Annunziata questa o quella spedizione, leudi e liberi compagni tutti

accorrevano, e assentivasi a quella al suon dell'armi ed allo strepito

dei carri. Debito era di chi possedesse alcuna terra d'accorrervi alla

più breve, ed indi i capitolari lo imposero per obbligo indispensabile,

e tutti coloro che possedevano alcun bene del fisco. Le armi eran la

cura principale dei conti e dei capi militari; con esse ottenevano la

vittoria, e però ben eran solleciti di dar loro tempra forte; quanto

ai monumenti d'arte, pochissimi ne abbiamo che riferir si possano ad

un'età sì remota, e le poche armature che ci durano, in modo autentico

provate dei secoli decimo ed undecimo, sono in parte divorate dalla

ruggine, quel dente distruttore dei secoli, quella vecchiarda che

lacera con l'ugne sue corpi che altri creduto avrebbe non poter perire

giammai. L'antiquario che fruga e cerca il vero, ammetter dee che i

Franchi tolsero quasi tutte le armi loro dai Romani: infatti, quando

una nazione barbara e conquistatrice accostasi ad una gran civiltà,

prima di tutto e ardentemente, accetta di quella le armi omicide

più raffinate e distruttive, e imita, tosto e per bisogno, i modi

perfezionati di uccidere e di conquistare.

Cotesto si fu evidentemente uno dei primi studi dei Franchi nelle

Gallie; pigliavano la picca e il giavellotto in luogo della chiaverina

troppo corta; allo scudo rotondo della nazion loro preferivan lo

scudo romano, come più atto a coprire il corpo, e l'elmetto insiem

con la visiera, perfette armature sì ben congegnate che i dardi non

vi passavano, furon parimenti sostituite a quella specie di berretto

di cuoio bovino, del quale i Barbari armavano il capo. Robusti di

corpo, com'erano, accettaron pur l'uso del piastrone o giaco di ferro,

e la lunga ed aguzza spada, sì ben temperata che la sua celebrità

passava di generazione in generazione, e serbavasene la genealogia

fra le tende del campo. I Longobardi e i Greci conoscevano anch'essi

certamente queste armi formidabili, ma non aveano a gran pezza i corpi

giganteschi dei commilitoni di Carlomagno, nè quella forza loro appena

credibile, chè gli elmi del decimo secolo pesan bene centoventicinque

libbre, e a grande stento ora sollevar possiamo con due mani quella

spada che i paladini maneggiavano come fosse una verga[144]. Portavano

essi anche la mazza, l'arma favorita dei cherici, perchè non versava

sangue; le quali mazze eran quasi tutte d'un tronco di cerro a nodi

appuntati, e talvolta tutte di ferro: con questa terribil arme alla

mano l'arcivescovo Turpino stramazzava gl'infedeli, e obbligavali a

confessarsi ed a ricevere l'assoluzione.

I cavalli degli eserciti di Carlomagno erano di razza migliore di gran

lunga dell'altre d'Italia, di Spagna e d'Inghilterra, e quasi tutti

venivano tolti dai pingui pascoli del Reno, della Baviera e della

Germania. Grandi di corpo, di gagliardo aspetto, e' serbavano per

gran tempo la natía loro salvatichezza, come i tori ferocissimi delle

Ardenne; poi domati, venivan bardati di ferro, e difesi così dai dardi,

dai giavellotti e dalla punta delle spade; la vita del paladino era

congiunta con quella del suo destriero, così come la vita dell'Arabo

con quella del suo corridore; tutti questi cavalli aveano lor nomi,

a simiglianza del _Baiardo_ dei quattro figli d'Amone; e quanta esser

dovea la forza di questo cavallo, se fu detto ch'ei il portò in groppa

tutti e quattro ad un tratto! Tutto ferro parean quelle osti a vederle,

splendean da lungi come l'incendio o la meteora, e la terra tremava

sotto i passi loro.

