San Giovanni, donde quest'ultimo rendevasi incontanente al sepolcro
di Pietro apostolo, non già a quel gran tempio di Leone, quale il
vediamo oggidì, ma sì alla santa e prima basilica di pietre quadrate,
opera della scuola bisantina e lombarda, già logorata dallo stropiccío
de' piedi e dai baci dei pellegrini. Il papa ed il re fraternamente
si abbracciarono, indi Carlo baciò ferventemente tutti gli scaglioni
della basilica al canto del: «_Benedetto colui che viene in nome
del Signore;_» poi giunti all'altare si prestavan pontefice e re
vicendevolmente giuramento di protezione e di guarentigia. Quest'ultimo
visitò indi co' suoi leudi tutte le chiese ridondanti di reliquari, e
fece con gran fervore orazione nella chiesa di Santa Maria Maggiore,
chè il pellegrinaggio a que' giorni consisteva nel salutar tutte le
basiliche. Dopo la comunione trattossi delle pubbliche faccende, e
Adriano rammemorò i titoli d'amore dati già da Pipino alla Chiesa
romana, e sopra ogni altra cosa la donazione contrassegnata del
suo monogramma, che gelosamente custodivasi negli archivii della
chiesa, coperta d'uno splendido ricamo di seta, e guernita di borchie
d'oro. Carlomagno la rilesse in più fiate, indi al cherico Flavio,
suo protonotaro dettò egli stesso un nuovo atto di donazione per
le medesime terre[147], il quale fu più esplicito che non quel di
Pipino, chè già si stabilivano le formole romane, ed ogni terra v'era
nominatamente enumerata, insieme con la natura d'ogni mensa, e il suo
reddito ed ogni città colla sua giurisdizione. Scritta di questo modo
la carta di donazione alla Santa Sede, fu indi letta, e re Carlo, i
vescovi, gli abati, e tutti i grandi che l'accompagnavano, vi posero il
loro sigillo[148]; dopo di che si condussero al santo sepolcro, e tutti
giurarono sulle reliquie dell'Apostolo di osservarle in presente e in
avvenire. In contraccambio papa Adriano riconosceva in Carlomagno la
qualità di patrizio e protettore di Roma, privilegio gentilizio che i
re franchi doveano d'ora innanzi inscriver nei loro diplomi.
Il papa donò pure, in segno d'affezione, al re i canoni scritti de'
pontefici dall'origine della Chiesa in appresso, quasi un seguito delle
leggi romane, e que' grandi codici servir indi doveano ai capitolari di
Carlomagno, trasfondendosi così a poco a poco nelle istituzioni romane
lo spirito romano. Cotesto libro de' canoni fu dal papa dedicato a
Carlo, quale liberatore di Roma, con quarantacinque versi scritti di
sua mano, che formano quest'acrostico o anagramma che dire si voglia.
«All'eccellentissimo suo figlio re Carlomagno, Adriano papa». Poi lo
chiamava difensor della Santa Chiesa, ad esempio di suo padre perchè,
imitando i trionfi di questo, egli con l'aiuto di Cristo atterrate
si aveva le nazioni nemiche, e seguiva il lume della viva fede che
splendea sul suo trono, e impugnate l'armi sue sante avea conculcato
le superbe nazioni, e restituiva gli antichi donativi alla Santa
Madre Chiesa, e avea vinto i Longobardi e gli Unni, onde la sua grande
prosapia sarebbe celebrata pel mondo intero. «Da ultimo,» proseguiva
il papa, «eccelso, nobile e splendido signore, egli impera sui regni;
egli è venuto dopo gli apostoli, e da questo popolo fu accolto con
acclamazioni e con inni, e papa Adriano, il pontefice di Cristo,
gli predisse i suoi trionfi, e Pietro e Paolo lo avranno sotto il
patrocinio loro».
