d'Aquitania, era declinata agli estremi. Arrivato a Perigueux, fu ivi
colto da dolorosissima infermità, e non pertanto si fece trasportar
fino a Tours, però che un re di Francia dovea morir sotto gli occhi di
san Martino e di san Dionigi, protettori della nazione, e ivi fatte
sue orazioni all'arche di que' santi, ricuperò forze bastanti per
trarsi fino a Parigi. «Ora sappiate che in questo secolo egli trapassò
nell'ottava calenda d'ottobre, nell'anno decimo quinto del suo regno,
e dell'Incarnazione settecento sessant'otto, e fu messo in sepoltura
nella chiesa di messer San Dionigi. Fu corcato dentro a rovescio, con
una croce sotto il volto e la nuca verso Oriente, e dicono alcuni ch'ei
volesse essere sepolto in questa postura, pel peccato del padre suo,
che avea tolto le decime alle chiese[122]».
Questo re Pipino, che voleva essere in tal forma corcato nel sepolcro,
non consumò solo la vita in grandi battaglie, ma lasciò pure alcuni
capitolari e diplomi, onde fu apparecchiata la più ampia legislazione
di Carlomagno suo figlio. Stando nella regia sua villa di Vernone,
Pipino, attende a comporre alcuni articoli intorno alla condizione
delle persone e alla legislazione ecclesiastica, e son questi: — Ogni
città abbia un vescovo sotto la giurisdizione del metropolitano, ed
ogni vescovo abbia facoltà di tutto reggere nella sua diocesi. Vi sieno
due sinodi all'anno. La costituzione de' monasteri sarà riformata.
Nessuna badessa potrà governar due monasteri. Niuna esca dalla
clausura, se non a ciò licenziata dal re. I monaci debbono egualmente
dedicarsi alla solitudine, e se rompono questa regola, sieno sottoposti
a penitenza. Il battesimo sarà amministrato pubblicamente. Il prete
sarà soggetto al vescovo. Chi comunicherà cogli scomunicati, sarà
colpito dalla stessa scomunica. I monaci non potranno recarsi neppure a
Roma senza la permissione del loro vescovo. Essi dovranno, in convento,
star sottomessi alla regola e all'abate. Il giorno del Signore sarà
feriato, salve qualche eccezione pe' lavori della campagna. Ogni
matrimonio sarà pubblicamente celebrato. I pellegrini saranno esenti
dalla gabella del telonio. I giudici ascolteranno e giudicheranno,
prima d'ogn'altra, le cause delle vedove, degli orfani e della Chiesa.
— Da ultimo, con alcuni altri articoli, il principe regola i diritti
del fisco e il valore delle monete.
Indi, abbandonate le rive del Reno, le tetre Ardenne e la Mosella,
trovasi nella foresta di Compiegne, e in una dieta di vescovi
e di conti, ordina ancora lo stato dei Franchi, e il matrimonio
principalmente, che a que' tempi sì difficil era mondar d'ogni
impurità. — I coniugi parenti in quarto grado non sieno separati, bensì
il matrimonio è nullo tra quelli in terzo grado, anche se la parentela
sia di sola affinità e cognazione. Se una donna prenda il velo senza
il consentimento del marito, egli abbia il diritto di riaverla se
voglia. S'ella è libera, e sia data contro sua voglia ad un uomo, ella
può lasciar questo, e maritarsi con un altro. Interdette le nozze con
lo schiavo. Il vassallo può maritarsi a un'altra donna, ma in questo
caso egli passa ad un altro signore. — Gli articoli del capitolare di
Compiegne sono tutti relativi alla famiglia, alla moglie non casta, ed
ai parenti che si congiungono con nodi illegittimi. Questa corruttela
dei costumi era la gran piaga della società; la santità e l'unità
del matrimonio non erano a que' giorni universalmente riconosciute, e
anzi ripugnavano a tutte quelle fiere e violente nature; dal re sino
all'ultimo vassallo tutti si facean lecita la pluralità delle mogli,
ed indarno i concilii e i capitolari contrastavano con questi erranti
costumi di tutta una società.