Se non che questa forza era pur sempre indisciplinata e salvatica,

nè i popoli che ubbidivano a Carlomagno si sarebbono punto distinti

dai primi Franchi, se quegli eserciti non si fossero appropriata la

gran tattica dai Romani, ed è cosa irrefragabile che esso Carlomagno

fu costante imitatore di Roma non solo nell'ordinamento dell'impero

suo, ma sì ancora nella condotta de' suoi eserciti; nè le sue erano

avventurose scorribande d'un capo di guerra, nè inondazioni a guisa

di torrente, senz'ordine, senza consiglio, senza tattica, ma in tutte

e tre le maggiori sue guerre contra i Longobardi, contra i Saracini e

contra i Sassoni il vedremo seguire gl'insegnamenti della scuola greca

e romana. Nè queste spedizioni con tanta vigoria di mente concepite,

furono tampoco una sola ispirazione del genio suo, chè anche assai

tolse dalle tradizioni dei capitani antichi; Annibale avea varcato le

Alpi prima di lui, e Scipione i Pirenei; le coorti aveano oltrepassato

il Reno, le legioni guerreggiato in Pannonia e in Dalmazia, e Cesare

insegnato i modi a compiere e a conservar le conquiste.

Egli non è punto a dubitar che questi principii, queste tradizioni

non giungessero fino a Carlomagno, e non l'aiutassero a svolgere i

pensamenti suoi militari; il vediamo tener lunghi assedii intorno a

Ravenna ed a Pavia, dunque aver dovea le macchine sì ben da Vegezio

descritte: l'ariete che abbatteva le mura, il corbo che le forava, e

quelle torri volanti che quasi per incanto innalzavansi al ragguaglio

de' più alti bastioni[145]. Al decimoterzo secolo già si vede l'arte

delle macchine di guerra tutto togliere dai Romani, chè i Barbari

stessi progrediscono naturalmente nei mezzi di distruzione, fanno

la guerra con entusiasmo, e son per istinto fecondi in maravigliosi

trovati. Carlomagno divide gli eserciti suoi in più corpi; ha una tal

quale cognizione della geografia, del paese; conosce i passi dell'Alpi,

e i luoghi deboli del regno dei Longobardi a quel modo che ei sa la

topografia dell'Ebro e dei Pirenei. Ei non è più un capo barbaro,

ma sì un uomo di gran mente, che pondera con sagacia, ed i compagni

ch'egli trae seco intorno a sè, sono educati alla sua scuola, sono

valenti soldati più disciplinati che quelli di Clodoveo non erano, e

padrone ch'egli è di tutte queste forze, il gran capitano intraprender

può l'opera sua militare, nè si arretra dinanzi ad alcuna difficoltà.

Andiamo di presente a vederlo nella prima delle sue spedizioni, in atto

di scender dalle Alpi per assalire la gagliarda nazione dei Longobardi;

tutto fia chiaro in breve, e principalmente la ragion di quelle rapide

conquiste, che nello spazio di quindici anni gli pongono in mano il più

vasto impero del mondo.

CAPITOLO IX.

L'ITALIA. — CADUTA DEL REGNO DEI LONGOBARDI.

Condizioni del re Desiderio. — Papa Adriano. — Nuova occupazione

del territorio di San Pietro fatta dai Longobardi. — Resistenza

di Roma. — Ambascieria d'Adriano in Francia. — Partenza dei

Franchi. — Passaggio dell'Alpi. — Assedii di Pavia e di Verona. —

Carlomagno in Roma. — Sua esaltazione al patriziato. — La donazione

di Pipino confermata ed ampliata. — Sommessione di Desiderio. —

Caduta del regno dei Longobardi. — Rispetto di Carlomagno alle

leggi longobardiche. — Incoronazione di lui a Monza. — Ridotti

a soggezione l'un dopo l'altro i grandi feudi di Benevento, di

Spoleti e del Friuli.

772 — 774.