Da quel giorno si strinse intima lega fra Carlomagno ed Adriano mercè
di continui scambievoli favori, e il patrimonio di san Pietro ne venne
più ancora ampliato. In tutti gli atti e le relazioni di questa età si
vuol distinguere il dominio materiale dalla giurisdizione pontificia;
tutte le donazioni di Carlomagno, quanto al dominio materiale, ebbero
un senso limitato, ed applicaronsi a territorii assegnati, a città
indicate negli atti; quanto alla giurisdizione dei papi, essa fu
universale, e il re dei Franchi riconobbe la supremità pontificia in
tutta l'interezza sua. Una nobile e sincera amicizia si stabilì quindi
fra il papa e Carlomagno, ed a renderne testimonio fu coniata una
curiosissima medaglia rappresentante il re e il pontefice, col libro,
innanzi ad amendue, del Vangelo, sopra un altare, e scolpitavi questa
iscrizione: _Con te come con Pietro: con te come con la Gallia_, e sul
rovescio: _Fede consacrata_[149]. Era questo un trattato alla foggia
degli antichi Romani, quando stringevan lega con qualche popolo; però
che i pontefici, come dicemmo, aveano serbato le formule imperiali.
Ogni volta che al papa facea mestieri dell'aiuto degli Austrasii e
del loro signore, egli ricorreva a Carlomagno, e Carlomagno ricorreva
pur esso a Roma per avervi le reliquie dell'arte, l'orma delle leggi e
della civiltà; e quando innalzar vuole la basilica di Aix, dimanda al
pontefice alcuni mosaici di Ravenna; Ravenna, la città greca d'Italia,
la capitale dell'esarcato, dove anche oggidì si calpestano marmi
antichi e colonne spezzate! Vuole la tradizione che quei medesimi
tronchi di granito, che si veggono ad Aquisgrana, venisser da Ravenna
la bisantina.
Di questo modo passavan le cose a Roma nella visita solenne che
collegava Carlomagno col papa, i Franchi coi Romani, intantochè
proseguivasi accanitamente l'assedio di Pavia. La resistenza
fu ostinata, e Desiderio, chiuso entro le sue mura, si difendea
valorosamente, respingendo varii assalti del nemico, mentre la fame e
la pestilenza travagliavano la popolazione. Carlomagno, dopo parecchi
combattimenti[150], accerchiò la città da ogni parte fino a che, dopo
sette mesi d'assedio, fu costretta sottomettersi, e il re longobardo,
asperso il capo di cenere, venne ad inginocchiarsi come un vassallo,
nella tenda di Carlomagno, il quale l'accolse in atto d'inesorabil
vincitore, con le fiamme in viso e negli occhi. Desiderio fu indi
tonsurato a par degli altri re vinti, e rinchiuso nel monastero di
Corbeia, dove fra poco il troveremo pio ed umile cenobita, sotto il
nome di frate Desiderato, però che i più di quegli uomini ardimentosi e
fieri finivan di questo modo la vita. Carlo insieme con Pavia ebbe in
mano Gerberga, la vedova di Carlomanno, ed i due suoi nipoti che eran
venuti cercare rifugio appo i Longobardi, e amendue furon parimenti
chiusi nel chiostro; dell'un d'essi abbiamo ne' cartolari che fu
vescovo di Nizza, per la santità sua serbato nella memoria de' tempi.
Sottomesse che furon Pavia e Verona, più non si fece parola del regno
di Desiderio e della sua corona di ferro; e qui si vuol notare che
Carlomagno si guardò bene dal rinchiudere il re captivo nel monastero
di Montecassino, chè avrebbe risvegliato in Italia troppe memorie.
