La parte epica della guerra ebbe termine con Vittichindo, e la

conversione di questo capitano, la fede e l'omaggio da lui prestati,

operarono un notabil cangiamento nello stato politico e militare dei

Sassoni; essi non han più questa grande individualità intorno a cui

raccogliersi; già ci son conti belli e stabiliti, ed i vescovi a lato

dei conti, i primi con la forza militare, i secondi con la podestà

coercitiva e morale; gli uni sopravveggono le tribù, gli altri le

istruiscono e aggentiliscono. I quali due ordini sono validi sì, ma

pur niente ancora risolvono, però che lo spirito sedizioso, inquieto

dei Sassoni continuamente si manifesta, e le croniche il dicono ad ogni

tratto; in prova ecco quanto leggesi negli annali contemporanei, sette

anni e non più dopo la conversione di Vittichindo (793): «Mentre il re

facea pensiero di terminar la guerra incominciata, ed avea deliberato

d'invader di nuovo la Pannonia, gli venne avviso come le milizie

condotte dal conte Teodorico, erano state sorprese e tagliate a pezzi

dai Sassoni, vicino a Rastringen sul Veser. Saputo questo il re, ma

dissimulando la gravità del male, rinunziò all'impresa di Pannonia

(794). Il re deliberossi di assaltar la Sassonia con un esercito

diviso in modo che egli stesso v'entrasse con una metà di quello per

la parte meridionale, mentre che suo figlio Carlo[220] passando il Reno

a Colonia, vi penetrasse con l'altra metà per la parte occidentale. Il

qual disegno gli venne compiuto non ostante che i Sassoni, fatta fronte

a Sinfeld, ivi aspettassero il re per combatterlo. Ma poi disperatisi

della vittoria, che pur dianzi tenevano vanamente per sicura, si

arresero a discrezione, e vinti senza colpo tirare, si sottomisero,

dando statichi, e giurando solennemente fedeltà ed obbedienza. (795)

Quantunque i Sassoni avessero, l'anno scorso, dato statichi, e prestato

ogni sorte di giuramento ad essi imposto, il re, non dimentico della

perfidia loro, tenne, secondo le forme, la dieta generale nel palazzo

di Kuffenstein, a riva del Meno, oltre il Reno, rimpetto a Magonza.

Egli entrò quindi in Sassonia con l'oste sua, e la corse quasi tutta,

predandola; poi giunto a Bardenvig, vi rizzò il suo campo ad aspettar

l'arrivo degli Schiavoni, a cui aveva dato ordine di venire; ma avuto

avviso che Vilzano, re degli Obotriti, nel passar l'Elba era caduto

negli agguati dei Sassoni a lui tesi presso quel fiume, ed era stato

morto da essi: questa perfidia aggiunse nell'animo del re nuovo stimolo

ad assaltar, più presto che potesse, i nemici, e nuova ira contro

quella misleale nazione. Diede il guasto ad una gran parte del paese,

ebbe gli statichi da lui richiesti, e ritornossene in Francia. (796)

