a giustificar ivi questo svilimento di Carlomagno, ed è l'odio contro
la razza del Nord, che evidentemente ci si vede; che, se le provincie
meridionali conservaron qualche memoria del passaggio di Carlomagno,
esse conservarono più ancora gli odii loro e risentimenti contro di
lui, e in quasi tutti i romanzi di cavalleria l'invecchiato Austrasio è
vituperato come il leone infermo della favola; il fanno marito deluso,
principe imbecille; Malagigi lo mette in un sacco; pien di puerili
debolezze pe' suoi bastardi e per Carlotto suo figlio prediletto,
non ha più volere in cosa che sia, e tutti si fan giuoco di lui. Il
Mezzogiorno parea vendicarsi così col dileggio del passar che egli
aveva fatto colà, conquistando la razza austrasia, e quanto l'Aquitania
erasi affezionata al pacifico governo di Lodovico il Pio, fattosi tutto
meridionale, altrettanto conservava la mala sua preoccupazione contro
gli uomini del Nord ed i conti che la governavano, e se la pigliava con
Carlomagno, l'imperatore di schiatta germanica.
Allato alle discendenze meridionali dell'epopee carolingiche por si
dee la canzon de' Loreni, che essenzialmente appartiene all'epoca del
Nord. Numeroso n'è il lignaggio, e tutto rannodasi al principal tronco
di Lorena. I trovatori hanno a raccontar prima i fatti e le gesta del
conte Ernigi di Metz, di Garino il Loreno e di Begon di Belino, suoi
figli; poi di Gerberto, figlio di Garino, e della sua lunga discendenza
che vien a finire all'epopea più moderna di Guerino di Mongrana. Il
qual corpo di gran canzone intorno ai Loreni sembra così antico, per lo
meno, come i canti eroici accumulati d'intorno ad Orlando, a Guglielmo
d'Orange o a Rinaldo di Montalbano; anzi creder si può che la canzon
dei Loreni sia di prima origine, però che il trovatore non allude
a nulla d'antecedente, nè cita, secondo l'uso de' poeti, le antiche
canzoni, le tradizioni o le croniche. Essa è l'epopea della Francia
settentrionale, traslatata in appresso nel dialetto di Sciampagna, di
Lorena, di Piccardia, di Normandia, epopea ch'ebbe un altissimo grido,
perchè il lignaggio suo si mantien ragguardevole pel corso di ben tre
secoli; il primo de' suoi rami è quello d'Ernigi, che nel blasone si
dice essere lo smalto e il sostegno dei Roani, dei Monmorenci, dei
Talleyrand e dei Ferenzac. Il manoscritto è del secolo XII, e questa
data v'è segnata con un carattere particolare. La gente di stato
mezzano principia quivi ad entrare in campo, che Ernigi non è uomo
da cavalleria, ma figlio d'un semplice borghese chiamato Teoderico,
e giovin di mestiere qual è, ha nondimeno sposata la figliuola del
duca di Metz, con le quali nozze egli ha contratto le inclinazioni
cavalleresche. Suo padre vuol ch'egli continui ad esercitare il
traffico, e vada a vender le sue mercanzie alle fiere di Laguy, di
Provins e di San Dionigi; ma egli, giovin liberale, anzichè venderle,
davale in dono ai baroni e ai cavalieri alla foggia de' gran signori.
L'intento di questa canzone eroica, quello si è, come chiaramente
si vede, di stabilir la differenza che era di que' dì, tra l'ordine
liberale de' cavalieri e la borghesia tutta lesina e povera in canna.
La canzone d'Ernigi finisce al tempo in cui Carlo Martello è assalito
dai Saracini, i quali il cantore confonde cogli Ungheri, e però
comincia il romanzo di _Garino il Loreno_, che rannodasi, come detto è,
col suo primo canto all'epoca di Carlo Martello, e finisce alla morte
di Begon di Belino, toccantissimo episodio del romanzo. Questa massa
sterminata di versi, che sommano a ben sessantamila, può essere con pro
consultata a conoscere gli usi e le consuetudini della cavalleria, e
principalmente ad apprendere e seguir le invasioni dei Goti, degli Unni
e dei Saraceni dal settimo fino al nono secolo, lugubri avvenimenti che
aveano lasciato profonde impressioni; esso è il racconto epico di quei
tempi di conquista, fatto dai trovatori, entro ai castelli, a' tempi di
Filippo Augusto e di San Luigi[203].