Aveano i Longobardi cangiato di famiglia regnante alla morte di

Astolfo, per l'esaltazione di Desiderio, il _Desideratus_ delle

bolle romane. Da semplice conte di schiatta dalmata o istriana fatto

re, riconosceva costui l'innalzamento suo da Pipino, ed anche da

Stefano papa, il quale avea dato fortemente di spalla alla scelta

dei capi lombardi. Se non che tanta era, di necessità, la gara fra

Roma e Lombardia, che Desiderio ebbe in breve calde contese con

Adriano, succeduto a Stefano nel pontificato. Il re dei Longobardi

intitolavasi, per via dell'esarcato, rappresentante dell'impero greco

in Italia, rinnovellando così le gare degli imperatori contro i papi,

degli esarchi contro i vescovi di Roma, delle basiliche greche di

Ravenna, Verona e Milano contro il Vaticano e la Sede apostolica. Ma

papa Adriano sosteneva con invitta fermezza i diritti e privilegi del

pontificato, chè egli non era un papa venuto d'altronde, ma nato appiè

del Coliseo, e nodrito, per la famiglia sua e per la sua educazione,

di quello spirito di patriziato che avea sopravvissuto alle grandezze

della città eterna. Figlio com'egli era di Teodulo, duca di Roma e

console imperiale, ereditato avea la gara politica che sussisteva tra

la città del Tevere e la metropoli di Costantino sul Bosforo, onde,

avendo i Longobardi per successori dei Greci, nè aderir volendo ad

alcuna soggezione di Roma inverso Desiderio, manteneva in tutta la

forza sua la donazione di Pipino a favor della Chiesa. Quel re dei

Franchi, protettor della Santa Sede, più non viveva, e i Longobardi

avevano con ansia tenuto d'occhio le prime brighe del regno di

Carlomagno per farne lor pro ad assicurarsi la signoria dell'Italia,

nè sì antica essendo la donazione di Pipino da tenerla oramai per

irrevocabile, essi miravano ad annientarla all'uopo di ristabilire

la pericolante podestà loro. Desiderio facevasi quindi ad invadere il

patrimonio di san Pietro, senza rispetto alle immunità sue, e movea,

senza starvi a pensar sopra, contro di Roma, con lo stesso vigore dei

re longobardi della prima progenie. Nelle vene di Adriano scorrea, già

dissi, sangue romano, e nudrito dell'eroiche ricordanze della storia di

Roma, superbiva al contemplare il Coliseo, quelle reliquie dei templi

e dei palagi, quelle sante chiese dei martiri, sì che all'avvicinarsi

dei Longobardi, e al vederli coprir con le loro tende le sterili

campagne di Roma non si lasciò punto atterrire, ma fatte armar le mura,

e chiuder le porte, risolse, all'uso antico, di morire in mezzo ai

cittadini alla guisa dei consoli.

L'assedio di Roma continuava, per diecimila longobarde lance che ne

stringevan le mura, quando esso papa Adriano elesse una deputazione

di vescovi e patrizii romani, che si recassero alla corte plenaria

di Carlomagno a chiedere l'aiuto suo contro gl'invasori del sacro

patrimonio della Chiesa. Il figliuol di Pipino era succeduto al

padre in tutti i titoli suoi, e fra le leggende e inscrizioni che

chiamavan purpuree, quella pur trovavasi del patriziato di Roma, che

era la titolar magistratura dell'eterna città; onde l'obbligo in lui

di proteggere il papa ed il popolo che s'eran posti in una specie di

vassallaggio verso i re franchi. Doveano gl'inviati di Adriano gittarsi

ai piedi di Carlomagno e supplicarlo di venir a difendere la terra di

san Pietro profanata dagli empi Longobardi. Già vedemmo che Stefano

erasi in altri tempi calorosamente opposto alle nozze di Carlomagno con

la figlia di Desiderio; ora costei era stata pur dianzi ripudiata, e

il re dei Longobardi ne avea provato acerbo risentimento insieme co'

suoi popoli, che tenevano per un oltraggio il ripudio d'una giovine

e infelice consorte. E appresso, la corte di Pavia, di Milano e di

Ravenna era divenuta come a dir l'asilo di chiunque serbasse in cuore

odio pel re e per la nazione dei Franchi, onde ivi riparato aveano la

vedova di Carlomanno co' suoi pargoletti dallo zio Carlomagno spogliati

della corona, ed ivi s'erano egualmente rifuggiti i baroni malcontenti,

lo sbandeggiato duca d'Aquitania, e se si dee prestar fede al monaco di

San Gallo, anche Uggero il Danese, uno dei conti franchi di maggiore

fermezza, uno degli eroi della cavalleria, d'origine scandinava, il

quale, incorso nella disgrazia di Carlomagno, nè sostener sapendo

l'irato e potente splendor del suo sguardo, erasi dato alla fuga.

