Egli è a presumere che appunto in siffatta contingenza, il pontefice,

a corroborar la propria autorità sua, concepisse il gran pensiero

di ricostruir l'impero d'Occidente sotto la spada di Carlomagno. La

qual esaltazione alla suprema dignità romana, far maggiore dovea la

grandezza del re de' Franchi, lusingare l'ambizion sua, ornar la sua

porpora e il suo diadema; poichè, come dissi, tutto che da Roma veniva,

avea pe' Barbari stessi un'impronta solenne. Leone lasciò l'Italia per

andare a trovar Carlomagno, e il cronista, conosciuto sotto il nome

di _poeta sassone_, espose quest'abboccamento seguito fra loro nella

città di Paderborna. Chi sa che non fosse appunto fra quelle intimità

che il papa e il re concertassero la politica ricostruzione dell'impero

d'Occidente?

Il poeta sassone ama in quest'occasione di ricordar le tribolazioni

del papa e i disordini di Roma. «In quella che Leone, dal suo palagio

recavasi a piedi alla chiesa di San Lorenzo, il popolo romano,

scagliandosi addosso di lui, l'oppressò di percosse, poi gli cavò gli

occhi e troncò la lingua; se non che Dio gli restituì con un miracolo

la vista e la parola[208]. Dopo di che fuggì dal carcere dove l'avean

chiuso, e si mise in via per venire da Carlomagno a Paderborna,

dov'egli allora trovavasi, mandando innanzi un legato a raccontargli

i mali da lui sofferti, all'udire i quali, Carlo, rattener non potendo

il suo sdegno, tien tosto una concione al suo popolo, per esortarlo a

recare aiuto al pontefice. Nè sì tosto ha egli finito di parlare, che

un lungo fremito si diffonde per l'adunata moltitudine, tutti accorrono

all'armi, e in brevissimo tempo, ecco pronto un formidabile esercito

a pro del pontefice. Carlo intanto scorre lento per mezzo al campo,

protetto il capo da un elmo d'oro, il petto di splendida corazza, e

recato in groppa da un destriero di straordinaria grossezza. Innanzi

al campo si spiegano in folla i sacerdoti partiti in tre schiere,

co' sacri vessilli della croce in fronte, e tutti, cherici e laici,

aspettano impazienti il pontefice. Odesi quindi tosto ch'ei s'avanza

in compagnia di Pipino, e Carlo allora fa formare un gran cerchio,

divide il suo campo in forma di città, e collocando sè stesso nel

mezzo, attende lieto l'arrivo del pontefice; egli sopravanza con l'alta

sua statura quanti gli sono d'intorno, e domina tutto il popolo. Ma

già il papa giunge alle prime schiere, le cui vesti, la lingua, gli

ornamenti e l'armi diverse lo riempiono di stupore[209]; eran esse

le schiere formate coi soldati venuti da tutte le parti del mondo.

Carlo affrettasi tosto d'andarlo a salutare con gran riverenza, ed

ei lo abbraccia e bacia in bocca, si stringon per mano e camminano a

pari, framezzando di cortesi parole i loro discorsi. Tutto l'esercito

si prostra per tre volte dinanzi al sommo pontefice; anche il

minuto popolo per tre volte curvasi nella polvere a' piedi suoi, ed

altrettante il papa innalza a Dio mentalmente le sue preghiere pel

popolo stesso. Giunti il re e il papa in mezzo al cerchio, parlan fra

loro di cose diverse; Carlo vuol sapere i mali patiti dal venerabil

prelato, ed a grandissimo suo stupore intende com'egli ha ricuperato

gli occhi e la lingua, strappatigli da un empio popolazzo. S'avviano

di poi verso il tempio, dove sulla soglia i sacerdoti intuonano un

inno di grazie in lode del Creatore; il popolo acclama, mentre passa,

il pontefice, ed innalza la sua gran voce fino alla volta de' cieli.

Condotto da Carlo, l'apostolo entra finalmente nel tempio, e vi celebra

con l'usata pompa il divin sacrifizio; dopo del quale il re induce

Leone a seguirlo nel suo palazzo, e in quella magnifica sede, con

pareti tutte addobbate di tappezzerie dipinte e sedili tutti splendenti

d'oro e di porpora, godono infinite e svariatissime delizie; poi

comincia il convito, aspettando già sulle mense il falerno in vasi

d'argento. Carlo e Leone mangiano e bevono insieme, poi, dopo il pasto,

il pio re colma l'ospite suo di magnifici presenti, e si ritrae alle

sue stanze, intantochè il sommo pontefice riacquista il suo campo. Tale

si fu l'accoglimento che Carlo fece a Leone in tempo che quest'ultimo

fuggiva dai Romani e dalla patria.