Fra questi capitolari ci ha un intero diploma, col sigillo di Pipino,
in cui egli prende il titolo di re dei Francesi e d'uomo illustre,
indirizzato ad un vescovo di nome Pietro Lullo. «Vogliamo che la
santità vostra sappia la pietà e la misericordia che usò Dio nel
presente anno in questa terra. Egli ci avea mandato gran tribolazione
a cagion de' nostri peccati, ma poi dopo la tribolazione, ci concede
una maravigliosa consolazione nell'abbondanza dei frutti della terra
che di presente abbiamo. Ond'è debito nostro, e per questa e per altre
nostre cagioni, di rendergli grazie della misericordia con cui si degnò
di consolare i suoi servi. Noi vogliam dunque che ogni vescovo faccia
celebrare un digiuno nella sua parrocchia, in onore di Dio che ci ha
mandata quest'abbondanza, e che ognuno faccia indi elemosine e ristori
di vitto i poveri. Tutti poi, vogliano o non vogliano, così comandando
noi, paghin le decime. Salute in Cristo».
Questi antichi diplomi, questi capitolari tutto ci rivelan lo spirito
di quel tempo, e pongono in essere le inclinazioni del re e del popolo,
della Chiesa e della società. In questa primitiva legislazione,
nulla v'è di distinto, i diversi ordini d'idee vi si confondono e
si attraversan fra loro; le leggi ecclesiastiche non sono sceverate
dalle civili; il re fa capitolari per impor digiuni e levar le decime,
intantochè i concilii si applicano a stabilire la società domestica e
il governo politico. Invano si vorrebbe ordinare ciò che ivi è misto
e confuso: re, vescovi, cherici ed uomini da guerra, si comunicano e
prestano a vicenda lo spirito loro; v'ha feudalità nella chiesa e v'ha
chiesa nella feudalità; v'eran vescovi che portavano il falco in pugno
per la selva delle Ardenne, e v'eran uomini di guerra che portavan la
mitra e il pastorale dell'abate in segno della loro giurisdizione. In
mezzo a quella società, il regno di Pipino altro non è che una gran
riparazione a profitto della Chiesa; i cherici avean serbato memoria
degli spogliamenti ordinati da Carlo Martello, nè perdonar sapevano
una tale violenza; gli uomini d'armi perseguitar poteano la Chiesa
nel vigor della vita, ma i cherici gli aspettavano alla morte; quelli
erano i giorni per loro del ricatto, e Pipino redimeva i peccati del
padre suo. Ci rimangono diplomi e atti di donazione col sigillo di
Pipino, qual prefetto del palazzo; altri diplomi di larghezze e doni
più numerosi contrassegnano il tempo in cui egli fu re. San Dionigi va
continuamente ricevendo mense di terre e livelli; le chiese di Treveri,
di Metz, della Lorena, sono ricolme di doni. Oltracciò Pipino ha cura
di ampliar con costante sollecitudine gli altri beni ecclesiastici;
onde san Dionigi vede confermarsi le sue fiere; i monasteri di San
Martino di Tours e di San Michele hanno donazioni, e le chiese di
Nantua e di Figeac, ottengono, per diplomi, privilegi. Egli testimonia
in ogni luogo la sua gratitudine ai vescovi che il fecero re, ed
ai papi che sancirono la podestà sua. E Roma pur essa serba gran
riconoscenza per quanto Pipino fece a pro di Zaccaria e di Stefano, e
abbiamo una curiosa epistola del popolo e del senato romano al re de'
Franchi, in cui gli rendono grazie della libertà che ei ricuperò loro
di man dei Longobardi, ed egli ad essi risponde: «di rimaner fedeli
alla Chiesa di Dio e al pontefice».
Monasteri, chiese, pontificato, tali son gli oggetti della protezione
del nuovo re dei Franchi; i cherici l'hanno innalzato al trono, i
cherici hanno santificato il suo regno, confermatogli il possesso della
corona e il capo del nuovo lignaggio fa stima di loro, però che niuno
saprà mantenersi in signoria, senz'assecondar la forza che ve l'abbia
recato.
CAPITOLO VII.
CARLOMAGNO E CARLOMANNO.
Quistione intorno alla divisione del regno dei Franchi dopo
Pipino. — Carlomanno. — Indole tutta germanica di Carlomagno. —
Suoi natali. — Sua puerizia. — Portamento e statura sua all'età
di ventisei anni. — Sue residenze. — Incoronazione. — Prima guerra
d'Aquitania. — Duchi di questa provincia. — Cagioni dell'avversione
de' Carolingi contra i duchi d'Aquitania. — Leggende intorno alle
gesta di Carlomagno. — Romanzo di Filomena. — Le canzoni eroiche
de' _Quattro figli d'Ammone_, e _d'Ivone di Bordò_. — Ragion vera
delle guerre australi. — Trattati co' Longobardi. — Lettere di
Stefano III a Carlomagno. — Berta in Italia. — Matrimonii. — Morte
di Carlomanno. — Carlomagno re solo dei Franchi.
