La letteratura franca si ristringe, al pari di tulle le tradizioni

primitive, in canti narrativi, racconti dei guerrieri e dei poeti. Egli

si volea ben conservar la memoria degli antenati, dei gloriosi fatti

d'armi che aveano illustrata la conquista; quindi gli scaldi sono in

ogni luogo, chè in ogni luogo dove sono foreste e are sacre, e popoli

conquistatori, sono anche sempre bollenti fantasie che trasmettono

ai posteri la memoria dell'eroiche azioni[79]. Nessun grande poema

abbiamo che si colleghi a quest'epoca, ma solo brani spicciolati di

opere più compiute. Le leggende non furono se non canti narrativi più

specialmente monastici; gli studi giaceano confinati entro le celle;

ivi manoscritti, pergamene, papiri venuti da Roma e da Costantinopoli;

ivi si scrivean le cronache nazionali, ivi consacravasi la memoria del

passato; la scienza venne dagli studi monastici. Tutte le opere di quel

tempo danno a divedere una mescolanza d'idee romane e di germaniche;

non v'è cosa che abbia interamente serbato il suo carattere; le prime

orme della civiltà si confondono naturalmente e calcan fra loro.

Questo tramestio accade in ispecialità nella lingua e nella grammatica.

Niuno dubita che i Galli non avessero un idioma con le sue regole e i

suoi principii; questa lingua celtica fu parlata su tutto il territorio

della Gallia, dalla Somma fino al Rodano, e i Romani che la trovarono

stabilita nelle provincie, la rispettarono come eran usi di fare con

ogni antica instituzione dei popoli; ma pure il latino diventò la

lingua usuale di tutte le amministrazioni, del pretore e dei tribunali

stabiliti nella Gallia. L'idioma celtico fu lasciato al popolo, e

il latino divenne la lingua delle genti civili, nè guari andò che a

questi due idiomi venne anche a mescolarsi la lingua germanica parlata

dai conquistatori; ond'è che allor si vide la medesima confusione

che nella letteratura; v'ebbe un parlar volgare, composto di tutti

gli idiomi; la lingua latina si corruppe, e vi si mescolaron franche

desinenze, e vocaboli celtici. I diplomi e le croniche di quel tempo

comprovano questa confusione, che precedette la formazione d'una lingua

regolata[80].

La scrittura soggiacque alla medesima alterazione, onde i diplomi

merovingici a stento si possono leggere, mal formati sono i caratteri

romani e i corsivi, nè più vi si scorge orma di quella regolarità

che addita e distingue la scrittura carolingica, nei manoscritti

principalmente, finchè anche questa si perde in una nuova confusione ai

tempi rozzi e feudali. I diplomi merovingici si trovano scritti sovente

sopra il papiro, già principia l'uso dei monogrammi, e i sigilli

consistono generalmente in pietre antiche; i caratteri sono lunghi e

male segnati, numerose e imbrogliate le abbreviazioni. Questa forma di

scrittura de' tempi merovingici, tu l'incontri sulle lapidi sepolcrali,

nelle iscrizioni del pari che nei diplomi; essa è contrassegnata d'un

carattere suo particolare, e prova il poco progresso degli usi civili.

Un picciol numero di diplomi è sopravvissuto alla gran distruzione

del tempo, e si vede che all'età de' Merovei primeggiano i caratteri

cubitali.

In que' tempi d'agitazione e di conquiste, la scienza si riduce a

pochi, primordiali elementi; il mondo antico non è gran fatto innanzi

negli studi speciali della natura, e nella cognizion delle cause che

muover fanno gli enti animati; niun vestigio si trova di matematica,

la scienza del calcolo non esce dalle semplici operazioni usuali; si

conta alla maniera dei Romani, e si misura secondo la consuetudine

dei Galli. Gli ordinamenti ecclesiastici soli obbligano i cherici e i

fedeli a qualche studio, a qualche astronomica cognizione; le feste

mobili son regolate sulle vicende della luna; è mestieri saperne

il corso per determinare le quattro Tempora, fondamento di tutti i

calcoli dell'anno; i calendarii muovono dalle due feste di Pasqua

e di Natale; si contano meno i giorni che le solennità; le cronache

fanno perpetuamente menzione dell'epoche cristiane, e le riferiscono

alla vita degli uomini[81]. «Carlomagno passò a Fulda la Pasqua, il

Natale a Magonza, la Pentecoste a Quercy o a Compiegne». Tali son le

ripetizioni delle cronache; pochi i calendarii regolari, tutti sono

composti per istrane forme, e i segni dello zodiaco tolti a prestito da

Roma e dalla Grecia. Le ore si contano con l'aiuto dei taciti oriuoli

a polvere che divengono i misuratori del tempo. Gli studi degli astri

sono reminiscenze quasi tutte delle scuole alessandrine, e la meccanica

principalmente, nel progredir ch'ella fa, è piuttosto una scienza di

destrezza, che un calcolo di sapiente geometria.

