prefetto del palazzo, i quali quasi tutti sono per donazioni a'
monasteri e badie. Dota egli di parecchie terre le cattedrali, e per
un diploma dato il giorno di Pasqua, san Dionigi, in Francia, riceve
un campicello adiacente al monastero; per un altro suo diploma pure,
l'apostolo della Germania, san Bonifazio, vien raccomandato ai duchi
ed ai conti da per tutto dov'egli porterà la predicazion del Vangelo.
Tutto questo creder lascia che tal sistema di spogliamento applicossi
principalmente alle badie vacanti ed ai beni fiscali, che Carlo
Martello confidava ai Franchi di cui avea bisogno in guerra ed agli
uomini che da lui dipendevano, nascondendo suoi fini, che miravano
a farsi re, come già tentato aveva anche il padre e predecessor suo
nella prefettura del palazzo, Pipino d'Eristal. Dopo la gran sua
vittoria sopra i Saracini, egli stimò poter meritarsi la corona, ma
il tentativo fu vano ancora, però che la dignità reale a que' tempi
avea un qualche cosa di religioso e sacerdotale, ben altramente dalla
prefettura del palazzo, ufficio tutto d'armi e di guerra; il più forte
e più fermo era duca e prefetto. I cherici ed il popolo facevano i re,
i conti; i Franchi e i soldati facevano i prefetti del palazzo, e gli
ultimi Merovingi, deboli e cattivi com'erano, furono appunto protetti
dall'antedetta indole religiosa della dignità regia. Carlo Martello
avea inoltre offeso i vescovi ed i cherici in modo da non si attentare
a mettersi definitivamente in luogo de' Merovingi, e però vi rinunziò
nell'assemblea del Campo di Marzo; solo che i Franchi non fecero re
alcuno, e fuvvi un lungo interregno, durante il quale Carlo Martello
governò senza i Merovei sì, ma pure altresì senza corona.
Duca e prefetto del palazzo com'egli era, egli ebbe pratiche, come
tutti i Carolingi, con tre grandi potentati al di fuori: i re ed
imperatori di Costantinopoli, il papa e i Longobardi. A Bisanzio
regnava Leone l'Isaurico, soldato in origine, a pari di Carlo Martello;
quel Leone odiator delle immagini, quel barbaro che faceva in pezzi le
statue di oro dei santi nelle chiese, e i reliquiari ornati di topazi
e di smeraldi. Scrivea costui a Carlo Martello per trarlo nell'eresia
degli iconoclasti: _ponesse in pezzi le immagini_, gli dicea, _che
n'avrebbe i modi a mantenere i suoi soldati, ed a distribuir loro in
contanti l'oro che orna inutilmente le arche benedette_. Se non che
Carlo non osa pur trattenersi in questo pensiero; usa cautamente co'
Greci, ma non vuole inimicarsi i papi, in corrispondenza spirituale,
com'ei si trova, con Gregorio III che regna a Roma; il pontefice
intanto paventa insieme dei Greci, de' Longobardi e de' Saracini, e già
la politica papale ha ricorso all'aiuto de' Carolingi. Le fantasie de'
Barbari vogliono essere scosse con oggetti materiali, onde Gregorio
invia a Carlo Martello le chiavi di san Pietro[108], ed i ceppi che
tennero avvinto l'apostolo nella sua scura prigione, a simboleggiar nei
ceppi la suggezion della Santa Sede, e nelle chiavi i modi a liberarla;
e invoca a protettor della Chiesa romana quel fiero e prode capitano,
cui dà il titolo di esarca, a Carlo Martello decretato dal senato
e dal popolo raunati ora, nelle basiliche, come un giorno nel Foro;
e tuttavia l'esarcato è un titolo greco. Il papa distrugger volendo
la dominazion bisantina in Italia, conferisce l'esarcato al capo de'
Franchi, sì lontano dalle cose d'Italia che non può dargli timore.
