Le canzoni eroiche dell'epopea carolingica tutte si riferiscono alle

vittorie ed alle conquiste di Carlomagno, e ad altro non intendono che

a celebrare ed esaltar lui solo, senza che niuno di quei poeti si dia

cura di descrivere l'andamento delle instituzioni, o pensi tampoco al

progresso delle leggi o alla formazione degli imperi. In quel tempo di

guerre e battaglie un principe non mostrava la sua grandezza se non per

le forti spadacciate che dar sapesse, ond'è che i poemi di cavalleria

relativi a Carlomagno sono tutti consacrati intieramente alla vita

attiva e bellicosa di lui. Il perchè ci sembra cosa essenziale

collocarli nella parte di quest'opera dedicata al periodo della

conquista.

Chi tratto dall'amore dei tempi poetici del medio evo entra nelle

lunghe gallerie dei manoscritti della Biblioteca reale, vede, su quelle

ampie scansie fregiate di ricchi dipinti, antichi volumi _in folio_,

quasi tutti coperti di _testi_ o legature a marocchino rosso, in cui

si vedono le arme di Francia coi tre gigli d'oro accanto a quelle di

Colbert, con la vipera aggruppata; o anche vede manoscritti guerniti

di velluto sopra il legno, che recano talvolta i fiordalisi di Francia

a ribocco, o i tre leopardi d'Inghilterra, o la banda rossa di Lorena

coi tre alerioni d'argento; o ben anco la luna e la mezzaluna su fondo

nero, di Diana di Poitiers. Se tu apri quei ricchi volumi, ci trovi

spesso, così alla rinfusa, canzoni eroiche, e leggende, e croniche in

versi o in prosa, che poi la pazienza degli eruditi cerne e riconosce

con sudato lavoro. Colà entro in quei manoscritti a due colonne sono

stipate masse di quindici o venti migliaia di versi, tutti di caratteri

del decimoquarto e decimoquinto secolo, abbastanza bene tratteggiati

e con le abbreviature e i segni di quell'età. Alcuni hanno lettere

squisitamente ornate di rami d'alberi intrecciati o di fiori vermigli,

e sopravi augelli, il falco dal lungo becco, lo sparviero della

castellana o il timido augellino che si nasconde nel nido. Molti di

così fatti libri hanno miniature e rappresentazioni che si riferiscono

al secolo decimoquarto: qua tornei con aguzze spade, e padiglioni

coperti d'arme gentilizie ed imprese, da cui pendono i gonfaloni e

le insegne delle grandi case di Francia; colà un varletto o paggio

inginocchiato, che presenta un messaggio al suo signore; più lontano

una castellana in groppa della bianca sua chinea, vestita d'una lunga

roba di colore azzurro e col capo cinto d'un di quegli alti berretti

alla foggia di Normandia e di Caux; a tergo un monaco con la tonaca

di bigello di San Benedetto o un santo eremita nella sua capanna; poi

assedii e battaglie ove si vede rosseggiar il sangue come se fosse

versato ieri. Alcune di tali miniature son d'oro, altre di carmino,

e ci si vede il gran Carlo con la lunga sua barba, il suo scettro in

mano, e col suo diadema in fronte sormontato dalla croce; gli stanno

intorno i paladini ed i pari, congregati a corte plenaria per muovere

contro i Saraceni, o per difendere il papa nostro santo padre; in un

luogo egli sta pellegrinando per Gerusalemme, in un altro ei se ne va a

conquistare la Spagna contro il re Marsilio.