Le arti, la musica, la pittura, l'architettura, prendon anch'esse la

sorgente loro più pura negli studi di Roma e della Grecia. Lo studio

solenne del canto fermo, è impresso d'un carattere germanico; se un

concerto di voci soavi nella Chiesa romana e pontificale, produce

maggior varietà, e dona di maggior dolcezza i sacri cantici; il canto

fermo, grave, appartiene in essenza a un'origine franca; il falso

bordone che sembra la voce del tuono, i punti di contrabbasso, e il

fagotto non vennero da costumanze italiane, greche o longobardiche, ma

di origine franca com'ei di necessità sono, anche austeri sono come il

grigio cielo del Nord, come le selve druidiche, come il freddo marmo

delle cattedrali. Lungo tempo durò la contesa del canto germanico

contro il canto romano; le cattedrali franche sostenner come proprietà

loro il canto fermo e le antifone dei loro maggiori, e i canti romani

ebbero assai da fare a introdursi nelle basiliche della Gallia[82].

L'epoche differenti dell'arti architettoniche non posson mai, nè

debbono essere insieme confuse; i monumenti gallici, informi quasi

tutti, ti presentan l'immagine di templi appena scalpellati, di are

druidiche seminate qua e là in vaste pianure, in mezzo alle lande,

nelle mobili arene. La grande scuola romana che fa mostra di sè ne' bei

monumenti delle città di Arli, di Nimes, d'Autun e di Sens, sparisce

nella distruzion dell'impero, e altre idee soprarrivano insiem coi

conquistatori. Al cristianesimo ripugnan le forme dei templi dedicati

agli Dei del mondo antico, vuole aver un concetto suo proprio, e

crea la basilica quale ancor la vediamo in qualcuna delle primissime

chiese di Roma[83]. Questa è l'età dell'arte che sorge fin dal terzo

e dal quarto secolo, la forma bisantina, è la prima fonte di tutte le

inspirazioni; non si vede ancor l'arco a sesto acuto cogli aguzzi suoi

marmi, ma le son masse di colonnette stiacciate sovra basse cupole, e

sotto vôlte inclinate.

Pare a me che le basiliche cristiane abbian tre epoche; la prima,

che collegasi coi tempi in cui la croce usciva delle catacombe per

presentarsi alla luce del mondo, quando l'architettura è tutta semplice

come la fede che lanciasi verso Dio; un edificio sol tanto o quanto

ornato, vôlte senz'archi, facciata senza colonnette qual ci appare agli

antichi vestigi che se ne veggono in Roma; o se pur qualche rottame

v'è ancor di colonna, questo è perchè la basilica fu innalzata su

qualche tempio pagano consacrato agli Dei immortali. Il secondo periodo

appartiene all'arte bisantina: i pronai a colonnette, senz'archi a

sesto acuto, la facciata con porte basse, il tempio semplice e nudo

che va in breve a confondersi nello stile lombardo. Vien finalmente

il terzo periodo, il periodo dell'arte cogli archi a sest'acuto, che

non trovasi oltre il secolo undecimo. Ivi cominciano i frastagli, gli

ornati, i campanili e le cupole librate in aria: fino ai Carolingi, e

per tutta la lor dinastia non si veggono che forme romane, bisantine e

lombarde.

La basilica di prima origine ha pochi ornamenti, laddove più prodiga

n'è la scuola bisantina. L'Occidente e l'Oriente erano divisi per lo

scisma sul culto delle immagini; gl'Italiani dalla viva immaginazione

e i Greci, eredi della grande scuola d'Atene, amavano le statue e i

dipinti che ritraevano i santi ed i martiri, la Vergine dagli occhi

soavi, il povero che soffre, il martire che si rassegna. La quistion

delle immagini è la maggiore che mai avvenisse nella storia, quanto

all'arte, non altro essendo ella, di fatto, che il gran conflitto

fra l'entusiasmo degli artisti e il freddo puritanismo, a così dire,

dei raziocinanti. Se prevaluto avessero le austere dottrine, se la

Chiesa proscritto avesse le rappresentazioni delle immagini di Dio

e de' suoi Santi, delle storie divote de' patimenti della vita e del

trionfo dell'anima, noi privi saremmo dei capolavori de' secoli del

Risorgimento, nè Michelangelo e Raffaello nati sarebbero a popolare il

mondo cristiano delle magnifiche opere loro. Gli artisti debbono grande

e viva riconoscenza ai cattolicismo, e principalmente alla podestà

pontificia, in cui esso cattolicismo è sovranamente personificato;

