La quale canzone eroica intorno ai casi di Roncisvalle è uno dei

maggiori poemi di cavalleria che ancor ci rimangano di quei tempi

antichi, e comechè mista di favolosi episodi, almen ci prova, insieme

con la _Cronaca di San Dionigi_, come luttuosa era la memoria della

disfatta di Roncisvalle; uno fu questo dei maggiori disastri della

cristiana cavalleria, e quindi ne fu serbata la ricordanza attraverso

dei secoli. I trovatori del secolo XIII composero una compiuta azione

drammatica sulla morte di Carlomagno, nè dicono altrimenti che i

Paladini di Carlomagno morirono per mano dei montanari Guasconi,

guidati da Lupo, cristiani come loro; sarebbe stato un affligger troppo

i fedeli, ad essi raccontar dovendosi come tanti valorosi conti, erano

periti sotto i colpi di perfidi e traditori cattolici, onde voller

piuttosto attribuire la morte d'Orlando ai miscredenti e Saraceni, ed

alla fellonia di Ganellone da Maganza. Tornando poi alla storia vera

di questo fatal disastro della cavalleria, dir si dee essere stati i

Guasconi e Lupo duce loro, quelli che ne' Pirenei furono addosso alla

retroguardia di Carlomagno, e questo è sì vero che le croniche stesse

raccontano il supplizio di Lupo, che fu impiccato come fellone e sleale

per aver tradito l'oste dei Franchi, e un diploma di Carlo il Calvo

ricorda il nero tradimento della razza meridionale, e scaglia eterna

maledizione su Lupo di Guascogna, il quale ben si meritò il nome di

Lupo per la sua perfidia verso i paladini di Francia.

Anche nelle valli de' Pirenei durò per lungo tempo questa dolorosa

memoria di Roncisvalle, ed un canto dl que' montanari in lingua basca

celebra la vittoria dei loro antenati sui guerrieri dì Carlomagno[181];

esso è come dire l'espressione dei sentimenti e degli odii di quella

popolazione contro gli uomini del Norte che venivano a turbare la

pace de' Pirenei. Ivi non è alcun lamento per gli uccisi paladini, non

compianto per Orlando, ma solo la cara memoria della vendetta contro

que' guerrieri che abbandonarono il Reno e la Mosella per venir a

piombare sull'Ebro. Ecco quel canto antico, selvaggio in uno e sublime.

«Un grido sorse dal monti, e il pastore dimanda: Chi va là, chi mi

vuole? E il cane, che appiè dormiva del suo padrone, si sveglia, ed

empie la valle de' suoi latrati. È il sordo mormorio d'un'oste che

si avanza, a cui rispondono i nostri dalla vetta dei monti soffiando

nei loro corni bovini. Vengono! vengono! o che selva di lance! quante

bandiere! o che lampi mandano le armi loro! Quanti sono! Contali bene,

figliuolo: venti e migliaia d'altri ancora. Orsù uniamo le nerborute

nostre braccia, strappiamo questi massi, gittiamoli dalla cima dei

monti sui loro capi, schiacciamoli, ammazziamoli. E che vengono a far

questi uomini del Norte nelle nostre montagne? le montagne sono fatte

da Dio a frenare il corso degli uomini. — E i massi rotolano, il sangue

scorre: oh quante ossa peste! oh che mare dl sangue! Fuggite, fuggite,

voi che avete ancor lena e un cavallo!.... Fuggi, re Carlo, con le tue

piume nere e con la rossa tua cappa; il tuo nipote, il primo de' tuoi

prodi, il tuo caro Orlando è laggiù steso morto. Fuggono, fuggono!

Tutto è finito; e voi, montanari tutti, forbite le vostre frecce, e

riponetele insieme col vostro corno di bue; a notte le aquile verranno

a divorar quelle peste carni, e tutte quell'ossa biancheggeranno in

eterno!»