Ora questi grandi poemi somministraron essi materia a scriver le
cronache, o furon piuttosto le cronache quelle d'onde attinsero i
cantori? Nel corso de' tempi, i canti recitati precedettero i gravi
annali dei popoli; Omero cantava le sublimi sue rapsodie ben prima
che i grandi storici della Grecia avessero raccolti i primi annali;
havvi dunque tutta l'apparenza che i canti guerrieri, recitati dalle
popolazioni germaniche, le _saghe_, i _Nibelunghi_ delle nazioni
scandinave o sassoni, abbiano preceduto tutte le cronache scritte;
i _fatti_ e le _gesta_ si narrano prima di confidarle allo scritto,
e però le primissime canzoni eroiche esser deggiono anteriori alle
croniche de' monasteri.
Se non che quest'influenza d'una letteratura sull'altra, non è
guari sì potente come altri crede ed afferma. La cronica veniva da
una sorgente tutt'altra da quella del poema epico; i trovatori, che
cantavano le grandi prodezze, appartenevano generalmente ad un ordine
di persone che pellegrinavano pel mondo, e frequentavano i campi di
battaglia, nè punto aveano dello spirito monacale; camminavano con gli
eserciti, viveano sguazzando nei castelli, ed erano per così dire, la
significazione della parte fattiva e bellicosa della società. Che cosa
aver potean essi di comune con quei poveri cronisti, che in fondo alla
loro cella scriveano gli avvenimenti d'ogni giorno, i disastri, il
turbine fischiante, il tremuoto che agitava le città? Le croniche sono
il registro delle esequie anniversarie della badia; le canzoni eroiche
il racconto dell'allegra vita de' cavalieri; il vecchio cronista narra
come questo o quel re, questo o quell'abate, venne a inginocchiarsi
sull'arca del monastero; come il lupo udir fece le sue urla in mezzo al
nevaio nella nuda foresta; come nella notte di Natale furono udite le
mille grida di gioia de' pastori sorti a celebrar la nascita di Gesù;
come a Pasqua di resuressi l'erba intorno era tutta verde; come il
contagio, a guisa di cavaliere ardente, s'è mostrato per la contrada;
come le reliquie furono insultate; il cronista raccoglie gelosamente
tutte queste novelle e le consegna agli annali suoi. Volete ora un
saggio del modo loro di raccontar gli avvenimenti politici, eccolo
appunto: «Carlomagno s'è ricoverato nel nostro monastero, ed i Sassoni
han dato il sacco agli oratorii; il tal conte fu percosso dalla man
di Dio, per aver insultato i battisterii.» Queste si erano le grandi
novelle pel monastero, per la badia e pei poveri cronisti.
Così non è a dirsi del trovatore: se il signore tiene gran corte, ei
te la descrive in tutto il suo sfarzo; tutto è maraviglioso nei natali
del figliuol del barone, e la sua vita è circondata di una non so quale
aureola fantastica. Le battaglie occupan gran parte di questi romanzi,
nè quivi i combattimenti sono altrimenti narrati in due o tre righe,
come nella cronaca; il trovatore ne descrive tutti i particolari, ne
scorre tutti gli accidenti; è l'aurea leggenda in altra leggenda. Se
mai ti avvenne di por l'occhio in questi antichi manoscritti, certo ci
avrai notato le miniature di quelle battaglie, dove i cavalieri, con
la lancia in resta, colla visiera calata, si mischiano, s'intrecciano,
si confondono; il sangue scorre rosso come grana, si veggono le famose
prodezze; un paladino affetta i nemici a centinaia. Ebbene ivi è
appunto ripetuta l'epopea cavalleresca, ivi è il romanzo disegnato e
dipinto, a quel modo che le mille figure della cattedrale ti ridicon le
leggende del santo, e queste scene dipinte passano nei mille versi del
romanzatore, con tali e sì minute particolarità, che spesso inducono
stucchevolezza.
