quale, in contraccambio, avea da essi ricevuto il titolo di patrizio di
Roma; ed ora, se il re franco e il re longobardo collegavansi con un
matrimonio, il pontificato non avrebbe avuto più chi il proteggesse e
vendicasse, e questo era ciò che profondamente affliggeva Stefano III,
onde quand'ei seppe l'andata di Berta a Pavia e a Ravenna, affrettossi
di scrivere a Carlomagno: «Sappiate[129], o gran re, che ella è cosa
empia pigliare altra moglie, oltre quella che avete; vi sovvenga,
eccellentissimo figliuolo, che il nostro predecessore di santa memoria,
fece istanza col padre vostro affinch'egli non ripudiasse vostra
madre, e che Pipino anche aderì alle istanze sue. Sarebbe invero cosa
lacrimabile che la nobil nazione dei Franchi, si lasciasse corromper
dalla perfida e puzzolentissima gente dei Longobardi, la quale non
si conta pur nel numero delle nazioni, e da cui certo è esser nata
la stirpe dei lebrosi[130]... Or qual comunione vi può essere tra la
luce e le tenebre, tra il fedele e l'infedele? Pigliatevi, ad esempio
degli illustrissimi e nobilissimi re della stessa vostra patria, una
bella moglie della nobil gente dei Franchi, e pigliatela per amore,
rinunziando a mescolare il vostro sangue con le nazioni straniere. Così
fece l'avolo vostro, così il bisavolo, e così il padre, che mai non
vollero menar moglie fuori del regno».
Stefano III, manifesta continuamente le sue paure, in una sfilata di
lettere indiritte ai grandi, a Carlomagno ed a Berta, già scesa in
Italia, che persiste pur sempre nel suo disegno di parentado con la
stirpe longobarda, come nodo di pace fra loro, e le pratiche sono già
sì innoltrate che non si può tornar più addietro. Desiderio altro non
è che un vassallo, e Carlomagno è ben contento ch'ei lo mostri con
pubblici omaggi, e già vede in fantasia risplender sulla sua fronte
la corona di ferro; Desiderio non ha figli maschi[131], e sarà suo
successore.
Desiderata divien dunque, a dispetto del papa, la seconda moglie di
Carlomagno, e poichè dispiacer non vuole al potentato de' Longobardi,
di cui suo figlio ha bisogno, si fa mediatrice d'accordo tra Stefano
III e Desiderio. I Longobardi, già s'erano, all'uso lor soldatesco,
dalle città di Milano e Pavia precipitati sul territorio romano,
avevano occupata la Pentapoli, ed eran quasi alle porte di Roma.
Stefano ha quindi ricorso a Carlomagno, perch'egli faccia rispettar
la donazione di suo padre a Roma ed a san Pietro; e Carlomagno porge
benigno orecchio alle preghiere di Stefano III, e fa che Desiderio,
per mezzo di arbitri da lui mandati, debba contentarsi del regno di
Lombardia, e rispettar la donazione di Pipino, non avendo egli ragione
alcuna sul dominio di San Pietro. «Questo accordo assicura a Carlomagno
la preminenza in Lombardia in uno ed in Roma; patrizio della città
eterna e protettor dei papi, egli è altresì il signor sovrano del re
dei Longobardi, e al primo atto di fellonia di costui potrà scender
dall'Alpi, per fargli batter la guancia della temerità sua. Egli è
già re dei Franchi, già alto signore dell'Aquitania, e presto anche
l'Italia diverrà una pertinenza della sua corona.