Il conflitto tra i Franchi e i Longobardi aveva avuto principio
all'esaltazione al trono de' prefetti del palazzo, e già due volte
i Carolingi aveano varcato le Alpi, quando Carlomagno venne a dar
compimento all'opera. Il modo d'invasione e di conquista da esso posto
in opera fu certo superiore a quel di Pipino, e ci si vede la tattica
romana congiunta a non pochi stratagemmi e a una certa cognizione
dei luoghi e delle vie militari. Movendo da due diversi punti le
schiere de' Franchi si trovarono insiem congiunte agli assedii di
Pavia e di Verona, e grande fu la fermezza spiegata da Desiderio; ma
nulla ci aveva di nazionale appo i Longobardi, nessuna concordia tra
i vassalli[151]; l'antico lignaggio degli Astolfi aveva lasciato pur
sue impressioni e ricordanze, onde i Longobardi non sostenner tutti
d'un animo la causa di Desiderio, fatta a svegliar gelosie tra loro;
e Carlomagno ebbe ad approfittarne, chè forte qual era in battaglia,
destro era pure a metter discordie e divisioni, di questo pizzicando
anzichenò la politica sua; così in Ispagna, in Germania, in Aquitania,
in Sassonia, quando bene aveva fiaccato, dividendolo, il nemico, gli
si avventava addosso con l'armi, e tutto terminava con la vittoria.
Nella sommessione dei Longobardi bisogna anche dar la parte sua
all'autorità di Roma, all'azione religiosa, alla politica dei papi,
coi quali collegato, Carlomagno trovava appoggio in tutte le forze del
cattolicismo, ed appunto a questo mutuo concorso di circostanze andò
egli debitore del regolare ordinamento del regno d'Italia, una delle
sue politiche creazioni. La monarchia dei Longobardi non soggiacque
già, col cadere di Desiderio, ad un'assoluta rovina, ma sì altro
non fece che passar sotto il dominio de' Franchi e l'alta signoria
di Carlomagno, nè la conquista lasciò più che una certa impressione
sui Longobardi, senza amalgamar un popolo con l'altro: la dazione
conquistata conservò le sue leggi, i suoi costumi, i suoi feudi, e
lieve fu la modificazione nello stato delle persone e degli averi,
salvo la concession d'alcune grandi possessioni ai leudi franchi[152].
Dopo lo stabilimento loro in Italia, i Longobardi eransi notabilmente
inciviliti; essi aveano lor leggi, la vicinanza di Roma e della Grecia
gli avea spogliati della barbara loro natura, aveano belle città,
grandiosi monumenti, erano alcun po' più innanzi dei Franchi; le leggi
loro possono citarsi come reliquie dell'antica sapienza, e conservar
le seppero nel governo delle persone e delle sostanze, nè Carlomagno
altro fece che sostituire alla monarchia di Desiderio la propria forza
sua. Come tosto quegli ebbe finito di sottomettere la città e saputo
che l'ultimo re dei Longobardi, avuta la tonsura clericale, rendevasi
monaco nel convento di Corbeia, venne a Milano, la Roma de' Longobardi,
a quel modo che Ravenna era la Roma de' Greci, per ivi ricever le
acclamazioni del popolo. Era uso di cinger la fronte de' suoi re col
cerchio o corona di ferro che si conserva nel tesoro di Monza, cella
monastica distante poche leghe da Milano[153]. Carlomagno si pose in
fronte, togliendola dall'altare su cui posava, questa corona in mezzo
alle acclamazioni che assordavano la basilica[154], e da indi innanzi
assunse il titolo di re de' Longobardi in tutti gli editti e diplomi
suoi, e furon coniate medaglie a perpetuar la memoria degli assedii
di Verona e di Pavia, da lui debellate; ed un'altra ad attestar la sua
esaltazione al trono di Lombardia: l'epigrafe che d'ora innanzi splende
ne' suoi diplomi, quella è di _Rex Francorum et Longobardorum_, e la
_Scienza diplomatica_ dei Benedettini ne conservò più d'uno ai futuri.
Il regno de' Longobardi, divenuto quasi appendice della corona de'
Franchi, avea pur esso l'alta signoria sopra certi grandi feudi che
dipendevano, qual più qual meno, immediatamente, dalla corona di
ferro, come Benevento, il Friuli e Spoleti, e Carlomagno pose ogni
poter suo a tenere tutti questi feudatari in ordine e in devozione.