Così, qualunque giudicio facciasi dell'epopea carolingica, s'ella
non appartiene all'età che vide il magno imperatore, almeno essa
tutta a lui si riferisce, vive dell'immagin sua, del suo splendore,
è protetta dal suo nome; e soprattutto comprova la grande popolarità
di Carlomagno. E valga il vero: ecco una dinastia scaduta, i suoi
discendenti furon sì fiacchi, che bastò il voler de' baroni francesi
a metter in pezzi lo scettro loro; e nondimeno, uno o due secoli
appresso, questo nome di Carlomagno risplende per ogni dove; in tutte
le veglie della cavalleria si rammenta l'antico imperatore dalla lunga
barba; di lui trattano le prime epopee, e mentre la stirpe sua cade in
dispregio, il nome del fondatore va pur sempre ingigantendo. Le son
cose che si veggono talor nella storia, un nome splende grandissimo,
poi si spegne e cancella per la dappocaggine o viltà della sua
discendenza.
CAPITOLO XV.
RESTAURAZIONE DELLA DIGNITÀ IMPERIALE IN OCCIDENTE.
Finita la prefettura del palazzo. — Il titolo regio nella persona
di Carlomagno. — Patriziato. — Consolato. — Istituzione dei
regni d'Italia e d'Aquitania. — Pipino e Lodovico. — Andamento
e progresso delle idee romane. — La porpora. — Lo scettro. — Il
manto. — Viaggio di Carlomagno a Roma. — Cambio del patriziato
nella dignità imperiale. — L'impero d'occidente. — Diete militari.
— Diete per la guerra e giudizio. — Triplice ordinamento del
governo. — I duchi e difensori delle marche. — I conti uffiziali
civili. — I Missi Dominici. — Natura dell'opera di Carlomagno,
quanto alle sue conquiste.
780 — 800.
Nel progresso e incremento d'un'opera politica sempre si tratteggiano
e rivelano dell'epoche parecchie, essendochè, per bene ardimentoso
che un uomo sia, egli non va mai diritto al suo fine nè tutto stringe
ad un tratto il potere, ma procede lentamente e con risguardo, per
tema di non sollevar contro a sè l'opposizion degli spiriti, scossi,
spaventati, inquieti della nuova grandezza d'un solo. Il medesimo
avvien sotto Carlomagno, dal dì ch'egli accomuna il titolo regio
con Carlomanno, fino alla esaltazion sua alla dignità imperiale,
intervallo di lungo e penoso lavoro, che vien ad essere spiegato dagli
intoppi della conquista. Prima che un capo si pianti alto e forte in
una società, egli dee, con grandi servigi, meritar l'ammirazione e
la confidenza delle moltitudini; in che curioso appunto è studiar la
storia della sovranità nel periodo carolino.
Un dei primi frutti dell'amministrazione dei Carolingi si è
l'abolizione assoluta della prefettura del palazzo, quella sterminata
dignità merovingica. Non se ne vede più orma, ed è facil comprendere
che con uomini attivi quali eran Pipino e Carlomagno, la podestà dei
maestri o prefetti palatini scemasse dell'assorbente supremità che avea
ne' tempi della prima schiatta; ma in che modo spiegare l'assoluta sua
sparizione? Non se ne trova più indizio veruno negli atti pubblici e
nei diplomi, ed è come una dignità abolita[204]; i duchi d'Austrasia,
e i prefetti del palazzo di Neustria, possessori della podestà regia,
confuser, nel titolo loro di re, tutta la possanza e l'autorità dei
duchi e dei prefetti; la prefettura, che i Merovingi avean tolto
dalle forme imperiali di Bisanzio, viene assorbita nella rivoluzione
germanica che fa trionfare i duchi dell'Austrasia; torna quindi la
tempera degli usi antichi, e la podestà reale anch'essa ne ritrae. La
consacrazione vien indi ad imprimere alla dignità regia un carattere
più augusto e più santo, l'unzione dei re, solennità ebraica, è rara,
quasi anzi un'eccezione, sotto la prima schiatta, laddove a principiar
da Pipino, tutte le forme ecclesiastiche son chiamate a consacrare e
affortificar l'autorità dei capi austrasii, che assumono la corona;
Carlomagno è sagrato tre volte, prima come erede di Pipino, poi come re
di Lombardia, e per ultimo come imperatore; così i principi carolingi
in sè congiungono, la doppia condizion della forza che difende e del
diritto che santifica.