Da Imiltrude, sua prima moglie, avea già Carlomagno avuto un figliuolo
per nome Pipino, quand'ebbe a menare in seconda moglie Desiderata,
che varcò le Alpi in compagnia di Berta, e fu da essa condotta in una
delle regie ville nella foresta delle Ardenne. Ora in queste ville
risedevano ordinariamente i re franchi e i prefetti del palazzo, ed
erano, come a dir, masserie ben coltivate, sparse in mezzo a paesi
incolti, e formavano i redditi principali della corona, amministrate
da maggiordomi secondo la forma romana e le consuetudini dei coloni
naturali delle Gallie. Quali di siffatte masserie appartenevano ai
monasteri, alle badie, ai vescovadi, e quali al re; i leudi, i conti
ed i duchi ne avean pure di ragguardevolissime, ed ogni uom d'armi
possedea la sua terra lavorata a profitto suo dai coloni.
Se non che presto questa Desiderata venne grandemente a noia di
Carlomagno, o fosse per quanto il papa gli avea detto intorno alla
volubilità ed ai vizi della gente longobarda, o fosse per memoria del
suo primo imeneo con Imiltrude. Che che ne sia, fatto sta che sei mesi
dopo appena, egli già intona di volerla ripudiare, senza rispetto alle
rimostranze di Berta, come se il sangue de' Franchi parlasse contro
quel de' Longobardi, e l'uomo del Nord ripugnasse dal viver congiunto
alla donna che nacque a Milano. Ei caccia dunque alla fine Desiderata,
e quasi ad un punto si fa marito a una donzella della Germania di nome
Ildegarda; sì che all'età di ventinove anni egli ha già, tra ripudiate
e sposate, tre mogli, nè fa caso alcuno dell'unità matrimoniale.
Indarno Stefano gli rinfaccia i suoi adulterii, che egli sostiene
fermamente questa riotta contro il moral dettame del papato; siamo in
tempi che le passioni tuttavia trionfano, e la Chiesa non è ancor freno
sufficiente per uomini carnali che tutto si fanno lecito nell'ebbrietà
della vita. E che importa a Carlomagno del minacciar di Desiderio?
Egli saprà ben farlo stare a segno. Intanto tutti i malcontenti vanno
a cercar rifugio a Pavia od a Ravenna, nè sì tosto questo o quel leudo
ha, per suo peggio, rizzato bandiera contro i Carolingi, passa le
Alpi, e va a trovar il re longobardo per chiedergli aiuto. Or bene, la
corona di ferro inchinar si dee innanzi alla corona del re de' Franchi,
poichè fino a tanto che quest'ultimo ciò non ottenga, non vi sarà più
nè pace nè tregua per lui; e' si vuol rimuovere questo pericolo con
una spedizione oltre l'Alpi. Unaldo o Unoldo stesso, l'ultimo duca
d'Aquitania, è ito a cercar un rifugio a Pavia, mentre Desiderata
anch'essa corre a querelarsi alla corte dei Longobardi dell'oltraggio
ch'ebbe dai Franchi e dal re loro.
La monarchia cadde, a questi tempi, tutta nelle mani di Carlomagno
per la morte quasi subita di Carlomanno. E' non v'ebbe mai nessuna
intimità tra' due fratelli, nè mai fu ben determinata tra loro la
divisione del paterno retaggio, chè anzi i diplomi stessi attestano
una gran confusione nei termini dell'autorità loro; amendue regolavano
in comune l'amministrazion delle terre del Reno, della Mosella, della
Senna e della Loira, e nei tre anni ch'ebbe a regnar questa confusione,
saper non è dato se la Neustria o l'Austrasia fosse piuttosto dall'un
che dall'altro governata. Carlomanno passò di vita in una villa reale
chiamata di Samoucy, nella diocesi di Laone, giovanissimo ancora,
dicendo la Cronaca che appena avea compiuta l'età di ventun anno.
