«Ora sentite voi questo corno che suona? è Pipino che va alla caccia,

e ha già corso cogli anelanti suoi cani tutte le foreste della Svevia;

vien la notte, e si smarrisce insiem con l'astrologo o medico suo. «Noi

siam due mercanti che abbiamo smarrito la via,» e' dicono ad un uomo

tutto nero che incontrano. Costui è il carbonaio del bosco, ed ei li

conduce al mulino dove Berta fila e fila pur sempre. Il mugnaio ha due

figliuole, e a Pipino piace la maggiore. «O re, gli dice l'astrologo,

tu giacerai stanotte con la tua legittima mogliera, e ne nascerà un

potentissimo figliuolo. Pipino ottien dunque la figliuola maggiore del

mugnaio, e l'astrologo dice: «non è cotesta,» chiama la minore, bella

essa pure, ma non è ancor quella, onde Pipino già si adira e alza la

mano armata del guanto di ferro, e minaccia, sì che il mugnaio allora

fa venir la giovine Berta, che trema, piange e alla fine acconciasi

a' voleri del re. «Di costei appunto dee nascere un forte e nerbuto

figliuolo, essa è la casta tua mogliera». E Berta racconta la fellonia

del maggiordomo, e quanto le avvenne nel bosco. Il re si parte, ma

Berta si rimane in casa il mugnaio, dove indi a nove mesi, pone alla

luce un figliuolo, che riceve il nome di Carlo, povero fanciullo

ignoto fino all'età di dieci anni; poi monta a cavallo, e vassene alla

corte di re Pipino; e ivi si mostra valente come Alessandro e sapiente

come Salomone, onde Pipino s'induce a svelargli il segreto della sua

nascita.» Tale si è l'epopea di Berta dal gran Piè e della puerizia di

Carlomagno; essa è un poema che tutto quanto, come quel di _Genoveffa

del Brabante_, ha il nobile intendimento di protegger la debolezza

e l'innocenza contro le brutali soperchierie della gente da guerra,

e dà a divider come già grande sia il nome di Carlomagno, e come si

pensi all'infanzia sua, facendolo nascer robusto in mezzo ad un bosco

e nell'abituro d'un mugnaio; e l'eroiche avventure de' suoi primi

anni, dimostrano che ogni cosa sua dee accordarsi con quella smisurata

riputazione ond'ei domina il medio evo.

Pochi diplomi originali ci restano di Pipino, qual prefetto del palazzo

nel tempo di questa prima podestà sua, ma uno di essi che porta la

data del 10 gennaio 743 conferma le immunità della chiesa di Metz.

A dì 2 marzo dell'anno seguente ei tiene una dieta a Soissons, dove,

approvando il concilio di Nicea, ordina ch'esso sia promulgato nella

terra dei Franchi. Con un altro diploma concede alla badia di San

Dionigi un dominio di alcune mense, antica possessione del fisco,

e inoltre certe franchigie di giurisdizione in onore di San Dionigi

di Francia il protettore e padrone dei re. Pipino è un liberalissimo

donatore di beni alle chiese, anzi con esse li profonde, chè intenzion

sua è di acquistarsi così i cherici irritati già da Carlo Martello

suo padre, il quale voleva, comechè invano, esser re non altro che

per opera de' guerrieri suoi. Ma la dignità regale ha qualcosa di più

religioso, di più sublime, di più antico, e Pipino dovrà riconoscere la

fondazione della nuova sua dinastia dai papi e dai cherici; ond'è ch'ei

gli adesca a sè con moltiplici donazioni, e tien vivissimo carteggio

coi papi. Zaccaria, che in que' giorni occupava la sedia di san Pietro,

scrive a Pipino prefetto del palazzo, agli abati e ai baroni di Francia

sul proposito di vari capitolari, stati decretati in un'adunanza di

conti e di vescovi, e sapendo l'antichità della badia di San Dionigi

e la venerazione dei Franchi per questo santo, conferma ad essa badia

tutte le immunità, quali avute le avea da san Landrisio vescovo di

Parigi. Il papa si frammette pure per tornare la pace tra Pipino e

Grifone, intantochè Pipino, pur sempre protettore della detta badia, la

ricolma di doni, e le concede il primato su tutte le comunità religiose

del reame de' Franchi. San Dionigi e San Germano erano i santuarii,

dove stavan deposti i reliquiari nazionali, le memorie della patria, le

antiche sue cronache, ed a quelli volgea principalmente Pipino la sua

venerazione.