Questi ricchi manoscritti, che formano il vanto degli antiquari,

comprendono le grandi epopee carolingiche, col nome quasi sempre

dell'autore, il quale esser suole un trovatore o cantor di gaia

scienza, come sono: Lamberto il Corto, Pietro di Santafiore, Giovanni

Bodel, Guglielmo di Bapaume; o qualche cherico di Troyes, un trovator

delle Corti d'Amore di Normandia o d'Inghilterra, Benedetto di San

Mauro, esempigrazia, o Roberto Wace. Questi canti eroici recano quasi

tutti titoli appetitivi:[196] Il _romanzo di Lancillotto_, o di _Girone

il Cortese_; la _canzone di Guiteclino di Sansognia_; le imprese di

_Guglielmo Corto Naso, Fiora_ e _Biancofiore_ e altri siffatti, tutti

componimenti poetici che si riferiscono, qual più qual meno, ai tempi

della cavalleria.

E qual secolo nascer vide questo grande ammasso di monumenti

dell'antica età? Venner eglino tutti spontaneamente e d'un sol tratto,

o per una lenta e progressiva formazione, al pari d'ogni altra cosa

prodotta in quel tempo? L'arte bisantina e longobarda si trasformò,

nel secolo duodecimo, nelle cattedrali frastagliate, e così le prime

_canzoni eroiche_, recitate dai Franchi nelle antiche foreste, divenner

solo a poco a poco e progressivamente que' bei poemi di cavalleria

che formavano il passatempo delle corti sotto i regni di San Luigi

e di Filippo il Bello, il che val quanto dire, che quei poemi non

appartenevano altrimenti, per sè stessi, all'età carolingia, non più

che le cattedrali a sesto acuto appartenessero all'arte longobarda o

bisantina.

E tuttavia non è da dubitar che gli Austrasii, seguaci di Carlomagno,

non avessero lor canti e grida di guerra, e ricordi di vittorie o di

sconfitte; le cronache antiche ci hanno conservato alcuni informi

versi d'una canzone che i soldati cantavano nei campi di battaglia

sotto Lodovico il Germanico, ed Eginardo e il Monaco di San Gallo

fanno menzion di poemi in barbarico idioma de' quali faceva diletto

suo Carlomagno. E non era questa, d'altra parte, l'usanza delle

nazioni boreali? E la poesia degli scaldi non era forse giunta

sino in Germania, dove ancor duravano i canti nazionali antichi? Al

decimo secolo recitavasi la canzone di Roncisvalle e la leggenda di

Guglielmo Corto Naso, in lingua volgare d'_oil_ o di _oc_, che le

grandi spedizioni e le lunghe guerre dan sempre origine a qualche canto

poetico.

Così l'età primitiva di Carlomagno non ebbe in fatto se non queste

canzoni guerriere, e non punto poemi, chè ancor non sono se non

tradizioni che si vengono perpetuando: il gran nome del sovrano signore

non passa d'età in età, e quando già i Carolingi sono caduti, quando

già regna un nuovo lignaggio, al tempo o in quel torno, di Filippo

Augusto, questi poemi sono ricomposti per frammenti o discendenze.

Tornato è il tempo delle grandi imprese, Filippo Augusto incomincia a

distrigare la matassa feudale, a quel modo che Enrico II viene a suo

tempo a ingentilir le corti plenarie degli Anglonormanni, e allora la

generazion dei trovatori raccoglie le tradizioni, i canti antichi,

e gli abbellisce e ricama in quella forma che la regina Matilde,

chiusa le lunghe sere nel suo castello, tessea di mille colori le

imprese di Guglielmo il Bastardo. Questi tre secoli, che abbracciano

il periodo da Carlomagno a Filippo Augusto, son fecondissimi; poichè

certamente il tempo che creò l'organo per la musica, le cattedrali per

l'architettura, sì gran copia di canzoni eroiche per la poesia, non era

povero d'ingegno nè d'immaginazione.