Alcuni appartenevano alla famiglia di Desiderio, altri alla progenie
degli Astolfi; ed erano bastardi o collaterali. Talun fra loro fu da
Carlomagno cambiato, qualora renitente mostravasi a render fede ed
omaggio per li feudi e terre da lui posseduti, nè guari andò che il
ducato del Friuli fu dato ad un leudo di Francia; il qual modo si tenne
ogni volta che l'Italia fu conquistata; i luogotenenti ebbero sempre
terre e feudi dipendenti dalla corona. Anche nelle pertinenze del regno
longobardo avvenne un cambiamento delle proprietà, e fu che Carlomagno
rizzò torri, e pose difensori per le marche e confini, e lasciò che
questi cotali grandi feudi si tramandassero per eredità.
Fatto signore di Lombardia, Carlomagno si trovò tosto in comunicazione
con Costantinopoli, che anche l'esarcato di Ravenna cadeva in sua
mano, e la potenza longobarda in Italia dileguavasi dinanzi a quella
dei Franchi, nè più quasi orma ne rimase, dominando già questi così
sull'Adriatico, come sulla Lombardia, sì che i papi, con questi
protettori, più non paventavano le mosse dei Greci, intantochè dal
Friuli e da Taranto minacciavasi la Morea. A Roma si convenne più
specialmente collegarsi con Carlomagno, il figliuol di Pipino, chè
questa lontana signoria non gravava sui pontefici, e Carlomagno di
molto andava debitore alla Chiesa e la Chiesa di molto andava debitrice
a Carlomagno. Il nuovo lignaggio avea bisogno della forza morale che la
podestà del chiericato imparte, onde Adriano e Carlomagno si stringevan
per mano, ed ogni viaggio di quest'ultimo a Roma era un nuovo legame; e
quando alcun pontefice vedeasi cacciato dalle sollevazioni del popolo e
dall'invasion de' nemici, veniva a riparar ne' monasteri di San Dionigi
e di San Martino di Tours, mentre se a Carlomagno facea d'uopo di
qualche nuova dignità od indulgenza, ei veniva in persona o scriveva a
Roma. Dalla caduta del regno de' Longobardi principia la piena autorità
temporale de' papi, i quali divengono, a così dire, i rappresentanti
dell'antico spirito di Roma, de' suoi patrizi e de' suoi senatori. La
città eterna conserva il suo Foro, i suoi rostri, ed appunto in mezzo
a questo Foro Carlomagno vien, pochi anni dopo, a cinger la corona
imperiale.
CAPITOLO X.
GUERRA CONTRO I SASSONI. — RUINA DELLA LORO REPUBBLICA MILITARE.
Indole de' Franchi e dei Sassoni. — Cagioni delle grandi vittorie
di Carlomagno. — Le armature. — La tattica. — La discordia. — I
capi. — Tentasi la predicazione cristiana. — Irruzione dei Sassoni.
— Mossa di Carlomagno oltre il Reno. — Seconda guerra sassonica.
— Conquista. — Ostaggi. — Terza sollevazione. — Trattato pe'
tributi e per la libertà della predicazione cristiana. — Quarta
sollevazione. — Le grandi schiatte messe a morte. — Dispergimento
delle famiglie. — I Sassoni nei monasteri di Francia. — Capitolari
sulla conquista. — Ordinamento per contadi e vescovadi. —
Vittichindo si sottomette e fine della repubblica militare. — Il
popolo della Frisia e della Sassonia. — I Danesi ultimi vendicatori
della libertà sassone. — La canzone di Guiteclino di Sassonia.
772 — 786.