Sì alto era salita la riputazione di Carlo Martello dopo la vittoria
di Tours e di Poitiers, che i Longobardi stessi cercano d'averlo
a confederato contro i Saracini, i quali già minacciano le loro
mediterranee possessioni. «Orsù vengano i Franchi all'Adriatico, e vi
troveranno ricche città che gli aspettano, e fertili campagne, dove
pascolar possono liberamente migliaia di cavalli».
Carlo Martello fu dunque il primo ad illustrare i Carolingi, e Pipino
con Carlomagno non fecero che continuar l'opera sua co' Papi, co'
Longobardi e co' Greci. Ei passò di vita giovine ancora, però che
appena era giunto all'anno cinquantesimo dell'età sua, e fu sepolto
in terra sagrata. Vennero poi più tardi le leggende intorno alla sua
morte ed alla sua dannazione, per esempio a frenar la violenza militare
dei condottieri di guerra. «Carlo Martello, scriveva un secolo dopo
l'arcivescovo di Rouen, fu dannato in eterno, perchè primo dei re
Franchi, che ciò facesse, tolse a' cherici le terre ecclesiastiche,
e sant'Eucario, vescovo d'Orleans, che fu rapito alla terra nel
secolo scorso, lo vide fra' tormenti nell'inferno, e interrogato il
suo angelo, n'ebbe in risposta, averlo Dio dannato all'eterne pene,
perchè avea posta la mano su cose consacrate all'amor di Dio, al suo
culto divino, ai poveri ed ai servi di Cristo. Di che essendosi sparso
il grido, san Bonifazio e Fulrado abate di san Dionigi, visitarono
il sepolcro di Carlo Martello, e trovarono in vece del suo corpo un
dragone, e tutto guasto di dentro il monumento, come se fosse stato
arsicciato dalle fiamme, e noi pure abbiam conosciuto persone, aggiunge
il leggendario, che visser fino ai dì nostri, e renderon testimonio
nei termini detti di quanto avean veduto e sentito». Or questo fiero
simbolo del dragone che riempie un sepolcro vuoto è una lezione che si
vuol dare all'ingiustizia e alla violenza altrui, quasi dicesse agli
uomini prepotenti del Reno e della Mosa: «Non toccate i beni consacrati
a Dio ed ai poveri, altrimenti avrete vuota la sepoltura, e un sozzo
serpente divorerà nella fossa della morte le carni vostre».
Carlo Martello ebbe, a somiglianza di Pipino d'Eristallo, più donne.
Rotrude (tale si è il nome che le vien dato negli annali) gli partorì
Carlomanno e Pipino, che furono allevati, come lui, negli accampamenti;
da una seconda moglie di nome Sonnichilde, ebbe un terzo figliuolo
chiamato Grifone, e secondo l'uso germanico l'eredità fu tra loro
partita nel modo seguente: a Carlomanno toccò l'Austrasia con le terre
del Reno e della Mosa, la Neustria a Pipino, amendue col titolo di duca
o condottier d'uomini; Grifone, il terzo de' figli, ebbe alcuni contadi
in mezzo agli stati de' suoi fratelli. Così finiva la podestà di Carlo
Martello, apparecchiando la futura grandezza della schiatta carolina,
facendola salire in altissima riputazione, e collocandola al di sopra
dei Merovingi. I Saracini erano a que' tempi i nemici implacabili
della razza così franca come germanica, e irrompevano a torme dalla
Siria, dall'Africa e dalla Spagna in cerca di conquiste; ma Carlo
Martello seppe arrestarli a Poitiers, nè i Franchi della Neustria e
dell'Austrasia dimenticarono poscia mai quel servigio.