i papi prevaler fecero questa bella teologia scolpita e colorata nei

capolavori della scultura e della pittura.

Poche immagini troviamo nei primi tempi della Chiesa; sol poche ed

informi statue degli Apostoli qua e là corcate accanto alle colonne

della scuola greca e romana[84]. Talvolta tu scorgi le vestigia

dell'arte antica nei monumenti cristiani, e nelle rare tombe del

terzo e del quarto secolo, quali si veggono al Vaticano, o nella

chiesa di San Massimino in Provenza[85]; Cristo e gli Apostoli vi son

figurati con ornamenti di pretta scuola romana[86]. Si vedrà che in

questi monumenti Cristo è rappresentato sempre in figura da giovane,

dell'età di venti anni appena; venuto il medio evo, anche Cristo fu

fatto vecchio, però che il tempo è infelice, e Cristo patisce come il

popolo, che egli è popolo pure; le fattezze della Vergine soggiacciono

invece ad una modificazione al tutto contraria; a' primi tempi essa

è vecchia come una madre addolorata, con le rughe e il pallore che il

Rubens riprodusse nella sua _Deposizion di croce_; ma di mano in man

che ci accostiamo al medio evo ella ringiovanisce, come si vede nelle

miniature del secolo duodecimo. La scuola bisantina è più prodiga di

statue, d'ornamenti, di arabeschi; sul marmo del battistero e in fondo

al santuario si veggono immagini d'un azzurro e d'un rosso vivissimo;

su que' freschi o su que' dipinti in legno, risplende il volto di

Cristo con occhi fissi e penetranti; san Pietro, san Paolo, san

Bartolomeo, sì spesso riprodotti nelle opere della scuola bisantina,

gli fanno corteo nella sua predicazione, mentr'egli stende a loro le

braccia. In tutte queste reliquie della scuola di Costantinopoli si

vede chiaro il martirologio delle basiliche greche, e l'impronta del

Basso Impero: e a Ravenna, a Roma, a Milano, dappertutto si veggono

impresse l'orme dell'arte bisantina.

Queste chiese primitive son semplici in generale, e vi si entra pel

pronao, scoperto e circondato di basse gallerie, ove si veggono avanzi

di statue e d'immagini; il battistero è situato sotto il portico,

essendochè a que' giorni, prima d'entrare in chiesa, era bisogno

vestir la tunica di neofito. Accanto del battistero sorge una cattedra

di marmo, donde annunziare al popolo la parola di Dio. Il tempio è

nudo, semplice nelle sue navate, e nelle sue vôlte inclinate, dietro

all'altar maggiore si trovan quasi sempre quelle cotali figure di

Cristo su fondo d'oro, insiem con gli apostoli che ti seguono pur

tuttavia coi loro occhi fissi, e splendidi di potenza e di vita[88].

Nelle antiche provincie delle Gallie ci son chiese ancora col triplice

loro carattere romano, bisantino, e ad arco a sest'acuto; gli avanzi

della badia di San Vittore a Marsiglia, ti danno un'immagine di ciò

che era una chiesa primitiva ai tempi delle persecuzioni, co' suoi

sotterranei e le sue catacombe che passano sotto le acque del porto,

per congiungersi alla _Maggiore_ edificata sur un antico tempio di

Diana[89]. Quasi per tutta l'estension delle Gallie le chiese ad archi

a sesto acuto furono costrutte sulle ruine delle prime basiliche.

Anche la scultura tolse il suo splendore dall'arte bisantina, e

rimase informe fino a che non invocò ad aiuto suo le memorie di Roma

e della Grecia. Ebbe essa, è incontrastabile, di esperti artefici.