Niun rincrescimento si desta in que' valligiani, chè essi punto non

sceverano il sangue cristiano dal sangue saracino; nè trovan l'uno più

nobile o più puro dell'altro; gli uomini del Norte son venuti a turbare

i loro pascoli, a ingombrar le loro valli, a scuoter le loro montagne,

ed essi fan rotolar su loro que' massi: è l'espressione d'un odio di

cuore, e godono al pensiero di veder l'aquile alpine divorarsi quelle

carni ancor sanguinenti, e di contemplar quelle ossa biancheggianti.

La rotta di Roncisvalle è un monumento di gloria pe' Baschi, però

che da loro furon distrutti gli uomini del Nord in quelle alpestri

contrade. Nella Navarra ogni cosa è piena della memoria d'Orlando,

e ci si vedon le cappelle espiatorie in onore dell'eroe; i massi

spaccati da Durindana, e l'eco de' Pirenei vi ripete Orlando in quella

guisa che le onde del Reno scorrendo gorgogliano maestose il nome di

Carlomagno[182].

Scorrete la Spagna, e le _romanze_ di Castiglia, le _scagne_

dell'Andalusia, e le _ramble_ di Barcellona vi racconteranno pure

le ambasce di Alda la bella, la casta moglie d'Orlando, dopo le

gramaglie di Roncisvalle; tradizione che si ripete d'abituro in abituro

nell'Alava ed in mezzo alle torri del Mauro, in Navarra, a Valenza, a

Badajoz ed a Murcia, dove tuttor l'ho trovata. Eccovi ora la romanza di

Alda la bella, tradotta dall'antica lingua castigliana: — Stava donna

Alda, la sposa di don Orlando, in Parigi, con seco trecento dame per

accompagnarla; tutte vestono un abito simjle, tutte calzano una simile

calzatura, e tutte mangiano ad una mensa, tutte il medesimo pane,

eccetto donna Alda, la maggioringa fra loro. Cento filavano oro, cento

tessevano zendado[183], cento suonavano vari stromenti per divertir

la loro signora; ed un giorno ch'ella erasi addormentata al suono di

quegli stromenti, ella ebbe un sogno, un tristissimo sogno. Svegliatasi

tutta spaventata, mandò grida sì acute che furono udite per tutta la

città, e le sue dame le dimandarono: «Che avete, nostra signora? Chi

vi ha fatto male? — Un sogno, donne mie, che mi dà molto da pensare.

Mi son trovata sopra un monte altissimo, in luogo deserto, e sopra

questo monte sì alto ho veduto un astore con l'ali spiegate, e dietro

un'aquila che lo inseguiva con acute strida, e l'astore si ricoverò

sotto le mie vesti, intanto che quell'aquila grossissima, cogli occhi

accesi d'ira, sforzandosi trarlo di là sotto, gli spennacchiava le

ali e gli dava di gran beccate». Ora la cameriera le rispose: «Vi

spiegherò io subito questo sogno, mia signora». Ma ella cerca in vano

di consolar la sua signora, che ha pur sempre fitto in mente quel sogno

come un pensiero di morte. Ahimè! un altro giorno di gran mattino si

recan lettere scritte a nero di dentro, e fuori tinte di sangue; era

morto lo sposo di donna Alda, don Orlando era morto alla rotta di

Roncisvalle! —

Questa rotta di Roncisvalle avea dunque in ogni luogo contristato

il popolo cristiano, e la raccontavano e recitavano in flebile suono

a ricordar la catastrofe della cavalleria e il tragico episodio del

regno di Carlomagno. Così ogni nazione ha la sua funebre avventura,

la sua gran disfatta ch'essa piange come un funerale della patria; i

suoi poeti ne sono concitati, contristati gli storici, e dopo secoli e

secoli ancor dura la memoria di quel giorno fatale in cui caddero i più

sublimi difensori d'una nazione già spenta!

CAPITOLO XII.

GUERRE DI CARLOMAGNO CONTRO I VASSALLI E I POPOLI LONTANI.

