Se non che il sangue di questi supplizii punto non valse a spegnere

l'astio dei Sassoni, ed altre tribù pigliaron le armi, nè appena

era domata questa, insorgeva quella; le erano popolazioni gelose,

indipendenti, tutte situate a' confini di genti naturalmente nimiche

di Carlomagno; i Danesi, gli Slavi, i Frisoni, istigati dai Sassoni

pigliavan le armi al primo segnale per far causa comune co' nemici

degli Austrasii; guerra infinita di popoli e di razze. Ma le genti di

Carlo aveano veramente il primato militare, nè i Sassoni mai vennero a

campal giornata se non per essere vinti e sconfitti; nessuna rilevante

vittoria ottennero essi mai contro a Carlomagno, cui essi temevano come

un Dio; parendo loro aver sempre addosso quella sua mazza ferrata.

Intanto Carlomagno, fatta sua dimora d'una delle germaniche sue ville,

attende a soggiogar per sempre i Sassoni, riedifica la fortezza

d'Eresburgo, e tiene in mezzo a' suoi guerrieri corte plenaria a

Paderborna; e ad ogni tratto spedisce grosse schiere di Franchi a

guastar ben oltre le terre de' Sassoni, ed a piantarvi accampamenti

alla foggia de' Romani. Ma vedendo di questo modo non aver più fine la

guerra, deliberossi di rivolgersi dirittamente allo stesso Vittichindo

per trattare con lui a tu per tu della pace. Vittichindo ed Albione,

i due capi di maggior grido tra i Sassoni, dimandarono salvocondotto,

e vennero a trovar Carlomagno nella sede sua di Paderborna, accoltivi

a grande onore, festeggiati dai conti, e catechizzati dai vescovi.

Carlomagno profferse a Vittichindo il titolo di duca di Sassonia, e

gli onori della sua corte, purchè abbracciasse il cristianesimo, segno

di soggezione appo i Sassoni, essendochè un giogo era per essi la

religione dei Franchi, e giogo spesso odiosissimo. Vittichindo accettò

la profferta, e con lui altri più capi di quella nazione ricevettero il

battesimo. Grande vittoria fu questa, e il termine, a così dir, della

salvatica indipendenza di quelle tribù. Prive del valoroso capo che le

guidava alla guerra esse oramai più non s'avventurarono che a spartate

sollevazioni, le quali furono anche tosto compresse dalla ferrea mano

di Carlomagno.

Divenuto fedel vassallo a quest'ultimo, Vittichindo lasciò al tutto le

armi, ed andò a ricoverarsi in un monastero. Quasi tutti i più nobili

lignaggi della Germania discender vollero da questo ceppo; chi non

potea dirsi della schiatta di Carlomagno, gloriavasi d'aver Vittichindo

per antenato, chè un prod'uomo ognuno il vorrebbe per suo progenitore.

La stirpe che più ragion d'ogn'altra potea gloriarsi d'essere uscita

da Vittichindo, quella fu di Capeto, recando infatti le cronache che

Roberto il Forte, il poderoso conte di Parigi, fu pronipote del Sassone

glorioso[171]; chè fra que' battagliatori v'era sempre, come a dire,

una misteriosa catena, che univa gli uni cogli altri, di gloria in

gloria, di forza in forza, e bello certamente era l'aver principio da

Vittichindo. Il quale, fatto quindi piissimo, fu onorato per santo e

nominato nelle antifone, cantico d'onore e panteone del medio evo. Ad

esempio di lui, gli altri Sassoni convertiti, si danno sinceramente al

cristianesimo.

La rinomanza di Vittichindo, e la gloria della spedizione di Sassonia,

doveano naturalmente somministrare ampio soggetto alle canzoni eroiche;