I reliquiari, tesori veri delle chiese, fecer progredire innanzi

l'oreficeria e l'arte statuaria; le arche sacre del secolo ottavo

son quasi tutte ornate di pietre preziose. La forma loro è per lo più

quella d'una cattedrale sostenuta dagli angioli, sorta di cariatidi

cristiane, in mezzo a corone di smeraldi, topazii e rubini. Sur alcune

di queste arche, splendono bassirilievi, rappresentanti soggetti

storici: le vite dei Santi, le leggende della vita e della morte,

e memorie tratte dall'antico e nuovo Testamento, quali esempigrazia

sarebbero: Eva che coglie il pomo, Cristo che predica, gli Apostoli

che insegnano alle turbe. Le pitture, o sieno per la chiesa, o sieno

nel lastrico del coro o nel soffitto, son contrassegnate dal medesimo

suggello; sono tutte dipinte su fondo d'oro, e fanno mostra di

vivacissimi colori; le carnagioni han sembianza d'una maschera levata

dal cadavere, d'un gesso foggiato sul morto, rassomigliano insomma

alla carne umana sì, ma quando morta, e al colore dei Cristi d'osso o

d'avorio, o anche alle figure di cera. Ivi il Padre Eterno ti guarda

con occhi terribili, nell'atteggiamento in cui ti apparirà il dì del

finale giudizio; mentre Gesù è mite come la parola del perdono ch'ei

manda dall'alto della croce. A imitazione di tutta la scuola bisantina,

Cristo qui non è ignudo ma vestito d'una lunga tunica, nella forma

che il veggiamo nella cattedrale di Amiens. D'onde vien'ella questa

sacra e curiosa immagine, e chi l'è venuta a riporre in una cattedrale

antichissima delle Gallie?

L'oreficeria procede verso la sua perfezione; che se gli artefici di

quel tempo non sanno ben ritrarre le umane fattezze, e dan loro quel

carattere di secchezza che contrassegna il nascer dell'arte, essi hanno

all'incontro perfezionato il disegno e il colore delle cose inanimate.

Pochi sono i manoscritti, salvo alcune bibbie o messali che precedon

l'epoca carolingica; nella pittura e nella scrittura manifestasi l'arte

bisantina: quella legatura che chiamavasi _testo_ (_textum_), perchè

fatta a coprire e difendere il libro, presentava bassirilievi d'avorio,

di squisitissimo lavoro, pari a quello dei reliquiarii incastonati di

gemme e smeraldi[90]. In queste mirabili fatture dell'arte la porpora

e la seta s'intrecciavano e mescevano i loro colori; il messale ha

borchie d'oro o d'argento ai quattro canti; apri il manoscritto,

raccolto diligentemente dall'amanuense, e il trovi per lo più scritto

in caratteri cubitali; le miniature son rade, ma quasi sempre su fondo

d'oro a simiglianza dei dipinti delle chiese; gli arabeschi vi appaiono

più ricchi e meglio ricamati. Ancor ci si scorgono le tradizioni

dell'arte greca e romana nei bei modelli, e l'orefice sant'Eligio

ornava il palazzo del re Dagoberto con una finitezza ch'ei certo avea

studiata a Roma; il sepolcro di san Martino di Tours era un capolavoro

di oreficeria[91], che a que' tempi fregiavansi d'oro e d'argento le

tombe, però che il sepolcro era il palazzo di quella pia generazione.

In ogni monastero quindi ci aveano artefici, che s'impratichivano delle

arti speciali, essendochè la scienza e ben anco i mestieri avevano

origine ed incremento appunto nelle badie. I più degli artefici erano

monaci e solitarii di San Benedetto; tutti i lavori d'intelletto

venivano dalle lor mani, e questo spiegasi co' lunghi ozi della vita

monastica: che far altro nelle notturne vigilie, e al gemer dei venti

autunnali e invernali, se non pregare, meditare e lavorar per Dio e per

gli uomini!

La ricchezza degli ornamenti ecclesiastici, il lusso dei re e dei

conti, diedero a fare al commercio. Le ampie vie aperte dal dominio

romano in mezzo a quell'impero, che abbracciava il mondo, favorivano

il baratto delle derrate, e sui mercati delle Gallie e dell'Italia si

trasportavano le merci della Siria e dell'Egitto, le pellicce della

Sassonia e della Polonia, le ferrerie della Scandinavia. Il traffico

durò così attivo anche dopo che i Franchi ebbero occupata questa parte

dell'imperio romano, ed anche di questo commercio tra popolo e popolo

è da cercar le vestigia nelle _Vite de' Santi,_ dove i Bollandisti

descrivono le ricche offerte d'incenso, di mirra e delle pietre

preziose, che venivano accumulate sull'arche dei santi nei monasteri.