Il re assaltò in persona la Sassonia con l'oste dei Franchi, e dato

il guasto ad una gran parte del paese, tornò a passar l'inverno al

palazzo suo d'Aquisgrana. (797) Il re entrò in Sassonia per conculcar

l'orgoglio di quel popolo infido, nè si fermò prima di aver corso tutto

il paese, perch'egli si spinse fino agli ultimi confini, al luogo dove

la Sassonia è bagnata dall'Oceano, tra l'Elba ed il Veser. (798) Il

re, forte adirato conto i Sassoni, perchè aveano morto Gotscalco, uno

de' suoi uffiziali, e parecchi altri conti, ch'ei mandava a Sigifredo

re dei Dani, raccolse l'esercito suo nel luogo chiamato Minden[221],

e posto il campo sulle rive del Veser, assalì i felloni che avean

rotta la fede, e vendicando la morte de' suoi inviati, mise a ferro

ed a fuoco tutta la parte della Sassonia che giace tra l'Elba ed il

Veser. (799) Il re tenne il suo general parlamento a Lippenheim,

presso il Reno; varcò questo fiume, con tutta l'oste, si condusse

fino a Paderborna, dove pose il campo, ed ivi aspettò l'arrivo di papa

Leone, che veniva alla sua volta. Intanto mandò suo figlio Carlo verso

l'Elba, con una parte dell'esercito, per dare assetto a certe bisogna

fra i Vilzi e gli Obotriti, e ricevere in fede alcuni Sassoni del

settentrione. (803) Il re, durante la state, attese a cacciar nelle

Ardenne, mandò un esercito in Sassonia, e fece dare il guasto a quel

paese fino al di là dell'Elba. (804) L'imperatore passò l'inverno ad

Aquisgrana; al ritornar della state condusse un esercito in Sassonia, e

trasportati in Francia tutti i Sassoni che abitavano oltre l'Elba, con

le loro donne e fanciulli, donò il paese loro agli Obotriti».

Tale si era l'usanza delle nazioni conquistatrici; la terra non era

per esse altro che una passeggera possessione, ed a somiglianza delle

tribù tartare, non aveano mai territorio stabile: lo tenevano finchè

avean la forza in mano, e quando un altro vincitore se ne impadroniva,

o erano da lui ridotti in servitù, o dispersi in altri paesi, od egli

dava la terra conquistata ad altre tribù, alla foggia degli Egizii

o dei Sirii. Le nuove guerre sassoniche, quali ci son dalle croniche

narrate, non hanno cosa più che somigli alle prime e potenti spedizioni

guidate da Carlomagno; quando Vittichindo capitanava quella gran

militare confederazione. Alla conversione di questo valoroso capo parve

andarne in dissoluzione quella soldatesca repubblica; nè più vediam la

massa intera dei Sassoni accorrer dalle rive dell'Elba e del Veser per

combatter Carlomagno ed i Franchi, ma solo alcune sparse tribù venir

l'una dopo l'altra ribellanti a combattere contro l'imperatore, come se

si confidasser di logorarlo così e spossarlo nella canuta età sua.

Questa guerra vien terminata con un partito da fiero conquistatore, il

dispergimento delle tribù militari della Sassonia, alcune delle quali

vanno a congiungersi coi Danesi, per indi tornar, pochi anni appresso,

ai danni dell'impero carolingico[222], mentre le altre sono come vane

spoglie trapiantate sullo stesso territorio dei Franchi, tanto che

dir si può i trentatrè anni delle guerre di Carlomagno contro quelle

popolazioni, aver avuto per risultamento l'esterminio per le armi, per

la cattività o per la fuga dei fieri e generosi Sassoni.

Nel corso delle quali guerre ha pur principio lo scontro di Carlomagno

cogli Scandinavi, e in ispezialtà coi Danesi che abitavano la quasi

che isola della Giutlandia, ed erano governati da un re, chiamato

dalle cronache Sigifredo, il fido amico e aiutatore in guerra di

Vittichindo. La Giutlandia era, siccome la Lombardia, il rifugio di

tutti i malcontenti dell'impero, di chiunque volea sottrarsi alla man

grifagna e ponderosa di Carlomagno, nè i Sassoni sì intrepidi furono e

sì pronti a correre a ricorrer sulle terre dei Franchi se non perchè

avean la spalla dietro dei Dani e di tutta la gente scandinava. Ogni

volta che essi s'arretrano innanzi alla possa dell'imperatore, ecco

avanzarsi come ausiliarii i Danesi, però che le terre loro sono in

pericolo, onde i conti franchi, stanziati da Carlomagno a difender le

marche e frontiere, vanno a rizzar loro accampamenti fin sulla terra

scandinava. Le cronache fanno spesso anche menzione di quel Gottifredo

che regnava sopra i Danesi, e qui pure bene sta di recar le relazioni

di quel buon tempo antico. «(804) Gottifredo, re dei Dani, venne con

un'armata navale e tutta la cavalleria del suo reame al luogo chiamato

Schleswig, sui confini delle sue terre e della Sassonia, e promise di

recarsi ad un parlamento coll'imperatore, ma impauritone dal consiglio

de' suoi, non venne innanzi più di così, ed acconsentì per ambasciadori

a quanto da lui si volle. L'imperatore, fermatosi vicino all'Elba,

gli avea spedito suoi mandati affinchè restituisse i disertori. (808)