I duchi di razza lombarda. — Sollevazione del Friuli. — Ribellione

dei Bavari. — Spedizione fra i Bretoni. — Lega dei duchi di

Benevento, dei Greci e dei Bavari. — Dieta contro Tassillone duca

di Baviera. — Guerra contro i Longobardi ed i Greci. — Spedizione

contro gli Avari e le nazioni slave. — Guerra pannonica. —

Conquista delle Isole Baleari, della Calabria e del paese degli

Avari. — La Venezia e la Dalmazia soggiogate. — L'isola di Corsica.

— Spedizioni favolose di Carlomagno. — Mistero intorno alle sue

grandi correrie militari.

780 — 806.

Chi scorre le cronache antiche e le tradizioni popolari, scosso

rimane al vedere l'immensa vastità delle conquiste di Carlomagno.

Gli annali scritti nella solitudine del monastero sono laconici, come

esser deggiono le opere di uomini che non avendo avuta cooperazione

nelle attive faccende della vita, le considerano tutte quante come

avvenimenti uniformi e in un campo circoscritto; i devoti allievi

del chiostro si contentano di citare una data, un fatto, un viaggio,

senza entrare in alcuno di quei particolari, che rischiarar possono la

storia circa la natura e i risultamenti d'ogni singola spedizione. Non

trovansi dunque se non alcune semplici note, sulle corse vittoriose

di Carlomagno, e ben si sa aver egli recato la guerra or sul Danubio,

or sulla cima de' Pirenei, or sull'Ebro, or nella Bretagna, ma non vi

sono ragguagli, e troppo è se nelle guerre maggiori, le canzoni eroiche

e i racconti dei romanzi di cavalleria, vengono ad aggiunger qualche

episodio, alla menzion generale dei fatti d'armi del re franco o

dell'imperatore.

Dallo studio, nondimanco, delle cronache, impariamo profondamente a

conoscere ed a sentir la grandezza e la potenza di Carlomagno. Cosa

non v'ha che comparar si possa a questo smisurato intento della sua

vita; dappertutto tu trovi il re Carlo; egli scorre in lungo e in

largo l'Europa, i suoi diplomi son dati da cento reggie e ville di nomi

diversi; che s'ei preferisce d'abitar le terre della Germania, ed ama

di trovarsi nelle scure foreste de' suoi maggiori, e alle caccie della

Turingia e delle Ardenne, non lascia tuttavia di correr continuamente

gli altri ampli paesi che compongono l'impero suo; nè questa irrequieta

fattività sua mai ha posa un momento. I popoli insorgono, si sollevano,

duchi e conti prendono l'armi, ed ecco Carlomagno reprimer con la

forza questi conati d'independenza! Egli è sempre a cavallo agitando

la pesante sua spada; non si dà tregua mai nè riposo nell'opera sua

gigantesca, e la fama sua cresce a segno che alcune cronache suppongono

conquiste e spedizioni armate, ch'ei pur mai non fece. Di questo modo

le canzoni eroiche attribuiscono a Carlo imperatore la conquista di

Costantinopoli ed anche una spedizione al Santo Sepolcro. Secondo

queste poetiche tradizioni Carlomagno non portò già soltanto l'armi

sulle rive dell'Ebro, ma sì pure alle colonne d'Ercole, e conquistò la

Spagna in uno e la Grecia, e ruppe la doppia podestà del Califfato e

dell'impero d'Oriente. Cosa difficile in tanta oscurità è il dividere

in due parti le cronache vere e le false leggende che si riferiscono

a Carlomagno, però che questo nome signoreggia il medio evo, nè cosa

s'è fatta di qualche celebrità in quei tempi che al nome stesso non

s'attribuisca. Alla critica dunque è forza esercitarsi in mezzo alla

confusione dei fatti e dei tempi; ora io m'accingo a tentar di ridurre

questi sparti annali della conquista nei termini del vero.

La prima guerra speciale, escluse le tre principali spedizioni di

Carlomagno, è rivolta contro i duchi del Friuli, che serbano una

frazione della monarchia longobardica, distrutta dalla vittoriosa

potenza di esso Carlomagno, essendochè le razze non cadono così tutt'a

un tratto, e sopravvivono alla distruzione della potenza lor nazionale.

