— Prefetture dl Neustria ed Austrasia. — Cattività sua. — Sue
prime guerre. — Invasione della Neustria. — Guerra meridionale
d'Aquitania. — Le forze de' Saracini allargansi al mezzodì delle
Gallie. — Guasto delle città. — Disfatta di Manuza per opera di
Guglielmo di Poitiers. — Leghe dei Saracini. — Nuova invasione.
— Abderamo. — La schiatta germanica in Aquitania. — Battaglia
di Tours o di Poitiers — Relazioni degli Arabi. — Degli autori
occidentali. — Terre clericali. — Terre dei soldati. — Leggende
intorno a Carlo Martello. — Sue pratiche con Roma. — Diplomi e
documenti. — Tradizioni cavalleresche. — Canzoni eroiche. — Primo
canto dell'Epopea di _Garino il Loreno_.
715 — 741.
Pipino d'Eristal avea da poco compiuta l'occupazione della Neustria
e dell'Aquitania, con l'aiuto delle fiere genti d'Austrasia, che ei
conducea come capo. Gli antichi Franchi s'erano effeminati nelle città
del mezzo e australi della Gallia; essi più non erano i guerrieri
del Reno e della Mosa, e fatti troppo Romani, avean tralignato dagli
antichi loro marziali costumi sotto l'influenza della più benigna
civiltà dei vescovi, dei cherici e dei Galli. Pipino d'Eristal, come
venuto dalla Svevia e dalla Turingia, assicurò il primato agli usi
e costumi germanici, e come duca d'Austrasia e prefetto palatino di
tutta la nazione dei Franchi, fece che essi accettassero a re loro
tre giovani della schiatta di Meroveo, che furono: Clodoveo III,
Childeberto III e Dagoberto III.
Nella vita, sua benchè tanto agitata, Pipino d'Eristallo si tenea
ne' suoi palagi più donne, invano i vescovi opponendosi a questa
consuetudine dei prischi tempi della Germania; i re e i duchi austrasii
aveano mogli, concubine e compagne e schiave ch'ei cambiavano e
ripudiavano a grado loro. Due figli, Drogone e Grimoaldo, gli avea
partoriti Pletrude, una di queste mogli, e due Alpaide, un'altra
concubina o sposa sua, il primo de' quali ebbe nome Carlo o Karl, usato
nella schiatta d'Austrasia; il quale allevato presso il padre, fu, da
pargoletto, il più careggiato dal padre, perchè avea la madre bella,
ed egli era l'ultimo. San Lamberto, vescovo di Maestricht, denunziò
l'unione di Pipino e d'Alpaide per un adulterio e un incesto: ma la
cristiana sua voce non ebbe ascolto, e colei continuò ad essere amata e
accarezzata come prima, e Odone, conte austrasio, fratello della donna
oltraggiata, trafisse d'una stoccata, dentro al medesimo santuario,
il pio san Lamberto, e il lasciò morto sulle soglie della cattedrale.
Drogone e Grimoaldo morirono prima di Pipino, lasciando alcuni
figliuoli in età tenerissima ancora, che per diritto ereditario chiamar
si vollero al governo degli Austrasii, dei Neustri e dei Borgognoni;
cosa contro la consuetudine, però che i prefetti del palazzo dovean
essere robusti ed atti a condur la gente d'armi; nè era possibile che
una intrepida generazione, come i Franchi erano, patisse re senza forza
e prefetti del palazzo fanciulli. A condurre pertanto a fine il disegno
suo, che quello era di dar que' duchi ai Franchi sotto la tutela d'una
donna, Pletrude fece chiuder Carlo in una delle torri di Colonia, come
figlio d'una concubina.
Ma Carlo non rimase colà entro a lungo imprigionato, che fuggitone
anzi per zelo dei fedeli di Pipino d'Austrasia, i quali il riconobbero,
assunse il titolo di duca d'Austrasia, e per tale in breve il gridarono
i Franchi, simile com'egli era in tutto a Pipino d'Eristallo suo padre.