Lasciava Carlomanno due figli pargoletti, ma gli succederanno essi nel
regno? Se ancor durato avesse la legge di successione sacra già tra'
Merovingi, i due fanciulli avrebbero, come tante altre volte si vide
negli annali dei Franchi, ereditato in comune il paterno retaggio; ma
i Carolingi, lignaggio nascente, non destavano ancora quella religiosa
pietà che già i figli di Clodoveo destavano nell'antica razza dei
Franchi, da poco uscita delle foreste; la forza gli aveva innalzati,
nè doveano la legittima consacrazion loro ad altri che all'opera
dei papi, all'unzione dei vescovi, e l'eredità non era ancor legge
irrevocabile[132]. Carlomagno partecipò quindi, in una corte plenaria
che ei tenne a Valenciennes, la morte di Carlomanno a' suoi leudi, dopo
di che, agitando essi le loro lance, mossero, a guisa di conquistatori,
alla volta delle Ardenne, e piantarono i loro alloggiamenti nella
real tenuta di Carbonac, a poca distanza da Samoucy dove Carlomanno
era uscito di vita. All'aspetto di questa massa di gente, i conti, i
vescovi e gli abati di quel regno, vennero a far omaggio a Carlomagno,
e senza troppo guardare alle ragioni dei due fanciulli, inetti
com'erano a regnare ed a condurre i leudi alla guerra, furono, siccome
gli ultimi de' Merovei, destinati a vivere ed a morire nel chiostro,
serbata lor la tonsura, simbolo dello spirituale servaggio; chè tra
loro, chi più non avea lunghi e ondeggianti i capegli come la criniera
dei nobili corsieri delle foreste germaniche, non poteva esser nè
re nè conte mai. Gerberga, la vedova di Carlomanno, passò le Alpi,
e venne anch'essa a cercar rifugio presso i Longobardi, temendo la
condanna del chiostro e le persecuzioni di Carlomagno divenuto re di
tutta la nazione dei Franchi. Eccetto alcuni pochi che rimasero fedeli
a Carlomanno, e seguirono oltremonti la regina Gerberga, tutti i
possessori delle terre, i conti, i vescovi e gli abati fecero omaggio
al nuovo signore.
Di quivi ha principio, propriamente, il regno di Carlomagno, poichè
d'indi in poi si vengono spiegando le grandi conquiste e l'ordinamento
politico dello stato, altro non essendovi, sino alla morte di
Carlomanno che qualche editto sciolto e qualche diploma di donazioni
al chericato. Così, a mo' d'esempio, un diploma di Carlomagno, dato in
Aquisgrana agli idi di gennaio, fa una donazione al monastero di San
Dionigi, e un degli idi di febbraio concede alla chiesa di Metz certe
franchigie, e l'esenzione da ogni regia giurisdizione; innanzi la sua
morte, Carlomanno conferma le immunità della chiesa di San Dionigi;
alle calende d'aprile Carlomagno accresce i privilegi al monastero di
Corvia, e conferma quelli tutti della badia di Sithieu, o San Bertino.
Ben si vede che la stirpe di Pipino ha bisogno del sostegno della
Chiesa per far confermare la sua regia dignità, e si collega co' papi,
bisognosa com'è di quel religioso carattere, che la Chiesa solo può
dare. Donde tanta sollecitudine per tutti gli argomenti che riguardano
il cristianesimo e il pontificato, chè Carlomagno vuol essere il
figliuol diletto di Roma prima d'essere imperadore romano, e amicarsi
il pontificato perch'ei n'ha d'uopo a compiere il suo vasto disegno
d'impero, e a quella guisa che Pipino erasi conquistato il papa per
farsi re, così Carlomagno gli porge la mano per farsi imperatore.
CAPITOLO VIII.
CAGIONI CHE AGEVOLANO A CARLOMAGNO LE SUE CONQUISTE.
I Franchi tutti sotto il medesimo scettro. — I compagni di
Carlomagno secondo le cronache. — Bernardo. — Orlando. — Rinaldo.
— Uggero il Danese ed altri. — La baronia secondo le canzoni
eroiche. — Gli eroi de' poemi epici. — Franchi. — Borgognoni. —
Aquitani. — Bretoni. — Austrasii e Neustri. — Ordinamento militare.