infatti sotto il titolo della canzone di _Guiteclino di Sassonia_,

un trovatore di nome Giovanni Bodel, nativo di Arras, compose in

sull'entrar del secolo XIII un intero poema epico sopra Guiteclino

ed i Sassoni, che ritrae de' tempi feudali, i più vivi e coloriti di

quel periodo di confusione in cui i tracotanti baroni comandavano ai

re. Eccovi lo spirito di questa canzone eroica. «I Sassoni minacciano

l'impero de' Franchi, ci vogliono dunque aiuti, sussidii, modi a far

la guerra, onde Carlomagno dimanda quattro denari ai suoi baroni

_urepi_ o _urepedi_ (_hurepés_)[172] dell'Angiò, della Bretagna e

della Neustria; gli Scozzesi, gl'Inglesi, gli Alemanni e i Bavari

pagano questo tributo, e togli qua che i baroni _urepi_ di Carlomagno

non vogliono pagare, dicendo che si fa per avvilirli, che addio alle

immunità loro se fossero sottoposti a un tributo. Che fanno dunque i

superbi feudatari? Pigliano il partito di chiudere quattro denari nel

pennone d'ogni lancia, poi vengono così innanzi a Carlomagno, alla

sua corte plenaria d'Aquisgrana, e gli dicono: «Imperatore, vien tu

stesso a prendere, se tanto ardisci, il tributo». Qui il poeta gode di

abbassar Carlomagno, e segue a raccontar come al sopravvenir dei suoi

baroni, ei si fa incontro ad essi a piè nudi, senza corona in fronte, e

rinunzia all'imposta promettendo di non mai più dimandar loro tributo

alcuno. Ecco pertanto la libertà feudale in tutta l'ampiezza sua; il

barone deve il suo corpo, ma non il danaro mai; il pagamento del denaro

è solo un dovere pel villano, e per l'uomo di _podestà_, cioè in poter

d'altrui.

Carlomagno ed i suoi baroni muovono indi da Aquisgrana per la guerra

di Sassonia, e qui mille descrizioni di combattimenti; un abbassar

di lance, un mescolarsi di pennoni e il duca Guiteclino è ucciso in

battaglia. Qui pure s'intrecciano gli amori di Berardo e d'Elisandra,

di Baldovino e della regina Sibilla; le crociate hanno siffattamente

riscaldate le fantasie, che si trovan per ogni dove le rimembranze

di Gerusalemme. Ma ecco i fratelli di Guiteclino che insorgono a

vendicar la sua morte, e atterrano Berardo e Baldovino, niuno resiste

ai colpi loro, e qui un'altra rimembranza viene a collocarsi nella

mente del poeta; quella dell'invasion dei Normanni e degli Ungri

al secolo decimo: la stessa confusione, solo che vi è in ogni parte

celebrato il nome di Vittichindo. La guerra dei Sassoni, fu la grande

impresa del regno di Carlomagno, ed ebbe ad esser soggetto di poema

come Roncisvalle, e come ogn'altro tema che ricordasse le grandi gesta

militari.

Il modo che tenne Carlomagno nel terzo periodo delle sue guerre

sassoniche, fu più efficace che non il suo primo ordinamento del

vassallaggio. Veduto che le popolazioni erranti non si affezionano al

suolo, ei fa trasportar le principali famiglie sassoni nell'interno

della Francia, e il paese loro fu dato ad altri popoli (gli Obotriti)

a Carlomagno più ubbidienti e fedeli. Così le famiglie sassoni più

riottose ed audaci, tramutate in Francia, ebbero in retaggio le terre

del fisco, o furono cacciate nei monasteri e condannate alle solitudini

del deserto; ond'è che sotto Lodovico Pio troviam di queste cotali

famiglie nelle badie, e ardenti religiosi ed eziandio santi di origine

sassone[173], e cronisti e poeti che attendono a scriver gli annali del

paese.

Se la guerra sassonica fu la più crudele, la più sanguinosa che mai

avesse a sostener Carlomagno, essa rende pur testimonio della grandezza

e della fermezza sua, della forza e della destrezza ch'ei vi pose;

ma era un'opera di conquista, che dovea col tempo trar seco la sua

reazione. Avea Carlomagno rincacciate, stipate le popolazioni nel Nord,

nella Danimarca, nel Giudland; e da chi fu rovesciato l'impero suo? Da

quelle popolazioni medesime che vennero alla volta loro ad assalire

i Franchi. La storia del mondo è azione e reazione; i conquistatori

cacciano le nazioni, e queste ritornano più forti a spezzar trono e

spada di coloro che sognaron l'impero universale del mondo!

CAPITOLO XI.

CONQUISTE DI CARLOMAGNO IN ISPAGNA. — ROTTA DI RONCISVALLE.

La Spagna e i Saracini dopo la battaglia di Poitiers. —

Corrispondenza di Pipino coi califfi. — Gli emiri di Catalogna,

di Navarra e d'Aragona. — Gli antichi cristiani. — Discordie

civili. — Gli emiri alla corte plenaria di Paderborna. — Carlomagno

delibera di conquistare la Spagna. — Convocazione delle milizie

— Le due irruzioni per mezzo ai Pirenei. — Assedii di Barcellona

e di Saragozza. — Ritorno dell'esercito. — Rotta di Roncisvalle.

