantino, tu hai chiesto aiuto a Nostro Signore nella tua impresa,

ed ecco ch'egli ti comanda, per mezzo mio, di chiamare in tuo soccorso

il Magno Carlo di Francia, difensore della Fede e della pace di Santa

Chiesa. — E allora mi mostrò un cavaliere tutto armato d'usbergo e di

cosciali e schinieri, con uno scudo al collo, la spada al fianco con

elsa vermiglia, e una lancia bianca in pugno, che parea mandar fiamma

dalla punta. Nell'altra mano aveva un elmo d'oro, e all'aspetto era

vecchio con lunga barba. Era bellissimo di volto, grande della persona,

avea bianco e canuto il capo, e gli occhi splendevano come stelle. Non

è adunque da dubitare che queste cose non sieno fatte e ordinate per

volere di Nostro Signore, ed avendo noi di certo luogo saputo qual

uomo tu sei, e quali sono i tuoi fatti e costami, ce ne rallegriamo

nel Signore, e gli rendiamo grazie nelle tue gesta meravigliose,

nell'umiltà tua e nella tua pazienza. Io fermamente mi confido, che

l'impresa avrà felice compimento pe' tuoi meriti e per l'opera tua,

però che tu sei il difensor della pace, e la cerchi con gran fervore,

e quando l'hai trovata, sì la conservi e mantieni con grand'amore e

carità.

«Ora, i detti ambasciatori trovarono Carlo imperatore nel suo

palazzo, ed egli pure fu dolentissimo a questa novella dei disastri

di Palestina, e versò largo pianto, udendo il doloroso messaggio. I

messaggeri, questo pure si vuol sapere, venivano accolti nella badia

di San Dionigi in Francia. L'imperatore, rotti i suggelli, fece in

più d'un tratto per legger le lettere, chiedendogli i baroni: «Sire,

che cosa cantar possono quelle carte?» Allora, fatto chiamare a sè

il prudente arcivescovo Turpino, che era sapientissimo, il richiese

d'interpretar quegli scritti, numerosissima essendo la corte dei

baroni d'intorno a lui, però che era quasi un parlamento: «Orsù, miei

fedeli, disse lor Carlomagno, che consiglio mi date?» ed essi ad una

voce risposero: «Re, se tu pensi che noi siam sì stanchi e travagliati

da non poter sostenere la fatica d'un sì gran viaggio, noi siamo qui,

e protestiamo che, se tu, signor nostro in terra, nieghi di venir con

essonoi, nè vuoi condurci, noi moveremo domani, al sorger del giorno,

insiem con questi messaggeri, parendoci che nulla ci debba esser grave,

se Dio si fa nostra guida.» Immaginate come l'imperatore fu lieto di

simile risposta; egli fece dunque mandar grida per tutte le terre che:

«quanti, e giovani e vecchi, marciar volessero contro i Saracini, tutti

pigliassero le armi». E la moltitudine fu sì grande che più non si

sapea come albergarla.

«Ecco dunque Carlomagno ed i suoi baroni, che si mettono in via con

tutta l'oste loro. Niuno raccontar potrebbe le avventure accadute per

viaggio; attraversati boschi e monti, giunsero, cammin facendo, ad

una selva, che trovaron tutta piena di grifoni, tigri, orsi, lioni e

d'altre maniere di belve; e più d'una volta smarrirono la via diritta,

nè sapevan dove andassero, o se dovessero tornare indietro, e allora il

gran Carlo si pose a leggere nel suo salterio: «Messere Iddio, guidaci

tu con la voce de' tuoi comandamenti». Ed a gran miracolo s'udì la voce

di un augellino gridar tutto giubilante: «Franco, Franco, che di' tu,

che di' tu?» E i Greci anch'essi ne rimasero maravigliati, perchè ci

avean bene tra loro certi uccelli che cantavano _Cara Basilon Anichos_

(salute, re invitto), ma niuno che avesse mai parlato come il detto

augellino, che guidò l'imperatore per la via da seguire.

Chi resister poteva a questa grand'oste di gente a cavallo? Gerusalemme

fu liberata, i Saracini giacquero sul campo, e Carlomagno tornossene

a Costantinopoli, dove rimase tre giorni colmato di presenti e d'ogni

maniera di ricchezze: «Destrieri, palafreni, uccelli da preda, pallii

e drappi di seta, di varii colori, e tutta la gloria delle pietre

preziose. Carlomagno non volle niente accettare, e il medesimo i suoi

baroni, però che essi eran venuti da pellegrini, e per liberare il

Santo Sepolcro; quando Costantino, l'imperatore d'Oriente chiamò Carlo,

l'imperatore di Francia, e gli parlò in questo modo: «Sire, diletto

amico, re di Francia ed imperatore augusto, io ti prego umilmente, per

amore e per carità, che tu e l'oste tua vogliate prendere e scegliere

a grado vostro di queste ricchezze, che sono qui raccolte per voi

e per le vostre genti, e molto più ci gradirebbe che le pigliaste

tutte.» A che l'imperator Carlo rispose che nol farebbe in modo niuno,

perchè egli e le sue genti eran venuti colà per l'acquisto delle cose

celestiali, e non delle ricchezze terrene, ed aveano di buon cuore

sofferte quelle fatiche e quel viaggio per meritarsi la grazia di

Nostro Signore, e non mica la gloria di questo mondo».

Storia di Carlomagno vol. 1/2 · 第 21 / 26 段