Fatto di questo modo capo militare d'Austrasia, Carlo chiuse in un
monastero la tracotante donna, che avea voluto costituirsi reggente, e
partì i tesori fra la gente d'armi. Ecco dunque Carlo duca d'Austrasia;
intanto i Neustri, che pur non volevano per prefetto un fanciullo,
si eleggevano a capo Ranfredi, e questi e Carlo, uom d'armi l'uno; e
uom d'armi l'altro, rompevan guerra fra loro. Ranfredi, con l'aiuto
dei Frisoni, nazione in gara cogli Austrasii, assalì gagliardamente
Carlo, a cui sulle prime toccò una sconfitta; ma indi tosto ritornò a
battaglia e i germanici suoi Franchi fecer macello dei Neustri e dei
Frisoni. Si trattò della pace, e Carlo diceva a Ranfredi: «Lasciami
le terre d'Austrasia, tienti la Neustria, e sarà tregua fra noi». Ma
Ranfredi, parlando a nome di Chilperico, un de' Merovei, volea tutto
governare, e ricusava i patti. Ad un re dunque si volea contrapporre un
altro re, che tale era l'uso dei Franchi, onde Carlo prende anch'egli
un Meroveo, facendolo re sotto il nome di Clotario, e fatto questo,
muove co' suoi guerrieri di razza germanica, viene a giornata co'
Neustri a Vincy e gli sbaraglia, si diffila verso Reims, trova nel
piano le genti della Neustria congiunte con quelle dell'Aquitania,
viene con esse a campal battaglia, e pel valore delle sue nordiche
schiere, meno effeminate, meno use alle mollezze della vita, riporta
un'altra luminosa vittoria[106].
Ecco adunque Carlo signore al par di Pipino dei due reami d'Austrasia e
di Neustria, qui come duca, colà come prefetto del palazzo. Muore indi
Clotario, da lui fatto re, ed egli, da destro politico, profferisce ai
due popoli di governarli, come già Pipino suo padre sotto la semplice
autorità di prefetto, lasciando re dei Franchi Chilperico innalzato al
trono dei Neustri. Il vinto Ranfredi accetta queste condizioni, diventa
duca d'Angiò, rinunzia alla prefettura del palazzo, e Carlo governa
insieme la Neustria e l'Austrasia, intento più che mai a difendersi
contro tutti i nemici, che non son pochi, della signoria franca nelle
Gallie. Di quivi ha principio la faticosa e militar sua vita per la
difesa della nazione; i popoli ostili ai Franchi sono numerosissimi;
gl'indomiti Sassoni assaltano le Gallie dalla parte della Belgica, e
Carlo, accorsovi co' suoi, costringe i Barbari a rientrar nelle loro
terre dell'Elba e della Frisia. Cinque volte i Sassoni tornano al
Reno, e altrettante Carlo Martello spinge addosso di loro i Franchi
dell'Austrasia e della Neustria. Le cronache raccontano pur le sue
guerre d'Aquitania, e il vediamo or sull'Elba, or sulla Loira, or
sul Reno, or sul Rodano; egli è il più perfetto prototipo che sia dei
guerrieri franchi, razza vagabonda ch'ei sono: la vita cittadina lo
annoia, egli non istà bene se non fra guerre e spedizioni lontane.
Queste qualità degne d'un prefetto del palazzo, gli giovano a meglio
conservar l'autorità sua sopra i Franchi, popolo che non abitava se non
di mala voglia le città, come s'egli si trovasse soffocato nel cerchio
delle mura e sotto il peso delle torri e delle rocche; egli ha bisogno
delle antiche selve e delle spaziose campagne come i suoi maggiori.
Ma il nome di Carlo sta per risuonare assai più famoso; le invasioni
dei Saracini venuti d'Africa e di Spagna, minacciano il centro delle
Gallie; non contenti di correre il Mezzodì, muovono ora contro il
Settentrione. La razza dei Goti in Ispagna è già caduta sotto quei
rapidi conquistatori; salvo alcuni antichi cristiani rintanati
nei monti delle Asturie e i conti di Castiglia, i popoli ispani,
ubbidiscono ai luogotenenti dei califfi: Cordova e Siviglia son fatte
sedi degli Emiri mandati dal Commandator dei credenti ad occupar le
terre degl'infedeli. Già da quindici anni i Saracini aveano varcato i
Pirenei, ed ahi! con quante stragi e ruine a danno de' cristiani! Che
strazio legger nelle leggende e ne' cartolari delle badie, i guasti
e disertamenti che patirono le città di Arli e di Nimes con quelle
inesorabili bande sempre sul collo. Qui basiliche distrutte, colà
reliquiari saccheggiati; le città della Linguadoca, pur dianzi sì
splendide, i municipii, in fratellanza con Roma, in preda ora ad ogni
sorta di desolazioni!