Giunti gli inviati di papa Adriano a Paderborna dov'ei teneva la sua

corte plenaria, il trovarono prontissimo a una spedizione militare in

Italia, chè quelle transalpine pianure, quelle ridenti città troppo

piacevano ai leudi, ai conti, ai paladini che accompagnavano i re

franchi nelle spedizioni lontane, e già in fantasia ne vagheggiavano

il bel sole, le ubertose campagne, in cambio delle tetre loro città

in riva del Reno, e contemplavan da lungi l'uva spenzolar da' suoi

pampini, e le frutta saporose, e le tepide acque dell'Adriatico e del

Mediterraneo. La spedizione fu dunque tosto deliberata, e mentre papa

Adriano sostenea vigorosamente l'assedio di Roma, mentre i Longobardi

non aveano più rispetto ai monumenti cristiani che alle vestigia della

grandezza romana, Desiderio seppe per messi la gran diversione che

Carlomagno gli preparava dall'Alpi, con un esercito di Franchi, conti,

leudi, con quelle pesanti armi loro e con quei loro fortissimi cavalli.

I monti che dividevan le terre di Carlomagno dalla Lombardia non erano

a quei giorni altrimenti tagliati da quelle ampie vie che lasciano

oggidì liberissimo spazio a condurre gli eserciti; ma sol vi erano

poche vestigia delle vie romane, chè avendo il passo tentato da

Annibale, mostrata la necessità di congiunger le Gallie all'Italia,

domate ch'ebbe Cesare quelle riottose popolazioni, gl'imperatori

compier vi fecero alcune opere alla foggia romana, onde agevolare il

libero tragitto da Milano fino al cuore dell'Alpi elvetiche. L'ardore

indi de' pellegrinaggi al sepolcro degli Apostoli avea conservato

alcuna di quelle vie romane, ed a poca distanza l'un dall'altro, ci

si trovavano romitorii e monasteri, ed essendo l'ospitalità uno dei

precetti del cristianesimo, anche l'Alpi, comechè di difficile accesso,

sicuro passaggio porgevano ad eserciti che marciavano lentamente, e

quasi senza fardaggio alcuno. Nè a quei giorni ci erano artiglierie;

ogni leudo portava da sè l'armatura sua, le sue difese; tutti potevano

lasciar andare con la briglia sul collo i loro cavalli, e di questo

modo ogni sentiero, buono ai pedoni ed alle bestie da soma, bastava

a quelle masse di gente che movean dalla Borgogna, dal Reno o dalla

Baviera per far capo a Milano. Il partito di calare in Italia fu preso

ivi stesso a Paderborna, si elesse Ginevra a luogo di far massa,

e le Alpi si copriron tosto di una infinita schiera di lance che

moveano verso Milano, Pavia e Verona, poichè i Franchi avean fatta lor

meta queste tre città principali del regno de' Longobardi, il tutto

predisposto innanzi, così per la guerra come per l'occupazione, con

quell'accorgimento onde chiari erano gli Austrasii nelle conquiste. In

un consiglio che i leudi tennero a Ginevra, fu preso a pieni voti di

varcare le Alpi, al qual uopo si partirono in due grandi schiere, l'una

capitanata da Bernardo, leudo anch'esso e bastardo di Carlo Martello,

uomo di grande statura; doveva egli attraversare il Valese, varcare

il monte di Giove (ora San Bernardo) per occupare il passo dell'Alpi,

e penetrare in Italia, intantochè Carlomagno, il quale avea serbato

a sè il capitanato dell'altra schiera, la guidava pel monte Cenisio,

l'usata via di Pipino. Così la schiera principale condotta da Bernardo

far dovea una potente diversione nel pian di Milano, mentre Carlomagno

assaliva di fronte il Piemonte; la qual mossa attraverso delle Alpi fu

compiuta con ammiranda fermezza.

All'aspetto di queste due formidabili osti Desiderio provò un certo

terrore, pur nondimeno il figlio suo Adelgiso, o com'altri lo chiamano,

Adelchi, raccolse un grosso di gente appiè dell'Alpi per difendere i

passi del monte Cenisio. Quelle cime eran tutte irte di fortificazioni

alla foggia dei Greci e dei Romani; sovr'ogni rupe erano torri difese

da vigorosi balestrieri e da agili scorridori che si arrampicavano

di balza in balza, sì che Carlomagno avrebbe trovato insuperabili

impedimenti, se non fosse stato aiutato dalla diversione del conte

Bernardo, che calando pel monte di Giove veniva ad alloggiarsi fra

le Alpi e Pavia, per modo che, presi a tergo i Longobardi, furono

costretti d'abbandonare i loro alloggiamenti, e Carlomagno potè venir

ad unirsi con Bernardo nelle vicinanze del lago di Como. Adelgiso prese

la fuga, e Desiderio, che avea posto il campo al di là di Milano, si

vide forzato a ritirarsi precipitosamente verso Pavia, la città forte

del regno, in cui dovea sostener poi un lungo assedio, intanto che ed

essa e Genova venivano incontanente accerchiate da migliaia di lance,

ed i Franchi, per ogni dove irrompendo, correvano il Milanese.