Il nome di Carlo Martello fu indi sì famoso, che menestrelli e
trovatori il cantarono a gara, e il vediamo nobilmente celebrato
nella prima canzone dell'epopea cavalleresca di _Garino_ il _Loreno_
in cui tutto è confuso come ne' canti eroici[109] del medio evo. I
Saracini insiem co' Vandali e cogli Ungheri, tutti que' Barbari, che
lasciarono con la conquista le malaugurate orme loro nella società,
son ivi posti a fronte di Carlo Martello; che gl'insegue vittorioso, e
muore sul campo di battaglia; nè vi si fa caso di date o di fatti. «O
antica canzone, vuoi tu ascoltare, dice il trovatore, vuoi tu sapere la
grande e meravigliosa istoria, come i Vandali vennero in questo paese,
distrussero Reims, e assediarono Parigi?» Carlo Martello si oppose a
queste invasioni, e marciò contro gl'infedeli in tempo che i monaci
neri di san Benedetto pigliavano per sè terre e mulini, e la gente
era povera e i cherici ricchi. E però esso Carlo Martello parte, e va
difilato a trovare il papa in Lione, dov'eran più di tremila cherici e
ventimila cavalieri, e si gitta ai piedi del santo padre, e gli dice:
«Sere apostolo, il mio paese è invaso dal nemico, gli arcivescovi ed i
vescovi sono uccisi, e con essi i miei cavalieri». L'apostolo piange a
questo discorso, e si consiglia co' suoi cherici. «Voi siete ricchi,
e ben potete donare qualcosa per la cristianità». L'arcivescovo di
Reims e gli altri prelati, rigettano le istanze del papa, e allora il
Loreno Ervigi si alza corrucciato in viso, e dice: «I cherici posseggon
tutti i forni e i mulini, e' convien dunque prendere un partito per
aver danaro[110]». — «Per san Martino, prorompe l'arcivescovo, che
io non ci metterò un quattrino!» L'abate di Cluny risponde invece:
«Noi siamo ricchi di buone terre; or bene ognuno ci metta un picciolo
almeno del suo». Il papa contristato per tutto questo, si volge a
Carlo Martello, e: «Bel figliuolo, gli dice, io concedo a te l'oro e
l'argento che sono in man de' cherici, i palafreni, le mule, ed intanto
anche le decime, per fin che tu abbia vinto i Saracini». Ed allora il
Loreno Ervigi di nuovo prorompe: «E le armature dei cherici ancora».
Carlo Martello fa indi ragunar le sue schiere, muove co' suoi Francesi
contro i Saracini, e combatte da destra e da manca, come un lupo che si
caccia dinanzi le agnelle. Dopo di che confondendo insieme i Vandali
co' Saracini, la battaglia di Soissons con quella di Poitiers, il
poeta racconta gloriosi e cavallereschi fatti dei Loreni, dei Franchi
e dei Borgognoni; Carlo Martello imbrandisce la lancia, i timballi
suonano, ed ivi in mezzo a quel gran macello egli è colto da due colpi
di spiedo, l'uno al dosso e l'altro al petto; che desolazione fra
l'esercito di Francia! «Su corriamo ad aiutar Martello, il re di San
Dionigi!» grida il Loreno Ervigi; ed ecco in un subito vendicata la
morte di lui, e Marzofio, emiro dei Saracini, di gigantesca statura,
atterrato da una lanciata. «Addosso! addosso signori, gridano i
Francesi, che il re è morto[111]». E poscia i cavalieri fanno, tutti in
pianto, a Carlo Martello di gran funerali.
Questa canzone eroica su Carlo Martello non ha verun carattere di
storica verità; tutto v'è insiem confuso, come vediam nella più parte
dell'epopee del medio evo: i tempi, i luoghi, i nomi de' personaggi, i
quali son fatti vivere e morire in mezzo ad avvenimenti di cui pure non
parteciparono. E tuttavia ne risulta una grande verità storica, ed è
che il nome di Carlo Martello ancor splendeva luminosissimo tre secoli
appresso. Quando Garino il Loreno compose questa canzone, già spenta
era la prosapia de' Carolingi, e regnava quella de' Capeti, onde non
più motivi di adulazione, e pure ancor durava negli animi la memoria
delle grandi cose operate da quella prosapia, e il nome di Carlo
Martello fu popolare al par di quello di Pipino e di Carlomagno nei
manieri della nobile cavalleria.