All'entrar della primavera, avendo l'imperatore avuto avviso che

Gottifredo, re dei Dani, era entrato con sua oste nelle terre degli

Obotriti, inviò, con grosso nerbo di genti franche e sassoni, all'Elba,

Carlo suo figlio, con commissione di opporsi a quello stolto re, se

osasse trapassare i confini della Sassonia; se non che costui dimorato

pochi giorni su quelle rive, ed assediata e presa qualche fortezza

agli Schiavi, se ne tornò a casa con gran perdita de' suoi. (809)

Gottifredo, re dei Dani, mandò certi mercatanti dicendo all'imperatore

aver udito ch'egli era contro di lui adirato, per cagion dell'esercito

da sè condotto l'anno innanzi nelle terre degli Obotriti a vendicar le

proprie offese; però volere scusarsi dell'imputazion fattagli d'aver

lui primo rotto i patti, e chiedere che si tenga, al di qua dell'Elba,

e sui confini del suo regno, un congresso dei conti dell'imperatore

e de' suoi, affinchè si ponga di reciproco accordo rimedio alle cose

fatte. L'imperatore accolse la dimanda, e il congresso coi grandi

della Dania fu tenuto nel luogo appellato Badenstein. Quivi furon

recate innanzi da un parte e dall'altra molte bisogna, e l'adunanza fu

sciolta senza nulla conchiuder di proposito. L'imperatore, avuta quindi

a più d'un segno certezza dell'ardire e della tracotanza del re dei

Dani, ordinò di edificare una città al di qua dell'Elba e stanziarvi

un presidio franco; al qual uopo fatta leva di gente in Gallia ed

in Germania, la fornì d'armi e d'altre munizioni, dando ordine che

fosse per la via della Frisia condotta al luogo assegnato. Intanto

Trasicone, duca degli Obotriti, veniva a tradimento ucciso nel porto di

Revich dalla gente di Gottifredo. Determinato il luogo dove rizzar la

città, l'imperatore diè il carico di questa bisogna al conte Egberto,

commettendogli di passar l'Elba, ed occupar quel terreno che giace

sulla riva della Stura, e porta il nome di Esselfeld. Egberto e i conti

sassoni ne preser possesso verso il mezzo di marzo, e cominciarono a

fortificarlo. (810) L'imperatore, stando in Aquisgrana, meditava una

spedizione contro Gottifredo, quando appunto gli giunse repentinamente

avviso, come un'armata di duecento navi, venuta dal paese dei Normanni,

avea approdato in Frisia, e dato il guasto a tutte le isole adiacenti

e alle terre littorali, e come poi, penetrata in terra ferma, era già

venuta tre volte alle mani co' Frisoni, i quali avuta la peggio, erano

stati sottoposti a tributo, e seppe di più ch'essi avean già sotto

questo nome pagato cento libbre d'argento, e che il re Gottifredo

era dopo tutto questo ritornato al suo paese. La qual novella irritò

siffattamente l'imperatore, ch'egli spedì legati per tutte le parti

a raccogliere un esercito, ed egli stesso recossi immantinente alle

navi, e varcato il Reno al luogo chiamato Lippenheim, deliberò d'ivi

aspettar le milizie che ancor non erano arrivate. Raccolta indi l'oste,

si condusse, quanto più prestamente potè, sul fiume Aller, e rizzò il

suo campo vicino al luogo dove questo si versa nel Veser, aspettando

colà l'esito delle braverie di Gottifredo; però che costui, montato in

superbia e tenendosi stoltamente sicuro della vittoria, vantavasi di

voler misurarsi coll'imperatore. Ma dimoratosi quest'ultimo per alcun

tempo nel detto luogo, ebbe avviso come la flotta che avea predata la

Frisia, era tornata in Dania, e come il re Gottifredo era stato ucciso

da uno de' suoi.»

