abbatte la canuta e debil vecchiaia; Roma sempre turbolenta città,
governata dai tralignati suoi patrizii e da' suoi scaduti comizii,
straziava i papi, in balía ora de' Barbari, che davano il guasto
all'Italia, ed or degli imperadori di Costantinopoli, forse più
crudeli ancor dei Barbari perchè più raffinati. Chi legge le vite di
san Martino e di sant'Eugenio, che furon papi ambedue nello spazio di
men che otto anni, potrà far ragione delle tempeste ond'era di que'
dì agitata la navicella di san Pietro. Martino viene a forza condotto
via dai greci imperatori, e cacciato nel Chersoneso taurico[95] dove
morì di fame; Eugenio, che gli succede, non dura più che due anni[96];
Vitaliano; uom di fermo proposito, provasi a riordinar l'unità della
Chiesa scomunicando i vescovi, che vogliono da essa spiccarsi[97];
Adeodato sostiene la dignità papale, e imparte agli imperatori ed
ai re la benedizione apostolica con l'autorità di un padre sopra i
figliuoli. Tutti questi pontificati durano tre o quattro anni appena,
nel qual breve periodo i papi usano mente e zelo a constituir la
forza della Chiesa; essi hanno a difendersi contro i re longobardi,
contra i conti di Benevento, e contro i duchi di Spoleti e del Friuli,
che sovraneggiano l'Italia, e a contrastar continuamente contro i
patriarchi ed i vescovi, che disconoscer vogliono i diritti dell'unità
cattolica. L'elezione dei papi vien fatta a Roma nelle antiche
basiliche, e gl'imperatori di Bisanzio punto non riconoscono il primato
dei pontefici italiani; è l'antica gelosia delle due metropoli del
mondo, Roma e Costantinopoli, sotto altra forma. I più dei papi sono
italiani, e difendono l'antica nazional preminenza dei Romani; se non
che a quando a quando i cesari di Bisanzio ottengono di far eleggere
alcun Greco al soglio pontificio, e trovano in lui maggior ubbidienza.
Così sotto l'impression religiosa viene manifestandosi l'antica gelosia
dei patrizii del Lazio verso i nuovi porporati cortigiani che vivon
nella città di Costantino.
Gregorio II, fu tra quei papi latini il più illustre. Romano di
nazione, ed uomo di scienza, da bibliotecario e da custode ch'egli era
delle bolle e degli archivi, fu eletto papa dal popolo, e volgendo ogni
cura sua alla predicazione evangelica fra le nazioni barbare, empiè
d'intrepidi missionarii la Germania. I Bollandisti ci hanno conservata
la vita di san Corbiniano, nativo di Chatres, nelle vicinanze di
Parigi, il quale precedè nell'apostolato in Germania san Bonifazio,
ed ebbe il sacro suo mandato da san Gregorio papa. Corbiniano scorreva
la Sassonia, intantochè Bonifazio convertiva la Turingia e la Baviera.
San Gregorio fu un de' pontefici più operosi e più dotti, e l'epistole
sue a Carlo Martello, prefetto del palazzo, sono un modello della
fermezza ed insiem della grandezza che aver debbe un pontefice. Nemico
a lui violentissimo sopra tutti fu Leone l'Isaurico, quel barbaro
soldato che seppe recarsi in mano il fren de' Greci protestandosi
altamente iconoclasta. San Gregorio si fece a difender le immagini,
divoto oggetto della pubblica venerazione; e Romano com'egli era, e
tenerissimo della sua italiana patria, patir non volle che l'antico
Lazio si sottoponesse al principato de' Greci, e i discendenti de'
patrizii, le prische famiglie dei Paoli Emillii e dei Marii[98]
conservarono l'indipendenza loro appiè dei circhi e dei templi, avanzi
della grandezza romana.