CAPITOLO VI.
PIPINO IL BREVE, DUCA, PREFETTO DEL PALAZZO E RE.
Conseguenze dello spartimento de' beni paterni tra i figli di Carlo
Martello. — Guerra di famiglia. — Elezione d'un re merovingico.
— Abdicazione di Carlomanno. — Pipino duca dei Franchi. — Sue
pratiche coi cherici. — Sue nozze con Berta. — Leggende e canzoni
eroiche. — _Berta dal gran piè._ — La Berta tedesca. — Guerre
d'Alemagna, di Baviera, di Sassonia e d'Aquitania. — Pratiche
con Roma. — Papa Zaccaria. — Esaltazione di Pipino alla corona. —
Ultime reliquie dei Merovingi. — Pipino il Breve incoronato da san
Bonifazio. — Sue guerre. — Carteggio co' papi. — Viaggio in Francia
di Stefano III. — Abboccamento con Pipino. — Nuova incoronazione.
— Calata di Pipino in Italia. — Spedizione contra i Longobardi.
— Natura della donazione apostolica quanto all'esarcato. — I
Longobardi si sottomettono. — Civiltà greca e latina. — Dignità
regia di Pipino incontrastabile. — Concilii e assemblee pubbliche.
— Guerre di Sassonia e d'Aquitania. — Morte di Pipino.
741 — 768.
Nella famiglia carolingica regna, del pari che in tutte le schiatte
germaniche, la massima del dividere, come una eredità comune, il
patrimonio regio. Carlo Martello lasciava, come dicemmo, tre figli,
l'uno di nome Carlomanno, duca d'Austrasia, l'altro chiamato Pipino,
prefetto di Neustria, e il terzo Grifone, erede di alcune signorie.
Nelle quali divisioni regolate dal padre, chi si tenea pregiudicato,
facea la guerra, chè tale era il diritto, la forza decidendo della
eredità. Grifone uscito d'una figlia della Baviera, diede principio
a sanguinose ostilità volendo una porzione più abbondante del paterno
retaggio, e raccolti d'intorno a sè non pochi fedeli, assaltò Pipino
nella sua bella porzione della Neustria, ma per suo peggio, chè
respinto e incalzato fin dentro alla città di Laon, fu preso e chiuso
in una torre, nell'oscura foresta delle Ardenne, in balía del fratello.
Se non che Grifone giunge a fuggirsi da quella torre in abito da
pellegrino, passa il Reno, e va a cercar rifugio tra i Sassoni, e qui
è da sapere che tutti i duchi, i conti, i signori, scontenti della
schiatta franca, andavano a cercar asilo in Sassonia, certi d'averlo
per le molte ragioni di nimistà ch'ivi erano contro Carlo Martello.
Curiosa è la vita di questo Grifone, intorno a cui, come ad uno degli
eroi loro, si ravvolgono le leggende cavalleresche. Rifuggitosi da
esule in Baviera, ei n'è fatto duca, e que' popoli il sollevan sullo
scudo[112] in luogo del figlio dell'antico lor capo Odillone; cacciato,
indi per opera di Pipino, dalla Baviera, e rotto il vassallaggio
del feudo de' dodici contadi che gli eran dati dal fratello[113],
attraversa la Germania, e dimanda per ogni dove soccorso, ma invano,
che gli Alemanni non osan difenderlo, ond'egli viene a riparare in
Aquitania, l'aprico paese dal viver giocondo, ed ivi s'invaghisce di
Lionora, moglie di Vaifro, duca del paese, ed altresì ella piglia a
ben volere il fuggitivo, onde il vecchio duca dà in tanto furore di
gelosia, che lo caccia, e fa inseguire ed uccidere a tradimento nelle
Alpi, mentre vassene a cercar fra i Longobardi un altro rifugio. Così
finì un dei figliuoli di Carlo Martello, nè Pipino andò esente dal
sospetto di aver aiutato Vaifro in questa vendetta.