Carlomagno, alla sua esaltazione, esercita l'autorità regia insieme
con Carlomanno, e di qui ha principio la podestà sua; la spartizion
delle terre, che compongono i due reami, non è punto stabile; nè la
Neustria è altrimenti la porzion dell'uno e l'Austrasia dell'altro, chè
elle vanno perpetuamente confuse nei diplomi; ond'è che questo periodo
di tempo non è segnato da capitolare, nè da statuto di legge alcuna;
gli è un conflitto morale tra i due fratelli; vero è che Carlomanno
non è il più forte, ma pur ei comprime l'indole usurpatrice di Carlo,
nè il potere divien, per via della conquista e dell'ordinamento, una
vigorosa instituzione, se non quando la monarchia tutta si concentra
nelle mani di quest'ultimo. Nel primo periodo di questo regno,
Carlomagno ha d'uopo di far prevalere la sua preminenza per un gran
vampo di vittorie, e si fa a debellar le popolazioni che accerchiano
i suoi dominii; di mano in mano ch'egli ottiene qualche trionfo, egli
assume qualche nuovo titolo, e questi titoli son quasi tutti romani o
bisantini.
L'influenza degli usi e delle consuetudini romane e delle dignità
della corte di Bisanzio, fu pari a quella dei capolavori d'arte della
grand'epoca; i Barbari, abbagliati da tanto splendore, ben potevano
rovesciare i regni, e ridur le popolazioni allo stato di servitù, ma
pur conservavano la corona raggiante di carbonchi, e lo scettro di
maraviglioso lavoro, e il trono tutto fregiato d'oro e di smeraldi di
queste società distrutte, e sì oltre va questo rispetto e quest'ardore
per le arti e per le dignità degli antichi, che spesso d'altro sigillo
non servonsi per gli atti loro, che di quel con l'effigie degli
imperatori romani[205]. In moltissimi de' suoi diplomi, Carlomagno
prende il titolo di patrizio, e i papi gli scrivono come a loro
protettor naturale. Alla quale dignità ei fu innalzato in un de'
suoi viaggi in Italia, e in mercè dei servigi ch'egli aveva resi alla
cattedra di san Pietro, dai capi delle famiglie senatorie che ancor
vivevano sul monte Aventino, e conservavano le memorie dell'antica
costituzione dei Cesari; poichè a Roma tuttor durava il mescuglio delle
idee cristiane, con la prisca forma delle instituzioni repubblicane.
In alcuni diplomi Carlomagno prende altresì il titolo di console, però
che il consolato ancor vivea di nome al settimo secolo. Vero è bene
che in questa gran dignità romana, più non vi avea nulla della gloria
antica; ma serbavansi, a Roma, come venerande reliquie, le memorie dei
tempi vetusti, e il popolo transteverino, i figli di quei cittadini che
abitavano il Campo Vaccino, si ricordavan dei consoli e dei tribuni,
ed ogni volta che qualche grand'uomo sorgea nel mondo, i Romani gli
decretavano alcuni di quei titoli che avean fatto già la potenza
della costituzione repubblicana. Al quale proposito notar si dee che i
capi de' Barbari stessi riceveano riverenti, così il nome di Roma era
grande, queste insegne di dignità d'un impero scaduto, tanto è vero che
la memoria delle forme sempre sopravvive alla distruzione dell'opera.
Carlomagno, avuto il patriziato e il consolato di Roma, agogna un'altra
dignità; chè l'impero d'Oriente e d'Occidente era pur una di quelle
tali ricordanze che duravano anche in mezzo alle depredazioni dei
Barbari. L'impero d'Occidente era caduto sotto le tante irruzioni
de' popoli conquistatori, che a guisa di fiumi aveano rotte e divise
in cento diversi regni le terre. Or che Carlomagno ha conquistato e
misurato lo spazio occupato già dall'impero d'Occidente, e raccolto
sotto il dominio suo i popoli che abitavano dall'Ebro fino all'Elba,
dalla Bretagna al Danubio, ei volge in mente di ricostruir l'opera
degli Augusti e dei Cesari[206]. Nè credasi già che fosse papa Leone
solo, nell'ardente sua devozione per Carlo, a intuonar nella basilica
di Roma il _Vivat Imperator_; gran tempo è già che l'uom germanico vuol
farsi romano, quest'è il pensier suo, il suo sogno; le razze barbariche
vogliono anche imitar Costantinopoli, le sue pompe, le sue dignità; i
re merovingi stessi portavan già il manto di porpora come gl'imperatori
di Bisanzio, la corona loro era foggiata su quella degli imperatori, lo
zaffiro e lo smeraldo vi splendeano, vi signoreggiava la croce, essi
calzavano come quelli il coturno di porpora, e come quelli aveano il
trono coperto di lamine d'oro. Tutta questa magnificenza par che faccia
meglio spiccare il lustro e la forza dell'autorità loro, e il patrizio
vuol diventare imperador dei Romani.