Nell'atto tuttavia che Pipino si travaglia d'affezionarsi il papa ed

i vescovi per ottener la dignità reale, ei non lascia di pensare alla

guerra, che egli ben sa come la conquista è il retaggio della nazion

dei Franchi, e com'eglino han continuo bisogno di terre a partirsi

fra loro, e di ricchi dominii e feudi d'ogni specie, onde muovono

le incessanti spedizioni di Pipino contro gli Alemanni, i Bavari, i

Sassoni, e principalmente le sue conquiste nelle terre meridionali.

Gli Aquitani vivon ivi sotto un bel cielo, ed hanno ricchissime

possessioni, fertili terreni da distribuire tra i guerrieri franchi! Il

nome di Carlo Martello suonava, dopo la battaglia di Poitiers, in tutte

le leggende, e Pipino se ne approfittava per gittar colonie di Franchi

in quelle contrade, e nei tre anni che precedettero l'esaltazione

di lui alla corona, affaticossi per ridurre a vassallaggio i duchi

di Baviera e d'Aquitania, Tassiglione e Vaifro, chè gli occorreva

di recarsi in mano le terre del mezzogiorno e di Lamagna per poi

liberalmente partirle fra i cherici e gli uomini di guerra, già chiaro

manifestandosi il suo disegno di farsi re.

Le cronache della seconda schiatta, quasi tutte scritte sotto

l'autorità della nuova famiglia regale, denigrarono i Merovei, però

che la sciagura non ha lodatori, e quando una podestà viene a mancare,

ognun la opprime, così portando la trista condizione dell'umana natura.

Ond'è che in quell'interregno da cui fu preceduta l'esaltazione

di Pipino, non si trovano se non rade e sterili notizie intorno

agli ultimi Merovingi, e particolarmente intorno a Childerico III,

intristito germoglio del sangue de' Merovei. Le cronache di San Dionigi

lo chiamano, come dicemmo più sopra, il _dappoco_ e lo _stolto_, e

ben si vede che questi annali della badia, come fossero un giornal

uffiziale, copiano quasi parola per parola Eginardo, il fido segretario

di Carlomagno. Ma pur si ammetterà questo fatto storico almeno, che

il religioso affetto pel sangue di Clodoveo volle esser ben forte,

se passaron quattro generazioni d'uomini attivissimi a principiar da

Pipino il Vecchio, prima che compier si potesse l'usurpazione della

dignità regia. Un secolo e mezzo ci volle a far che Pipino il Breve,

conducesse a pieno effetto il disegno concetto dai prefetti del palazzo

suoi predecessori.

Nè gli ultimi Merovingi doveano altrimenti essere sì stolti e dappochi,

se conservar sapevano la dignità regia incontro a sì potenti prefetti

che aveano la forza in mano; e però solo è da credere che costoro

adoperasser l'arte loro a ridurre al nulla quegli scettrati ed a

tôr loro ogni modo all'operare. La mollezza è cosa dolce ed agevole;