I re longobardi aveano tre feudatari della loro monarchia, i cui

feudi dipendevan dalla corona di ferro, ed erano i duchi del Friuli,

di Spoleti e di Benevento, dei quali Carlomagno, poi che si fu posto

in capo a Monza la detta corona, si contentò di ricever l'omaggio,

credendoli oramai sottomessi all'autorità sua; e gli fu ben forza

contentarsi di questa semplice prestazione di omaggio e di fede (che

fu dagli statuti feudali più tardi regolata) in tempo che occupato

nel governo di vaste terre e in continue spedizioni, non poteva tutto

sopravvedere. Di tal modo que' duchi furon dunque di nuovo rappiccati

alla corona di ferro: ma germogli com'erano del ceppo longobardo,

e congiunti di Desiderio o degli Astolfi, re loro nazionali,

impazientemente sopportavano il giogo straniero, ed a simiglianza dei

Sassoni e degli altri popoli di fresco soggiogati, approfittavano delle

lontane spedizioni di Carlomagno per insorgere contro di lui.

Una ribellione vi fu del duca del Friuli, mossa da amor della nazione

longobardica, che si difendea con un ultimo sforzo, contro la straniera

oppressione. Un figlio di Desiderio erasi rifuggito a Costantinopoli,

e per una curiosa vicenda della fortuna, questi principi di Lombardia,

nemici naturali dei Greci, venivano ad implorare il soccorso di quegli

imperatori a cui essi aveano tolto una parte dell'Italia. Questo figlio

chiamavasi Adelgiso, e avea lasciato per ogni dove buona memoria di

sè nelle città greche; d'altra parte gl'imperatori di Costantinopoli,

miravano con occhio geloso questo rapido innalzamento del re de'

Franchi, il quale già confinava con le loro frontiere. L'alpestre

Friuli era sotto il dominio d'un Longobardo di nome Rodogauso,

confederato d'Arigiso, quando quelle popolazioni tôr volendosi dal

collo il giogo di Carlomagno, dichiaratesi independenti, si strinsero

in lega a scuotere il vassallaggio. Ma il potente re dei Franchi ebbe

tosto avviso di questi moti dei popoli longobardi, però che patrizio

di Roma com'egli era, avea ivi sue corrispondenze, ed i papi lo

avvertivano d'ogni menomo segno di sedizione; ed avendo appunto in

que' giorni finito di reprimere i Sassoni, al primo scoppiar della

sollevazione comparve in Italia co' suoi conti e leudi, e il duca del

Friuli fu domato e costretto a giurar di nuovo fede ed omaggio, ed a

dar pegni dell'intera sua soggezione.

Ma non sì tosto ha compiuta questa sua spedizione, che altri moti

sorgono altrove, nè son più soli i duchi feudali in Italia, che romper

vogliono i vincoli onde sono costretti ai Franchi, ma il medesimo

far vuole il duca di Baviera, di nome Tassillo o Tassillone, come le

cronache il chiamano, non già le canzoni eroiche, dando esse invece il

nome di Namo il Savio a quel duca. In ogni luogo dove Carlomagno non

giungeva con la podestà de' suoi conti e leudi, egli avea stabilito

ducati feudali che si congiungevano col gran tutto che indi formò

l'impero. I Bavari aveano un duca militare a simiglianza dei Sassoni e

dei Frisoni, poi che furono conquistati, ed era tributario de' Franchi

e di Carlomagno principe loro. Tassillone, vassallo di questa corona,

per giuramento fattone al re Pipino ed a suo figlio, era congiunto in

parentado con la famiglia longobarda, siccome colui che avea sposata

una figliuola di Desiderio, e per mezzo del Tirolo la Baviera univasi

alla schiatta italiana. Se non che la ribellione del duca di Baviera fu

sedata per interposizione dei vescovi, e il papa medesimo lo indusse a

restar fedele; sì ch'egli venne alla dieta di Vormazia a dare ostaggi

ed a prestar giuramento di fedeltà. La Baviera avea già in questo tempo

parecchi vescovadi, e già sorgea maestosa sul Danubio la cattedrale

di Ratisbona; però ch'egli è da sapere che le sacre basiliche,

e l'instituzione delle sedi episcopali erano i segni, a que' dì,

dell'incivilimento d'un popolo.