Questi moti dei Danesi già davan molto da pensar all'imperatore,

il quale fin da ora si studia di frenarli all'Elba, ponendovi un

antiguardo d'alcune migliaia di lance, e facendo sulle frontiere

accampare i conti sassoni a lui devoti, certo così di porre un

argine alle correrie loro. Ma con quell'occhio suo che tutto vedeva

e abbracciava, Carlomagno ha scorto che i mezzi militari, tanto per

l'assalto come per la difesa, vogliono essere mutati, e dando maggior

ampiezza alla guerra territoriale, varca i monti, i fiumi e le contrade

più lontane, e imita i Romani così nella composizione degli eserciti

come nelle marcie e contrommarcie loro. Se non che le irruzioni dei

Danesi vengono a mutar gli elementi della guerra, chè essi non son già

solamente valorosi soldati sul campo di battaglia, come i Sassoni,

ma, insiem con tutte le altre nazioni scandinave, si dan con ardore

alle spedizioni marittime, e hanno flotte e migliaia di navigli che

trasportano arditamente grosse schiere d'armati sulle spiaggie più

lontane, come si vide nella conquista della Gran Bretagna.

Carlomagno ben sa che quella è la parte da cui l'impero suo può esser

ferito; egli ha sempre combattuto in istrette ordinanze sulla soda

terra, e i suoi conti guidar sanno boschi di lance e cavalli bardati di

ferro, ma questo non vale a fermar le spedizioni marittime. Che opporre

a quella gente quand'ella si presenterà sulle spiaggie della Frisia e

della Neustria?[223] No, non v'è modo a combatter contro queste flotte

che penetreranno da tutte le parti; l'impero suo è simile ad un uomo

tutto loricato di ferro, colto nella giuntura del cosciale, e a leone

che indarno rugge e si dibatte quand'ha il pungolo della vespa entro le

carni. Carlo è già troppo innanzi negli anni per creare una marineria;

ci si prova, ma invano; quest'è il motivo onde tanto si accora sul

destino avvenire dell'impero suo ogni volta ch'ei vede in mare il

naviglio danese, chè ognun di noi è conscio dentro di sè delle cagioni

che distruggeranno un dì l'opera sua.

Lo stesso modo di coazione e raffrenamento copre tutta la frontiera

dell'impero, così a ostro come a settentrione; sol Carlomagno a sè

riserba il carico di ridurre i Sassoni e i Danesi, e muove a questa

guerra con la sua gente più bellicosa e col caro suo figliuolo

Carlotto, quel Carlotto sprezzato dalla baronia, e dalle canzoni

eroiche tanto svilito, confidando nel tempo medesimo a Lodovico re

d'Aquitania quanto è da fare nelle provincie meridionali. Nella

spedizione ch'ebbe per termine la funesta rotta di Roncisvalle,

Carlomagno ebbe a combattere due grandi popolazioni, l'una disgiunta

dall'altra; prima i Saracini o Infedeli, che avean varcato i Pirenei;

poi quell'indomita schiatta de' Guasconi, che celebrò gloriando il

fatto di Roncisvalle. E' pare anche fuor di dubbio che la più parte

de' Visigoti, onde componevasi la popolazione della Spagna, si fosse

disaffezionata al dominio dei Franchi e principalmente dalla stirpe

austrasia. Ci erano gelosie naturali e nimicizie di razza, e i Goti

accostavansi per via di nozze ai Musulmani[224]. Lodovico trovavasi

dunque aver questi tre popoli a fronte, quando suo padre gli confidò

il governo e il regno dell'Aquitania, sotto la tutela dei conti e

governatori delle marche, quasi tutti d'origine franca.