Il patriarcato fu instituzione orientale ed antichissima per le chiese
di Costantinopoli, d'Alessandria, d'Antiochia e di Gerusalemme. I
patriarchi nascevano in un con l'apostolato, però che i metropolitani
d'Egitto e della Siria furon contemporanei degli apostoli. Il
patriarcato d'Alessandria, che comprendeva l'intiero Egitto, fu
fondato da san Marco, e si distese in breve fino agli ultimi confini
dell'Abissinia. Quello d'Antiochia abbracciava la Siria, la Palestina
e l'Arabia, e se ne attribuisce la fondazione a san Pietro. San Marco
fu dannato al martirio in Alessandria, tra le sfrenatezze d'una festa
di Serapide, e san Pietro lasciò Antiochia, per venir a morire in Roma,
dove fondò il papato, quell'instituzione che poi dovea incivilire il
medio evo. Irrepugnabile era l'antichità della Chiesa di Gerusalemme,
il cui primo patriarca fu san Jacopo il Minore, d'origine israelitica.
La cattedra patriarcale di Costantinopoli saliva essa pure al quarto
secolo. Laonde tutti questi vescovi metropolitani potevan contendere
d'antichità co' papi, in quella guisa che Bisanzio avea conteso con
Roma; pure alla fine la tanta unità papale uscì vittoriosa; ma un lungo
conflitto ci volle a sbrogliar questa anarchia nella Chiesa, finchè il
genio di Gregorio VII, all'undecimo secolo, venne a ordinarla sotto una
sola mano, con cui domò sicuramente la barbarie feudale.
Durava in Costantinopoli l'impero dei cesari, ma dopo Eraclio, da
governatore dell'Africa innalzato dai soldati all'onor della porpora,
non v'ebbe più alcun imperatore che facesse mostra d'una tal qual
vigoria in quel supremo comando; e in quella lunga lista di cesari non
troviamo se non uomini sollevati dalla fortuna, e dal capriccio con la
medesima prontezza giù precipitati dal trono. L'impero greco intanto
resiste in mezzo alle forti e barbare invasioni dei Saracini governati
dai califfi, dei Longobardi d'Italia e dei Bulgari, che accampano quasi
alle rive del Danubio. Il fuoco greco salvò l'impero, e fu di sostegno
alla sua fiacchezza; ora un soldato di brutal forza, ora l'altro sorgea
dal mezzo de' campi o de' circhi, e impadronivasi dello scettro,
o, più spesso, gl'imperatori non regnavano se non per la protezione
dei Barbari, come appunto Giustiniano II, il quale ottenne la corona
non altrimenti che per aiuto del re dei Bulgari; più tardi un Armeno
assunse la porpora, e le bende imperiali, e la famiglia d'Eraclio si
trovò in preda alle persecuzioni di questi coronati avventurieri, che
temevano i prìncipi d'antica ed imperiale origine.
In questi annali bisantini si leggono crudeltà inaudite: ora tu vedi
cavar gli occhi a' fanciulli su cui splendesse il diadema imperiale;
or darli in preda alle fiere del circo o farli calpestar dai cavalli
nell'ippodromo; finalmente, un soldato di dura tempra strinse con
ferrea mano lo scettro di Costantino, e fu Leone III, figlio d'un
operaio di Seleucia, che levandolo sugli scudi fu dall'esercito greco
gridato imperatore. Uomo costui di barbari costumi, e rapace come esser
sogliono tutti coloro che nascon dalla forza, fece guerra alle immagini
solo per far suo profitto della spoglia de' reliquiarii, e convertir
in moneta le statue d'oro; donde la distruzione dei capolavori della
scuola bisantina: avea l'Isaurico tolto i costumi suoi da' Saracini che
non pativano figure intagliate, nè statue, nè disegni di sorte alcuna.