— I Guasconi e il duca Lupo. — Lugubre suono di questa rotta. —

La canzone di Roncisvalle. — Tracce del passaggio de' Franchi ne'

Pirenei. — I corpi de' martiri. — La cappella. — La rupe e la spada

d'Orlando — Romanza spagnuola di _Alda la bella_, sposa _di don

Orlando_.

732 — 778.

Le spedizioni di Carlomagno furono, sin qui, in Germania e in

Lombardia; il Reno, l'Oder, le Alpi, il Po, avean veduto le lance dei

Franchi, folte come le messi estive agitate dai venti[174]; la corona

di ferro dei Longobardi ornava la fronte del re dei Franchi; le terre

d'Italia erano partite fra i suoi duchi e conti e leudi, e la Germania

acclamava il re dalla gigantesca statura che conduceva i Franchi

d'Austrasia e di Neustria alla conquista e al dominio della Sassonia

e della Baviera. Già fin dal primo istante della sua esaltazione avea

Carlomagno compiuto il soggiogamento dell'Aquitania, e la Guascogna

ubbidiva alla grande famiglia de' suoi vassalli; a' Pirenei il nome suo

era in grido, com'esser dovea quello del pronipote di Carlo Martello,

e formidate v'erano la potenza e la forza di questo coronato capitano,

benchè ancor veduto non avessero sventolar colà le sue bandiere. Ma

ben presto il suono del corno stava per assordar que' forri e quelle

valli, e una spedizione già era pronta a varcar quelle alpi dirupate.

Or qual cagione mai traeva tanta selva di lance in mezzo alle città

della Spagna? Come avvien egli che i Saracini da conquistatori stanno

per divenir conquistati? Qual memoria restava di quella sanguinosa

irruzione, che Carlo Martello, l'avolo di Carlomagno, arrestava nelle

pianure di Poitiers?

Questa terribil giornata di Tours o di Poitiers, fu termine alle

conquiste degl'Infedeli al di là de' Pirenei: la vittoria di Carlo

Martello, era venuta a raccendere l'invilito coraggio de' cristiani

in mezzo all'abbattimento generale degli animi e alle paure sparse

pel durare d'un secolo dalle rapide e maravigliose vittorie di quei

Barbari, e tanto bastò a mutar la condizione rispettiva dei popoli.

Quella sanguinosa disfatta dell'islamismo diede un irresistibile

impulso ai conti, ai duchi, alle intiere popolazioni della Gallia

meridionale, e i cristiani quasi tutti si levarono per una poderosa

crociata nella Guienna e Settimania. Fin dal regno di Pipino più non

v'erano se non alcune colonie spartate di Saracini nella Provenza e

nell'Aquitania, e quando Abd-Almalek, o Addamelecco bandì la guerra

santa, gl'Infedeli non aveano in mano più che la sola città di Narbona.

Tutta la potenza degli emiri s'era concentrata in Spagna, e nei monti

durava tuttavia un'antica schiatta di cristiani, maschia popolazione,

che s'era già liberata del giogo de' Saracini. Coperta di pelli ferine

o d'armature fabbricate negli antri delle rupi o in qualche solitaria

borgata, quella valorosa schiatta di Leone e di Castiglia scendeva di

quando in quando dall'inaccessibil suo ricetto per molestare i Saracini

delle città e delle campagne. In mezzo a quella lunga giogaia di monti

che si stende dalle Asturie fino alla Catalogna, viveva una maschia

e forte nidiata, che dovea coll'andar del tempo cacciar i Mori dalla

soggiogata Spagna, e piantar sulle francate città lo stendardo della

croce.

Oltre di che la Spagna non era già sottomessa ad una sola signoria,

chè non bastando ai Saracini, vincitori dei Visigoti, d'essersi

separati dal califfato di Bagdad, e dalla podestà del Commendator dei

credenti, intestine discordie regnavan anco nella penisola fra città

e città, e quasi ogni provincia aveva il suo emiro[175], e in mezzo

alla guerra civile, gli uni invocavano il braccio dei conti cristiani

e delle popolazioni visigote, potenti ancora sotto il vescovo loro

a Cordova o a Toledo; gli altri ricorrevano per aiuto agli antichi

Castigliani ed agli Asturiani delle montagne. Già fino a' tempi del

regno di Pipino alcune Ambascerie degli emiri di Spagna eran venute

a visitare il re di Francia nelle sue corti plenarie, ed egli mentre

dava loro udienza, ponevasi pure in corrispondenza coi califfi di

Bagdad, ricevendone ricchi presenti, e mandando loro in contraccambio

cani da caccia usi correre il cignale delle Ardenne e della Turingia.