768 — 771.
Pipino, sublimato al trono de' Franchi, avea diviso l'eredità sua
tra i proprii figliuoli, a simiglianza di Carlo Martello, formando
la Neustria e l'Austrasia pur sempre due distinte frazioni nelle
conquiste dai Franchi compiute sotto i primi Merovei. Carlomanno, il
secondogenito di Pipino, fu quasi del tutto ecclissato nella storia
dallo splendor di Carlomagno, l'eroe delle croniche e dei canti epici.
Questo Carlo, che più tardi aggiunse al suo nome l'epiteto latino e
romano di _magno_ (il grande), era sostanzialmente d'origine germanica;
se non che per ben che si frughi in tutte le croniche e i diplomi,
dir non si può al vero in qual luogo, in quale città egli venisse al
mondo: tutte le città, in Germania, si attribuiscon l'onore d'avergli
dati i natali: Aix, Liegi, Carlostat e Monaco stessa, pretendendo i
Bavari che il gran Carlo discenda dalla schiatta loro; in ogni luogo,
dal Reno all'Elba, si trovano antiche immagini, e marmoree statue di
lui, venerabili monumenti che testimoniano l'ammirazione dei popoli e
la grandezza di quell'uomo[123]. La congettura più probabile si è che
Carlomagno nascesse nel castello d'Inghelheim, vicino a Magonza, chè
Magonza pur essa vuole per sè l'antico imperadore; le ruine romane,
le torri che fronteggiano il Reno, portano il suo nome, e fra quelle
reliquie dei secoli, fra quei lembi di mura sospesi in cima dei monti,
dove il sole indora i pampini del Joannisberg, l'eco sempre risponde:
Carlomagno!
Gli annali di Fulda il fanno nascere a' dì 26 di febbraio dell'anno
742; a' dì 2 di aprile il continuatore di Fredegario; gli uni si
contentan di dire ch'ei nacque a Natale, gli altri a Pasqua, chè
richiedevasi una solennità cristiana a celebrar con le sue feste i
natali d'un uomo che stampò si grandi orme nei secoli. Il Reno tutto
germanico, la Svevia, la Franconia, la Baviera e gli antichi vescovadi
voglion per sè i primi anni della vita di lui; nulla vi fu di neustro
o meridionale, nell'origine sua, nelle sue forme, ma sol vi domina
l'impronta tedesca. Non pertanto Eginardo, il diletto segretario di
Carlo, dice ch'egli ebbe la Neustria, e Carlomanno l'Austrasia; ma il
continuatore di Fredegario, sì esatto sempre, dà a quello l'Austrasia
ed a questo la Neustria; e l'indole tutta germanica di Carlomagno,
creder farebbe che questa opinione sia la più vera. E dove passa egli
la prima sua giovinezza, e in quai luoghi dà egli i suoi diplomi? Nelle
città del Reno, della Svevia o della Franconia, da Magonza o da Liegi.
Del resto questa divisione di patrimonio durò brevissimo tempo, e dopo
abbiamo una confusion perpetua di terre e di dominii.
Gli annali di maggior fede nulla dicon dei fatti e delle azioni di
Carlomagno nella sua puerizia, ed Eginardo medesimo confessa di non
saperli[124], chè a que' tempi le croniche dei monasteri, non trattavan
degli uomini se non quando giunti all'età dell'operare. E come de'
suoi primi anni, così siamo all'oscuro dell'educazion sua, la quale,
quanto alle lettere, fu trascuratissima, da che fatto adulto, appena
formar sapeva la cifra del suo monogramma. La guerra, ovver la caccia
nei boschi di Turingia o delle Ardenne, formavano la sola educazione
dei re o condottieri d'uomini alemanni. Le canzoni eroiche, monumenti
dell'antico spirito nazionale, con più autore s'intrattengono degli
anni giovanili di Carlomagno, e nel decimoterzo e decimoquarto secolo
si raccontavano le maravigliose avventure che accompagnavano l'apparire
al mondo di questo fanciullo; il romanzo di _Berta dal gran piè_ ci
rivelò la nascita sua romanzesca e misteriosa, e altri romanzi narrano
come il robusto giovinetto si trovò obbligato di lasciar la Francia per
tradigione dei bastardi di Pipino, e come egli andò a militar sotto il
re Gaiafro di Toledo, la cui figlia ebbe in isposa, e come dopo alcuni
anni venne a riconquistar il proprio suo reame, di che i bastardi
spodestar lo volevano.