— Prese d'armi. — Tattica. — Armi tolte dai Romani. — Il bottino.
— Composizione dell'esercito. — Fortificazioni. — Cavalli. —
Armature. — Cognizioni di Carlomagno.
771 — 780.
In questa società tutta armigera non v'è quasi spazio tra la puerizia
di Carlomagno e le sue conquiste; non sì tosto egli si sente forte
abbastanza, entra in lizza, non sì tosto ei possiede un po' di vigoria
e di scienza militare, ei le pone in opera per accrescer di nuovi
popoli il suo retaggio. E non è già senza grande studio e fatica ch'ei
giunge a farsi conoscer degno discendente di Carlo Martello e di Pipino
il Breve; entrambi questi capi avean principato col rendersi famosi per
le geste loro, e Carlomagno anch'esso pagar dee il debito suo, e gli
convien conquistare, e reprimere e ributtare le invasioni altrui, chè
la stirpe carolingica non è ancor tanto antica da potere scioperarsi
in ozio molle come i Merovei. Ond'è che appunto niun intervallo v'ha
tra la puerizia di lui e la guerra contro gli Aquitani, poichè egli non
avea più di trentun'anno quando calò dalle Alpi a conquistare il regno
dei Longobardi[133].
Se non che Carlomagno si trova avere in mano forze assai più
ragguardevoli che non i deboli re della schiatta merovingica, i quali
appena regnavano sopra frazioni di popoli, essendovi a' tempi loro re
d'Austrasia e di Neustria, e altri capi che governavano l'Aquitania e
la Borgogna, e la guerra civile struggeva la forza di quelle razze,
che si premevano e incalzavano senza traboccare al di fuori, e il
sangue scorreva a fiumi in quelle guerre di famiglia contro famiglia
e schiatta reale contro schiatta reale, sì che i tempi dei Merovingi
rinovavan l'esempio delle guerre fra tribù erranti sulla terra ch'elle
si contendean fra loro. Carlomagno si trova in condizione più agiata;
egli ha tutte raccolte sotto il suo freno le sparse membra della gran
famiglia de' Franchi; Carlomanno, che avea una parte del retaggio,
è morto anch'esso, ed egli s'è impadronito de' suoi dominii; non vi
sono più re, nè capi fra i Neustri, i Borgognoni o gli Aquitani che
contrastar gli possan lo scettro; ognuno che ha nome di Franco muove
sotto le insegne sue; egli è di tutti capo, di tutti supremo signore,
ed ei pone suoi Conti a governar que' paesi, i quali senz'alcuna
renitenza ubbidiscono[134]. Carlomagno, or ch'egli è re solo di tutti,
ben sa che gli è d'uopo impiegar continuamente la nazion bellicosa
ch'ei regge; se non la guidi alla conquista essa userà la forza sua
nella guerra civile, non altramente che fece già sotto i Merovei; sono
uomini valorosi ed ardenti, che vogliono esser condotti attraverso di
fiumi e di monti su nuove terre, onde por debbe ogni studio, ogn'arte
sua a scagliare i suoi compagni d'armi sui popoli e sui territorii
vicini, però ch'ei saziar li dee di preda, di terre, di dominii, a
evitar ch'ei si divorin fra loro.
In opera sì difficile e lunga come questa è, Carlomagno non può far
da sè solo, onde sotto lui ed intorno a lui s'aggroppano capi e conti
esperti in guerra; impossibil sarebbe ad un sol uomo imprendere ad
eseguir tante cose, ed intorno a ogni grande intelletto, vediamo uomini
di seconda schiera, che son come la mano e il sostegno dell'opera sua.