«Dopo questo solenne abboccamento, Carlo passa le Alpi seguito da' suoi

leudi e da alcune migliaia di lance; visita Milano, Ravenna, Rimini,

Pavia, nè guari va che le bandiere sue si spiegano nella campagna

di Roma, e ch'ei saluta da lunge le mura della città. Investito,

com'egli è, della dignità di patrizio, i senatori, i tribuni, i comizi

vengono ad incontrarlo, e l'accolgono con tutte le pompe dell'antica

Roma e della Chiesa. Egli è ivi come arbitro sovrano; papa, vescovi,

patrizii e plebe a lui ricorrono per ottener giustizia e ragione; egli

sentenziar dee sulle sanguinose questioni che dividevano papa Leone

ed i patrizi di Roma. Carlomagno ascende dunque il tribunale degli

antichi pretori[210]; Leone, accusato di colpe segrete, protesta con

solenne giuramento dell'intera innocenza sua, e la sentenza ricade

addosso de' suoi accusatori. Il papa venne quindi esaltato e condotto

processionalmente alle basiliche, dov'egli inginocchiossi dinanzi al re

de' Franchi, figliuol di Pipino, protettor del triregno[211].»

Le feste di Natale eran vicine, solennità della Chiesa cristiana che

Carlomagno godea di celebrar, come la Pasqua, nei monasteri o nelle

basiliche, e la festa del Natale era ancor più dell'altre magnifica,

perchè a que' tempi da essa principiava l'anno, e il popolo a turbe

correva alle chiese, chè la nascita di Cristo, la risurrezion del mondo

apriva le porte del nuovo anno. Al tocco della campana che suonò l'ora

dei pastori sul monte, Carlomagno recossi alla basilica di San Giovanni

Laterano, ove celebravasi, dopo mattutino, la messa del presepio, con

tutte le pompe del pontificato; l'altare fumava innanzi, e le croci

greche e latine risplendevano in mezzo ai piviali e alle vesti dorate

dei vescovi e dei diaconi. Carlomagno pregava Dio, inginocchiato

dinanzi alle reliquie, quando il popolo, agitato come l'onda del mare,

proruppe in acclamazioni, e mille voci si confusero per esaltare

il gran re dei Franchi, e gridarlo imperatore. Nel santo giorno in

cui nacque il Signore, dice Eginardo, mentre Carlo, assistendo alla

messa, levavasi da orare dinanzi all'altare del beato Pietro apostolo,

papa Leone gli pose in capo una corona, e tutto il popolo romano si

fece a gridare: _Vita e vittoria a Carlo Augusto, coronato da Dio

grande e pacifico imperatore de' Romani!_ Dopo l'elevazione fu quindi

adorato dal pontefice, secondo la consuetudine praticata co' principi

anticamente, e lasciato il nome di patrizio, fu chiamato imperatore ed

augusto.

Così, in quella solennità del Natale, giorno in cui nacque il Redentore

del mondo, ristaurato fu l'impero d'Occidente. Ma il pensiero ne

veniva di lunga mano; il patriziato altro non era che una preparazione

all'impero, ed i papi che avean bisogno d'un protettore, d'un aiuto

per difenderli contro gl'imperatori d'Oriente, esaltarono Carlomagno,

contrapponendo così spada a spada, sì che Leone non aveva oramai più

da temer i sediziosi Romani nè gl'imperatori d'Oriente, che agognavano

pur sempre l'Italia. Una specie di patto fermossi tra gl'imperatori

d'Occidente e i pontefici di Roma, conforme si vede nel gran mosaico

del palazzo di Laterano, dove Leone e Carlomagno a ginocchio si pongono

entrambi sotto la comun tutela di San Pietro[212].