Nel durar di questi primi anni Carlomanno e Pipino reggono da padroni
la nazione dei Franchi, sotto il titolo l'uno di duca d'Austrasia,
l'altro di maestro, o prefetto del palazzo di Neustria, poichè Carlo
Martello avea lasciato vacare il trono nella famiglia dei Merovingi,
a provare se i Franchi si sarebbon lasciati, senza re, governare
dai duchi e dai prefetti. Il nome ch'egli erasi acquistato, gli avea
consentito di conservare un siffatto interregno, e un duca suo pari
ben valea quanto un re di nascita; ma una simil ragione di riverenza
più non reggeva pe' figli suoi Pipino e Carlomanno, giovani amendue,
non benemeriti ancora per alcun servigio, e tali che in altrui non
movevano nè venerazione nè tema. Laonde i signori dicevano: perchè
non creare un principe della casa di Meroveo? Giovine l'uno e giovine
l'altro meglio valere un re della stirpe sacrata. Fu quindi convocata,
secondo l'antica consuetudine, nel Campo di Marzo, una dieta che avesse
ad eleggere il re, e fu recato a questo supremo grado, sotto il nome
di Childerico III, un fanciullo nobil rampollo de' Merovingi, quasi
ostacolo posto dai Franchi all'ambizione dei prefetti del palazzo. Da
quel momento in poi Carlomanno e Pipino posero ogni cura a precipitar
questo simulacro di re, ed a diffamarlo per la dappocaggine sua, per
la sua viltà, tanto che alla fine il chiamavano, e non altrimenti, lo
_snervato_ e _l'insensato_. Così avviene al finire delle dinastie;
inesorabili più che mai sono inverso di loro, quelle che ad esse
succedono, e i popoli voglion sempre giustificare la violazione d'un
diritto.
Dall'esaltazione di Childerico III, Pipino e Carlomanno erano obbligati
a cercar sostegno fra i cherici, poco tempo dopo che Carlo Martello
avea offeso le chiese e i monasteri col metodo suo di spogliarli delle
lor terre, e dividerle fra' suoi soldati. Ma se questi facevano i
prefetti del palazzo, i cherici facevano i re, onde appunto perchè i
Carolingi molto donarono ai monasteri, le cronache tanto avvilirono i
Merovingi a profitto dei lor successori. Carlomanno intanto pigliava
l'abito monacale, e noiato del secolo s'avviava verso Roma per ivi
ricever l'assoluzione da papa Zaccaria, perocchè, dicevano, avea da
rimproverarsi alcuni atti di violenza con Vaifro duca d'Aquitania, e
ne portava il segno di maledizione. Avuta indi la tonsura, per mano
del pontefice, ritiravasi prima sul monte di Soratte, per ivi vivere
alla maniera de' monaci, poi nel devoto convento di Montecassino,
dov'egli soggettavasi a' più faticosi uffizii della comunità, servendo
in cucina, lavorando l'orto e guardando, soletto, come fu spesso
veduto fare sul monte, gli armenti della badia. Il maggior diletto suo
era d'ivi coltivare una vigna, che indi appresso cedette ad un altro
penitente, il re de' Longobardi, il quale venne ugualmente a dimorar
nei monastero di Montecassino[114]. Così per quegli uomini operosi ed
armigeri la pace del monastero succedeva alla vita agitata dei campi di
battaglia, e dalle sfarzose corti passavano ai modesti refettorii dei
cenobiti. Poichè Carlomanno ebbe lasciato il grado di duca d'Austrasia
per vestir l'abito monastico, Pipino potè recarsi in mano la prefettura
generale dei Franchi, e signoreggiar tutte quelle schiatte all'ombra
del vano titolo di Childerico III, intantochè Dragone, figlio di
Carlomanno, raso e confinato dovea pure abbracciar lo stesso genere di
vita del padre suo, monaco in Montecassino, essendochè i Franchi non
amavano i prefetti ancora in fasce, preferivano i gagliardi, e Pipino
sapea maneggiar l'armi: era piccolo di statura sì, ma nessuno poteva
con lui contender di forza e di vigoria.