Le carovane conducean le derrate dell'India ai porti della Siria,

e i mercatanti ebrei le sbarcavano indi a Marsiglia e sulle coste

dell'Italia, poi le si trasportavano a dorso di mulo fino alle fiere e

ai mercati della Neustria o dell'Austrasia, con patenti di privilegio.

I re della prima progenie reser famosa la fiera di San Dionigi, a cui

venivano Lombardi, Sassoni, Spagnuoli, Greci e anche Saracini: e in

queste fiere facevasi baratto delle più svarie derrate di tutte le

contrade del mondo; i mercanti vi accorrevano a carovane esenti di ogni

gabella, del _telonio_ pure e del _portico_, di cui parlano le antiche

cronache e sicuri dai signori feudali, sì formidabili ai mercatanti

che giravano soli. In que' grandi bazarri cristiani i cattolici non

eran distinti dagli ebrei, ma tutti posti sotto la stessa immunità e

guarentigia. Col principiar della fiera ogni processo rimanea sospeso;

il mercatante deponeva liberamente le cose destinate alla vendita, e

ne facea spaccio a tutto agio suo; i contratti faceansi di reciproco

accordo. Se ad alcuno facea bisogno di danaro, ecco l'ebreo ivi pronto

a prestar ad usura, ad un interesse non punto determinato dai diplomi;

egli non si facea quindi scrupolo alcuno di stipolare il frutto di

due denari al soldo per settimana, e indarno gli abati assordavano il

mondo, di vivissime querele contro questi miscredenti[92]. Ci si facea

pure mercato di schiavi, quasi tutti bretoni, a dispetto dell'insorger

di più d'un santo contro questo traffico scellerato, condannato dal

cristianesimo. I regi diplomi dichiaravano le franchigie delle fiere,

sorta di saturnali, in cui il guadagno era il dio: a San Dionigi,

principalmente, il pastorale dell'abate copriva tutti gli atti dei

banditi, e favoriva il concorso de' mercatanti ebrei, lombardi, greci e

bretoni.

I fiumi navigati dalle pesanti barche dei nanti o ballettanti, erano

i modi di comunicazione pel commercio, e i capitolari della prima

schiatta obbligano i possessori dei beni a riva di essi fiumi di

lasciarli sgombri al passaggio dei cavalli sulla Loira, sulla Mosa e

sulla Mosella. Vi si trasportavano i vini più rinomati per la bontà

loro, e principalmente quei d'Orleans, de' poderi della prima schiatta,

e i re attendevano a piantare strade maestre e altre ampie vie sugli

avanzi de' monumenti romani, e l'argine di Brunechilde serba tuttor

questo nome dalle opere intraprese sotto quella potente regina. I

mercatanti, a que' giorni, formavano una comunità, e avevano in Parigi

loro mercati e quartieri speciali vicino a Sant'Andrea delle Arti, che

poi divenne il _parlouer aux bourgeois_. Ivi teneasi tutti i giorni

un mercato dei profumi e delle stoffe più fine provegnenti dall'Asia e

dalla Grecia, e un'antica cronaca parla dell'ardimento de' mercatanti

parigini, i quali aveano banchi e magazzini fino in Siria, e un

giorno essendosi scontrati con certi mercanti veneziani in una città

dell'Egitto, eran venuti coi medesimi a gran contesa ed all'armi.

Ragguardevoli eran le gabelle sul traffico, e i battelli andavano

soggetti a mille tributi, che sono nei capitolari specificati: tasse di

sanità, pedaggi dei ponti, approdo, ancoraggio, sbarco delle merci[93],

tutto è ivi stabilmente regolato. I mercanti erano esenti di tutte

queste gabelle in tempo e luogo di fiera, nè ad altro tenuti che al

pagamento de' livelli particolari alle chiese, proprietarie delle

piazze e terreni; a San Dionigi, la badia esigeva dodici denari, nè

alcuno potea nulla di più domandare a' mercatanti che da ogni parte

accorrevano sotto la franchigia della chiesa. Laonde il concorso era

numerosissimo: i Sassoni recavano sul campo della fiera il piombo

ed il ferro; gli ebrei gli aromi dell'Oriente, l'incenso, la mirra;

i mercatanti della Neustria e dell'Armorica, il mele e la robbia; i

Provenzali l'olio fino d'oliva e le derrate della Siria; i trafficanti

d'Orleans, di Bordò e di Digione, vino, cera, sego e pece; gli audaci

Schiavoni andavano fin dentro a' paesi nordici per indi recarne a San

Dionigi i frutti delle loro miniere.