attorniavan di riverenza i re coronati, e i prefetti costituivansi,

a dir così, loro spada, gli sollevavano dal carico del governo, ed

è sì facile l'abbandonarsi all'esercizio d'una dignità che non costa

nè travagli nè cure, e ad avvolgersi in una sì morbida porpora! Poi

che Childerico III fu bene infiacchito, e poi che i cherici e il papa

furono al tutto acquietati al nuovo lignaggio, il passo fu rapido, e

Pipino non istando più a pensarvi sopra, mandò a papa Zaccaria quella

solenne dimanda riferita dalla _Cronaca di San Dionigi_. «Chi meritava

più d'esser re, se colui che non avea nessuna autorità nel regno e

solo era re di nome, o colui che governava il regno, e avea podestà

e cura in ogni cosa». Burcardo, arcivescovo di Virzburgo, e Folrado,

cappellan di Pipino; s'avviano a Roma per aver su questo la risposta da

papa Zaccaria, nè ella si fece molto aspettare, il fatto la vinse sul

diritto; la podestà effettiva sulla podestà di nome, e il papa ordinò

che Pipino, prefetto del palazzo, fosse riconosciuto e gridato re dei

Franchi.

L'elezione fu tumultuosa com'esser dovea in un'adunanza del Campo di

Marzo, e i Franchi sollevaron, secondo l'uso, Pipino in sullo scudo,

qual capo di un nuovo lignaggio. San Bonifazio, l'uomo dal germanico

e franco incivilimento, l'espressione mistica dell'union delle due

razze, impartì a Pipino la prima unzione nella basilica di Soissons,

delegato a questa pontifical cerimonia da Zaccaria, però che il nuovo

re dei Franchi teneva la sua dignità dai cherici e dal papa, e or più

non era solo il capo militare, il prefetto del palazzo dei Franchi, ma

il re loro consacrato e l'unto del Signore. Indi Childerico fu raso

e chiuso come semplice monaco in un chiostro. Quanti principi a que'

giorni nei chiostri! Carlomanno in Montecassino; il re dei Longobardi

in una celletta, donde lavorava la vigna e il giardino. Di questa

maniera spariva, e quasi senza che se ne avesse sentore, dal mondo

l'ultimo real rampollo del sangue di Clodoveo. Curioso è veramente,

che questo passar dello scettro da una famiglia in l'altra avvenga

quasi innosservato: le cronache stesse appena ne serbano memoria; certo

perchè il tempo è bene apparecchiato, e questo travasamento avvien

di cheto, e quando gli avvenimenti più gravi non lasciano più orma

d'impressione.

Pipino, fatto re, non lascia per questo d'essere il capo militare

dei Franchi, nè volendo egli altro prefetto del palazzo che abbia in

sua mano la podestà materiale, confonde le due dignità in una sola,

e Austrasio, qual egli è d'origine, regna sui Neustri, e li governa.

Nella qual doppia qualità sua gli convien muovere a nuove battaglie

contro i Sassoni, popolo indomito, che nel progresso germanico avea

respinto la predicazione evangelica, fonte della gerarchia e della

civiltà. Pipino arrivò sino al Veser, serbando nelle sue spedizioni

un cotal che di erratico; i Franchi predavano, si partivan tra loro le

ricchezze, gli armenti predati, poi tornavano ai loro accampamenti sul

Reno, e tutte le guerre aveano questo cotal carattere di vagabondità.

Pipino, fatto oramai re di corona, comincia nuove pratiche con le

civiltà che indirizzavano i popoli. Morto papa Zaccaria, gli succede

Stefano, il quale, perseguitato da Astolfo di Lombardia, viene a cercar

rifugio in Francia, ed a chieder giustizia al capo dei Franchi, il

solo del cui valore e della cui ponderosa mano i Longobardi paventino.