Le lunghe guerre dei Franchi contro i Sassoni non si riferiscono
solo al regno di Carlomagno; ma al par di quelle dei Longobardi,
esse cominciano sotto il governo di Pipino, origine e principio delle
spedizioni de' Carolingi. Pipino ha cominciato le guerre, Carlomagno le
termina, degno figlio com'egli è dell'uomo più valoroso per avventura
che mai fosse nella sua _breve_ ed esigua statura[155]. Questa guerra
sassonica ha da durare trentatrè anni con intervalli sì brevi di riposo
che non si possono dir tregue, nè i Franchi cessano mai di stare
in armi finchè non abbiano intieramente domate le tribù dell'Elba e
del Visurgo (Veser) sì turbolente come furono nell'ottavo e nel nono
secolo.
Or quali eran dunque coteste popolazioni sassoni di cui le cronache
continuamente ci parlano? Donde procedea tanto vigor da queste genti
spiegato contro Carlomagno, contro quel principe che pur dominava il
tempo suo, con la perseveranza del sovrano suo volere, e la potenza
del valor suo? Nella mirabil opera da Tacito dedicata ai costumi de'
Germani, il grande istorico punto non scevera i Sassoni dall'altra
schiatta dell'antico ceppo alemanno. Queste antiche tribù che abitavano
in sull'estreme rive dell'Elba, non erano forse ancora conosciute
dai Romani, e confondevansi senza nome certo in alcuna delle grandi
diramazioni della famiglia, germanica[156]. Gli annali di Roma fanno
menzione per la prima volta de' Sassoni verso la metà del secolo
IV, quando in mezzo a quel gran commovimento di popoli ed a quella
vertigine che colse tutt'a un tratto le tribù accampate al centro ed
al settentrione dell'Europa, essi Sassoni cominciano a mostrarsi nella
universale irruzione. San Girolamo ne parla in una delle sue epistole
dove deplora i guasti delle Gallie fatti dai Barbari.
Nel tempo che l'imperatore Onorio fece far il censo delle diverse
popolazioni dell'impero, e ordinò di comporre il libro intorno alle
dignità del mondo romano[157], si vede notato un conte del lido
sassone[158]; indi, un secolo appresso, i Sassoni formano una schiera
di quella guardia germanica onde gl'imperatori di Costantinopoli
circondavano la loro persona[159]; e già s'eran renduti famosi
per le loro spedizioni marittime, sì che Sidonio Apollinare ce li
presenta come i navigatori più ardimentosi di que' tempi, e dal
fondo dell'Alvernia il pauroso vescovo già piange i guasti che questi
popoli far potranno sulle spiagge della Gallia e della Bretagna; nè
andò guari che le sue predizioni furono avverate, e che la conquista
dell'Inghilterra fatta dai Sassoni venne a dar prova di quanto potevano
quegli arditi navigatori.
In origine i Sassoni si mescolarono a quella massa di nazioni
scandinave che abitano dalle foci dell'Elba e dalla quasi che isola
della Islanda fino alla Norvegia e alla Svezia[160]. Qualche secolo
dopo in mezzo al generale trambusto delle nazioni conquistatrici s'eran
eglino stabiliti fin sulle sponde del Reno. E' non si vuol confondere
i Sassoni coi Bavari e gli Alamanni che abitavano la Svevia e la
Turingia fino al Danubio; nè cogli Unni tampoco e gli Avari, attendati
in Ungheria, e di poi traboccati, al secolo decimo, nelle Gallie, coi
quali non avevano nulla a che fare. I Sassoni aveano piuttosto qualche
identità co' Normanni d'origine scandinava, donde la lega loro co'
Danesi e Frisoni, popoli marittimi dell'Europa settentrionale, fra cui
trovavano soccorsi ed ausiliari; vinti, riparavano nelle terre loro;
vincitori si facevano spalla della Iolanda o Giudland e della Frisia;
avevano costumi consimili, la mitologia loro appressavasi a quella
dell'Edda, ed in capo a ogni rito i Sassoni ponevano l'adorazione
che grande aveano per Irminsul, unico dio che differenziavasi
dalla mitologia scandinava: lo adoravano sotto grandi alberi, gli
sagrificavano vittime umane, e l'invocavano nei giorni di battaglia, a
lui ascrivendo il dare e il tôr la vittoria[161].