I Greci di fantasia sì calda nell'arti, i discendenti degli Apelli e
dei Fidii, sdegnati agli inconclastici decreti del Barbaro, si levano
qua e là a rumore, ed egli allora, ad imitazione del califfo Omar,
fa dar le pubbliche biblioteche alle fiamme, migliaia di manoscritti
con preziose pitture son ridotte in cenere! Papa Gregorio indarno gli
scrive per indurlo ad avere in rispetto le immagini che conservano
e perpetuano la venerazione pe' Santi, chè Leone per tutta risposta
comanda di deporre Gregorio, il difensore dell'arti. Fu in quel tempo
che Costantinopoli e la Grecia soggiacquero a un tremendo flagello:
le città furono scrollate da un terribile tremuoto, che aperse in
varii luoghi la terra, e rovesciò le mura di Costantinopoli; le
lettere pastorali, ricordano questo castigo fulminato contro gli empi
iconoclasti.
Nemici implacabili degli imperatori di Costantinopoli erano a oriente
i Saracini e ad occidente i Longobardi. Questi ultimi, che discendevan
dagli Unni, ebbero lor capi o re fin dal primo loro stabilimento
in Italia. Ancor si veggono in alcune immagini o pietre intagliate,
l'effigie loro: raso il capo dietro la nuca essi portavano i capelli
divisi sull'una e l'altra gota, sì che scendevano a confondersi con
la prolissa barba, e a coprir loro il viso della negra capellatura,
onde aveano, secondo che dice Paolo Diacono, terribile aspetto. I re e
i grandi portavano abiti succinti, nè altra calzatura che i sandali;
in guerra, eran coperti fino ai ginocchi da pelli ferine. S'erano
stabiliti al settentrione dell'Italia, e quivi attendevano a sottrarne
le città al dominio degli imperatori d'Oriente; aveano in rispetto il
re, come capo militare che guidava i compagni alla conquista. Il più
fiero e valoroso di questi re fu Luitprando, Bavaro di nazione, il
quale, vedendo i popoli d'Italia inaspriti contro Leone Isaurico per
la sua persecuzione alle immagini, approfittando del mal contento di
quelli, e del discredito in cui caduta era l'autorità dell'esarcato,
muove contro Ravenna, e se ne impadronisce, insieme con tutte le altre
città della Pentapoli[99].
A volersi fare un giusto concetto del dominio de' Longobardi in Italia,
scorrer si vuole le triste città che fronteggiano l'Adriatico da
Rimini sino ad Ancona, e veder le ruine di Ravenna, e la silenziosa
Pavia[100]. Miravan essi all'assoluta sovranità di tutta la penisola,
e a quest'effetto Luitprando combatte contro gl'imperatori greci,
contro gli esarchi, contro i papi; egli è destro in politica al par
che intrepido capitano, ed al governo suo si riferisce la caduta della
sovranità greca in Italia; nè gli sarebbe manco riuscito di domar
materialmente il papato, se i Franchi non fosser venuti indi appresso
in aiuto dei pontefici. I duchi o esarchi di Ravenna, delegati che
erano dell'impero greco, furono stritolati dai Longobardi, a cui la
sorte serbava la signoria delle città sull'Adriatico, fino al grande
impero di Carlomagno.
In Italia eran pure i duchi del Friuli, che precedon d'oltre a un
secolo la costituzione dell'impero carolingico, e i cui nomi ritraggono
dell'origin loro germanica e dell'affinità loro co' Longobardi; sono
una stessa famiglia, e vi si trovano gli Astolfi e gli Anselmi, tipi
della razza longobarda. Il medesimo è da dirsi dei duchi di Spoleti
che governavano la Toscana e l'Umbria, vassallaggi del reame de'
Longobardi, i quali furono i primi a posar sopra solide fondamenta il
sistema feudale. Da questo deriva pure il gran feudo di Benevento, che
originariamente instituito dai Greci, cadde nella famiglia dei duchi
del Friuli, per quindi confondersi nella corona di ferro che in Monza
cingevano i re longobardi. Il Friuli, Spoleti e Benevento furono i
tre maggior cerchi di questa corona, e in quest'origine e con questo
privilegio di feudi imperiali durarono anche sotto i Carolingi.