Carlomagno, innalzato all'impero, ricolmò de' suoi doni la Chiesa

romana; ornò le arche benedette di pietre preziose e di sfolgoranti

gioielli, nè gli annalisti del pontificato si scordano di enumerar

le croci fregiate d'amatiste dal nuovo Augusto donate alle basiliche

cristiane, e ci furon tavole d'argento e bacili o patene d'oro, ed

un calice grandissimo destinato a distribuire al popolo il sangue di

Cristo e una croce sterminata adorna di giacinti, belli come le viole

di primavera. Una medaglia pur fu coniata per tramandare ai posteri

più lontani la memoria della instituzion dell'impero d'Occidente,

pur sempre durando tra l'altre, anche la consuetudine numismatica di

Roma. Da una parte ci si vede il simbolo della improvvisa esaltazione

di Carlomagno alla suprema dignità imperiale, e v'è incastrata

l'effigie del vecchio imperatore co' suoi maschi e marziali lineamenti,

qualificatovi per nostro signore, _Dominus noster_; dall'altra parte

si vede la città di Roma con l'antiche sue mura e coll'iscrizione

in caratteri maiuscoli, _Renovatio Imperii_. Ad attestar poi con

più magnificenza lo stabilimento del nuovo impero e la preminenza

dell'autorità sua, Carlomagno, il grande edificator di monumenti

pubblici, fabbricar fece, in Roma, ad imitazione dei Cesari, un palazzo

dove tenere udienza e ragione. Quind'innanzi tutto si scrive sotto

la data dell'impero, più non si parla di Carlo imperatore, se non

co' titoli di signore e d'augusto, e patrizii e comizii lo acclamano

lor sovrano e lor Cesare. Com'egli ebbe dato assetto alle cose della

nuova podestà sua, ripassò le Alpi a riveder le antiche foreste della

Germania.

Cotesto rinnovamento dell'imperio romano nei termini antichi imprime

d'ora innanzi una gran forma d'unità all'amministrazione delle terre

conquistate da Carlomagno. Sotto gli auspizi del suo scettro e della

porpora imperiale, due regni son già fondati, l'Aquitania e l'Italia,

i quali compongono, come se tu dicessi, il primo grado di quella

gerarchia che d'ora innanzi darà forma all'impero d'Occidente: due re

sotto lo scettro augustale, poi i popoli tributari che vivono nelle

marche e frontiere, e i grandi feudatari, specie di vassalli lontani

sotto l'imperial giurisdizione, come sono i duchi di Baviera, del

Friuli e di Benevento. Questo modo d'amministrazione, che vien quindi

ordinandosi e pigliando forme regolari, addita nel nuovo imperatore un

alto intelletto, però che la sua gerarchia poggia sopra tre principali

ordini di uffiziali che ricevono comandi immediati dal capo supremo

dello Stato. I primi risiedono stabilmente in una città, e magistrati

civili in uno e militari, traggon l'origin loro dalle forme romane,

con titolo, quasi dappertutto, di conti (_comites_), e amministrano la

giustizia, pigliano le armi quando n'è d'uopo a respingere il nemico

od a procedere innanzi alla conquista, di natura tuttavia più civile

che militare. I secondi, che governano le marche sotto il titolo di

capi e marchesi, hanno all'incontro un mandato militare più che una

magistratura[213]; e sono il tipo d'Orlando e d'Uggiero il Danese.

Risiedono essi alle frontiere, in faccia alle popolazioni barbare che

potrebber disertare l'impero, ed accampano a guisa de' centurioni e

tribuni che comandavan le legioni sugli ultimi confini dell'impero.

Finalmente v'ha una terza dignità di particolar istituzione dei

Carolingi, senza nulla di permanente, nulla di stabile, ma sempre

errante, dir vogliamo i _missi dominici_, che interpreti delle

istruzioni imperiali, or si recano in un distretto, ora in una città,

in sè congiungono tutti i poteri, radunano i comizii o gli eserciti,

presiedono le istituzioni municipali o i consessi che tengono ad

ogni tornar di stagione i magistrati delle città, gli uomini liberi,

i possessori delle terre, tutti quelli insomma che hanno obbligo

di servitù verso la corona. Il ministero dei _missi dominici_, come

vedremo, sta in cima di tutti gli altri.