Con l'unica spedizione che fece Carlomagno oltre i Pirenei, prima di

cinger la corona imperiale, non avea portato il suo dominio più in

di là dell'Ebro; ben è vero che i romanzi della cavalleria fingono

la conquista feudale in lui di tutta la Spagna fino a Cadice e al

Portogallo (_portus Galliæ_); ma essa non oltrepassò Saragozza e

Pamplona. Su quella meridional frontiera venne quindi instituita

una specie di reggimento feudale, pur sempre foggiato sulla forma

romana dei campi militari; furon creati conti delle marche di Spagna

in sull'esempio dei conti sassoni, che tener dovessero in dovere le

popolazioni moresche, i Visigoti e i Sassoni stessi; nella quale

occasione le conquiste di Carlo in Ispagna furon divise in due

marche; la marca della Gotia o Settimania, che corrispondeva alla

Catalogna d'oggidì, ed ebbe Barcellona per città capitale, e la

marca di Guascogna, che comprendeva le città francesi della Navarra

e dell'Aragona[225]. Indi s'erano quasi dappertutto stretti vincoli

di vassallaggio tra gli alcaidi governatori delle città prossime alle

frontiere e Lodovico re d'Aquitania. Il governo dei Saraceni in Ispagna

erasi ridotto in brani, la guerra civile regnava colà in ogni luogo, i

figli del profeta si combattevano città contro città, uomo contro uomo,

e i conti franchi approfittar seppero di queste intestine discordie

per procacciarsi nuovi vassalli e conquistar nuove città. Lodovico

seppe bene sdebitarsi di questo incarico da Carlomagno addossatogli, e

rintuzzar con vigorosa mano quelle popolazioni fino all'Ebro.

L'Aquitania avea di que' giorni un sistema regolare di tenimento

feudale e di governo, e san Benedetto d'Aniano ci avea favorita la

civiltà. Al quale san Benedetto si dovea in ciò dar più merito che

non gli fu dato, essendo egli stato per l'Aquitania quel che fu

Bonifazio per la Germania. Da conte militare nell'esercito che fece

la spedizione di Lombardia, ei s'era quindi convertito a penitenza,

e dato a edificar per ogni dove magnifici monumenti e chiese, tutte

splendenti d'arte lombarda e bisantina. Il governo dell'Aquitania

potea di que' giorni servir di modello, e Lodovico ci ponea gran cura

e più d'una volta mosse contro la Spagna per consolidare il poter

suo e aggiunger nuove conquiste all'antiche. Lasciate le belle sue

tenute dell'Agenese, del Saintonge e del Poitù, se ne andava egli, una

volta fra le altre, seguito da gran moltitudine de' guerrieri suoi,

perchè era da conquistar Barcellona, sopra di che ascoltiamo ancora

gli antichi annali del Mezzogiorno. «(800) Il re Lodovico venne per

la seconda fiata a Tolosa, e di qua si mosse verso Spagna. Or mentre

ch'egli accostavasi a Barcellona, Zaddone, duca di quella città,

riconoscendosi già vassallo suo, gli venne incontro, ma senza tuttavia

dargli in mano la città. Il re passò oltre, e calando sopra Lerida, la

prese e smantellò, dopo di che e d'aver guaste ed arse parecchie altre

piazze forti, innoltrossi fino ad Uesca, le cui campagne, tutte coperte

di messi, furon dalla man del soldato falciate, e arse e guastate;

tutto che trovar si potè fuor della città, fu consunto dalle fiamme.

Terminata la spedizione, tornossene all'appressar dell'inverno in

Aquitania.»