Nè men ci volea di quest'operoso commercio per soddisfare a tutti i

bisogni di quella nascente civiltà. Il lusso veniva l'un di più che

l'altro crescendo; si profondea l'oro e l'argento nei mobili, alcuni

anche faceansi d'oro massiccio; Dagoberto re, facea far una sedia

o un trono a sant'Eligio, tutto, comechè grandissimo, tempestato di

perle sino alla cima. La vita di sant'Eligio, scritta da sant'Adoeno,

è una curiosissima nomenclatura di quanto possa l'ingegno d'un

artefice pel progresso dell'industria. Nelle occasioni che i re tenean

loro corti plenarie, ricchissime eran le vestimenta, e abbiamo dal

medesimo sant'Adoeno la descrizione del vestito di sant'Eligio, quando

era dall'uffizio suo chiamato alla corte. Avea la camicia di lino

finissimo, ricamata d'oro agli orli; la tunica o dalmatica era di seta

intessuta d'oro e di gemme, che mandavano intorno vivissimo splendore;

avea le maniche coperte di diamanti e smeraldi, con braccialetti d'oro,

e cintura simile lavorata con mirabile artificio e la borsa ricamata

di pietre preziose e sì rilucenti, che splendevan da lungi a pari del

sole.

Cotesto lusso importava un gran giro della moneta, e però i capitolari

cominciano già a statuir sul valore dei soldi e dei denari; gli ebrei,

nelle cui mani era ito a finir quasi tutto il contante, lo prestavano

a interesse grossissimo; potentissimi eran costoro sotto Dagoberto,

nè mai forse godettero a memoria d'uomini, di più ampli privilegi. La

moneta che era d'oro tutta e d'argento, contavasi per marchi, lire,

soldi e denari. Noi vediamo nelle vite de' Bollandisti più d'un Santo

affaticarsi pure per introdur nel commercio i principii di probità e

d'onore. Predicavano essi contro la vendita degli schiavi[94], contro

l'usura, sì contraria alla fede cristiana, e contro le rapine della

gente da guerra, che impedivano a' mercatanti di professare liberamente

il loro traffico. Molto dovettero alla religione cristiana, nelle

Gallie, le arti, il commercio, le lettere, e a ben conoscere quella

società è bisogno studiarla nelle vite de' Santi: la cronaca non è

altro che una copia imperfetta; ma nelle divote relazioni raccolte da'

contemporanei ben puoi farti un giusto concetto dei costumi e degli usi

del medio evo.

CAPITOLO IV.

LA GERARCHIA E LA PODESTÀ NEL DECADER DE' MEROVINGI.

I papi. — I patriarchi di Costantinopoli. — Gl'Imperatori

d'Oriente. — I re dei Longobardi. — I duchi del Friuli, di

Spoleti, di Benevento. — I re dei Bulgari. — I califfi. — I _re_

o _condottieri d'uomini_ appo i Sassoni. — Gli Scandinavi. —

La ettarchia. — I re merovingi dopo Dagoberto. — La dignità dei

prefetti di palazzo della Neustria e dell'Austrasia. — I Grimoaldi.

— I Martini. — Pipino il Vecchio. — Pipino d'Eristal. — I duchi

d'Austrasia, I prefetti di Neustria.

628 — 714.

Difficilissimo sopr'ogni cosa è nella confusion che precede la civiltà

disciplinata de' popoli, il tener dietro alla storia della podestà;

che se ci troviamo imbrogliati sol quando è da penetrare in mezzo

alle razze, sceverarne le origini, stabilirle dall'indole e sembianze

loro, come potrem poi esattamente diffinire la via e il progresso

della potenza sociale? I conflitti della forza e della violenza hanno

un carattere instabile, che non si può cogliere, e nondimeno non v'è

cosa che più di questa importi a spiegar l'origine e l'incremento

dell'impero carolingico. Egli si vuol in un rapido sunto ristringere

il prospetto dei poteri nella società al settimo ed ottavo secolo, e

determinare in ispezialtà, in quai mani fosse confidato il reggimento

degli uomini e delle idee in quei tempi di scotimenti e di tenebre.

Storia di Carlomagno vol. 1/2 · 第 4 / 26 段