La prima regolare invasione de' Mori nelle Gallie fu condotta da un
emiro di nome Musa. «Il vento dell'islamismo, dice una cronaca araba,
cominciò a soffiar contro tutti i cristiani». Il Rodano udì sulle
sue sponde i nitriti dei cavalli d'Affrica e di Spagna, e in queste
ardimentose spedizioni i Saracini erano aiutati dalla fiacchezza e
dalla discordia dei cristiani, e sì pure dalla tradigione degli Ebrei,
numerosissimi allora nelle città delle Gallie meridionali, i quali
avendo familiare la lingua araba e la siriaca, se la intendevano co'
figli dell'Oriente, del cui passaggio si veggono ancor vestigia a
Vienna, a Lione, a Macone, e fino a Chalons alla Saona. Gli annali pur
di Digione narrano i guasti di costoro nel reame di Borgogna; se non
che talvolta le cronache, non contemporanee, confondono le invasioni
degli Ungri, razza di Vandali, che vennero al nono e al decimo secolo,
con quelle dei Saracini del secolo ottavo. I settatori del profeta,
popolo di ardente immaginazione, aveano ideato un ampio disegno di
conquista, simile a quelli che Maometto immaginar sapea nell'ambiziosa
sua mente. Gli eserciti arabi doveano impadronirsi, a così dir,
di carriera, come i cavalieri del deserto, del regno de' Franchi
(l'Austrasia e la Neustria); doveano fare alto un istante sul Reno,
indi passar per mezzo le terre dell'Alemagna, calar sull'Italia e sulla
Grecia, sì da convertire il Mediterraneo in un lago infeudato alla
razza del Profeta.
Questo disegno a meraviglia concordava coi modi delle ampie conquiste
che gli Arabi, errando, aveano già compiute in Africa e nella Spagna.
Movendo essi dalla Siria, aveano costretto l'Egitto a sottomettersi
al loro dominio, rincacciato i Berberi dell'Africa fin dentro alle
ardenti sabbie del deserto, e nulla valse ad arrestar questo torrente
devastatore. Padroni che furon dell'Africa, avevano in men di due anni
soggettata la Spagna; i Goti ubbidivano oramai alle leggi loro, ed ora
agognavano l'Italia e la Grecia, per prender Costantinopoli da tergo.
Ancor durano nelle arabe geografie le tracce di questa sterminata
mossa dei Saracini, i quali nell'irrompere con tutte le forze loro,
congiunger sapevano in battaglia l'astuzia col valore. Alla intimazione
della guerra sacra, tutti salivano a cavallo, però che il comando del
Profeta era legge pe' Musulmani; si servivan delle genti de' paesi
conquistati per ingrossar vie più le loro masse, gli emiri, come
ausiliari della conquista, conducevano innumerabili torme di Berberi
affricani, che formavano l'agile ed intrepida loro cavalleria, e seco
avevan pure gli Ebrei, prontissimi sempre nelle città meridionali al
tradire. Se si dee prestar fede alle cronache, costoro tenean pratiche
co' nemici de' Franchi, sol per odio contro i cristiani, cui avrebber
voluto dare in mano ai nemici, a quella guisa che fece Giuda con
Cristo; infatti, quasi tutte le città della Gotia furon vendute dagli
Ebrei. Questi innumerabili eserciti de' Saracini traevano seco donne;
fanciulli, tutto che era necessario a fondar colonie, con disegno di
stabilirsi nel mezzo dell'Europa, e rinforzar l'islamismo con migliaia
e migliaia di settatori. Era tempo di continuo conflitto tra razza
e razza, tra dominio e dominio, tra credenza e credenza. La vittoria
stava per decidere chi avrebbe occupata questa terra, quali sarebbero i
vincitori e quali i vinti.
Eudi, duca d'Aquitania, fu il primo dei capi di guerra ad opporsi
alla rapida irruzione dei Saracini, ed è debito di restituirgli una
parte della gloria che i posteri serbaron solo a Carlo Martello.