Prima di rifabbricar quest'impero d'Occidente, antica meta
dell'ambizion sua, Carlomagno, a simiglianza degli imperatori,
instituir vuol nuovi re, e procacciare all'autorità sua una preminenza
politica sulle semplici dignità regie. Egli ha conquistato terre
sterminate, nè può tutto vedere e governare; vero è ch'egli abbraccia
pur sempre nelle sue grandi corse i Pirenei, le Alpi, il Tirolo; ma
nondimeno ha più caro di riseder nelle città del Reno, dove la natura
sua, la sua educazione lo traggono; ama Colonia, Magonza, Vormazia,
Spira e le foreste delle sette montagne; scorre talvolta le città del
Mezzodì; Milano e Saragozza ondeggiar vide le sue bandiere, e tuttavia
ei si riman l'uomo del Reno e della Mosa; imperatore ch'ei sia, porrà
la sua sede in Aix, dove edificar fece una grande cappella da cui sarà
dato un soprannome cristiano alla diletta sua città, che egli ornerà
coi mosaici di Ravenna.
Nelle ampie terre da lui fatte sue per la conquista, vi ha due popoli,
ciascuno de' quali forma un complesso atto a costituire un reame;
i Sassoni, i Bavari, gli Alemanni non hanno territorii stabili, e,
anzichè comporre uno stato, sono, a così dire, attendati nelle città
loro; e d'altra parte Carlomagno riserva a sè stesso il particolar
governo di quei popoli germanici, chè egli è così nella sua beva,
ed in mezzo alle sue costumanze. Colà ei può coprirsi della sua
pelle di lontra, delle invernali sue pelliccie, ha suoi palagi e sue
tenute, ch'ei medesimo regge con quella cura, quella vigilanza, che
caratterizzano pur sempre l'autorità sua. I due popoli più stabili,
che formano governi spartati, sono i Lombardi e gli Aquitani, egli
crear può per entrambi due regni separati con istituzioni pur separate,
e vuole investirne Lodovico e Pipino, figliuoli suoi, e farà dei re
perch'egli anela ad una dignità più sublime, a quella d'imperatore.
Il regno d'Italia dee dunque la sua fondazione a Carlomagno, ed è una
trasformazione che si vuol ben determinare nella storia, però che la
corona lombarda non ci ha oramai più nulla a che fare. La costituzione
del regno d'Italia è un concetto romano, pontificio, instituito in più
larghe proporzioni dell'antica monarchia lombarda di Monza; esso non
si stende già solo dalle Alpi alla Toscana, ma tal qual fu ordinato
da Carlomagno, comprende tutto il Milanese, la Toscana, l'Esarcato, i
gran feudi di Benevento, del Friuli e di Spoleti, quella porzione della
Calabria che più non trovasi sotto il dominio dei Greci, la Venezia, la
Dalmazia, l'Istria, per modo che tutto l'Adriatico è cinto da questo
reame d'Italia, conferito da Carlomagno al figlio suo Pipino. Al che
aggiunger si dee, risultar, come si pare dal carteggio dei papi, che il
patrimonio di san Pietro, avvegnachè independente e separato dal regno
d'Italia, non per questo cessa dall'esser sotto la protezione del re,
non già come feudo, ma come territorio diverso e ordinato, e quindi
bisognevole del costante appoggio e della protezione d'un potentato
militare. Infatti nelle turnazioni di Roma, e nelle rivolte delle
legazioni, o dell'esarcato, i pontefici continuamente invocano la spada
del signor de' Franchi e la protezione del reame d'Italia da Carlomagno
sostituito alla corona longobarda.