Ora, da due fonti attigner si dee, per chiarire le imprese dei conti
che seguiron Carlomagno nelle lontane sue spedizioni, e son le cronache
e le canzoni eroiche. Le prime così sterili come sono in sostanza,
ricordano appena qualche nome proprio, e Carlomagno è quel solo ch'ivi
muove e si agita per le battaglie, siccome _principio e fine_; Eginardo
non cita più che tre o quattro prodi che fan corteggio al suo signore,
e se il monaco di San Gallo offre qualche più prezioso documento, si
è perchè questa cronaca fu scritta sulle tradizioni e sulle canzoni
eroiche medesime. La seconda delle fonti da me accennate, sono a
proprio dire i grandi poemi di cavalleria in cui trovansi in copia
nomi propri, e famiglie e baroni che aiutarono, tradirono o esaltarono
Carlomagno; ivi il principe non è mai solo, ma circondato dal consiglio
de' suoi leudi, de' suoi guerrieri: consigliasi con loro, nè mai
muove alla battaglia se non dopo la deliberazione di tutta l'alta sua
corte, e ci son famiglie intere che si danno alle gesta eroiche, o
al tradimento. Cotesti racconti fanno di questo modo muovere intorno
a Carlomagno una moltitudine di conti e di baroni che gli servono di
corteo.
Nelle cronache maggiori sono citati parecchi nomi di paladini, Orlando
primo di tutti; esse il fanno conte, soltanto, e guardiano delle
marche di Bretagna, e gli danno il nome di _Rudlando_[135], e dicono
ch'egli era un uomo di gran gagliardia; a lui è commesso più volte di
ridurre al dovere il popolo di Bretagna, e muore a Roncisvalle[136].
Nelle cronache si parla pure d'un conte di nome Bernardo[137], zio di
Carlomagno, paladino esperimentato e dotto in guerra, a cui il nipote
affida il comando d'una parte dell'esercito che cala in Italia contro
i Longobardi, e suo fu il consiglio di partirlo in due schiere, l'una
da scendere pel Monte Cenisio, l'altra pel monte di Giove nel medesimo
tempo. V'è altresì parola d'un altro paladino di nome Rinaldo o
Regnoldo[138]; ma ei si rimane oscuro, senza niente avere che suggerir
possa al pensiero esser egli il _Rinaldo_ di _Montalbano_ delle antiche
leggende poetiche.
Sono pur dalle cronache nominati fra i conti di Carlomagno, un Amberto
ch'esse fanno conte di Bourges, ed a cui sostituiscono Stormino; un
Abbone o Alboino, conte di Poitieri; un Guibaldo, conte di Perigueux;
un Ittieri di Chiaramonte; un Bollo di Puy; un Orsone che piglia il
governo di Tolosa, un Amone d'Albi, un Roardo di Limoges; i quali
tutti dovevano esser uomini di grande affare, e di valentia, da che
Carlomagno partì fra loro il governo delle Aquitanie. Finalmente
il monaco di San Gallo ci ha conservato alcune tracce della vita di
Uggiero il Danese, un di quei capitani nati senza dubbio fra le nazioni
scandinave, che vennero ad offerire il braccio loro a Carlomagno. A
quanto ne dice il cronista di San Gallo, quest'Uggero, fuggitivo,
ricoverossi tra i Longobardi, temendo la presenza e il corruccio
dell'adirato suo signore.
Tutte queste narrazioni delle cronache son povere di nomi propri, e
spoglie, in generale, di grandi caratteri storici. Così non è delle
canzoni eroiche, nelle quali anzi spiegasi tutta la pompa delle epopee
carolingiche, e intere famiglie di baroni risplendono. Il semplice
conte Orlando delle cronache diventa ivi quel valente paladino che
scuote i monti e affetta i giganti saraceni, con Rinaldo di Montalbano
allato e la famiglia del vecchio Amone nel suo castello di Dordogna,
e con Uggero il Danese, anch'esso grande ammazzator d'Infedeli. Poi tu
vedi comparir Guglielmo Corto naso[139], Garino il Loreno, Lamberto il
Corto, Gualtieri di Cambrai, e già si mostrano i Bracci di ferro, le
Lunghe Spade, i Girardi di Rossiglione[140] e gli Amerighi di Narbona.