Gli annali dicon pure che Carlomagno fece in quel torno una spedizione

in Bretagna, in persona o per mezzo de' suoi luogotenenti. I Bretoni

formavano, nelle Gallie, una gente quasi indomita, che abitava l'antico

paese degli Armorici; avean essi loro particolari usi e costumi e

lingua, che ricordava la loro celtica origine; rare eran tra loro le

città, e solo pochi monasteri situati sulle fiumane, aveano preparato

alla civiltà quelle selvaggie contrade. In Bretagna duravano pur

sempre le antiche usanze, le are druidiche, l'adorazione degli alberi

sacri, le foreste secolari; i conti erano al tutto independenti,

ed invano l'Armorica avea giurato fede ed omaggio ai Merovingi, nè

Pipino seppe se non a stento conservarla, con l'aiuto dei conti e dei

governatori delle marche da lui colà stabiliti. I Bretoni di nuovo si

riscossero, e Carlomagno, in una dieta tenuta a Vormazia, deliberossi

ad una spedizione nell'Armorica, a proposito della quale le sterili

cronache sol riferiscono che rapide furon le sue vittorie, e che i

Franchi pigliarono le città, e si partiron le terre fra loro; delle

quali spartigioni, anche i cartolari di quei tempi serbaron memoria.

Le cronache poi non dicono se Carlomagno conducesse la guerra in

persona; ma forse contentossi di mandarvi alcuni di quei prodi uomini,

che simili ad Orlando di gloriosa memoria, furono duchi o conti

della Bretagna. Domati così anche i Bretoni al pari dei Sassoni e dei

Longobardi, diedero anch'essi ostaggi, ed i vescovi congiunser coi

vincoli cattolici questa provincia al gran corpo ideato da Carlomagno.

Tutta la vita del re passa in lontane spedizioni all'uopo di far

riconoscere la sovranità sua. I Longobardi conservando la loro mutabil

natura, facile alla ribellione, si sono già confederati co' Greci,

che offeriscono di dar loro aiuto in un moto contro di Carlomagno. La

condizione di que' popoli è mutata; pur dianzi essi aveano conquistato

le loro città sulle spoglie dell'impero d'Oriente e compiuto il

dominio loro sull'Adriatico a danno dei Bisantini, impossessandosi

della greca Ravenna; ora, in vece, che i Franchi sono in Lombardia,

gl'imperatori di Bisanzio paventano ben più questi nuovi conquistatori

dei duchi longobardi di Benevento, dei Friuli e di Spoleti. Questi

tre gran feudatari della corona di ferro si trovano sospesi fra due

omaggi: o si chiariranno ubbidienti vassalli di Carlomagno, o si

porran sotto l'impero di Bisanzio, diventando per questa via come

guardie avanzate dei Greci. Un patto segreto intanto conchiudevasi

fra essi e gli imperatori per mezzo del figliuolo di Desiderio: ma

papa Adriano, il vero vigile di Carlomagno in Italia, lo fa tosto

avvisato di questa nuova trama della razza longobarda, che sta per

collocarsi sotto la signoria di Costantinopoli. Di qui principalmente

ha cagione il conflitto tra la schiatta longobarda e la schiatta

franca: da una parte la potenza di Carlomagno, sostenuta e spalleggiata

da Roma, intanto ch'egli, con doni delle terre conquistate, allarga

il dominio di San Pietro; dall'altra, gli antichi principi longobardi

che chiamano i Greci in loro aiuto. E gli imperatori bisantini gli

aiutano e sostengono, ad essi eziandio concedendo il titolo di patrizi,

e tant'oltre vanno i trattati, che Arigiso duca di Benevento, per

meglio acconciarsi alle usanze e consuetudini dei Greci, indossa le

vesti succinte cariche d'oro, che dagli altri popoli distinguevano

gli abitanti di Bisanzio, e fa prender questo stesso vestiario a' suoi

soggetti, e si rade i capegli alla foggia dei Greci.