Grande era già il terrore che il nome di Carlo inspirava, e il

concetto che di lui s'eran formato i Longobardi, onde e conti e

vescovi s'affrettavano di sottomettersi, e tutto fu soggiogato, salvo

le dette due città di Pavia e di Verona. La prima di queste non era

a que' giorni per anco ridotta a quella condizione, comechè di nobile

reliquia, in cui la vediamo oggidì. Vasta e bella città vedeva sorgere

i grandiosi suoi monumenti di marmo alla foggia lombarda e romana,

e le sue mura innalzarsi a ben settanta piedi romani, e diciassette

porte aprirle l'adito alla campagna, e settantadue torri cignerle la

fronte a guisa d'antica Sibilla. Ivi era la sede dei re longobardi,

che se Milano le contendea quest'onore pel suo episcopato, per le sue

corrispondenze con Bisanzio, per le basiliche sue, per le sue spaziose

vie, e pe' suoi passeggi; che se Monza era il luogo dove i re cinti

venivano della corona di ferro, Pavia era pur sempre la città militare

insiem con Verona, la sorella sua dalla corazza d'acciaio.

I Franchi invasori trovavan così, dopo le Alpi, forti città atte ad

oppor dura resistenza, e il nome di Carlomagno, sì grande fra tutti,

rimbombava entro quelle mura, ed egli apparia loro quasi uomo di ferro

sotto il ferro. Il monaco di San Gallo ci lasciò descritti i tremendi

approcci del potente signore sotto le mura di Pavia, nè meglio che

quivi aver si potrebbe la prova della viva e profonda impressione che

la sua presenza produceva. — Pochi anni prima un conte del regno, di

nome Uggero, essendo incorso nello sdegno inesorabile di Carlo, erasi

ricoverato appresso di Desiderio, e quando l'uno e l'altro seppero

che il formidabil prence avanzavasi, salirono su una torre altissima,

donde veder lo potevano da qualunque si fosse parte egli venisse.

Videro da prima tante macchine da guerra, quante bastate sarebbero

al bisogno degli eserciti di Dario e di Giulio Cesare, e Desiderio

chiese ad Uggero: — Carlo è forse con questa grande oste? — No, rispose

l'altro. Poi vedendo venire una schiera infinita di soldati raccolti

da tutti i luoghi del nostro impero, il Longobardo disse ancora ad

Uggero: — Carlo vien certo trionfante in mezzo a quella moltitudine?