I quali baroni tutti si accerchiano intorno alla gran figura di
Carlomagno, lo servono coi loro consigli, colla forza del loro corpo,
col valore del braccio loro, nè possono andar separati da questo signor
sovrano, di cui formano, come a dire, l'aureola.
L'idea dei dodici baroni che risiedono alla corte di Carlomagno, è,
si vede chiaro, posteriore al suo regno; noi la troveremo da per tutto
nelle canzoni eroiche, ed è un anacronismo che rinasce a ogni poco. Il
titolo di barone altro non può quivi significare che un capo di quelle
famiglie, o d'alcuna di quelle nazioni che si aggreggiano intorno
al trono dei carolingi. Ci sono Borgognoni, Aquitani, Franchi della
Neustria e dell'Austrasia; paladini che abitan le rive del Reno, della
Loira, della Garonna, della Dordogna, e già regnano le antipatie di
razza, e i Maganzesi non possono patir gli Aquitani. I Franchi sono
anch'essi fra loro divisi per certe lievi disparità di costumi e di
consuetudini, le quali trapelano dai canti e dai romanzi di cavalleria
che ci narran le gesta dei paladini di Carlomagno. E quanto tempo
ci volle per cancellar queste lievi disparità fra razza e razza, fra
popolo e popolo!
Fra gli uomini prodi e valenti, fra i paladini di Carlomagno son misti
i traditori e felloni, e poichè ogni affetto dell'anima vuol essere
personato, questi ultimi appartengono alla famiglia maganzese, al
lignaggio dei Ganelloni, o alla razza guascona di Olderigi, di cui
tanto suonano le canzoni eroiche. A quel modo che si magnificarono
le vittorie di Carlomagno, così scusar si vollero le sue sconfitte;
chè quando un grande nome risplende sulla terra, i disastri che gli
succedono, non sono mai, per opinion dei popoli, procedenti da cause
naturali, ma sì da fellonia e tradigione. La conquista del regno de'
Longobardi, è tanto rapida, tanto intera da non lasciar punto supporre
che tradimento umano ci avesse luogo; in sei mesi i Franchi passan le
Alpi, e tutto è finito; all'incontro nella guerra oltre i Pirenei,
dove accadde la funesta rotta di Roncisvalle, le canzoni eroiche ti
schieran da bella prima dinanzi tutta la famiglia dei paladini leali,
di quei prodi e valenti che combatterono a fianco dell'imperatore; poi,
dopo questa nobile schiera, vengono i felloni, coloro che vendono gli
eserciti, e sono, come dissi, rappresentali nella persona di Ganellone.
Il pio arcivescovo Turpino è il cantore di tutta questa epopea; egli
si mescolava fra' combattenti, armato di mazza, poichè, cherico qual
era, non dovea versar sangue; pugnava, orava, confessava vero simbolo
del chericato, tal quale a noi lo additano le leggi di quei tempi e i
capitolari.
I compagni d'armi di Carlomagno pigliano tutti il nome di Pari e
Baroni dell'imperatore; i poemi dei trovatori confondon pur sempre le
date; scritti come furono nel secolo duodecimo, e nel decimoterzo,
verso i tempi di Filippo Augusto e del suo successore, essi portan
l'impronta delle instituzioni dei secoli in cui furon composti. Nè
sotto Carlomagno, nè sotto alcun de' Carolingi vi ebbero mai pari,
nè ancor nato era il baronaggio insiem col feudo dipendente[141], nè
ci eran pari laici, perchè ancor non v'erano nè duchi di Normandia,
di Guienna o di Borgogna, nè conti di Sciampagna, di Fiandra e di
Tolosa; nè tampoco ci eran pari ecclesiastici, perchè la gerarchia
degli arcivescovi e dei vescovi non s'era punto ordinata nelle
condizioni feudali. I trovatori, col trasportar le idee di un tempo
in un altro, facevano, sott'altre forme, lo stesso che i miniatori
delle immagini, i quali abbigliavano coi vestimenti del secolo in cui
viveano essi medesimi, personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento.