Papa Adriano rivela pur tutti questi segreti convegni a Carlomagno, e

gli palesa le pratiche sempre in atto fra i Beneventani e gli uffiziali

degli imperatori di Costantinopoli. Onde Carlo scende di nuovo in

Italia, e muove contro Benevento: or s'egli ha testè sì agevolmente

domati i duchi di Spoleti e del Friuli, come potrà egli quest'altro

vassallo resistere a quel grande conquistatore? Il duca invia quindi

suo figlio Grimoaldo a Roma a chieder grazia, con profferta di tornare

tra i ceppi del vassallaggio, e la profferta è accettata; anzi Carlo

stesso viene a Capoa a ricever l'omaggio, e pone per sempre fra'

suoi feudatari il duca di Benevento imponendogli un annuo tributo di

settemila soldi d'oro. I papi, a largo guiderdone dell'affetto che

portavano a' Franchi, ebbero in dono le città di Capoa, di Piombino e

di Viterbo; ampliazione del patrimonio pontificio procedente da quella

conquista.

L'impero di Carlomagno confina dunque con l'Adriatico, ed ha in

faccia la Macedonia, l'Epiro e l'Albania; la frontiera sua si stende

all'impero greco, e sta necessariamente per entrare in comunicazione

e fors'anco in ostilità immediata co' Bisantini e con l'armata loro

di mare e di terra, che ancor tutto non ha perduto l'antico valore.

Nè la guerra si fece troppo aspettare, che quegli imperatori, ultimi

signori feudali dei principi di Benevento, mandarono navi piene di

armi e d'armati e dare di spalla alle prove che i Longobardi tentavano

per sottrarsi al dominio de' Carolingi. Una sorta di lega tra i

vassalli ordinavasi contro Carlomagno: le Alpi del Tirolo separavano

i Longobardi dai Bavari, fra i quali ci aveano pratiche, ed una

strettissima unione di famiglia. Tassillone, il duca di questi ultimi,

appena soggiogato, ripigliava le armi, conseguentemente alle trame ed

ai trattati suoi co' Greci e cogli Italiani, onde Carlomagno a spegnere

in sui primi tentativi queste sedizioni armate, convocava una dieta a

Ingeleima, per ivi giudicar Tassillone. Il primo esempio era questo

dell'applicazione delle leggi germaniche, col citare un duca, gran

vassallo della corona, innanzi alla dieta convocata, dieta sovrana che

sentenziava così sulla sorte d'un vassallo. Accusato dunque Tassillone,

i feudatari sentenziano che egli come traditore e fellone s'è fatto reo

di morte; se non che Carlo gli fa grazia della vita, ma spogliandolo

de' suoi stati il costringe, insiem co' suoi figli, a vestir l'abito

monastico. Da questa dieta, a giudicar dello scadimento d'un vassallo

tenuta nel palazzo d'Ingeleima, deriva tutto il diritto germanico per

la confiscazione de' feudi, ed è un precedente che fu allegato anche

ai tempi moderni contro que' principi che s'erano separati dalla lega

tedesca[184].

Nel secondo periodo di Carlomagno viene operandosi un cambiamento

di sistema quanto all'ordinamento feudale. Nei primi tempi del suo

regno prevaleva la forma ereditaria; amando egli di instituir alle

frontiere grandi vassalli che fossero guardiani e governatori delle

marche, sovraneggiava, per mezzo loro, ricevendone l'omaggio. In questo

secondo periodo all'incontro non vi fu più instituzione di duchi

ereditari; ma prevalse nei capitolari, come generale ordinamento di

governo, il sistema dei conti con dipendenza immediata, il quale viene

dappertutto introdotto, come più adatto alla forma d'unità; l'impero

si stende fino ai limiti più lontani, e i _missi dominici_ o inviati

regi, magistratura mobile sì pel tempo come per il luogo, forman

la base di quest'attiva amministrazione; nuovo reggimento che porta

pure suoi sconci e pericoli per l'avvenire del carolingico impero.