Le sole notizie giunte insino a noi intorno al culto dei Sassoni d
vengono dai pellegrinaggi scritti dai santi vescovi, che tentarono
di convertirli al cristianesimo[162], e ci dicon che que' Barbari
innalzavano sopra sterminati massi i loro altari, e che sullo spazzo
del tempio i sacerdoti trafiggevano in cuore le vittime umane. Il Dio
loro apparteneva alla razza del gallico Teutate, torva divinità che
rappresentava il Tempo e Saturno in mezzo a sanguinosi olocausti.
Eresburgo era centro del culto de' Sassoni e di quella repubblica
militare, in cui ogni uomo libero era soldato all'uso antico dei
Germani. I pontefici loro eran potenti al pari dei druidi appo i
Galli, e il tempio era ornato di spoglie sanguigne. Il sagrificio
delle vittime umane era consuetudine presso le nordiche nazioni, e
nei riti de' Galli troviamo appiè degli altari la morte dell'uomo come
simbolo di riscatto e d'espiazione. La predicazione cristiana fu santa
cagione che queste fatali opinioni si mutassero, e l'Agnello di Dio in
croce venne a sbandir le viscere delle vittime e ad annunziar che gli
olocausti eran finiti col sacrificio di Gesù Salvatore.
La guerra più formidabile, più ostinata che Carlomagno ebbe a sostener
nell'operosa sua vita, fu certo, e la storia il conferma, quella dei
Sassoni, che si rinnovella ad ogni tornata di militar parlamento, e
scoppia ad ogni minimo accidente; i Sassoni si sottomettono, poi di
nuovo insorgono; vengono sino al Reno, e son quasi sempre ributtati
fino alle spiagge littorali del Baltico. Ogni volta che essi veggon
gli eserciti di Carlomagno occupati in lontane spedizioni, in Italia,
esempigrazia, o in Ispagna, e' corron da tutte le parti, e inondano
le provincie del Reno ed anche della Mosella, rizzano i loro templi,
spogliano le chiese cristiane, o atterrano le merlate torri da re Carlo
erette nel territorio loro; accanite ostilità di vagabonde ed indomite
popolazioni.
Di mezzo a questa continua guerra un fatto emerge tuttavia, ed è la
continuità de' trionfi degli eserciti franchi condotti contra i Sassoni
da Carlomagno. Questi popoli si gittano come uno sciame sino alle
frontiere dei Franchi, saccheggiano, guastano, via cacciano i conti,
i vescovi, ma non sì tosto appar Carlomagno e' son vinti, e fuggono
in faccia a lui, come se fulminati fossero dal balenare degli occhi
suoi. Egli scorre trionfalmente il loro paese, impone leggi, vince
battaglie, e li domina da signore quasi assoluto. Or donde un tale
effetto? I Sassoni e i Franchi hanno a un dipresso la stessa origine,
la stessa forza di corpo; biondi e torosi, sanguigni e collerici,
questi due popoli uscirono entrambi dalla Germania. Vittichindo è un
capo di guerra fiero altrettanto almeno quanto Carlomagno; nondimeno,
il torno a dir, questi popoli della Sassonia sono sempre rotti e fugati
innanzi alla vittoriosa razza degli Austrasii. Il che veniva dalla
potente civiltà dai Franchi acquistata poi che si furono stabiliti
nelle Gallie. Quivi aveano ereditate le armi e i modi strategici
dei Romani; le legioni traevano le loro armature dalle fabbriche di
Lione, di Say e d'Auxerre; esse erano coperte di ferro; ed i Franchi
che veduto aveano le maraviglie operate dalla disciplina unita con la
fermezza degli antichi signori del mondo, accettato avevano i loro
strumenti da guerra. Apparivano quindi in campo coperti di corazza,
di scudi, di usberghi; i leudi ed i conti bardavano i loro cavalli,
e li faceano muovere secondo certi principii dell'arte militare. Se
i Sassoni serbavano l'audacia, l'impeto de' loro antenati, aveano
tuttavia il disordine delle soldatesche indisciplinate; vero è che
eglino avventavansi a rotta, spargendo il terrore ne' punti più
lontani, ma se si trovavano aver a fronte un esercito ordinato, e modi
d'assalto e di difesa di studiata e ponderata gagliardia, erano fatti
tosto inetti al resistere. Carlomagno tenne, a quanto si vede, con loro
l'osata sua scaltra e tortuosa politica, la quale consisteva sempre
in dividere le tribù, i capi, i popoli fra loro, di che nulla era più
facile appo i Sassoni, repubblica errante che quasi contava un capo
per ogni villaggio. Questa politica del re dei Franchi con loro era
quella stessa dei Romani quando conquistarono le Gallie; col seminar la
discordia domò gli uni con l'opera degli altri.