I Saracini aveano sotto l'emiro Alsama, fatta la città di Narbona,
situata presso il mare fra i Pirenei e l'Aquitania, principal sede del
dominio loro, donde masse d'infedeli si spandevano nella Settimania,
e venivano ad assediare Tolosa, sì che Eudi della razza dei Franchi,
ed, al dir d'alcuni, uscito dai medesimi Merovei, chiamate all'armi le
popolazioni meridionali, intanto che i Saracini stringevan d'assedio
Tolosa, piombò sui loro alloggiamenti, li ruppe e costrinse a ritirarsi
disordinatamente ne' Pirenei verso Narbona. L'emiro Alsama fece mostra
di gran valore, e nel combattere andava ripetendo quel verso del
Corano: «Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?» ma fu atterrato
da una forte lanciata per un de' guerrieri aquitani; e dopo di lui
Abd-Alrahman, dalle antiche cronache, chiamato Abderamo, assunse il
comando dei pochi avanzi di que' Saracini.
La vittoria del conte Eudi, e ne fe' relazione al papa, fu
siffattamente risolutiva, che da quel giorno in poi i Saracini più
non si mostrano che in alcune isolate spedizioni, in opera piuttosto
di genti da saccheggio che di schiere ed eserciti formati. Seguir tu
puoi le orme loro nelle triste lamentazioni dei monasteri, pei guasti
che facevano all'arche coperte d'oro e per le taglie che imponevano a
tutte le badie dell'Aquitania. Indi a qualche anno Ambiza, governator
della Spagna pel Califfo, deliberossi di varcare i Pirenei con un
formidabile esercito tutto coperto d'armi forbite, e preceduto da
un nugolo di Berberi. Tenne costui non tanto il modo della violenta
conquista, quanto quello d'impor tributi ai vinti, come già erasi
fatto in Ispagna, onde la maggior parte delle città di Linguadoca
ricomperavansi con danari, per saziare l'avidità d'Ambiza, il quale
mandava monti d'oro a Siviglia e Cordova, finchè fu morto in una
delle sue spedizioni. Alla morte di costui i Saracini tornarono ai
loro saccheggi, poi si fe' una mescolanza di popoli, ed Eudi stesso,
vincitore testè dei Saracini, acconsentì a una lega di popoli e di
famiglie. Munuza, emiro pieno di tolleranza, avea nelle sue spedizioni
contro l'Aquitania, rapita la propria figlia d'Eudi, nomata Lampegia,
di maschia bellezza, e innamoratosi di lei, la faceva sua sposa,
benchè cristiana. Il duca e l'emiro si congiunser così d'interessi
e di famiglia, simbolo dell'unione sempre naturale fra le razze
conquistatrici e le conquistate, come già era avvenuto in Ispagna fra
i Saracini e i Visigoti, e nelle Gallie tra i Franchi e i Romani, chè
un'antica società, non è mai al tutto neppur da violenta conquista,
disfatta, ma sempre seguon transazioni da sè fra le razze. I ferventi
Saracini e i cristiani, divoti al culto della chiesa[107], non ammiser
questa unione dei culti e dell'anime, e Munuza fu riprovato, pel suo
procedere, nelle meschite di Cordova e di Siviglia, e accusato come
spergiuro, intantochè il conte Eudi, dall'altra parte, veniva per suo
peggio scomunicato.
In questo mezzo Abderamo fece gridar la guerra santa nelle città
d'Africa e di Spagna, e in breve infinite torme di Saracini varcaron
di nuovo i Pirenei, disordinatamente e confusamente, a guisa di tutte
l'altre spedizioni in massa, seco traendo donne, fanciulli, bottino,
e armenti, affine di stabilirsi come pastori nelle terre conquistate.
Abderamo distrusse indi il dominio di Munuza al di là dei Pirenei,
il tolse di seggio, come traditor della legge, e fattagli troncar
la testa, la mandava a Damasco, intantochè Lampegia, sua giovine
sposa, veniva posta in mano delle donzelle di Cordova, e serbata pel
serraglio del califfo. Dall'alto dei monti i Saracini si sparsero
poscia per tutta la Settimania; videro Arli e Bordò che s'inchinaron
dinanzi ad essi; pigliaron indi la via della Loira, senza che nulla
resister potesse all'impeto loro. Un conte di Poitiers, che solo ardì
d'opporsi all'invasione, fu preso e decollato, e i topazi e smeraldi
del suo tesoro furono, in un co' reliquiari delle sue chiese, mandati
a Damasco. «Abderamo, dice uno storico arabo, fu come una tempesta che
tutto abbatte, e una spada a due tagli».