I maggiori poemi intorno a Carlomagno, quali ora ci durano con loro

discendenze e lignaggi, non furono scritti se non dopo le crociate,

che sì grande impulso diedero alla cristianità quando Goffredo di

Buglione andò a piantar i suoi vessilli appiè di Gerusalemme. Non è

punto maraviglia che in quell'età, sì piena essa medesima di prodigi,

tornasse a quelli di Carlomagno: le cronache d'altro non risonavano che

del suo nome; la sua imagine era in tutte le corti plenarie, egli avea

dietro a sè lasciata quella lunga traccia di gloria, che una strepitosa

fama lascia sempre dopo di sè; l'imagine del grande imperatore era per

tutto; e le canzoni eroiche, in prima recitate solo da qualche cantore,

divennero grossi volumi che leggevansi nelle corti bandite in presenza

delle dame e dei varletti[197].

Questi poemi di cavalleria si dividono in più epoche, nè io adoprerò

pei tempi antichi la prosuntuosa parola di _cicli_. Che mai direbbono

i cantori di gaia scienza, se alzando il capo dal sepolcro, vedesser

l'opere loro incastrate nelle inflessibili cerchie della scuola, essi

che recitavano i bei fatti e le imprese con la viola o la ghironda

tra mano, come il fedel Biondello di Riccardo I.... Che direbbon essi

di quelle invariabili misure, tra cui chiuder si vogliono le semplici

e cicalatrici lor poesie. Certo, quand'essi riceveano dalla mano dei

baroni la pelliccia di fine armellino, o il mantelletto, o il tôcco

ornato con piume di falco, quei semplici cantori di prodezze non

credeano che un giorno verrebbon tenuti in conto di tutt'altri che

nobili trovatori, chiamati dal barone e dal cavaliero a _vegghiare_

nella sala del convito. I modesti nostri antecessori nella scienza

dell'erudizione, i Lacurni Sainte-Palaye, nobili gemelli, che passaron

la vita loro a studiar gli antichi costumi della patria, simboli

dell'anima loro schietta ed affettuosa; il marchese di Paulmy, quel

gran ricoglitore di biblioteche, il marchese di La Valliere che avea

tutta mossa la polvere dei manoscritti; e il grande d'Aussy, e la

Revelliere, e Freret, e Ginguené, con le loro filosofiche opinioni,

ben maggior lume gittarono sull'antica epopea francese, già rivelataci

dal Pasquier e dal Fauchet, che non tutti i nomenclatori dei sistemi

e dei cicli, i quali spesso anche non han pur letto le opere dei

tempi de' quali magistralmente ragionano. Nè a te, immenso Ducange,

nell'ammirabil tuo _Glossario_; nè a voi, pazienti Benedettini,

nelle vostre prefazioni alla _Storia letteraria di Francia_, nè a voi

tampoco, modesti giovani, che sedete nella Biblioteca reale, copiando

ad uno ad uno i versi di quelle grandi epoche, certo è mai passato

pel capo di ordinar per _cicli_ questi semplici trovatori dei tempi

mezzani, amici vostri e confidenti, che vi accompagnano nelle notturne

vostre vigilie!

L'epopea carolingia non appartien tutta alla stessa epoca, nè alle

stesse idee; tre soggetti formavano il consueto racconto de' canti

poetici, le canzoni dei pari o baroni di Francia, i romanzi della

Tavola Ritonda, e perchè facea d'uopo mescolarvi per sempre l'antico,

si contavano ancora le storie di Troia, di Roma e d'Alessandro il

Grande. Ciascuna delle canzoni eroiche traeva l'origine sua da qualche

personaggio, i poemi intorno ai baroni di Francia si riferivan tutti

a Carlomagno, ed erano a fior d'evidenza, l'espression delle diverse

nazioni. _Girardo di Rossiglione_, all'incontro e _Guglielmo Corto

Naso_ erano epopee provenzali; i _Loreni_ appartengono al Nord, e i

romanzi della _Tavola Ritonda_ all'Inghilterra ed alla Bretagna. Tutti

narrano le grandi avventure e prodezze cavalleresche di Orlando, di

Rinaldo e d'Uggiero il Danese, che fece tanti prodigi.