La costituzione del regno d'Aquitania è pur essa una creazione
politica, contemporanea a quella della monarchia d'Italia. Il nome di
Carlomagno ha lasciato di grandi memorie nel Mezzogiorno; le torri e i
monumenti pubblici serban ivi le sue ricordanze, e più d'una reliquia
dell'età carolingica porta il suo soprannome di _Magno_; e pure a lui
non danno troppo nel genio quelle città e quelle genti meridionali;
appena ei vi passa correndo per andar in Ispagna, nè vi soggiorna,
ch'egli è pur sempre l'uomo del Settentrione. Egli crea dunque pel
benamato figliuol suo Lodovico il regno d'Aquitania, e questi è il re
vero del Mezzogiorno, da lui seminato de' suoi cartolari, delle sue
patenti e de' suoi diplomi, e ne troviam con la data di Narbona, di
Mompellieri, di Nimes, di Tolosa. Lodovico governa tutte le popolazioni
che si stendono dalla Loira fino all'Ebro, nè solo gli Aquitani
propriamente detti, ma sì pure i Navarresi, i Baschi, i Guasconi, i
Provenzali, che formano pel regno d'Aquitania i medesimi grandi feudi e
le medesime marche militari, che formano pel regno d'Italia Benevento,
Spoleti e il Friuli. Lodovico non ha residenza stabile, comechè molti
de' suoi diplomi sien dati da Tolosa, chè anzi non è badia che non
conservi l'orma di lui ne' proprii archivii. Carlomagno, attempatosi,
vuol riposare sull'opera sua, e allora Pipino e Lodovico, l'un fatto
re d'Italia, l'altro d'Aquitania, fanno essi la guerra contro le
popolazioni che fronteggiano i loro stati. Pipino guida i suoi leudi
contra i Greci e gli Schiavoni; Lodovico ributta verso i Pirenei le
correrie dei Saracini, spesso troppo baldanzose, però che tuttavia
minacciano Narbona e la Settimania.
Al superbo Austrasio che sta per ricevere la corona imperiale,
convengon dunque re per luogotenenti, ond'è che re tuttora egli
stesso, ha fatto due altri re, poi s'avvia verso Roma, dove cinger
dee la corona imperiale. La ristaurazione dell'impero d'Occidente è
un de' fatti principali dei tempi di mezzo; più di tre secoli erano
scorsi da che Agustolo, l'ultimo di quegli imperadori, avea veduto
spegnersi in sua mano l'impero; i Barbari avean messo in brani le
sue terre a par del suo manto di porpora, e se l'eran partito in
limbelli come la pelle del bue. Al concentramento, che i Romani recaron
per ogni parte, era succeduta una conquista per frazioni, e mille
diverse genti avean divorato l'impero: il tempo de' Franchi, sotto la
signoria de' Merovingi, è il tempo appunto di maggiore smembramento
e sfacelo; i Barbari fanno della terra a ruffa raffa. Ora quale
smisurata modificazione recar non dovea nello spirito delle popolazioni
germaniche questa creazione per opera d'un sol uomo: d'un impero in
una sola mano? Fu egli, cotesto, spontaneo pensiero di Carlomagno, o
piuttosto gli venne inspirato dagl'intimi suoi legami e dalle continue
sue pratiche coi romani pontefici? Forse che il papato, gran principio
d'unità, abbia voluto imprimer così della natura sua la monarchia
francese? L'instituzione dell'impero d'Occidente fu, sì come pare,
un'ispirazione romana di Adriano e di Leone III papi; ella è cosa
naturale, sì, che in mente a Carlomagno sorgesse il bisogno d'una
dominazion materiale, d'uno spirito di conquista e di preminenza; ma
pure il rinnovamento dell'impero d'Occidente vien da papa Leone III;
l'unità nel governo politico siccome nelle dottrine, fu l'opera di
Roma[207].
Nella città eterna erano surte popolari turbazioni e sedizioni come a'
tempi antichi de' comizii; aveano lor bandiere, e colori differenti,
i quartieri di Roma erano divisi dall'anarchia, e i Transteverini del
ceffo antico, rinovellavano i disordini del Foro. Nè i greci imperatori
erano punto netti di queste guerre civili: spogliati per forza
dell'Italia, essi riconquistar la volean per inganno, onde prezzolavano
il popolo della campagna e dell'antico Lazio per sollevarlo contro i
papi, ed alla morte d'Adriano, la famiglia sua, che era di nobilissima
stirpe romana, non volle riconoscere nè gridare per papa Leone, che
non usciva altrimenti da famiglia patrizia. V'ebbero quindi rumori
e sedizioni nelle piazze pubbliche; il nuovo papa fu tratto pe'
capegli, sottoposto a indegni trattamenti, e gli annali raccontano
che, sottrattosi miracolosamente alla furia di que' comizii, venne a
chiedere aiuto e protezione a Carlomagno.