Passò il papa le Alpi accompagnato da alcuni vescovi, e fu con amore

accolto nel podere di Carisio (Quercy all'Oisa), dove s'eran raccolti

ad aspettarlo principi e baroni, ai quali egli si presentò col capo

asperso di cenere e le reni cinte di cilicio, e tutto in lagrime a

significar le tribolazioni della Chiesa. Fu pronto Pipino a rialzarlo,

a fargli omaggio, ed a condurlo, come suo signore e padre, per la

briglia del cavallo; intantochè a quella stessa corte plenaria di

Carisio, e mentre ivi ancor fumavan sull'altare gl'incensi, si vedea

sopravvenir Carlomanno, il monaco cassinense, il proprio fratello di

Pipino, per difender la causa d'Astolfo re dei Longobardi; però che

egli erasi dato ai principi di questo lignaggio avversi a Roma. Se non

che la causa del papa trionfava, e Stefano era coperto dalla protezione

del re dei Franchi; onde anch'esso, il papa, grato al benefizio,

ungeva Pipino ed i due suoi figli nella basilica di San Dionigi, sede

dei martiri della nazione, essendochè quella badia era la Francia

stessa, e l'orifiamma sua guidava quelle fiere genti alla battaglia,

e all'invocar delle sue reliquie si vedea raggiare in fronte ad ognuno

lo spirito della nazione. Insieme col papa penetravano in Francia gli

studi romani, e alla consacrazione di san Dionigi s'udiron per la prima

volta i cantici e le preci sotto la forma italiana, e si diè ordine

al rito nelle chiese. Col porre in capo la corona a Pipino, Stefano

confermò la dignità regale nella schiatta carolingica, e usando pure

della podestà sua pontificia, scomunicò chiunque a lui ne contendesse

la legittima possessione. Rimase il papa tutto l'inverno in Francia,

dov'era stato sì bene accolto, dimenticando il bel cielo d'Italia e la

basilica di San Giovanni Laterano pel monastero di San Dionigi, dove

cadde infermo, e fu da quei padri con tenera sollecitudine curato.

Ritornato indi a Roma godeva tornarsi in mente il lungo suo soggiorno

colà e la buona ospitalità di quegli abati, e ne tocca nelle sue bolle

e nelle sue lettere pastorali: «A quel modo, ivi dice il pontefice,

che niuno dee vantare i proprii meriti, così niuno dee passar sotto

silenzio, anzi ha obbligo di raccontare pubblicamente, ciò che Dio ha

fatto per lui ad intercessione de' suoi santi, e non per merito già

delle sue buone opere; ed è uno dei consigli datoci dall'angelo Tobia.

Laonde dirò anch'io quanto m'avvenne nel monastero del santo martire

Dionigi, vicin di Parigi, dove caddi mortalmente infermo, nel tempo

che fui a trovare l'ottimo e cristianissimo re Pipino, servo fedele

di san Pietro, affin di sottrarmi alle persecuzioni del disumano e

bestemmiatore Astolfo, il cui nome io dovrei qui tacere. Già i medici

disperavano della mia guarigione, ed io stava orando nella chiesa del

santo martire, quando mi apparvero dinanzi all'altare il buon pastore

san Pietro, e san Paolo dottor delle genti, ch'io riconobbi alle loro

sembianze, e alla destra di san Pietro il beato Dionigi, più scarno

e grande di lui, con un bel viso e capelli bianchi, e vestito d'una

bianca dalmatica, guarnita di nastri purpurei, e del suo manto pur esso

di porpora e smaltato di stelle d'oro. Essi parlavano compagnevolmente

fra loro, quando san Pietro prese a dire: — Ecco là il fratello nostro

che prega la sua salute. — A cui san Paolo rispose: — Egli sarà in

breve risanato. — Poi, fattosi vicino a san Dionigi, e posatagli

piacevolmente la mano sul petto, guardò in volto san Pietro, che disse

allo stesso Dionigi: — E sia risanato in grazia tua. — Indi tosto il

beato Dionigi, recando la palma[118] e l'incensiere nelle mani, venne

a me insieme col prete e col diacono che gli stavano ai fianchi, e mi

disse: — La pace sia teco, fratello, non temere che non morrai prima di

essere felicemente tornato alla tua sede. Orsù, levati, e sii risanato,

e di' una messa per consacrare il presente altare in onor di Dio e de'

suoi apostoli Pietro e Paolo. — E sì dicendo, d'intorno a sè diffondeva

una luce da non potersi dire, ed un soave odore. Io fui presto guarito

per la grazia di Dio, e volendo io fare quanto m'era stato imposto,

quei che m'intorniavano dicevan ch'io era fuori di me; ed allora ad

essi, al re Pipino ed a' suoi baroni, raccontai l'accadutomi, e feci il

comandamento avuto».