Una grande quistione fu posta in campo: i trovatori del mezzodì

precedettero essi i trovieri del nord nell'epica narrazione dei

patrii avvenimenti? V'ebb'egli qualche influenza della letteratura

orientale per mezzo delle crociate sui romanzi della cavalleria che

si riferiscono a Carlomagno? Le son quistioni di parole, inutili per

lo meno, a parer mio, perchè indissolubili; ognuno in questa sorta di

guerre d'erudizione, si tiene il suo sistema, le sue preoccupazioni

succhiate insiem co' suoi studi: questi, nato sul suolo della Provenza,

sostiene appassionatamente che ogni cosa vien da' trovatori, che nulla

s'è fatto da altri se non da loro, che in ogni luogo son le orme della

vivace e splendida loro immaginazione, che essi soli andavan con l'arpa

tra mano di castello in castello, essi soli possedevano la scienza

gaia; mentre quegli che nacque nell'antica Normandia, all'ombra della

vetusta cattedrale di Caen o di Rouen, sosterrà che tutto si dee alla

letteratura anglonormanna; che la corte aggentilita di Enrico II diede

l'impulso, che le più ridenti ispirazioni dei trovieri e dei trovatori

nacquero fra le nebbie del Tamigi[198].

Ed a qual pro queste contese di preminenza? Per qual ragione ogni

popolo non avrà conservato la sua propria indole, ed ogni poesia

la propria originalità sua! che bisogno v'ha dell'effetto d'una

fantasia sull'altra? qual rassomiglianza ci ha egli fra i trovieri di

Piccardia, gli Anglonormanni, i Sassoni e i trovatori della Linguadoca

e della Provenza? Ogni nazione ha le sue poetiche tradizioni; gli

scaldi cantavano l'Edda e l'Olimpo mitologico di Odino; i Sassoni e

gli Alemanni recitavano i loro canti nazionali, i Nibelunghi della

patria, e i Provenzali aveano i loro poeti a quel modo che i Normanni

i loro trovieri. Quanto all'influenza orientale dove trovare al secolo

decimo e all'undecimo, in Siria e nella Spagna medesima, que' fiori

d'immaginazione, quelle arabe novelle, dove in palagi di cristallo si

veggono il visire Yafar ed Arun-Al-Rascid, parti poetici nati in tempi

assai posteriori?[199] A legger le croniche arabe del secolo decimo,

ed anche le relazioni orientali intorno alle crociate, null'altro

ci troviamo che una tal quale aridezza di forme, e un modo di narrar

sì misero e spolpato come nelle più povere cronache dei monasteri di

Francia. Or che avrebbero potuto levar da tali monumenti i trovieri ed

i trovatori? Dov'è questa vantata fantasia orientale? In tutte le opere

d'arte ci sono forme consimili, e una consonanza che vien di più alto,

un tipo comune, ma conchiuder da questo, che la letteratura sanscrita

e l'araba ha influito nei poemi di cavalleria, e prescriver così una

genealogia all'immaginazione, è grossissimo errore[200].

E per qual ragione lo spirito francese non avrebb'egli potuto, per

impulso del genio nazionale, crear da sè solo questi grandi poemi

che rimaser come testimoni dei costumi di un tempo? Siam noi forse

una nazione che viva d'accatto? le nostre magnifiche cattedrali non

sono forse opera nostra? E queste leggende di marmo, significanze

delle leggende scritte, non lascian forse inferire una immaginazione

vivace, profonda, sì da potere spontaneamente produr le opere della

poesia carolingica? E perchè insieme con le compagnie de' muratori

che innalzarono quegli egregi lavori di marmo, esser non vi poterono

eziandio compagnie di poeti a celebrare i fatti gloriosi della patria?

Tutte le cose, in una civiltà, si pongon fra loro in armonia, ed al

tempo che l'organo mormorava nelle cattedrali, e il canto fermo risonar

faceva i solenni inni di morte, ben esser ci potevan poeti sì ricchi di

fantasia lor propria da celebrar le prodezze di Carlomagno.