L'istituzione dei ducati ai confini delle terre del dominio formava

un governo di mezzo che non era nè l'assoluta signoria di Carlomagno,

nè l'independenza politica dei vassalli; egli era come un pendio che

dal grande edifizio carolino estendevasi fino alle terre dei Barbari,

i quali facevan come un'immensa rete intorno all'impero franco: a

settentrione i Danesi e ad oriente gli Schiavoni, gli Ungheri della

Pannonia, gli Avari e tutte quelle genti mezzo tartare che abitavano

le lande che si stendeano dal Danubio fino al Volga. Cessato che

fu in Baviera ed in Lombardia fino a Benevento il sistema dei duchi

ereditari, Carlomagno trovossi in comunicazione immediata coi Danesi,

con gli Schiavoni e cogli Ungheri, e potè con la forza dell'armi sue

per alcun tempo respingerli; ma quei popoli si ricattarono sopra i suoi

successori, e alla fine del nono secolo ed al principiare del decimo

ecco romoreggiar la tempesta, ed ecco gli Scandinavi e gli Ungheri

piombar sull'impero.

Carlomagno non ha omai più a temer dei Saracini, chè ei gli ha

debellati, cacciandoli dinanzi a sè fin al di là dall'Ebro; oltre

di che nuove spedizioni in Catalogna o in Navarra gli assicurano su

que' popoli il primato. I Greci anch'essi vengono per poco in aiuto

dalla razza longobarda, e son vinti. Le antiche civiltà non minaccian

dunque più l'edificazione d'un grande impero; ma ben egli paventar dee

della selvaggia vigoria dei popoli che campeggiano a cavallo intorno a

quest'impero come fossero sotto un ampio attendamento. Non sì tosto la

rotta dei Greci ha raffermato la potenza dei Franchi in Italia, ecco

insorger si veggono contro a Carlo gli Avari, gente degli Ungheri che

vien presa da' Greci a' loro stipendii; i Vistli anch'essi, popolo

slavo accampato sulle rive dell'Elba, fanno scorrerie militari fino

alle terre degli Obotriti e della Sassonia, frontiere militari dei

Franchi, nè la guerra ha oramai più confini. Forza è domar le razze

barbariche, e le terre più lontane veggono spiegar gli stendardi

di Carlomagno; le guerre di Pannonia succedono alle spedizioni di

Sassonia, ed ecco il tempo in cui leggonsi nelle croniche i nomi degli

Ungheri, degli Schiavoni, dei Danesi, dei Vistli. Carlomagno non pose

limite alla sua fattura, ma l'andò continuamente ampliando con nuove

terre per mezzo della conquista. Ben otto anni durano queste guerre

di Pannonia contro gli Avari, ed a grande stento possiam seguirne

le traccie attraverso all'incerta geografia del medio evo; le sono

irruzioni sì lontane, sì vaghe, d'indole sì tartarica, da non potervi

scoprire un intento generale, e dalle cronache appena sappiamo che il

gran capitano dei Franchi doma gli uni dopo gli altri gli Ungheri, i

Boemi, gli Avari, i Danesi. Or eccolo nella Dalmazia e nella Venezia,

e a quel modo che la Boemia s'è testè soggettata alle sue leggi,

ecco venir di presente a lui gl'inviati dei Dalmati, gente forte e

selvaggia, che offre di pagar tributo, piuttosto che trovarsi a fronte

in campo con un principe che spaventa col suo nome il mondo intero.

Infatti sterminata è la fama di Carlomagno, e i Barbari ne serbano viva

impressione, n'hanno terrore, e gli Scandinavi medesimi, costretti

nei loro confini, non osano assaltar le frontiere del nuovo impero;

in ogni luogo questo nome risplende, tutti a lui si sottomettono, chi

profferisce di pagar tributo, chi di ricevere un re, chi un conte; la

Corsica gli manda l'omaggio suo, Venezia e la Sardegna riconoscono la

preminenza di lui: così al Nord come al Mezzogiorno tutto si prostra

innanzi a questo formidabile nome.

Storia di Carlomagno vol. 1/2 · 第 15 / 26 段