Laonde il titolo di barone o di pari nelle antiche conquiste dei
Carolingi, non dee interpretarsi se non nel senso di compagno d'armi
del capo signore[142], nè il conte Orlando fu altrimenti un pari del
re, com'ebbe ad essere il duca di Normandia sotto san Luigi e sotto
Filippo il Bello, ma un _graff_ di origine germanica o bretona alla
foggia dei Franchi di Clodoveo e dei Merovingi. Carlomagno raccoglieva
sotto il suo freno le tribù franche tutte quante: Borgognoni,
Neustri, Austrasii, Bretoni, Aquitani, e ognuna di queste razze era
rappresentata da alcuni particolari eroi, divenuti poscia i soggetti
dei poemi epici e nazionali.
Ragguardevoli erano tutte queste forze in mano di Carlomagno; e
quanto alle prese d'armi, facevansi esse tumultuariamente dopo qualche
deliberazione delle corti plenarie; però che a due tempi dell'anno,
Natale e Pasqua, il capo signore dava una specie di militar convegno a
tutti i capi della nazione o franca o romana, conti o vescovi che essi
fossero: a Natale deliberavano intorno alle leggi generali, a Pasqua
concertavano le spedizioni lontane della primavera e la conquista di
questa o quella uberifera terra, come dir la Sassonia, la Lombardia, la
Spagna. Tutta quella generazione non aveva altra passion che la guerra;
lo squillo della tromba saltar li facea come destrieri; i paladini non
potevan più contenersi nelle lor grosse e murate torri; chi parlava
lor di conquiste era il bene ascoltato: onde il rinomo di Carlomagno
a lui tutti tirar doveva i capi dell'armi, i conti bramosi di nuovi
dominii; anche i leudi più lontani accorrevano alle sue chiamate. Tutto
questo facea che le forze sue fossero superiori di numero a quante
altre gli erano opposte; chi seguiva le sue bandiere, chi accorreva
allo squillo delle sue trombe era certo di guadagnar qualche terra,
era certo della vittoria; e però a lui correvano in frotta; Carlo
Martello e Pipino avean lasciato alto grido di sè, e il figlio loro
ancor più l'innalzava. Fin dal principio del suo regno egli spiegava la
medesima attività, la medesima militar sapienza dell'avolo e del padre,
onde tutti in lui s'affidavano, ed egli guidava i vecchi commilitoni
che avean guerreggiato sotto Pipino, e i veterani che avevan veduto
Carlo Martello; la razza degli Austrasii mostrava d'aver conquistata
una potentissima superiorità sa tutta la famiglia dei Franchi; essa
durava nella sua prepotenza, e Carlomagno appariva come il simbolo di
quella vigorosa famiglia: sì che appena egli fa la chiamata, tolti si
affollano intorno a lui, alle sue bandiere, a' suoi pennoni, alla sua
orifiamma, e i suoi capitani sono uomini anch'essi il cui nome suona
lontano.
Nè questi capitani e uomini d'armi chiedono paga di sorta alcuna, chè
la guerra in loro è natura: e nessuno ha bisogno di scriversi per aver
sussidio in denari o soldi d'oro, chè tutti si forniscono e armano
a proprie spese[143]. Il capo supremo ascende l'Alpi, e di colassù
dice a' suoi soldati: «Ecco terre nostre! avanti!» e queste parole
maggior animo infondono che non la speranza d'una paga o d'un'agiatezza
regolare. Così fan sempre i Barbari, e così a loro imitazione i
capitani venuti in tempi di eccezione e di fanatismo!