Una tra le più antiche creazioni della scuola romanzesca evidentemente

appartiene al Mezzogiorno, ed è il poema o la canzone eroica di

_Guglielmo Corto Naso_[201]. Guglielmo dal corto naso, o d'Orange,

è fra gli eroi uno di quelli che i poeti della gaia scienza più

celebrarono; come la vita sua meritava. Egli era contemporaneo di

Carlomagno, e forse ch'ei fu quel medesimo Guglielmo d'Aquitania, che

sotto Carlo Martello, assalì gagliardamente l'esercito dei Saracini; ed

infatti la presente canzone lo addita come il flagello degl'Infedeli;

egli è santo insieme e prode paladino, e abbiamo intorno a lui una

lunga leggenda, però che la pietà al tempo della cavalleria aveva pur

essa le sue epopee, ed accanto alla storia romanzesca veniva la divota

leggenda, che raccontava le religiose maraviglie e i miracoli degli

epici eroi; e l'uomo celebre trovavasi sempre così tra due grandezze,

quella del cielo e della terra. Varie discendenze ci sono di questo

romanzo di Guglielmo Corto Naso, che conducono da Carlo Martello

fino a Lodovico il Pio, creato re d'Aquitania, che la generazion

dei trovieri non lasciava così un pio paladino senza mescolar la sua

vita in tutti gli avvenimenti di qualche rilievo onde scosse erano le

immaginazioni. Ognuno famigliarizzavasi con la storia di quei nobili

personaggi: le donne, i cavalieri, che ascoltavan queste canzoni,

volevano innanzi tratto sapere la prima età di colui che aveva lasciato

sì alto grido di sè, donde la _Fanciullezza_ di Carlomagno, d'Orlando,

d'Uggero il danese; poi veniva l'età più operosa della vita, venivano

i combattimenti, le gesta degli affettatori di giganti, i pellegrinaggi

armati, e per ultimo dopo la vita focosa, il pentimento, e, come allora

dicevano, il _monacato_ (moinage).

Tutti questi racconti legavansi l'un dopo l'altro, e il capriccio del

cantore li veniva con incessante volubilità disvariando. Quanti non

furono i poemi su Guglielmo Corto Naso da Girardo di Rossiglione fino

alla _Fanciullezza di Viviano_, una delle più graziose fra l'eroiche

canzoni! Ed a che ripetere a voi la fanciullezza di un eroe, a voi,

generazione tutta intesa a materiali interessi, e sì aliena dalle

semplici impressioni di quel tempo? Trattasi pur sempre della trista e

fatal rotta di Roncisvalle, che gravò per sì lunghi anni sul cuor dei

Francesi[202]. «Guerino, fatto prigione, si vede intimata la morte fra'

tormenti se non dà il proprio figlio in ostaggio, ond'egli manda una

scritta a' suoi baroni, i quali si stringono a consiglio per deliberare

se sia da mandar Viviano fanciullo, il figliuolo del prigioniero

Guerino. Guglielmo Corto Naso è d'avviso che Viviano si sagrifichi per

salvare il padre suo, chè non v'è albero dell'orto il quale prestar

non debba l'ombra sua al suo padrone: ecco dunque il fanciullo che

va a trovar la madre sua tutta in lagrime: pietosissimo abboccamento!