I Bulgari, di origine scitica, ebbero fin dal tempo che si stabilirono
sul Danubio lor principi o re, con nomi di sarmatica desinenza, se
non che Anna Comnena, vana pur sempre delle memorie sue, parlando
nel duodecimo secolo del fondatore di quella barbarica monarchia, gli
presta il nome greco di _Mocro_; ma troppo evidente è nella dinastia
di quei popoli la schiatta tartara. Tarbaglo, da cui principia la
serie dei re Bulgari nel secolo ottavo, avendo aiutato Giustiniano II
a racquistare Costantinopoli, gli dimandò che cosa gli avrebbe dato in
ricompensa. «Quel che più vuoi,» gli rispose l'imperatore; e Tarbaglo
allora, gittato in terra il suo amplissimo scudo e lo scudiscio che
adoperava a stimolare il cavallo. «Riempi, gli disse, questo spazio
di monete d'oro;» indi alzata la picca volle che tutto intorno fosse
ripieno di seriche stoffe, fino alla punta, e ognun de' suoi Bulgari
ebbe la man destra colma di monete d'oro e la sinistra di monete
d'argento. Un fiero uomo era cotesto Tarbaglo, ed anzichè rassegnarsi
ad esser vassallo dell'impero, volle esserne il protettore; ma pur sì
fatta era la potenza delle arti e della civiltà, che i Barbari, benchè
vittoriosi, non si appressavano altrimenti che rispettosi alle rive
del Bosforo, e ancor non si ardivano di stender la mano alla splendida
città di Costantino, tanto ancor da lontano raggiava il suo lume.
Ma ben sorgevano maggiori nemici all'impero sulle rive asiatiche del
Bosforo, dove il califfato, che riconosceva l'origin sua da Maometto,
univa insieme, sotto la sua spada, la podestà civile e la religiosa.
Aveano i successori di Maometto, nel secolo ottavo, compiuta con
gloriosa perseveranza l'opera sua, e quel periodo ha principio col
famoso califfato di Valido, sotto il cui regno vediam soggiogata
la Galazia, terminata dai Musulmani la conquista dell'Affrica, ed i
Berberi fuggire atterriti per le mobili arene del deserto. Su quegli
scogli che prospettan di rincontro la penisola ispanica, sorge intanto
un impero, sotto Musa governatore dell'Affrica, tremendo conquistatore
che traripa da tutte le parti, «somigliante, come dice un poeta arabo,
all'onde del Mediterraneo, che si precipitan come figlie nelle braccia
del padre, per lo stretto verso l'Oceano». Tarifo discende indi in
Ispagna, e in quindici mesi le infiacchite popolazioni dei Visigoti
s'inchinano sotto la spada del luogotenente del Califfo. Valido fu un
de' più ardenti settatori, ed a lui debbono le moschee di Damasco il
loro splendore. Costui non volle saper nè di lingua nè di architettura
greca, ma edificò suoi minareti, d'onde i Musulmani, al triplice e
monotono grido del Moezzino, venivano invitati alla preghiera. A Valido
succedè Solimano, il quale inaugura il suo regno, col far da un'armata
di mille e ottocento vele assediare Costantinopoli; ma i Greci, esperti
marinai, a somiglianza de' loro maggiori, ardono, col fuoco greco
quelle navi, e Solimano muor di crepacuore alla trista novella. Omaro e
Iezzido, furono anch'essi ardenti nella fede come Valido, e la barbara
avversion loro alle immagini, gli spinse a ordinar di distruggere i
dipinti nelle chiese ed i bei mosaici sopra le pareti, a simiglianza di
quanto operato aveano i Greci iconoclasti. Perdite irreparabili per le
arti!