Or chi avrebbe saputo contendere a Carlo il retaggio degli avi suoi, a
Carlo, significazione in atto della forza medesima? Tutti i monumenti
ce lo rappresentano di grandissima statura, e le pitture alemanne son
foggiate sulla stampa di una specie di gigante o di san Cristoforo.
Nella cattedrale e sulle piazze pubbliche di Aix, a Magonza, a Monaco,
dappertutto Carlomagno è rappresentato quasi altro Golia; la statura
sua è di oltre sei piedi; l'aspetto più che mai bellicoso; gli occhi
grandi, vivi, ardenti, risentiti i lineamenti del volto; tutti gli
arnesi ch'ei toccava o trattava, son di tal peso, che tu diresti esser
egli stato di sovrumana natura. Ma il cranio che mostrasi ad Alx, e
fu dai canonici conservato in una custodia d'argento indorato, è egli
veramente quel di Carlomagno? La sua straordinaria grandezza dimostra
ch'esso appartener non potè se non a un gigante[125]. A que' tempi la
forza del corpo molto entrava nella potenza morale d'un capo; onde
è che Pipino, a farsi perdonar la sua picciola statura, e la grossa
sua corpulenza ebbe bisogno di abbattere un lione in furore, dopo di
che il soprannome di Breve[126] non fu più tolto per ischerno, e il
re de' Franchi mostrar dovette ch'ei possedeva la forza e la vigoria
necessaria a sostenere il comando.
Per le canzoni eroiche intorno la puerizia di Carlomagno, egli ebbe
dunque la forza e la vigorìa di suo padre, e la bella statura di Berta,
la nobil figlia della Germania; sua madre gli trasmise quell'impronta
di maschia bellezza e quella maestosa ed altera statura che la
tradizione gli diede, ond'è che quando la cronica di san Dionigi
descriver vuole, sull'autorità di Turpino, la figura di Carlomagno,
gli dà tutte le forme e tutta la possa d'un gigante. «Uomo era di
gran corpo e statura; alto sette piedi de' suoi; avea rotondo il
capo, gli occhi grandi e grossi e sì ardenti che quand'era in collera
scintillavano come carbonchi; grosso e diritto il naso, ed alquanto
elevato nel mezzo; neri i capegli, la faccia colorita ed allegra. Era
di sì gran forza che stendeva, come niente fosse, tre ferri di cavallo
insieme uniti, e levava in palma di mano da terra in aria un cavaliere
armato. Con la sua spada Gioiosa ti tagliava netto un uomo a cavallo
coperto di tutt'armi. Era ben proporzionato in tutte le sue membra; e
il cingolo suo era lungo sei spanne, senza i lembi della coreggia che
pendean fuor del fibbiaglio.» Tale si era la persona del gran Carlo.
Egli e Carlomanno furono amendue incoronati nel medesimo giorno, l'uno
a Noyon, l'altro a Soissons, e le acclamazioni dei Franchi confermarono
il partimento che fece Pipino dell'eredità sua, ma esso non piacque
altrimenti ai due fratelli, i quali non mai fermamente si accordarono
intorno all'amministrazione delle terre loro. I cronisti passano
sotto silenzio le protestazioni o le opposizioni che sorger poterono
tra' fautori de' Merovingi, nè oramai più si trovano che lievissime
tracce della famiglia di Clodoveo, così sacra com'era tra i Franchi;
i cronisti, tutti dediti alla schiatta di Pipino, più non ne parlano,
ovver gittano sol qualche parola in segno di dispregio ad annunziar
la fine di Childerico, o d'alcun altro dei rampolli di questa famiglia
reale; nuovi interessi sottentrano agli antichi, e le prime affezioni
se 'n vanno.
Intanto ecco scoppiar una guerra, che ricorda in certo modo i diritti
de' Merovingi, ed è quella d'Aquitania. Nel mezzodì s'era infatti
più particolarmente che altrove, conservata l'affezione pe' figli
di Clodoveo; i primi di quei duchi aveano avuto Cariberto re di
Tolosa e figlio di Clotario II, per antenato, nè mai s'era interrotta
la successione, e uscito n'era quell'Eudi stesso che combattè sì
valorosamente i Saraceni, ed a cui fu figliuolo quell'Unaldo o Unoldo,
il quale, insiem con gli Aquitani, fece accanita guerra a Carlo
Martello quando tentar volle d'assicurarsi la corona; guerra non di
schiatta solo contro schiatta, ma sì ancor di dinastia contro dinastia.