Il conte Eudi d'Aquitania, impotente a resistere a questa piena di
armi, venne a Carlo duca d'Austrasia, prefetto del palazzo, appo i
Franchi che teneva la plenaria sua corte a Colonia. La Neustria era
minacciata; dopo la Loira, sarebbe assalito l'impero dei Franchi;
se terribil era la guerra dei Sassoni a settentrione, tale non meno
era quella dei Saracini a mezzogiorno, onde Carlo movea intorno il
grido d'una spedizione in Aquitania, e alla voce sua sì nota alle
razze dell'Austrasia, tosto si raccoglievan le genti dalla robusta
complessione, dalla ferrea armatura e dalla pesante mazza, del Danubio,
dell'Elba, del Reno, della Senna e dell'Oceano; ed egli le conduceva,
passando per Parigi e per Orleans, sulla Loira, però che i Saracini si
avanzavano verso Tours, sapendo che in questa città chiudevasi un ricco
bottino di vasi d'oro e di serici ornamenti, di che decorar volevano
le loro moschee. Abderamo tuttavia stette alquanto fra due, timoroso
per l'esito della battaglia alla vista del lusso che spiegavano le sue
genti, e della mollezza e indisciplina che s'erano introdotte fra loro.
Essi non eran più i Saracini conquistatori della Spagna, ma confuse
masse e un tramestío di Berberi, d'Arabi, d'Ebrei, e tutti aveano a
combattere contro gli uomini pronti e nerbuti del Reno e della Mosa,
non già più contro i molli Aquitanti pacifici abitatori delle romane
città di Nimes, Arli, Tolosa e Narbona.
Qual fu il campo di battaglia in cui fu risolto il conflitto fra i
cristiani della razza germanica, e i Saracini snervati nei serragli
di Cordova e Siviglia, sotto il sole di Spagna? Gli Arabi lo pongono
nelle vicinanze di Tours; i cartolari de' monasteri lo additano a
Poitiers, in una vasta pianura non lunge dalle porte di questa città,
nè si sa a qual credere di queste due tradizioni, se non che forse
la battaglia cominciò a Tours, e terminò a Poitiers, a simiglianza
di quegli altri lunghi conflitti, di cui anche la storia moderna fu
spettatrice, che si stendono per uno spazio di più leghe, e comprendono
più d'un campo di battaglia. I Saracini furono per impeto improvviso
cacciati dai sobborghi di Tours, indi Carlo passò la Loira, spiegò
le schiere sue, sempre vittoriose sulla Vienna, e Poitiers divenne
ampia tomba degl'infedeli. Questa giornata, che seguì nel mese
d'ottobre, fu notabile per la fermezza in essa dimostrata dalle nazioni
settentrionali, che al dire d'Isidoro di Beja, cronista che spesso
ha molto del poeta, resisterono ferme come muri all'impeto nemico,
e stettero serrate come cerchio di ghiaccio. Quantunque i Saracini
traessero una numerosa cavalleria leggera, composta d'Arabi e di
Berberi, che andavano da diritta e da manca volteggiando, pur non fu
mai ch'eglino smuover potessero i saldi Austrasiani. «Queste nordiche
genti, prosegue Isidoro di Beja, combattevano gagliardamente, e la
spada degli Arabi spuntavasi contro ai petti loro».
La battaglia durò più giorni facendo i Saracini impeto da destra e
da sinistra senza frutto, e le genti della razza germanica sempre
avanzando ferme nelle loro ordinanze e senza lasciare fra esse vacuo
veruno. Un'ardita diversione fe' risolvere la vittoria, e fu che
mentre i Saracini respinti da Carlo Martello, vacillavano, Eudi, cogli
Aquitani, gli assaltò di fianco, e si impadronì del campo loro e della
tenda dell'emiro, improvviso assalto che li pose in gran confusione.