Il califfato scese in basso nel secolo ottavo, e gli Ommiadi furono
oscurati dagli Abbassidi, i quali ebbero per secondo loro califfo
Abu-Giafar o Almanzorre. Formarono gli Ommiadi una monarchia
independente in Affrica, prima, poscia in Ispagna dove fondarono il
regno di Cordova. Almanzorre edificò Bagdad, la città degli aromi,
delle rose e del pesco, di che indi le crociate regalaron l'Europa;
Bagdad fatta residenza dei califfi, nemici eterni dell'impero greco, e
per legge di religione, signori assolati d'ogni cosa che portasse nome
musulmano; ma come suol sempre avvenire colà dove la conquista allarga
il dominio suo, i luogotenenti del califfo, ambiscono l'independenza
sovrana, quale in Affrica e quale in Ispagna. Le maggiori invasioni
dei Saracini avvennero nel secolo ottavo, e li vediam nelle Gallie,
attraverso de' Pirenei, nella Provenza, nel Delfinato, dappertutto;
inondano essi città e regioni, e si mostran con l'erranti orde loro
fino alla Loira, distruggendo monasteri, città, con tutti gli avanzi
dell'antico incivilimento. Ma non precediamo i tempi di Carlo Martello,
in cui essi verranno ad occupare il luogo loro nella nostra cronaca de'
secoli andati.
Quest'è il tempo che i popoli continuamente si muovono al settentrione
ed al mezzogiorno del mondo; il tempo delle invasioni! Per ogni
dove sorgono capi, a cui gli Orientali danno il nome di emiri, e le
nazioni scandinave e i Sassoni quello di _heretog_ ed _herskonoung_,
a significar coloro che li conducono alla battaglia, chè niuno qui
intender dee la dignità regale nel suo senso monarchico, altro in
questo caso la parola _rex_ non significando che condottier d'uomini,
e capo di squadre vittoriose, e alcuna volta pare capitan de'
pirati[101]. Negli annali del Nord, ogni uomo che guidi una spedizione,
ha qualità di _rex_, di governatore, come specialmente si vede al
tempo che i Normanni traboccarono nelle Gallie, dove un semplice capo
che guidasse poche barche luogo i fiumi della Loira o della Senna, a
saccheggiar le città e i monasteri avea titolo di _rex_, e ad ottenerlo
gli bastava brandire in alto l'asta, o agitare vigorosamente la
chiaverina. Chi studii bene addentro la storia dell'ettarchia vedrà
che tra i Sassoni principalmente tutti questi reami altro non erano che
scompartimenti territoriali, i quali si vennero, coll'andar del tempo,
trasformando in contadi. L'ottavo secolo è tempo di sminuzzamento, e
dall'unità papale in fuori non ci ha che smembranamento di terra e di
potere, ed eccone il perchè. A concepire alcuna idea di universalità è
mestieri d'una certa potenza d'intelletto, d'una gran forza di volere,
d'una tal quale vastità di mente; ora i Barbari nulla posseggon di
tutto questo; ei posson sì applicar l'animo a grandi conquiste, ma poi
che le abbian compiute, le trinciano in coregge come la pelle del bue,
nè l'autorità fra loro resta intera mai sotto una sola mano. Tutto
dividono in tribù e famiglie, patrimonio la terra, e quando i figli
sono parecchi, lo dividono come una eredità, e tagliano in brandelli.
Poi viene una mente sovrana, che, come Carlomagno, raggruppa tutti
questi ritagli, e passa rapidamente, e l'opera torna in brani, e ricade
nel caos; chè una civiltà non dura se non colle condizioni che a lei
si addicono, e quando si vuole anticiparla, essa torna da sè medesima
ad allogarsi nella sua vita naturale, foss'anco barbara: è meteora
che illumina un istante per quindi ceder tosto il campo alle tenebre
vincitrici.