Pipino invece tenne l'arte di gittar la discordia in quella famiglia,
e la sanguinosa istoria di Atone e d'Unaldo, rende ancor testimonio
dei modi che tennero i Carolingi verso i Merovingi d'Aquitania, da
essi fatti tonsurare e monacare a simiglianza del terzo Childerico.
Se non che, alla morte di Pipino, Unaldo esce tutt'a un tratto
dal suo monastero e rizza lo stendardo a proclamar l'independenza
dell'Aquitania, sperando col passaggio d'un regno all'altro di far
rivivere i diritti d'un Merovingio ridotto allo stato monacale. La qual
sedizione dovette, senza dubbio, esser duramente repressa da Carlo,
però che assecondar essa poteva le pretensioni dei discendenti di
Clodoveo nella Neustria. Egli convocò un parlamento, a cui intervennero
suo fratello Carlomanno, i conti, i fidi leudi ed i vescovi, e fu
deliberata la guerra, importando egualmente ai due fratelli di
comprimere le idee che favorir potevano il ritorno e la podestà
dell'antico lignaggio. Passaron indi entrambi uniti la Loira, ma poi
entrati, lungo il cammino, in discordia fra loro, a cagion che niun dei
due era contento della porzion sua di eredità, Carlomagno, che vuol
maggioreggiare, si riman solo a guida della spedizione, e Carlomanno
si ritira insieme co' suoi. Ecco dunque i Franchi nelle provincie del
Mezzodì, ridurre ad obbedienza le antiche città, i municipii romani o
le campagne soggette ai vescovi visigoti. Gli Aquitani furono vinti
da questi leudi germanici, e da questi bene armati e bene montati
Austrasiani.
A simiglianza di Carlo Martello, Carlomagno corre l'Aquitania da un
confine all'altro, e vien sino alla Dordogna, e la città di Fronsac
che si vede su quelle alture, è una delle sue edificazioni, fatta a
mantenere il dominio franco sui popoli meridionali, che quando tener
volevasi il piè sul collo ai vinti si rizzavano castella e fortezze. Le
città meridionali degli Aquitani godevano di maggior civiltà che non
quelle brumali del Reno e della Mosella, e il passaggio di Carlomagno
in Aquitania fu contrassegnato da carte e diplomi a favor delle chiese
e dei monasteri; di colà ci venne anzi fino in Guascogna, terra de'
Pirenei, che fu allora da lui data in feudo a un signore indicato sotto
il nome di Lupo, uscito, dicon le croniche, dalla stirpe merovingica
e nipote del duca legittimo, il quale si fece di volontà sua vassallo
di Carlomagno, consegnandogli per pegno della sua fede il proprio zio
Unaldo, ch'era venuto a cercare un rifugio in que' monti, e così, dicon
le leggende, l'agnello fu divorato dal lupo.
Più non ebbe quindi contrasto la sovranità di Carlomagno in Aquitania.
Un romanzo quasi contemporaneo per titolo Filomena, racconta, con
belle avventure, tutte le conquiste meridionali di Carlomagno, cui
mescola spesso e confonde con Pipino, e massimamente nell'assedio di
Carcassona. In questa Filomena abbiamo un miscuglio di realità e di
finzione, chè l'immaginazion dei trovatori del Mezzodì avea gran campo
nel racconto delle grandi gesta di Fier Braccio, e Carlomagno divenne
l'eroe delle leggende meridionali, e insieme delle canzoni eroiche del
Nord.
Le guerre oltre la Loira, sono anch'esse personificate nel romanzo dei
_Quattro figli d'Amone_, antica espressione delle avversioni tra le
razze del Mezzodì e quelle del Settentrione. Rinaldo di Montalbano, la
cui storia si fece di poi tanto popolare, era figliuolo d'Amone, della
famiglia meridionale di Dordogna. Amone viene alla corte di Carlomagno
co' suoi quattro figli Rinaldo, Ricciardetto, Alardo e Guicciardo,
per fargli omaggio, senza dubbio, come duchi d'Aquitania. Rinaldo
giuocando agli scacchi[127] spacca la testa con uno scacco a Bertolotto
nipote o bastardo di Carlomagno, onde tosto è intimata la guerra,
e il re furibondo convoca i paladini; e Ivone, duca di Guascogna,
prende a difendere il duca Amone, nel suo feudo della Dordogna; in
quella forma che Lupo pigliò già per poco la difesa d'Unaldo. Quante
meraviglie nell'assedio di Montalbano, dove la schiatta meridionale
fece tanti prodigi! I figliuoli d'Ammone son tutti colà entro chiusi;
trasportativi sul rilucente suo dorso dal nobil destriero Bajardo, e
si apparecchiano alle difese, magnanimi e prodi come sono. L'assedio
di Montalbano è lungo e notabile per le sue vicissitudini, da ogni
parte di questo poetico racconto scritto dalla razza meridionale,
traspar l'odio contro Carlomagno, uomo del Nord che viene ad imporre il
suo giogo alle nobili città del Mezzogiorno. Il romanziero quindi lo
rappresenta qual uom vendicativo, ridicolo, in balia al capriccio de'
suoi baroni ed al dispregio de' figli suoi, tanto che ti par non già
d'essere a' tempi della nascente grandezza della schiatta carolina, ma
sì a quelli del decadimento suo e della sua ultima ruina sotto Carlo il
Semplice.