Al tutto amministrativo è quest'ordinamento dell'impero di Carlomagno;

re o imperator ch'egli sia, e' conserva pur sempre e mantiene le

instituzioni inerenti ai costumi ed alle consuetudini germaniche; ci

vorrebbe in vero una grande smania di classificare a voler trovare

principii regolari nella congregazion delle assemblee de' campi di

marzo o di maggio; delle quali troppo s'è magnificata l'importanza,

quando altro non erano, aggreggiate intorno ai re carolingi, che

consessi militari e adunanze tumultuose, che venivano chiamate

dall'imperatore a deliberar insieme intorno a questo o quel soggetto

da lui medesimo proposto[214]. Quando trattavasi d'una spedizione

militare a cui muover dovessero migliaia di lancie, allora spettava ai

leudi ed ai possessori delle terre feudali l'accorrere al campo per

marciar sotto il gonfalone del loro signore; quand'era a conquistar

nuove terre e a fondar una signoria, ogni leudo montava a cavallo,

seguito dalla sua gente, il perchè siffatte assemblee, che prima

tenevansi al principiar di marzo, furono prorogate fino al maggio; chè

se il sole di marzo era languido, i foraggi scarseggiavano con danno

de' cavalli, laddove in maggio i prati eran fioriti, e poteasi stare

attendati in mezzo alla campagna. In queste adunate non si discuteva,

ma deliberavasi per acclamazione; l'imperatore diceva: «Fedeli miei, ho

risoluto questa o quella spedizione, in Ispagna o al di là delle Alpi,

contro gli Unni o gli Avari» ed i leudi a gridare: «Noi ti seguiremo,

_rex_ o _imperator!_» La spedizione era quindi tosto apparecchiata, e

pronto il sussidio militare promesso per acclamazione nelle diete, e

poche settimane appresso ella movea alla conquista.

Quand'era a trattarsi d'un giudizio civile, perchè l'assemblea del

mese di marzo o di maggio pronunziava pur sentenze di condanna e

d'assoluzione, convocavasi la medesima dieta; se non che composta di

leudi attempati, non atti più a marciar con le spedizioni militari,

di vescovi e di cherici, e tenevasi, a tempi non certi, qua e là,

ora in un castello, ora in un podere del patrimonio reale in mezzo

a qualche foresta. L'accusato compariva, come vedemmo far Tassillone

duca di Baviera, con dimessa e mesta fronte dinanzi a' suoi pari, i

quali lo interrogavano, lo stringevano, e la dieta così composta avea

facoltà di deporre un leudo, un conte, un duca ed anco un sovrano, e

di confinarlo in un monastero. In mezzo a queste diete di vescovi e di

cherici, Carlomagno dettava pure i suoi capitolari[215], grandi forme

legislative di quei tempi, mescuglio, confuso anzichenò, di provvisioni

civili ed ecclesiastiche, e per le quali era necessario il concorso

della forza materiale e della forza morale. I capitolari sono come

il ritratto dello spirito e della tendenza di quelle diete, tuttavia

superstiti nel diritto pubblico della Germania, dove principalmente son

da rintracciare le orme di Carlo imperatore, dove tutto si riferisce a

questa grande stampa d'uomo. In Francia, all'incontro, non n'abbiamo

che lievi vestigia, a segno che gli editti della terza schiatta

non tolgono quasi più nulla dai capitolari[216]; l'epoca importante

di Carlomagno è il passar suo dal regno diviso al regno unito, da

quest'ultimo al patriziato, e dal patriziato all'impero. Ma fin qui

tutto è guerra e conquista, chè l'ordinamento civile e politico solo

avvien quando la podestà è ben ferma, e ci convien vivere prima di

studiare e assegnare le condizioni della vita.

CAPITOLO XVI.

ULTIMO PERIODO E CONSOLIDAZIONE DELLA CONQUISTA CAROLINGICA.

Cambiamento nello spirito delle guerre. — Termine della conquista.

— Raffrenamenti. — Solerzia inaudita di Carlomagno. — Suoi viaggi

al settentrione e al mezzogiorno. — Vigilanza dei campi. — I

Sassoni. — Moti loro e sedizioni. — Entrano in campo i Danesi. —

Cambiamenti nei mezzi militari. — Forza marittima. — Punto debole

dell'Impero di Carlomagno. — I Saracini. — Le frontiere dell'Ebro.

— Lodovico d'Aquitania in Ispagna. — Apparizion dei Mori d'Africa.

— Flotte saracine al mezzogiorno, e flotte danesi al settentrione.

— Raffrenamento in Italia. — I popoli delle montagne e della

Puglia. — Ricapitolazione generale e ordine cronologico delle

guerre e delle conquiste. — Per qual cagione le non potevan durare.