Al principiar dell'ottavo secolo, la schiatta merovingia non esiste
oramai più che di nome: Dagoberto è l'ultimo di quei re che splenda
di vivo lume tra i figli criniti di Meroveo. Dopo di lui nuove
spartigioni; vi sono re d'Austrasia, di Neustria, di Borgogna o di
Aquitania: nulla di fermo, tutto fiacco e instabile sotto i Clotarii, i
Childerichi ed i Terigi o Teoderici, finchè questa schiatta si spegne
interamente assorbita da una nuova dignità di cui è cosa essenziale
ben diffinire l'origine, a stabilire le condizioni dell'esaltazione dei
Carolingi.
E' non si pose mente troppo, come pur dovevasi, a tutte le cose che i
popoli barbari tolsero dalle instituzioni e dai formolarii di Roma e
di Bisanzio. Una civiltà, quando fu luminosa, non cessa di gittar qua
e là qualche raggio anche nei giorni del suo decadimento e precipizio,
e però vediamo i re franchi, Clodoveo per primo, sollecitare il titol
di consolo, e chieder la porpora e gli onori di Costantinopoli. Fra
le dignità dell'impero una ce n'avea, la prima di tutte, secondo
che dice il formolario porporato, ed era quella di gran maggiordomo
o maestro del palazzo, il _curopalata_[102], cui era commessa la
condotta delle milizie e il governo delle guardie imperiali; dignità di
amplissimi poteri, e in cui stava il reggimento assoluto dell'impero.
I maggiordomi, o, come noi diremo, i prefetti del palazzo, appo i
Franchi non derivarono altrimenti da alcuna istituzione germanica,
che in mezzo a quei popoli boreali era capo chi era forte, e re chi
sapea maneggiar da prode la chiaverina, nè v'ha cosa che lasci supporre
in quelle antiche foreste l'instituzione di un re scioperato, che fu
una degenerazione della podestà nelle terre conquistate. La dignità
dunque di prefetto del palazzo fu tolta dai formolari degli imperatori
di Bisanzio[103], e fatta essa pure, fra i conquistatori, di diritto
ereditario; però che i Franchi, popoli bellicosi com'erano, non
poterono assoggettarsi al medesimo reggimento degli effeminati Greci; e
ben poteano gli imperatori di Bisanzio chiudersi nei loro palagi, con
gli eunuchi e con le donne loro, cerchiate d'aureo collare la gola,
ma i Franchi erano uomini da spezzar lo scettro in mano ai fiacchi, e
i prefetti del palazzo andavano levandosi sul trono dei Merovingi, in
tempi che la forza e la podestà materiale creavano il diritto, e il
confermavano. Solo ai Greci era lecito patire un principe effeminato; a
popoli vigorosi voleasi una podestà vigorosa.
L'origine dei maggiordomi o prefetti del palazzo discende quasi dal
primo stabilimento dei re franchi, e li troviamo nel sesto secolo,
chè quando Dagoberto tutto raccolse in man sua l'impero dei Franchi,
ebbe anch'egli a sua dipendenza un prefetto del palazzo. Se non che,
appunto perchè sotto Dagoberto il governo del re durava grande e
forte, i prefetti del palazzo non furono se non un'imitazione dei
grandi uffiziali domestici di cui parla il codice teodosiano e il
giustinianeo. L'istoria di costoro, assai confusa com'è, si mesce ai
rivolgimenti delle corti di Neustria e d'Austrasia; li vediam condurre
i Franchi alla guerra; li vediam contender fra loro: esser uomini
forti e animosi, portar nomi tutti d'origine germanica, come son
quelli di Grimoaldo, d'Ebroino, di Martino o Martello, che si leggono
nel lungo catalogo di siffatti uffiziali; dar timore alla infiacchita
sovranità; fare e proclamare i re. La storia di costoro viene spesso a
intrecciarsi nelle leggende dei Santi; vivono alla corte e in campo, e
le cronache aman piuttosto di scrivere i loro annali che non quelli dei
re scioperati[104].