È cosa incontrastabile che Pipino ebbe pratiche politiche col califfo

Almanzor[176] e che alcuni conti de' Franchi dimorarono per tre anni

a Bagdad, donde poi toccarono, sbarcando a Marsiglia, la città del

traffico.

L'ordinamento delle provincie meridionali, qual Carlomagno ebbe a

compierlo, piantava sulla frontiera di Spagna due grandi vassalli

militari della corona di Francia, ed erano i duchi dei Guasconi e degli

Aquitani, i quali Guasconi, per la loro dimora rimpetto a' Pirenei si

trovavano continuamente in commercio coi Saraceni, così come i duchi

loro con gli emiri, e mescolavano spesso i sangui loro; indarno i

concilii vietavano questa comunanza di nozze, che più d'una fanciulla

cristiana vedeasi andare sposa ad un miscredente, e più d'una nera

saracina di Barcellona, di Cordova, di Granata o di Toledo pigliarsi

a marito un figlio della Guascogna o dell'Aquitania. I Saracini aveano

moschee nelle città meridionali a Narbona ed Arli, e i cristiani aveano

chiese e fin vescovi a Siviglia; praticavan gli uni cogli altri pel

commercio, per l'industria, per le arti; le antiche animosità s'eran

venute cancellando, e bene spesso era più facil trovar nimicizie e

gelosie fra emiro ed emiro, o fra conte e conte, che astii veri d'una

credenza contro l'altra.

I re Franchi seppero giovarsi di queste discordie per vantaggiar le

loro spedizioni e conquiste in quel paese. Nel tempo che Carlomagno

teneva una dieta in Paderborna attorniato da conti e vescovi, vide

venire a lui alcuni emiri o alcaldi saracini, avvolti in larghe

vesti, come a que' dì usavano al di là de' Pirenei, il più ricco dei

quali chiamavasi Soleyman Ebu-Jaktan-Alarabi, o Mofras-Ebu-Alarabi,

governatore, come dicevano, di Saragozza. Venivano questi emiri da

lontani paesi, per prestar fede ed omaggio a Carlomagno, profferendo di

consegnargli le chiavi di essa Saragozza e di Valenza ch'essi aveano

in poter loro come vassali d'Adelramo. Carlomagno rimase meravigliato

alla vista di quegli emiri, e la superbia de' conti ne fu lusingata;

la conquista ch'essi offrivano tale era da solleticar l'appetito de'

Franchi, e Carlo accettò fede ed omaggio da quei Saracini. Laonde

in quella medesima corte plenaria, Abiatar, governatore di Huesca e

l'emiro Ebn-Alarabi, si dichiaravan vassalli della corona di Francia,

e si obbligavano a consegnare i quattro passaggi dei Pirenei, di

Barcellona cioè, di Puicerda, di Pamplona e di Tolosa, donde il suo

esercito avrebbe potuto allargarsi fino alla Stretto e liberare i

cristiani della Penisola. Oh come cangiati s'erano i tempi! Un secolo

appena era trascorso dal dì che il conte Giuliano aveva aperto la

Spagna alle conquiste degli Arabi, e già gli emiri davano in mano i

Pirenei ad un esercito di Franchi! Il qual esercito trovar dovea spalla

in una massa ragguardevole della popolazione. A primavera tutto sarebbe

presto per una spedizione oltre i Pirenei, e gli emiri traditori se ne

tornavano a Saragozza e a Barcellona, ivi attendendo l'effetto delle

promesse del gran Carlo, d'ora innanzi loro alto signore.