Abderamo intanto, veduto il pericolo, avventava i suoi cavalli berberi
sugli Aquitani, ma passato d'una freccia scagliata da man vigorosa
cadeva spento sul campo; Carlo vede il momento decisivo, muove innanzi
con impeto; le schiere degli infedeli sono disordinate, e ben tosto
messe tutte a sangue e a macello. Ottenuta la vittoria esso Carlo
si fece a distribuire il bottino fra' suoi soldati, come era l'uso;
nè oltrepassò Poitiers, chè quelle meridionali provincie non eran di
sua giurisdizione, ed altri nemici avea da respingere a settentrione.
Dopo la rotta di Abderamo, fu a Carlo confermato il soprannome di
Martello. «Però che, dice la cronaca di san Dionigi, come il martello
pesta e rompe il ferro, l'acciaio e ogn'altra sorte di metalli, così
egli pestava e rompeva in battaglia tutti que' nemici e quelle stranie
nazioni». E per verità il duca de' Franchi aveva menato il _martello_,
poichè il numero dei Saracini uccisi fu infinito, facendolo i cronisti
cristiani ascendere a più di centomila; laddove i cronisti arabi,
sempre fatalisti, senza maledire alla sorte loro, si contentano di
chiamar la funerea campagna dove seguì la battaglia, col nome, di
_Lastrico dei Martiri_.
La razza d'Austrasia serbar seppe così il primato suo militare
nella battaglia di Tours e di Poitiers, con poca perdita delle genti
germaniche, sì difficile era ferirle sotto quelle loro ben temprate
armadure di Svevia, e il nome di Carlo Martello andava alle stelle.
L'indole religiosa di questa spedizione lo rendea popolare in tutti
i paesi della cristianità; or duca d'Austrasia e prefetto dei Franchi
qual era, non poteva egli aspirare alla dignità sovrana? In un campo di
Marzo, che fu tenuto a Colonia, egli tastò quindi gli uomini d'arme che
lo avean seguito, a vedere se il farebbero re; ma o l'antico nome dei
Merovei avesse ancora un tal qual potere sui Franchi, o l'autorità di
duca e di prefetto del palazzo fosse indispensabile pel servigio della
guerra, Carlo cangiar non potè questo titolo militare nella dignità
regia, più religiosa allora e venerata; e tuttavia vi adoperò tutti
i modi, il miglior de' quali fu d'acquistarsi i soldati con larghe
distribuzioni di bottino e di terre, sola paga che si avessero allora
le milizie, come l'uso di quelle schiatte germaniche portava. Carlo
aveva anche tratto i suoi Conti alla guerra, or che ricompense darebbe
loro? Gli convenne por la mano su' beni de' cherici, o, per meglio
dire, porre a campo sulle terre ben coltivate de' vescovi e delle
badie i suoi guerrieri, e partirle fra loro, sì che ad un vescovado fu
dato questo o quel conte, e un fiero e biondo Austrasio ebbe questa o
quella badia. Universale fu il lamento degli uomini da chiesa, ma più
poteva la forza materiale, nè v'era modo a resistere a queste armate
occupazioni. Molti dei vescovadi toccarono in sorte a' laici e fin
alcune badie di femine caddero in mano a guerrieri di razza franca. E'
non fu tuttavia, come alcuni supposero, un sistema generale, però che
siffatte usurpazioni ebbero lor limiti; ma bene dovendosi rimunerar
coloro che aveano fatta la guerra, si rimunerarono spogliando i
cherici, ai quali altro non rimase che protestare in faccia al cielo, e
invocar Dio, giusto vendicatore delle ingiustizie umane. Essi pertanto
composero quella famosa leggenda del dannato, che narra i tormenti
dello spogliatore in inferno, quasi dir volessero al popolo, ai Romani,
ai Galli, ai coloni dedicati alla coltivazion della terra «Ecco l'uomo
ingiusto che v'ha rapito i vostri beni, eccolo dannato nell'altra
vita». Qual pegno di sicurtà pe' deboli e indifesi cultori! L'armato
Austrasio non poter cacciarli dalla loro terra senza esser colto dalla
mano di Dio! Le leggende che ripongono Carlo Martello fra' dannati,
eran di questo modo una guarentigia per i poveri coloni, contro la
prepotenza e la rapacità degli uomini di guerra.