Fino dal principio del regno di Carlomagno, tentossi la prima prova
di introdurre il dominio franco e cristiano fra i Sassoni. Già san
Bonifazio avea stabilito una sedia episcopale a Magonza, centro
cattolico, donde la predicazione potea stendersi lontano, e morto
lui martire ne' Frisoni, un altro semplice prete, di nome Levino,
lasciò, come Bonifazio, la sua solitudine d'Inghilterra, per andare ad
annunziare il Vangelo ai Sassoni. Le missioni destinate a convertire
le popolazioni scandinave partivano quasi sempre dall'Inghilterra,
perchè intendevano la lingua di questo paese, ed i predicatori aveano
con quelle comune l'origine. San Levino ricevette quindi l'anello
sacro e l'imposizione delle mani dal vescovo d'Utrecht, e varcato il
Reno venne ad annunziare la divina parola sull'Issel, dove battezzò
neofiti, ed edificò chiese con cappelle ed oratorii, che erano come
le prime piantagioni della conquista cristiana. Poi non sufficiente
parendogli questa prima missione, si risolse d'andar a predicare
all'adunanza generale dei Sassoni che teneasi sulle sponde del Veser,
e mentre quelle ardenti e bellicose tribù stavano terminandola con
alcuni sacrifizii al patrio Iddio, ei comparve in mezzo a quell'armato
tumulto con una croce in mano, il libro dei Vangeli sul capo, e ornato
de' suoi abiti sacerdotali, gridando: «Ascoltate, ascoltate colui che
vi parla per bocca mia: non v'è altro Dio che il creatore del cielo e
della terra, il vero Dio che ha compassione della vostra cecità, a voi
m'invia; ricevete il battesimo, ed egli vi libererà da tutti i mali.
Se le mie parole non vi toccano, prestate orecchio almeno a questi
miei salutari avvisi. Non lungi da voi vive un re valoroso che si
avanza come un rapido torrente per dare il guasto alle vostre terre.
Badate bene; ei condurrà in ischiavitù le mogli e i figli vostri, una
parte di voi perirà per le armi sue o per la fame, e a tutti vi sarà
forza piegar il capo sotto il giogo di questo uomo possente». Queste
parole, che accennavano alle conquiste di Carlomagno, commossero a ira
siffattamente que' Sassoni, che i più impetuosi fra loro correvano già
alle siepi vicine a strapparne pali per battere il pio missionario, il
quale scampò quasi per miracolo di mano a quella tempestosa assemblea.
Quando Dio fece insorgere in modo, si può dire, miracoloso, un capo
di nome Butone, che parlò in questi termini: «O voi, uomini tutti di
senno, non vi ricordate dei tanti messi venuti a noi da' Normanni
e dagli Schiavoni, e da noi sempre accolti con onore e regalati? E
perchè vorrem noi ora cacciare ignominiosamente il messo di Dio?»
Le quali sagge e pacifiche parole calmarono la torba in tempesta, e
Levino potè così sparger tra i Sassoni i primi germi della predicazione
cristiana[163].