In questa pia leggenda papa Stefano lascia trapelar dall'animo il

vivo suo desiderio di rivedere l'Italia, e san Dionigi gli promette

di tornarlo a quel clima, a quel sole, a quel cielo. Eccolo in fatti

a Roma, d'onde in una seconda lettera, indiritta ai monaci di San

Dionigi, memore pur sempre della Francia, ad essi concede amplissime

e ragguardevolissime immunità. «Figliuoli benedetti, assecondando il

pio vostro desiderio, e concedendovi quanto chiedete dalla podestà

nostra apostolica, noi vi diamo facoltà ed arbitrio sì a voi come

a tutti i vostri successori, abati dei monasteri dei santi martiri

Dionigi, Rustico ed Eleuterio, di edificar monasteri in qualunque

paese di Francia vi piaccia, nei luoghi che di presente possedete,

ed in quelli che possiate acquistare in avvenire, sia per compera,

sia per regie concessioni, sia per donazione dei vostri parenti, in

somma in qualunque luogo si sia, purchè in voi pervengano di giusta

ragione. E poichè Clodoveo, figliuolo del re Dagoberto, ottenne già

co' suoi prieghi da Landerigo, vescovo di Parigi aiutato dai consigli

de' suoi canonici e degli altri vescovi, che il vostro monastero e

tutti i cherici, di qualunque ordine e' sieno, ch'ivi servono, sieno

esenti da ogni suggezione verso di lui e successori suoi, noi vogliamo

pure concedervi un particolar privilegio, la facoltà, ciò è, di

avere un vescovo eletto dai vostri abati o dai fratelli vostri insiem

congregati, e consacrato dai vescovi provinciali; il quale invigilar

debba sui monasteri che verrete edificando, governarli in nostro nome,

e predicare così nel convento vostro, come in tutti gli altri che

diverranno di sua giurisdizione. Noi facciamo inoltre divieto ad ogni

vescovo o prete d'impadronirsi per cupidigia d'alcuno dei monasteri da

voi edificati, o d'avere, per gelosia o per qualsiasi altro motivo,

quistioni col vescovo che voi avrete eletto e sagrato; e più ancora

vogliamo che tutti i monasteri da voi edificati, a pari del vostro

medesimo, da altra autorità non dipendano che dalla sedia apostolica.

Tutto questo decretiamo per la podestà di Cristo nostro Signore, del

beato Pietro principe degli Apostoli, e per la propria podestà nostra,

affinchè si osservi sempre nel modo da noi statuito, e niun vescovo,

di qualunque chiesa egli sia, si ardisca di venire a ministrar gli

ordini sacri a preti o a diaconi, o di compiere nel vostro convento

verun altro uffizio ecclesiastico, senz'esservi invitato dall'abate.

A voi sarà pur libero di recar le vostre cause e quelle dei vostri

monaci all'udienza nostra apostolica, e recate che ve le abbiate, e

mandatici i vostri legati, a nessuno sia più lecito di condannarvi o

pigliar possesso dei vostri beni. Chiunque, o re, o vescovo, o altro

dei potenti del secolo, operi contro queste ordinazioni, sia tenuto

per sacrilego, ed anzichè partecipar del regno di Cristo, anatema sia

contro di lui, fino alla venuta del Signore».