Intorno a questo tempo, il duca dei Franchi cercò moglie per aver
reda, come dicon le cronache di San Dionigi, e gli annali contemporanei
aggiungono ch'egli sposò Berta, figliuola di Cariberto, conte di Laone,
soprannomata _dal gran piè_, alla quale le tradizioni cavalleresche
danno altra origine facendo della sua vita una leggenda romanzesca.
Il _romanzo di Berta dal gran piè_[115], una delle più graziose
composizioni del medio evo, ed un de' più ingegnosi canti de' trovatori
racconta: «Che in sull'uscir d'aprile, nella dolce e amena stagione,
che l'erbette spuntano, i prati rinverdiscono, e gli alboscelli
_desiderano_ d'essere fioriti, un monaco di San Dionigi aveva a lui,
gentil trovatore, narrata la storia di Berta e di Pipino». Ora il
trovatore si fa in gaia scienza a ripetere questa storia. «Era un re
in Francia di gran signoraggio, per nome Carlo Martello, il quale,
dopo aver fatto grandi prodezze in guerra et vinto gl'infedeli, morio
lasciando duoi figliuoli, uno di nome Carlomanno che si rendè monaco
in una badia; l'altro di nome Pipino, assai piccolo (non avea più
che cinque piedi di statura), ma forte della persona, sì che sendo un
lione fuggito dalla sua gabbia, e correndo come fiera arrabbiata, egli
poco men che fanciullo, armatosi d'uno spiedo, andò a quello, e sì lo
abbattè d'un colpo nel fianco. La madre sua, tutta lieta, basciandolo,
«Bel figliuolo, gli disse, come hai tu avuto animo d'affrontare
una fiera sì ridottabile;» ed egli rispuose: «Donna, mai non si dee
ridottare». Il giovine si maritò poi in prime nozze, ma la moglie
sua, figliuola di Gerberto o di Gerino di Malvoisin, non potè dargli
erede, ond'egli in consiglio co' suoi baroni, dimandò loro: «Che donna
potrei tôrre?» E allora Engherrando di Moncler, nobile barone, si levò
e disse: «Sire, al corpo di sant'Omero, io so una figliuola del re
d'Ungheria, che nessuna di più bella persona oltre mare, e chiamasi
Berta la Buona». «Se ne vada in cerca,» disse Pipino. Ed ecco una bella
cavalcata che si parte in gran pompa, e va e va fino in Ungheria: buona
ventura a voi, illustri cavalieri. E vanno a trovare il re d'Ungheria e
Biancofiore, la reina, mostrò loro la figliuola sua bianca e vermiglia.
Furono apparecchiate le tavole per un grande convito, ed a Berta furon
dati cavalli, oro ed argento, e la nobile figliuola prese comiato
dal padre suo — Ella sen venne adunque per mezzo Polonia e Lamagna,
e in ogni luogo parlavasi la lingua francesca, però che i conti e
marchesi di quelle terre, tenevano Franceschi per insegnarla a' loro
figliuoli e figliuole, come se fossero nati a San Dionigi. Berta era
cortese e semplice, e veniva in groppa d'un palafreno baio di bella
razza, e di questo modo giunse ai confini di Francia, e passò il Reno
a Sant'Erberto, cavalcando per mezzo le Ardenne sotto la protezione
del buon duca Namo di Baviera. Il bel drappello vide l'Hainant e il
Vermandois, e giunse lietamente a Parigi, dove le campane suonarono a
festa, le case furono coperte di ricchissimi drappi, e le vie giuncate
di erbe, volendo ognuno onorare la sposa menata a Pipino; poi furono
fatte le nozze grandi e solenni, i menestrelli fecero lor arte,
con gran suoni di ghironde, di arpe, di flauti e di trombe, e con
balli di dame e damigelle, e così fu compiuto con gioia di tutti, il
maritaggio». Oh pur beato il tempo che Berta filava!