— Vanne, Viviano, gli dice la madre, io spiccherò de' tuoi capegli e

della carne delle tue unghie e delle dita, più bianca che ermellino, e

mi porrò ogni cosa come ricordo attorno la persona. — Nè questa nobil

madre si fa punto a stôr Viviano dal pietoso dover suo, chè troppo a

cuore gli sta la liberazione del diletto suo sposo. Viviano, armato

cavaliere da Guglielmo Corto Naso, il miglior uomo nato da donna,

giura di non mai fuggire dinanzi ai Saraceni come farebbe un vile e

malnato cavaliere. — Tremendo voto! gli dice Guglielmo, e tuttavia

questo Guglielmo non è forse il più impetuoso dei cavalieri? Talvolta,

soggiunge indi, la fuga è buona quando è a conservare la propria

persona. — Partesi Viviano dopo aver ripetuto il suo voto di cavaliero,

e lo compie bravamente, però ch'egli manda a Guglielmo Corto Naso una

barca, in cui stanno più di cinquecento Saracini, quali con le braccia,

quali con le gambe, quali coi nasi tronchi dal fendente della poderosa

sua spada. I Saracini vogliono vendicarsi, e vengono senza numero appiè

della città d'Arlephaus o di Arli, e assediano il luogo dove riposan

le ossa cristiane. Viviano si precipita su loro, ma che può un solo

contro cento, contro mille? Egli sta per soccombere, e già presso a

morire richiama le memorie, della sua giovinezza, il suo zio Guglielmo

e la nobil sua dama Gibora, che lo nutrì al suo seno. La mischia

divien sì folta che più non si conoscon fra loro. Viviano è alle mani

con Ordovano, uno dei re saracini, e scampato per un miracolo, ripara

nell'antico castello a sopraccapo della città, ed ha il tempo di fare

avvisato Guglielmo d'Orange.

«Or ecco il messo entrar nell'antica città dei conti d'Orange, ove si

veggono officine in esercizio per ogni parte; chi fa scudi o maglie

d'acciaio, e chi selle e chi staffe. Il messaggero trova Guglielmo

che giuoca agli scacchi, e n'ha promessa di pronto soccorso. Ahi che

Viviano n'ha troppo bisogno! S'ode da lungi il suono del suo corno: già

perde a fiumi il sangue, e il nobil cavaliero si muore. Mentre se gli

fanno i funerali, i Saracini assaltano Guglielmo d'Orange, sì che il

prod'uomo è pur costretto a fuggire sul suo buon cavallo Bucento, col

corpo del giovin Viviano, freddo morto. Obbligato a lasciare indietro

il prezioso suo carico, egli scappa e scappa fin dentro ad Orange, la

sua città, dov'ei trovasi tosto assediato». Un'altra discendenza del

gran poema segue Guglielmo fino alla tomba, essendochè, come dissi,

l'epopea non era compiuta, se non quando la schiatta era spenta. Di

questo modo e cantori e trovieri si appigliavano ad una sola vita, la

presentavan sotto tutti gli aspetti dall'infanzia fino alla morte, e

cavalieri e castellane abituavansi a tutte queste memorie e a questi

nomi propri d'eroi. Era la cronaca delle grandi schiatte, il patrimonio

glorioso di questo o quel castello; sapevasi com'erano nati Orlando,

Rinaldo, Uggero il Danese; si tenea dietro ai degni figli loro, e

nipoti, e cugini; vivean della loro vita, famigliarizzavansi con le

loro imprese, ed ognuno vi cercava la sua genealogia, la sua origine,

la sua discendenza e gli esempi suoi. Un prode castellano avrebbe

descritte, come se le avesse avute dinanzi agli occhi, le arme dei

paladini del gran Carlo, e i bisanti d'oro su fondo rosso del duca Namo

o del traditore Ganalon di Maganza.

Guglielmo dal corto naso è una tradizione meridionale, a simiglianza

del romanzo o della leggenda di _Filomena_ e della _cronica_ di

Turpino, di origine supremamente spagnuola. Turpino non iscrisse alla

fin fine se non una leggenda, nè il suo racconto è altro più che la

semplice tela d'un pellegrinaggio a Sant'Iacopo di Compostella, e non

mica una di quelle grandi pitture delle prodezze cavalleresche: egli è,

posto a paragon delle maggiori canzoni eroiche, quel che la leggenda

di Guglielmo Corto Naso esser può a paragon dei romanzi che furono

scritti sul prode conte d'Orange. I pellegrinaggi avevano a quei tempi

vivissima efficacia sull'immaginazione altrui, e masse intiere di gente

si moveano per correre ad un sepolcro, e questo spesso risveglia i

vivi, e l'entusiasmo circonda le memorie di tutti coloro che consegnano

un gran nome alla tomba.