— Non anco, rispose Uggero, nè egli verrà sì tosto. — E che potremo

noi fare, ripigliò Desiderio, cominciando già ad invilire, s'ei viene

accompagnato da maggior numero ancora di guerrieri? — Tu lo vedrai

com'è al giunger suo; rispose Uggero, che poi debba esser di noi

non te 'l so dire. — Mentre dicevano queste parole, ecco apparir la

schiera de' paladini, la quale non sa che sia riposo, alla cui vista

atterrito il Longobardo, prorompe: — Per Dio! ecco Carlo! — Non anco,

ripigliò Uggero. Poi vennero i vescovi, gli abati, i cherici della

regia cappella ed i conti; allora Desiderio, più sostener non sapendo

tanta luce, nè sprezzare la morte, si fece a dir singhiozzando: —

Scendiamo e nascondiamoci nelle viscere della terra, lunge dal cospetto

e dal furore d'un sì tremendo nemico. Ed Uggero, che già sapea per

prova la potenza e la grandezza di Carlo per la lunga pratica che

n'avea fatta in tempi migliori, disse allora tutto tremante: — Quando

tu vedrai le messi agitarsi per terrore nei campi, e il Po torbido e

il Ticino inondar coi loro flutti tinti di ferro le mura della città,

di' pure allora che Carlo viene. Nè avea finito queste parole, che

incominciossi a veder da occidente come una scura nube sollevata da

Borea, la quale mutò il chiarissimo giorno in paurosa oscurità. Se non

che, all'accostarsi dell'imperatore, lo splendor delle armi facea sulle

genti chiuse in città rilucere un giorno più tetro di qualunque più

tetra notte. In quella apparve Carlo in persona, uomo tutto di ferro,

coperto il capo d'un elmo di ferro, le mani armate di guanti di ferro,

il petto di ferro e le marmoree spalle difese da una corazza di ferro,

e la mano sinistra armata d'una lancia di ferro ch'ei reggea ritta in

aria, poichè la destra ei la tenea sempre sull'elsa dell'invitta sua

spada. Le coscie pure, che gli altri, per esser più spediti a montar a

cavallo, sguernivano anche de' cuoi, egli avea tutte cinte di lamine di

ferro. —

Tale si era la paurosa impressione che in tutti facea l'accostarsi di

Carlomagno; non vedevasi che ferro; un colosso egli era che arricciar

facea di paura chi lo vedeva. — I suoi sandali, segue il cronista,

erano pure di ferro, di tali usandone altresì tutto l'esercito; ferro

era lo scudo, e del colore come altresì della forza del ferro aveva

il cavallo. Tutti coloro che lo precedevano o fiancheggiavano, o

seguivano, insieme con tutto il grosso dell'esercito, avevano, per

quanto ciascun poteva, di simiglianti armature; sì che il ferro correva

le strade maestre e le campagne, e al riflesso del sole toglieva la

vista, e spargea lo spavento per le vie della città, però che quel

durissimo ferro era portato da gente di cuore ancor più duro. _Quanto

ferro, o Dio, quanto ferro!_ gridavano atterriti; e al vedere tanto

ferro cedè per terrore la saldezza delle mura e della gioventù, e il

ferro crollò la prudenza dei vecchi, di che io povero balbuziente e

sdentato scrittore, m'ingegnai di far una viva descrizione. Uggero

lo conobbe al primo sguardo, e disse a Desiderio: — Eccoti colui

che cerchi sì ansiosamente. — E detto questo cadde tramortito al

suolo. —

Lo sdegno di Carlo era dunque come la morte per chi osava sostenerne

il vampo, e la voce sua recava il terrore negli animi, onde il monaco

di San Gallo, a significar questa fiera immagine, altro miglior modo

non trova che la parola _ferro_, ripetuta ben venti fiate in due

pagine della sua cronaca, però che il povero cronista ha raccolto le

deposizioni dei veterani che seguirono il signor loro in Italia, ed

udite le tradizioni di que' pochi monaci lombardi che passarono l'Alpi,

e serbarono memoria delle conquiste di Carlomagno. L'assedio di Pavia

fu un dei periodi più memorabili della vita di lui; quella città,

ultimo riparo della monarchia de' Longobardi, cader doveva insieme

con la corona di ferro. Carlomagno stringeva, incalzava l'assedio, e

i Franchi celebravano la festa di Natale sotto le tende loro, intanto

che le bande degli Austrasii sottomettevano le città e i borghi dei

dintorni, e così tutta spendevasi in fazioni di guerra la vernata,

conservando sempre i Franchi l'incontrastabile superiorità loro sui

Longobardi, protetti questi non più omai che dall'alte mura di Pavia e

dal valor personale di Desiderio.

Venuta Pasqua insieme con le sue pompe, Carlo non potè più resistere

alle vive istanze d'Adriano, che gli facea calca perchè andasse a

passar la settimana santa a Roma sul sepolcro degli apostoli; la

settimana santa, tempo di lutto e di penitenza per un cristiano! Gli

annali della città di san Pietro dicono che: «A dì due di aprile, il

sabato santo, il gran Carlo giunse alle mura di Roma», e assegnossi

il giorno della Risurrezione pel suo solenne trionfo[146], però che

i Carolingi erano patrizi e protettori del pontificato, e Adriano

volle che quest'augusta pompa fosse per sempre memorabile nei fasti

romani. Venendo Carlomagno per la via di Toscana, egli mandò ad

incontrarlo vescovi e patrizii, discendenza de' consoli e tribuni

antichi, infino a Novi. Alle porte della città fu ricevuto a bandiere

spiegate, come costumavasi co' trionfatori; legionarii armati all'uso

antico gli portavano la lancia e la corazza, e un trionfo di putti

imitante i bassirilievi della villa Medici, veniva dintorno al suo

cocchio agitando palme e ramoscelli d'ulivo. Mille e mille croci

altresì splendevano fra quelle bandiere a significar l'indole al tutto

religiosa della cerimonia.

Storia di Carlomagno vol. 1/2 · 第 11 / 26 段