Qui comincia la tradizione tedesca, da cui forse ebbe origine e
accrescimento l'epopea di _Berta dal gran piè_. Questa leggenda
fu scritta in Franconia, e Pipino conserva ivi tutta l'indole sua
germanica: e' pone sua sede nel castello di Veihen-Stephen sul monte,
con disegno di combattere i Sassoni, e di mansuefarli sotto il dolce
giogo del cristianesimo; ma popoli selvaggi, com'ei sono, ricalcitrano,
e non vogliono saper di Gesù nè de' suoi santi. Pipino vedovo e solo
in quella rocca, desidera giorno e notte una compagna, quando un re del
paese chiamato Curlingo, gli fa profferir la figlia sua gentilissima e
leggiadrissima; il ritratto di costei piace a Pipino sì che egli dice
al suo maggiordomo: «Va e sappi il vero di questa principessa». Ora il
discortese maggiordomo avea una figliuola della medesima età di colei,
e dice fra sè: Perchè non la farò io reina in vece sua sposandola
a Pipino? Se ne va quindi e cavalca alla corte del re Curlingo, gli
chiede la figliuola e gli vien data. Costei ha nome Berta, ed è bella
forte; soa madre la confida vestita in gran pompa al maggiordomo, e
questo misleale la conduce in un oscuro bosco, dove stava aspettandolo
la sua propria figliuola: o servo infedele, non temi tu la punizione
del tuo misfatto? Ma non ritenuto da rispetto alcuno, e' toglie di
dosso a Berta le sue ricche vesti, l'anello nuziale, e ne adorna la
figliuola sua; poscia quel misleale dice a' suoi compagni: «Andate,
amici, trascinate Berta nel luogo più segreto del bosco, trafiggetela
senza pietà, indi recatemi la sua lingua». Ecco dunque la povera
principessa in man de' compagni del maggiordomo. «Bei seri, ella
dice, s'io debbo viver cattiva, lasciatemi questo cagnetto levriere, e
questo cofanetto pieno d'oro filato e di seta acciò ch'io possa ricamar
ciarpe ne' miei giorni di noia». Quei malvagi lasciatisi intenerire dal
pianto della principessa, le dicono il fiero comando da essi avuto.
«Noi vi lasceremo la vita» ma a patto che mai non ci tradirete. Ma
come faremo, nobile damigella, per mostrare al maggiordomo, che il suo
crudel comando fu da noi eseguito? Allora la fidanzata donzella si trae
in disparte a spogliarsi della gonnella sua di sotto, e della camicia
di lino finissimo, ed essi la tingon di sangue a simiglianza della
veste di Giuseppe, e a mostrar la lingua della infelice, tagliano al
bel levriero la sua, sì che il povero cane non potrà più d'ora innanzi
leccare i piedi alla nobile sua signora. Il maggiordomo ingannato indi
da queste sanguinose mostre, vide tutto lieto la lingua, e la toccò,
e fece le grasse risa, intanto che la figliuola sua giaceva come
legittima mogliera con Pipino, il quale ebbe da lei un figliuolo che fu
papa Leone III[117].»
«Ma, ohimè, e della povera principessa, della sposa legittima e
fidanzata che fu? Berta gira e gira per la selva, e va e va, e
s'incontra in un nero e lurido carbonaio; impaurita rassicurasi
all'umano parlare di colui, sopraffatto dalla sua bellezza, e trova
ricetto nella capanna sua; da principessa ella diviene ancella d'un
mugnaio, e la notte lavora, e fila con l'oro filato, e la seta, che
recò nel cofanetto, perchè Berta sa filare e filare assai bene. Oh i
bei lavori che le sue mani san fare! e fatti, il mugnaio va a venderli
ad Augusta, la città dei mercatanti e degli ebrei, e a poco a poco
arricchisce, e la fama della perizia di lei nel filare, si spande
lontano.