Gli apparecchi di questa guerra furono grandissimi: tutti i conti

possessori di terre fiscali, convocati per bando reale, doveano tenersi

pronti a marciare. Il grande accorgimento di Carlo quello era di calar

sempre sui nemici con forze talmente formidabili, che gli avviluppava

prima che si fossero ordinati a resistergli; così avea fatto contro i

Longobardi, quando le sue schiere disceser dall'Alpi con la rapidità

d'un torrente, così a forza d'uomini avea vinto i Sassoni, e così

preparavasi a far ora nella spedizione in Ispagna, congregando tutta la

sua gente, non solo della Neustria, dell'Austrasia e della Borgogna,

ma sì pure chiamando i suoi vassalli di Baviera e di Germania, insiem

coi conti della Provenza e della Settimania. I Longobardi appena erano

soggiogati, e nondimeno una schiera dei loro univasi all'esercito,

presto a varcare i Pirenei. A simiglianza degli altri grandi

conquistatori, Carlomagno adoperava i popoli domati a domar l'altre

nazioni, alla foggia dei Romani. Non sì tosto primavera comincia a

metter le foglie ed i fiori, che già, come narrano i romanzieri, si

vede il gran re alla sua villa di Casseneuil, nel contado di Agen, dove

celebra la Pasqua; poi visita la Guascogna e la Settimania per esser

sicuro che le mura son forti e salde le torri. L'esercito suo è diviso

in due schiere, l'una delle quali, destinata ad invader la Catalogna

pel passo di Perpignano, dovea muover da Narbona, proceder lunghesso il

mare fino a Girona e a Barcellona e far alto all'Ebro; l'altra calar

dai Pirenei per la via della Navarra, e precipitarsi sovra Pamplona,

la chiave dei monti, e di questa seconda schiera, Carlomagno avea

riserbato il comando a sè stesso, col fiore de' suoi conti e paladini,

e per più rinforzarsi dovea passar per mezzo all'alpestre paese de'

Guasconi, forti e torosi balestrieri, che conducevano gli armenti su

per quelle rupi. Giunto all'Ebro, avrebbe poi visto se gli conveniva di

proseguir la conquista fino allo Stretto.

Amendue le schiere o spedizioni furono simultaneamente condotte

con l'usata vigoria di Carlomagno. L'esercito che mosse da Narbona

componevasi di Longobardi e d'Austrasii guidati dal conte Bernardo,

fortissimo paladino, che gran riputazione erasi acquistata nel

passaggio dell'Alpi, e sottomessa Girona e Barcellona con tutte

l'altre terre fino all'Ebro, per una mossa militare a cerchio, venne

a congiungersi con Carlomagno dinanzi a Pamplona. L'assedio di questa

piazza fu lunghissimo e fierissimo; vinta che l'ebbero i Franchi,

vennero a campeggiar Saragozza, per aver con essa tutta la fronte

dell'Ebro. Dopo vigorosa resistenza i Saracini chiesero i patti; si

offrirono statichi ed omaggi al re, il cui esercito, dominatore e

vittorioso, si traeva dietro gli alcaidi e gli altri Infedeli già

debellati. Tutto il paese che si stende dai Pirenei all'Elbro, fu

soggiogato, e Carlomagno l'ordinò alla forma delle marche militari

sulle frontiere, il che val quanto dire ch'ei pose suoi conti e leudi

nelle città a difenderle. Da questo momento i Pirenei più non servono

omai di confine alle sue possessioni; ma ben l'Ebro diventa frontiera

sua, e Pamplona e Saragozza sono gli antemurali della fronte sua

militare.

Ordinata ch'egli ebbe così la sua conquista, ripigliò il cammino verso

Francia, traendosi dietro carra piene di ricchezze, e mule cariche di

spoglie, e gli emiri saracini che seguivano il cocchio del vincitore.

Le folte lance marciavano in massa, e la scorta di battaglia era

sì coperta di ferro, che nessuna punta l'avrebbe potuta toccare,

e Saracini e Guasconi sarebber del pari venuti a rompersi contro

quelle corazze e usberghi di Sassonia, di Lombardia, d'Austrasia e

di Neustria. Alla coda poi dell'esercito, e come schiera spartata,

seguiva un retroguardo composto di prodi cavalieri condotti dal conte

Orlando, valoroso guardiano delle spiaggie di Bretagna. Partitisi

da Pamplona, procedevano tutti in gran sicurtà, per mezzo a quelle

strette, a que' monti, a quegli scoscesi dirupi e precipizi che formano

il varco da Francia in Ispagna, e Orlando, gli uni addosso agli altri,

li guidava con perizia di ottimo capitano. Avevan essi ad attraversare

il paese de' Guasconi, popolo di arditi e rozzi valligiani; i Guasconi

e Navarresi ritraevano della durezza de' monti loro, e sapevano con

nerboruto braccio maneggiar l'arco e la freccia, e popoli pastori

e bellicosi com'erano, non temean punto d'affrontarsi cogli uomini

del Nord. E non vivean forse anch'essi in mezzo alle nevi e alle

ghiacciaie?