Or poichè papa Stefano si facea sì benemerito in Francia per la

consacrazione d'un re, e pe' suoi doni e immunità alla badia dei

martiri, era giusto che anche Pipino per gratitudine prestasse aiuto

al papato contra le oppressioni dei Longobardi. Cavalcava quindi

egli, all'aprirsi della stagione, conducendo un grosso esercito, e

passando per Digione, varcava i monti, per dilassù calar nelle belle

pianure che fan prospetto a Pavia ed a Milano. Indarno i Longobardi si

provarono a difendere il passo dell'Alpi, chè nulla resister poteva

ai figli dell'Austrasia. Ecco dunque Pipino scorrere i piani di

Lombardia con sì numerose squadre di cavalli, che non si potea farne

il conto, intantochè il nemico chiudevasi entro le mura di Pavia,

la città dalla corona di ferro. Astolfo, re dei Longobardi, indi si

sottomise, e quaranta statichi furono da lui dati per pegno ch'egli

adempirebbe i patti impostigli verso la città di Roma, e diè giuramento

di vassallaggio. Carlomanno, fratello di Pipino, moriva in questa

spedizione, asperso di cenere e vestito dell'abito suo monastico, senza

poter rivedere la santa badia di Montecassino[119]. Due spedizioni

dei Franchi in Lombardia vennero a questo modo in due anni effettuate,

carissimi essendo que' bei paesi agli uomini tramontani.

I Longobardi, incostanti e leggieri com'erano, or si sottomettevano,

ed ora si ribellavano, finchè la morte di Astolfo, accaduta per esser

cascato di cavallo in una caccia, venne a por termine per poco alle

conquiste dei Franchi oltre l'Alpi.

Nelle prime spedizioni, sotto i valorosi re loro, i Longobardi s'erano

impadroniti della Pentapoli, di Ravenna e delle città che dipendevano

dall'esarcato; non già come terre del dominio loro, ma sì come taglia

della conquista svelta di mano agli imperatori bisantini; mentre

i papi le dimandavano come dipendenze del loro aulico patrimonio,

essendo tradizione che Costantino aveva donato al papa l'esarcato di

Ravenna. In quei tempi di forza e di violenza, qual era mai possesso

che potesse pienamente giustificarsi, e dove torne il titolo certo?

Anche la sovranità temporale del papa era una tradizione come tutte

le altre di quei giorni, ed erano tutte ammesse alla pari dei fatti.

Laonde Pipino conformò con uno special diploma la donazione di quello

che chiamavasi dominio o patrimonio di san Pietro; il qual diploma era

piuttosto la sanzione del fatto d'una concessione anteriore, che una

nuova donazione. Tutte le città dell'esarcato da Roma a Ravenna, e la

Pentapoli, divennero il patrimonio dei papi, e in progresso di tempo

una specie d'oasi in mezzo alle passioni umane. Quando i potenti e

i violenti della terra si proscrivevan l'un l'altro, quando continua

era la vicenda dei vincitori e dei vinti, come non doveva esser dolce

il trovare una terra neutrale, dove i raminghi e i tapini potesser

posare il capo? Or bene, Roma pontificia era questo grande asilo;

laddove, fatta lombarda, franca o bisantina, avrebbe patite tutte le

passioni degli uomini rotti e sanguinari che si diviser la dominazione

del mondo. Roma, sotto i papi, fu un paese sicuro dai governi, in cui

vennero a riparare i re e i principi sventurati, e i proscritti dalle

opinioni; benefizio questo per tutte le età.

Ogni volta che la nazion dei Franchi calava in Italia, gl'imperadori

di Costantinopoli, inquieti ed ombrosi, mandavano ambascerie a

quei valorosi capi, dinanzi a cui le Alpi si abbassavano, che ben

conoscevano il valore degli Austrasii, degli Alemanni e l'impetuoso

coraggio di quei prefetti del palazzo, i quali con le loro masse

d'acciaio riduceano in pezzi le corone, e vedevano come giunti sulle

terre italiche i Franchi, potean indi per Napoli penetrar fino in

Grecia. Al tempo che tornato di Lombardia, Pipino tenne la sua corte

plenaria, ei fece venire a sè gl'inviati dell'imperadore Costantino

Copronimo, che recavano magnifici presenti, in ricche masserizie e

reliquie incastonate; ma quello che più d'ogni altro dono stupir fece

Pipino e la sua corte si fu uno strumento composto di ampie e lucenti

canne, che mandava suoni maravigliosi, dai signori greci chiamato

organo, a motivo della mirabile armonia che se ne traeva; e fu posto

nella chiesa di Compiègne, dove' fece di poi bella melodia. I Greci

non potendo più vincer coll'armi, studiavano di farsi grandi con le

maraviglie d'una splendida civiltà[120].