— Azione e riazione. — Accoramento di Carlomagno sul destino

avvenire dell'opera sua.

790 — 814.

Il principio di Carlomagno fu, come vedemmo, un patrimonio in comune, e

quasi confuso col fratel suo Carlomanno; ma quale smisurato avanzamento

fu quindi il suo! però che eccolo imperator di Occidente, con la

porpora e gli onori dei Cesari e la corona d'Italia! Signor quasi

barbaro testè di alcune tribù di Franchi, egli ha rimesso in piedi

l'antico impero, e i Romani l'hanno gridato Augusto, a gloria e trionfo

suo! Egli ha seguito in ciò la naturale inclinazione e tendenza dei

suoi predecessori: le dignità dell'antica Roma allettan pur sempre

quei popoli conquistatori; Pipino e Carlomagno furon prima patrizii;

poi il patrizio divenne imperatore[217], in quella guisa che Augusto

fu consolo e dittatore prima d'assumere il titolo d'_imperator_. Così

tuttavia splendeva la memoria di quest'impero già spento; i re, a

simiglianza di Clodoveo, chinavano la fronte dinanzi alle rimembranze

della civiltà, ed a quel modo che lo sposo di Clotilde s'era fatto

romano, accettando il cristianesimo, così Carlomagno faceasi romano

accettando la porpora degli imperatori.

Ma l'opera non è altrimenti compiuta; chè una dignità, per ben grande

ch'ella sia, non vale a porger la forza materiale, quand'è a condurre

e governar le tribù erranti; fatiche ci vogliono e continui sudori;

ci vuole il capitanato della guerra con tutta la podestà sua, nè un

manto, sia pur di porpora e d'oro, ci dà punto d'autorità sui nostri

compagni di guerra. Chi è nato dall'armi dee mantenersi con l'armi,

e ad un conquistatore non è conceduto fermarsi a mezzo. Frequente è

il rimprovero d'ambizione a coloro che si gittano per questa via di

rischi e di gloria; ma per essi la guerra divien necessità: i capi,

che accomunaron con essi il pericolo, sono insofferenti del riposo

e dell'ozio infruttifero; e dopo, una vittoria si vuol guidarli ad

un'altra, chè una generazione non muta così a ogni poco; nata tra

'l ferro, del ferro si piace, e più che altro è a lei necessario il

trambusto delle battaglie. Onde Carlomagno, al par di tutti gli altri

conquistatori, comprimer non potea quel mare in tempesta, costretto a

soddisfar le giuste ambizioni dei guerrieri che seguito l'aveano nelle

conquiste; egli avea fatto bollire il sangue negli umani cervelli, nè

or lo poteva a grado suo racchetare. La necessaria condizion sua era

quella di guerreggiare e di vincere, come fatto avean Carlo Martello e

Pipino; tale il duro retaggio suo.

E non pertanto intorno a questo tempo nuova indole pigliar sembrano le

spedizioni militari di Carlomagno. Di terre non ha difetto, chè anzi

ne possiede il suo bisogno per un'estensione di parecchie migliaia

di leghe quadrate, ed a legger la geografia dell'edifizio carolino,

si vede che le frontiere sue sono più ampie dell'impero occidentale

d'Onorio, e si perdono e confondono in mezzo alle popolazioni

germaniche, non mai vinte da Roma. Egli non ha dunque bisogno più

d'ampliar questa già sterminata estensione di territorio, ma sì solo

di tenerla nello stato d'ubbidienza e di reprimere le sue sedizioni.

La guerra cangia quindi d'aspetto, più non si combatte per conquistare

e aggiunger nuovi dominii agli antichi, chè l'impero è già sì vasto da

saziar qualunque ambizione: la Francia nei termini d'oggidì, poi una

gran parte della Germania, poi l'Italia, poi la Spagna fino all'Ebro;

che si può desiderare di più? Ma questi territorii sono abitati da

popoli riottosi ed indomiti, onde si vuole aver sempre l'occhio aperto

su loro e assoggettarli all'ordine, alla gerarchia; questo si è d'ora

innanzi l'intento gravissimo della faccenda caroliniana.