Ora è da saper che in quel tempo i Guasconi aveano appunto per loro

duca Lupo, nipote per figlio di quell'Unnaldo, che le carte antiche

dicono uscito della schiatta merovingica. E' non si vuol perder

d'occhio mai quest'odio naturale che i duchi d'Aquitania portavano

a Carlomagno. Procedea questo dall'esser eglino i discendenti d'un

lignaggio proscritto ed erede del trono di Clodoveo; e Carlomagno

n'avea fatti impiccar due o tre sotto pretesto che fossero rei di

ribellione e sedizione, ma più ancora per ispegnere i Merovei. Che

se pur Lupo ha ottenuto le terre di Guascogna, come vassallo di

Carlomagno, egli ha tuttavia serbato in cuore i lunghi astii di

famiglia contro di lui, e comanda ad una robusta popolazione che ha in

odio la razza dei Franchi; vede Lupo con ispavento questa dominazione

degli uomini del Norte stendersi già fin sopra la Spagna; i Pirenei

non son più confini, e benchè egli sia cristiano, ama piuttosto di

conservare il commercio suo cogli alcaidi di Pamplona, di Saragozza,

di Valenza che sottomettersi a Carlomagno. I Guasconi videro passare,

senz'ardirsi di toccarle, le innumerevoli masse della cavalleria

franca, e le lance che luccicavano in cima dei Pirenei; ma qui è

una retroguardia sola, separata, che conduce un ricco bottino atto a

solleticar l'ingordigia di quei poveri montanari, abitatori di caverne

e di rupi, onde composta com'è di poche lance guidate dal conte

Orlando e da qualch'altro paladino, vien d'improvviso assalita fra

que' burroni, e Lupo di Guascogna si fa partecipe di questo repentino

assalto di cristiani contro a cristiani[177]. Al passo appunto di

Roncisvalle, dove le rocce pendono sospese sul tuo capo quasi trinciate

dalla durindana d'Orlando, i Guasconi arrestarono il retroguardo di

Carlomagno. In vano i paladini si difesero valorosamente, in vano

Orlando eccheggiar fece il suono dell'eburneo suo corno per quelle

profonde valli, in vano la poderosa sua spada ne spezzò i macigni,

tutti que' prodi, oppressi dal numero, perirono nelle terribili gole

de' Pirenei, e la dolorosa memoria n'è pietosamente conservata nelle

croniche, e riempie tutto il medio evo. La rotta di Roncisvalle è

scritta in tutti i monumenti della cavalleria; i trovatori la cantavano

nelle corti plenarie a muover l'esercito a vendetta contro gl'Infedeli,

perchè a questi principalmente attribuivasi il tradimento ed il macello

della cavalleria cristiana; le matrone e le donzelle piangevano a

quel racconto, e i cantori avean caro di ripetere in versi lugubri la

catastrofe d'Orlando e d'Oliviero suo cugino morti a Roncisvalle[178].

Da per tutto tu trovi queste tradizioni popolari; i romanzi le

raccontano, e nelle stesse _Cronache di San Dionigi_ è inserita la

supposta relazione di Turpino sulla morte di Orlando e dei paladini del

gran Carlo[179]. Ma i prodi cavalieri non recitavano altrimenti, prima

di combattere, le pie e divote esortazioni di Turpino, nè i versi che

«Tagliaferro assai bene cantava andando di gran passo alla battaglia

d'Hastings,» e nè tampoco le canzoni guerriere intorno a Carlomagno,

Orlando ed i suoi vassalli che morirono a Roncisvalle; ben altri poemi

ebbero quei tempi sulla catastrofe de' Pirenei, che oltre alla cronaca

di Turpino, venivano per ogni dove nelle gran corti dalla cavalleria

recitati, e ripetuti nei racconti del tempo di Filippo Augusto.

Carlomagno, Orlando, Oliviero ed i suoi vassalli, furono pure argomento

ad una gran canzone eroica, prediletta lettura del medio evo, che

comincia:

Carles, li reis, nostre emperiere magne, ecc.[180]

Storia di Carlomagno vol. 1/2 · 第 14 / 26 段