«La gente del Reno e della Svevia ama il sole di vivi raggi, e le

terre accarezzate da sì soave venticello, che tu il diresti la tepida

onda dei bagni d'Aquisgrana». Tali sono le parole del monaco di San

Gallo. Carlo Martello avea posto in grido, nell'Aquitania, la prodezza

degli uomini settentrionali, e poichè Vaifro duca mostravasi colà

cattivo vassallo e riottoso servitore, Pipino deliberossi di ridurlo al

dovere. I re poi, e i duchi e conti passavano la vita a questo modo.

Si tenevano ogni anno due o tre corti plenarie, convocate dal re; a

radunarsi e parlamentare, pigliavasi il tempo delle feste solenni della

Chiesa, come a dir Pasqua e Natale. Questi parlamenti si tenevano nei

luoghi più vicini alle spedizioni militari, e quasi dappertutto ci

eran case reali e dominii, che dipendevano dall'alto signore, dove

egli teneva la sua corte. Celebrato Pasqua e Natale, partivano per la

spedizione di Sassonia, di Lombardia o d'Aquitania. I diplomi notano

che la vernata fu grande, «_ed aspra e forte, come dice la cronaca di

san Dionigi, e che alla prima nona di maggio, suit ora del mezzodì, fu

grande ecclisse di sole_».

Re Pipino tenne corte plenaria ad Aix, per far indi una breve correria

in Baviera; poi celebrò la Pasqua ad Orleans, disegnando di compiere

la sua spedizione in Aquitania, e sen venne dinanzi alla città di

Narbona, soggiogò Tolosa, tenendo lungo tutta la via parlamenti di

baroni e cavalieri, diede il guasto a tutto il Limosino, al territorio

di Agen, di Perigord e d'Angouleme; poi, adiratissimo contra Vaifro,

fece appendere a una forca parecchi de' suoi Aquitani, dopo di che

avvicinandosi omai l'inverno tornossene alle sue terre. Queste guerre

d'Aquitania dieder da fare a Pipino negli ultimi anni della sua vita,

nè fu contento finchè non offerse a san Dionigi, in segno di trofeo,

gli ornamenti e le pietre preziose, di che lo stesso duca Vaifro

fregiavasi nelle feste solenni[121].

Quando i Franchi s'appressavano all'Italia, ad essi venivan le

ambascerie di Costantinopoli, e quando Pipino conquistò l'Aquitania,

a lui vennero inviati Saracini di Cordova e dalla Sicilia. La nazion

franca andava così sempre più facendosi grande; il papa ricorre

a Pipino, e in contraccambio della datagli corona, ottiene la sua

protezione, l'aiuto della potenza sua materiale, e il dominio di san

Pietro; i Longobardi sono domati; i Sassoni non sì tosto s'arrischiano

a qualche spedizione sul Reno, Pipino e i Franchi li ributtano

fino al Veser; gl'imperadori di Costantinopoli cercano istantemente

la confederazione dei Carolingi, e mandano presenti d'oro e altri

magnifici doni; Pipino si riman signore dell'Aquitania, nè appena

egli n'ha preso il governo, i Saracini, a par dei Greci, dimandano di

confederarsi con questa vigorosa e conquistatrice schiatta d'Austrasia.

Da un mezzo secolo in qua le cose han mutato faccia: i Saracini avean

da prima superati i Pirenei e recato i loro alloggiamenti fino a Tours;

ora essi hanno rivarcato que' monti, ed in breve Carlomagno andrà a

cercarli fino all'Ebro. Il regno di Pipino fu dunque un gran preludio a

quello del glorioso suo figlio, e gliene aperse le vie; tutte le guerre

di Carlomagno sono contrassegnate dell'indole stessa delle spedizioni

di Pipino il Breve; egli continua l'opera sua, se non che in più ampie

misure.

Storia di Carlomagno vol. 1/2 · 第 8 / 26 段