Indi a pochi anni, il re vuol di viva forza rappiccar Barcellona stessa

all'Aquitania, necessaria essendogli questa città a compier la fronte

dell'Ebro; e d'altra parte convien correre ad impedir l'irruzione

minacciata dagli Arabi condotti da Acammo, i quali hanno già dato

il guasto ai Pirenei. Re Lodovico ed i suoi consiglieri (son sempre

parole degli annali) stimarono di dover ire a por l'assedio intorno

a Barcellona, onde, partito l'esercito in tre schiere, ei rimase con

la prima nel Rossiglione, mandò l'altra sotto il comando di Restagno,

conte di Girona, ad assediar la città e ad evitar che gli assedianti

non fossero alla sprovvista assaliti, ordinò alla terza di andar

ad alloggiarsi dall'altra parte della città. Gli assediati intanto

mandavano a Cordova a sollecitare gli aiuti, e il re de' Saraceni

ponevasi tosto in via con un esercito. In questo mezzo la terza schiera

di Lodovico, in cui combattevano Guglielmo, prima insegna e Ademaro,

e cappate milizie, giunta a Saragozza, avuta spia che i nemici si

avanzavano, gittossi nelle Asturie, e fece, in due repentini assalti,

e principalmente nel secondo, gravissima strage, dopo di che, posto

in volta il nemico, tornò a congiungersi con quelli che assediavano

Barcellona, e stringendola tutti d'accordo, non permisero a persona

viva d'uscire della città, la quale trovossi ridotta a tal termine,

che gli abitanti si videro costretti di sveller dalle loro porte le

aridissime coreggie di cuoio per farne duro e sozzo pasto; intantochè

altri di quegli sciagurati, preferendo la morte ad una sì misera vita,

si precipitavano dall'alto delle mura. I più ancora si confortavan

colla vana speranza, che i Franchi verrebbero dal rigor dell'inverno

costretti a levar l'assedio; ma questa speranza pure andò delusa per

la prudenza e accortezza de' nostri, i quali, raccolti materiali da

ogni parte, si diedero a rizzar tende e capanne, come deliberati a

passar la vernata colà; onde gli abitanti, a tal vista, disperatisi di

più lunga resistenza e ridotti agli estremi, consegnarono il principe

loro, di nome Amur, ch'eglino aveano sostituito a Zaddone, parente suo,

e resero la città, non altro chiedendo, che di potersi ritirar dove

loro piacesse. Ma prima che ciò avvenisse, prevedendo i nostri che

la città, stanca da sì lungo assedio, avrebbe per amore o per forza

ceduto, aveano già, dopo matura deliberazione, mandato ad invitare

il re, affinchè la caduta di tanta città, sotto gli occhi ed ordini

suoi, gli procacciasse gloria maggiore; ed egli arresosi all'invito,

recavasi fra l'esercito degli assediati, e vi rimaneva sei settimane,

in capo alle quali la città davasi per patti al vincitore. Aperte

ch'ella ebbe le porte, facevala egli occupare il primo giorno dalle

sue guardie, ma quanto a sè, non volle entrarvi prima di aver ordinato

le feste in rendimento di grazie al Signore, con le quali intendeva

di consacrare al suo santo nome quella vittoria, di cui nulla più avea

desiderato[226]. L'appresso mattina quindi, preceduto da tutto il suo

esercito, dai sacerdoti e tutto il chiericato, entrò con solenne pompa

nella città in mezzo ad inni festosi, e si rendè al tempio della santa

e vittoriosa Croce, per ivi ringraziar Dio della concedutagli vittoria;

dopo di che, lasciato in Barcellona, col conte Bera, un presidio

composto di Goti, tornò a passar la vernata ne' suoi stati. Carlomagno,

suo padre, intanto, udito il pericolo che sovrastavagli dal canto de'

Saraceni, aveagli mandato Carlo suo figliuolo in aiuto; ma incontrato

questi a Lione un corriere, che gli annunziò la presa di Barcellona,

senz'andar più oltre, tornossene dal padre alla sua corte d'Aquisgrana.

Di questo modo andavan succedendosi le spedizioni contro la Spagna,

e la presa di Barcellona era venuta a raccender sempre più lo spirito

bellicoso delle franche popolazioni. Ora vogliono aver Tortosa, nè son

più guidate da Lodovico; ma i conti loro s'avanzano da sè verso l'Ebro,

ed ecco un di quei pellegrinaggi armati che prepararono le crociate.