La canzone eroica intorno ad Ivone di Bordò appartien pur essa
all'epopea delle guerre d'Aquitania e di Guascogna. La cronaca spesso
non toccava che un motto appena, non facea che un arido e steril
racconto di questa o quella guerra; la canzone eroica all'incontro
raccontava tutte le geste della cavalleria, e raccoglieva mille
tradizioni in un fascio. Il romanzatore non curasi dell'esattezza dei
fatti o del colore degli avvenimenti; egli inventa, orna e cinge di
leggende d'oro l'immagine di Carlomagno, il cui nome risuona per più
secoli dopo. I cartolari delle badie si contentan di dire: «Re Carlo
venne ad abitar le celle nostre nelle feste di Pasqua o di Natale, e
vi celebrò le solennità della Chiesa». Le canzoni eroiche ci danno a
conoscer la vita delle caccie, delle corti plenarie, il tumulto delle
battaglie, l'intima condizione di quella società fuor delle solitarie
mura dei chiostri.
Dato termine alla guerra d'Aquitania, Carlomagno fa ritorno nelle sue
città dei Reno e della Svevia, dimora sua gradita; non così Parigi
dov'egli mai non abita, e passa indi rapidamente a Compiegne. Le sedi
a lui più care sono alcune grandi mense o tenute regali nelle diocesi
di Giulieri, Seltz, Vormazia, Magonza; e visitar gli piace i fiumi
della Schelda, del Reno, della Mosella e del Meno[128], e le foreste
delle Ardenne e delle Montagne Nere. S'ei tiene gran corte o corte
plenaria il fa sempre nella Germania; la Neustria fu sol per poco
porzion del retaggio suo, perpetua è la confusione del patrimonio
ereditario tra lui e Carlomanno; nessuna esattezza nè distinzione. In
una di tali corti plenarie fu trattato del matrimonio di Carlomagno
con una delle figliuole di Desiderio re dei Longobardi, poichè al par
di Carlo Martello, di Pipino, Carlomagno anch'esso non ha una moglie
sola; sposato già ad Imiltrude, di franca origine, egli abita con
essa i palazzi, le ville, e nondimeno Berta sua madre vuol dargli in
moglie Desiderata, figliuola di Desiderio re de' Longobardi. L'unità
del matrimonio ancor non è di domma fra quegli uomini violenti, che
pigliano, a grado delle loro passioni, una o più compagne; e non è
raro vederne tre o quattro nei palazzi de' leudi, argomento ai solenni
rimproveri che loro indirizzano i papi, custodi come sono della santità
e della purità dei costumi.
In questo trattato di nozze con Desiderata certe ragioni di materiale
interesse entravano nella gagliarda opposizione che fecero i papi
all'imeneo di Carlomagno con una figlia di Lombardia. Vero è che
Desiderio non erasi, ad esempio degli altri re de' Longobardi,
chiarito inimico della santa sede, ma pur facendosi alteramente suo
protettore, non avea lasciato d'impor certe condizioni al papato; e
oltracciò Stefano III, che sedea sul soglio di san Pietro, con ribrezzo
vedeva la congiunzion delle due monarchie franca e longobarda, in
questo parentado. E chi fu il difensor di Roma, allorchè il papato,
assalito dalle forze de' Longobardi, manifestò i suoi pericoli al
mondo cristiano? Non altri che Pipino co' suoi leudi di Austrasia e di
Neustria, che varcate le Alpi co' gravi loro cavalli, furon tosto, per
ragion di conquista e per la forza dell'armi, signori delle città di
Lombardia.