Ed oltre questa fervente pietà, altri motivi ancora ci avea che

rendevan più frequenti e rinomati i pellegrinaggi. All'udirsi esaltare

i miracoli d'un'arca santa, d'un pio monumento, tutti vi accorrevano,

come se a versar gli affetti del cuore fosse proprio bisogno di andar

in terre lontane; i pellegrini vi recavano le loro offerte d'oro,

d'argento e di zaffiri. Il più ricco di questi sepolcri era quello di

sant'Iacopo di Compostella, e niuno veniva a visitarlo senz'accrescer

di qualche cosa la dovizia de' suoi tesori. Questi devoti pellegrinaggi

servivano altresì di pretesto alle grandi imprese militari, e quando

Carlomagno meditava qualche spedizione, facea prima un pellegrinaggio

a questo o quel santo sepolcro. Ivi, protetto dalle immunità dei

pellegrini, niuno poteva toccarlo; esaminava quindi sicuramente i

luoghi, le vie romane ancora intatte, le posate, le forze che oppor

potevansi ad una prossima irruzione, confidandosi pur così di conoscere

più esattamente la geografia dei siti, onde poi aggregarli a' suoi

dominii. I pellegrini erano come grandi viaggiatori che vanno a scoprir

nuove terre; parecchi aveano già esplorato il monte di Giove e il

monte Cenisio prima di tentare il passo alle guerre di Lombardia, e il

pellegrinaggio dell'imperatore a Sant'Iacopo di Compostella fu senza

più un pretesto per saper la cima dei Pirenei, e assicurasi un varco

attraverso di quei sentieri, e fra quei mal noti burroni.

Le canzoni eroiche dunque compongono un certo numero di discendenze o

diramazioni che ne formano come alberi genealogici, ma egli è da notare

altresì che quando celebrano il gran nome di Carlo o di Karll, elle non

si riferiscono solo a Carlomagno, ma a tutti i Carolingi in generale.

I trovatori mescono continuamente insieme e confondono Carlo Martello,

Carlomagno e Carlo il Calvo o il Semplice, a quel modo che insiem

confondono Lodovico il Pio e Luigi il Balbo, d'onde una confusione di

nomi proprii, e quel continuo scambiar l'un per l'altro tutti questi

rappresentanti della schiatta carolina. Le grandezze e le picciolezze

sono accumulate sur un medesimo capo, in una medesima vita, onde avvien

poi che Carlomagno è talvolta sì mal certo, sì prostrato a petto de'

suoi eccelsi baroni.

Queste tradizioni della cavalleria furono quasi tutte scritte al

tempo delle guerre feudali tra il signore e i vassalli, quando la

superba effigie di Carlomagno era già cancellata e la monarchia in

guerra coi feudatarii maggiori. I romanzi cavallereschi rappresentano

continuamente i baroni in atto di negare il servizio loro, o i sussidii

che ad essi i sovrani domandano. I trovatori che andavano di castello

in castello a sollazzar le corti e i superbi siri, lusingar doveano

l'inclinazione di questi a resistere all'autorità regia, onde, allorchè

parlavano di Carlomagno, nol dipigneano altrimenti come il supremo e

potente signore, innanzi a cui tutte le volontà s'inchinavano; ma nei

loro canti, i baroni gli tengono fronte, ed egli è costretto a far la

guerra co' suoi vassalli. Qua egli è messo in campo contro i quattro

figli di Amone e il castello di Montalbano; colà cacciato sull'orme

di Doolino di Maganza, tanto ch'ei ti pare Luigi il Grosso, quand'è

costretto a combattere i castelli che attornian Parigi, e ad assediar

la torre di Monmorencì e di Monterì.

Storia di Carlomagno vol. 1/2 · 第 17 / 26 段