Re o imperator ch'egli fosse, quasi in ogni luogo instituì conti e

governatori delle marche e frontiere, i quali sono come capi degli

accampamenti militari, e si alloggiano all'estremità dei confini con

numerose bande di soldati franchi, germani, lombardi, tutti elementi

che l'imperatore adopera nella conquista; ivi edificano borghi e

villaggi ed alcuni hanno terre, cui fan coltivar da coloni militari,

a imitazion di Roma, quando le legioni rizzavano città ed are in

onore d'Augusto e di Tiberio. Cotesti conti e governatori richiedono

un'attentissima vigilanza del padrone, ond'è che Carlomagno non ha

un momento mai di riposo, nè può averlo, chè il sonno non è fatto

pe' fondatori delle grandi istituzioni. Cosa veramente stupenda

e meravigliosa, chi legge le croniche di quei tempi, è questa

incomprensibile solerzia dell'imperatore, anche attempato; egli è

da per tutto; i suoi capitolari son promulgati dai Pirenei fino alle

frontiere della Frisia e della Gotlandia; pellegrino com'egli è della

gloria, non prende sosta, e corre a tener suoi parlamenti militari

dall'una all'altra regione; e chi badi alla difficoltà delle vie di

comunicazione a quei tempi, avrà certo per miracolosa nella vita di

Carlomagno quest'alacrità sua.

In questi viaggi, ch'ei facea cavalcando, non andava però solo, chè

dopo di lui venivano grosse schiere di lance, le quali seguivano

il signor loro alla guerra e alle diete, che tener si solean quasi

sempre in sulle frontiere, affin d'indi più prontamente scagliarsi sui

popoli da serbare in devozione. Se non che in breve il carico suo si

fece talmente greve, che ei si tolse ad aiuto i due suoi figliuoli,

Lodovico[218] e Pipino: confidando all'uno le guerre d'Aquitania, le

spedizioni in Ispagna, il raffrenare i Saracini, la parte meridionale

dell'impero, con l'appoggio dei conti franchi da lui deputati a

guidarlo; all'altro, le guerre di Pannonia e di Baviera, pur sempre

con l'appoggio dei conti franchi e di Adalardo, abate di Corvia, figlio

del conte Bernardo, datogli a guida[219]. Egli, come re e imperatore,

serbava per sè le spedizioni di Sassonia, che, siccome pare, a lui più

gradivano, forse perchè le vedea più difficili e più minaccevoli per

le frontiere dell'Austrasia; e ad esse moveva in persona, insiem col

diletto suo bastardo Carlo o Carlotto. Le fatiche non lo trattengono,

e sia ch'ei vada cacciando nelle Ardenne, o per la Selva Nera, o

ch'ei venga nell'inverno a riscaldar le intirizzite sue membra nei

tepidi lavacri d'Aquisgrana, ei pensa pur sempre e dispone le sue

forti spedizioni sulle rive dell'Elba e del Veser, spedizioni rese

indispensabili dalle incessanti sollevazioni dei Sassoni.

Agevol cosa è seguire e abbracciar, nel periodo carolingico, le

guerre di conquista, però ch'elle sporgono fuori dal tutto. Altre

spedizioni ci sono che si diramano a guisa di maestose fiumane, e

son quelle di Lombardia, di Sassonia e di Spagna, delle quali si

può vedere il principio, il mezzo ed il fine, con l'aiuto delle

cronache; ed hanno tutte e tre un colorito sì proprio che servir

potrebbono di argomento a grandi epopee. Altrettanto non è a dirsi

di quelle, che chiamar si possono guerre di raffrenamenti militari,

operate da Carlomagno su tutta la superficie del vasto impero suo; gli

eserciti suoi più non traboccano al di fuori, ma girano per le terre

acquistate a tener in dovere le popolazioni; nè i parlamenti son più

convocati per iscagliarsi sulle lontane contrade fin oltre i termini

dell'incivilimento, ma sì per serbare in obbedienza le già sottomesse.

La storia di queste oscure guerre, appena accennata, è tal che non

viene sotto la mano a metterla per tempo e per ordine, e tuttavia le

cronache ne son piene, e formano episodii, qual più e qual men curioso

nella vita del sovrano. Quei conti che vedete accampar sulle marche

o frontiere, han per uffizio di reprimere i Sassoni, i Bretoni, i

Saracini e i Visigoti di Spagna, i Longobardi e i Greci d'Italia; ogni

volta che questi popoli non vogliono ubbidire, non pagano i tributi,

o negano il servizio militare, essi conti si precipitano sul loro

territorio, e spengono le ribellioni nel sangue.

Storia di Carlomagno vol. 1/2 · 第 19 / 26 段