Carlomagno avea comandato di sorprendere e cacciar i Mori dalla detta

città, ma non si potè fare, e il cronista contemporaneo ingenuamente

racconta il motivo di quest'improvviso ridestarsi delle genti

musulmane. Mentre «Abaid (così il cronista), duca di Tortosa, difendeva

da un lato le rive dell'Ebro, per impedire il guado ai nostri, che già

stavan più sopra varcandolo; un Moro, entrato nell'acqua per bagnarsi,

vide passar vicino a sè lo sterco d'un cavallo, e tosto messosi a

nuoto (i Mori sono finissimi) coglie quanto ne trova a galla, lo fiuta,

poi grida: «Badate, compagni, e state in sull'avviso, che questo non

è d'asino nè d'altro animale che si pasca d'erba, ma si è sterco di

cavallo, perchè composto d'orzo che suole essere il cibo de' cavalli e

de' muli. E però stiamo all'erta che certo più su lungo il fiume ci si

tende qualche agguato. — Onde tosto i Mori salgono a cavallo, e vanno

alla scoverta, e veduti i nostri, corrono a darne avviso ad Abard, il

quale, colto da spavento, abbandona il campo insieme con tutti i suoi,

dandosi alla fuga, e i nostri, predato quanto trovano intorno, passan

la notte sotto le tende dei Mori[227].»

Tortosa non s'arrese prima dell'anno vegnente, nè fu sola a

contrassegnar questo periodo di conquista in Ispagna, chè Uesca pure

riconobbe con essa la signoria dell'imperatore, quasi a dar compimento

all'ordine di difesa e custodia da lui posto verso l'Ebro, dove i

conti franchi colà accampati, oltre agli antichi acquisti, ebbero così

Barcellona, Tolosa ed Uesca.

In queste spedizioni i Franchi furono fiaccamente anzichenò secondati

dai discendenti della razza visigota, popolazione attigua della Spagna.

In sulle prime ed al tempo della prima spedizione di Carlomagno, i

Goti gli aiutarono, per verità, fortemente, per sottrarre sè stessi al

giogo dei Mori; ma poi che videro i conti franchi stabiliti fermamente

sull'Ebro, entrarono in sospetti e gelosie. Essi pure aveano i loro

capi nazionali, rozzi cavalieri che, usciti della schiatta de' Visigoti

e di quella prima famiglia di conquistatori, dal conte Giuliano tradita

col chiamare i Saraceni dall'Africa, viveano nelle Asturie e nei monti

della Navarra e della Castiglia; onde ingelositi de' Franchi padroni

de' Pirenei, eglino non vollero più aiutarli per tema di non passar

sotto un altro giogo. La conquista dunque di Carlomagno non si stende,

come si vede, gran fatto al di là dell'Ebro, mal grado gli sforzi del

figlio suo Lodovico; tre sole città a lui si sottomettono con alcuni

emiri che tradiscono la religion del Profeta; intanto che Acammo, re di

Cordova, riman pur sempre il dominator della Spagna.

L'alpigiana razza di Guascogna serba tuttavia le radicate ripugnanze

sue e gli astii suoi vivissimi contra gli Austrasii ed i Neustrii. Già

veduto abbiamo per Roncisvalle quanto potessero i duchi guasconi in

quelle inaccessibili loro dimore, e ancor ne parlano le insanguinate

rupi della Navarra; benchè sempre col piè sul collo, pur non mai

costoro rimangono cheti un istante sotto la dominazione di Lodovico.

Lupo, duca loro, era morto, lasciando due figliuoli, Adalrico e

Lupo Sancio, che diviser fra loro il ducato di Guascogna, come

feudo dipendente da Carlomagno. Ma qual doveva essere mai la fede di

quegli indomiti alpigiani? Imbaldanzivano alla memoria del fatto di

Roncisvalle, e le cronache antiche pur sempre toccano dell'irosa indole

loro e della loro inclinazione a levarsi in capo.

Storia di Carlomagno vol. 1/2 · 第 20 / 26 段