La prima vita un po' chiara, un po' esatta che negli annali della prima
schiatta si abbia di questi prefetti palatini si è quella di Pipino il
Vecchio, detto anche di Landen, prefetto del Regno d'Austrasia sotto
Dagoberto. La storia sua meglio descritta l'abbiamo in una leggenda,
però che egli fu in onore di santo, ne fu altrimenti di que' Barbari
che spogliavano i monasteri, chè anzi li protesse e ricolmò di doni.
Ebb'egli l'autorità in comune con Arnoldo vescovo di Metz, e con
Cuniberto vescovo di Colonia. Sotto Dagoberto, re guerriero com'egli
era, i prefetti del palazzo altro non furono che semplici ministri.
Pipino il Vecchio ebbe a successor nella sua prefettura d'Austrasia
Pipino il Grosso o d'Eristal, suo nipote di figlio, ma solo per madre:
la progenie sua veniva dall'Austrasia, ed ei dovette il soprannome di
Eristal ad un piccol villaggio della Belgica dov'era nato. Formavano
gli Austrasii la parte germanica più fiera ed indomita del regno dei
Franchi, e aveano conservato la prodezza e il vigore della prisca
origine loro. Alla morte di Dagoberto, elessero eglino a governarli,
col grado di duca, Pipino d'Eristal e Martino o Martello, che non vuol
esser confuso con Carlo Martello. Amendue questi prefetti palatini
portarono le loro armi in Neustria, dove Martino periva in battaglia,
intantochè Ebroino, prefetto di quel regno, veniva ucciso con una
mazzata, e Terigi o Teoderico, re di Neustria, vinto anch'esso,
era forzato a prender Pipino per suo prefetto. Distinzione curiosa!
Pipino d'Eristal, non è sol prefetto, ma duca e signore d'Austrasia,
cioè condottiero d'uomini; invade la Neustria co' suoi Germani,
da lui guidati alla guerra da vero conquistatore, s'impadronisce
per forza della prefettura palatina, ma punto cozzar non vuole co'
pregiudizi della razza de' Franchi neustri e borgognoni che vogliono
la dignità reale ereditaria nella famiglia di Clodoveo, e rispetta
questo principio, chè ei ben si ricorda come suo zio Grimoaldo,
prefetto anch'ei del palazzo, avendo voluto innalzar per usurpazione
un de' figli suoi sul trono de' Merovei, i popoli non vollero mai
riconoscerlo. Pipino d'Eristal è un uom di fermo pensare, ei governa
i Franchi come duca d'Austrasia e insieme come prefetto palatino di
Borgogna e di Neustria[105], e tanto bastar gli dee. V'ha un momento
in cui egli si attenta d'impossessarsi della dignità regale, di por
la mano sul diadema, ma invano, chè infruttuosi riescono tutti questi
suoi tentativi, però che i Franchi hanno, come tutti i popoli barbari,
una certa fedeltà alla famiglia che possiede la podestà sovrana, e la
eredità è inerente ad essa, tal come appunto ella si trova in Oriente
nei Califfi; ed è una massima tolta dalle sacre tradizioni del tempio
d'Israele; l'eredità contrassegna del suo sigillo le più bambinesche
del pari che le più deboli fronti.
Molto vi fu da combattere innanzi che la schiatta carolina, tutta
germanica com'ell'era, venisse con grado regio a piantarsi nella
Neustria e nella Borgogna, e ancor continua il conflitto del principio
ereditario colla forza materiale, che risiede nella famiglia dei
Pipini; i quali già son duchi d'Austrasia, ma per diventar re
dei Franchi hanno ancor molti servigi a prestare, e bisogno d'uno
spossamento morale nella dinastia di Meroveo. L'usurpamento dei
Carolingi fu come un'irruzione della schiatta germanica in mezzo ai
Franchi dell'Austrasia e della Borgogna; i duchi germanici divennero
i re di Parigi e dei Borgognoni; punto istorico questo che anch'esso
prepara ed avvia la grand'opera di Carlomagno.
CAPITOLO V.
CARLO MARTELLO.