Gervasio, Eligio orefice, Landry, il fondator degli ospizj, Meri o
Mederico tutti artieri o cherici, l'arche dei quali, costrutte nelle
basiliche in onor loro, splendevan d'oro e di gemme più che le corone
dei re. Sant'Ovano di Rouen, san Martino di Tours e san Vandrillo di
Piccardia aveano le ospitali lor celle; san Bertino vedeva edificare
il monastero di Sithieu; sant'Uberto correndo i boschi, convertiva
alla fede i selvaggi abitatori delle Ardenne, più barbari delle
fiere medesime; sant'Uberto, diss'io, le cui reliquie sanavano i
morsicati dagli animali arrabbiati: che non potea la fede sul morale
dell'uomo![48] All'estremità dell'Oceano, sur un promontorio chiamato
il sepolcro e il pericolo del mare, quando ivi a romper venivano
gli agitati e spumanti suoi flutti, edificavasi il monastero di San
Michele[49] a salvamento de' marinai, mentre san Bonifazio fondava in
Germania, sopra una pacifica riviera, la badia di Fulda dove aveasi
a scriver tra i lavori della terra pur allora dissodata, gli annali
de' carolingi[50]. Nella Neustria, nell'Austrasia, in Aquitania e in
Germania, s'instituivano dappertutto monastiche instituzioni, sotto
il patrocinio di santi nomi; le comunità religiose piantavan le viti
sui colli del Reno e del Rodano, aravano per la prima volta le vaste
pianure, introducevano l'ordine, il lavoro, la regola, la gerarchia,
e fondavano l'ampie città che portano tuttora i nomi loro così nella
Germania come nella Gallia[51].
Da queste fondazioni monastiche inspirate furono le leggende,
tradizioni poetiche del cristianesimo, drammi colorati che miravano ad
insegnare al mondo con l'intervenimento del cielo le verità morali, e
le leggi dell'umanità. In tutti i tempi la riconoscenza degli uomini
ai grandi benefizi appiccò alla storia dell'uom di mente sovrana,
e al benefattore del genere umano, alcun che di maraviglioso: alle
azioni vere della vita vien quindi a congiungersi la parte dorata,
e si copre d'oro e di rubini il modesto sepolcro in cui deposte sono
le sue reliquie. Così fa coi santi la leggenda, racconto entusiastico
di quanto il servo e il discepolo videro o udiron della vita di colui
l'ossa del quale riposano nell'arca preziosa; e questi maravigliosi
racconti, quasi tutti contengono una lezione di morale; ai tumulti
della guerra, alla foga dei Barbari, i leggendari contrappongono le
dolcezze della solitudine, lo spettacolo della tranquillità e della
pace. Se gli uomini di guerra, violenti e rissosi, opprimono i servi
ed i piccioli che lavoran la terra, le leggende raccontano come la
mano del conte (del _graff_ e dell'_hern_) s'è inaridita nel dar di
piglio alla sostanza del popolo, o al reliquiario della Chiesa; come
i prieghi e le ammonizioni d'un santo, arrestarono i conquistatori; il
digiuno, l'astinenza, fanno ivi contrapposto alla cupidità degli uomini
di guerra, che si divorano il bene del povero, e fan le corpacciate di
cacciagione nei loro conviti. Se alcun di quei furiosi conti, caccia
dal talamo nuziale la casta sua sposa, la leggenda narra bentosto
come la morte lo ha colto in mezzo a' suoi carnali banchetti[52]; ivi
un povero servo che s'è fatto monaco o eremita, esercita, per mezzo
de' miracoli, maggior potere che non il conte e il duca, chè alle sue
preci accorrono le celesti legioni, ed i diavoli sono gli strumenti che
adoprano le leggende a far stare a segno il malvagio.
Le vite dei santi sono il racconto più schietto di que' tempi, esse
affidano i deboli, e spaventano i potenti; nei Bollandisti, più che
altrove è da imparare il medio evo; Plutarchi della solitudine che
descriveano con fede i miracoli onde il debole era stato salvo dalla
vendetta del forte. Le leggende furon l'unico freno per avventura
onde la società fu salva dalle violenze della guerra; questi miti del
cristianesimo erano in armonia con lo stato sociale; vi furon luoghi
sacri contro la violenta man del soldato, vi furon deboli risparmiati,
vi fu una morale mantenuta per le vive impressioni della credenza:
leggete i miracoli di san Germano descritti da frate Aimoino[53]; la
storia di san Benedetto, il predicatore dell'Inghilterra; la vita di
Martino da Tours, e vedrete che l'esempio di questi uomini pii aveva
preparato e indirizzato le generazioni verso una via migliore. In una
società ancor selvaggia, era pur bisogno di queste umane leggende,
che nobilitasser la donna, proteggessero i deboli fanciulli, i
servi, le città, i mercati e i pellegrini. E tu nobile, Genoveffa del
Brabante, non eri tu ivi la donna perseguitata dal traditore e dal
forte dalla man di Dio guidata e salvata dagli oltraggi dello sleal
maggiordomo?[54]
Alcune di tali leggende raccontan la vita errante dei Santi che si
consacrano all'apostolato in terre incognite, e se la maggior parte dei
monaci si chiudono in cella per insegnare al mondo esservi una felicità
in cospetto di Dio e di sè stesso, e se altri pregano e digiunano per
avvezzare il mondo alle mortificazioni, mentre gli uomini di guerra
ingrassan di selvaggina fra gli stravizzi del convito, altri cherici
si votano alla vita errante per bandire la parola di Dio, e appunto
quando la società è più circondata di Barbari estranei alla civiltà
e alla fede cristiana, vescovi pieni di fervore s'avviano ver quelle
inospiti contrade per predicare e convertire. San Benedetto Biscopo
o Bischopo[55], ammaestra i popoli dell'Ettarchia sassone; Vilfredo o
Bonifazio, sassone anch'egli, si fa apostolo della Germania, e fonda di
mano in man ch'ei passa città e monasteri nell'Assia e nella Turingia
dalle scure foreste[56]. Tutti quei paesi son coperti di barbare torme;
nelle Ardenne pure son popoli selvaggi; vi si adoran gl'idoli del mondo
antico, ma nulla fa dare addietro gli apostoli, nè la crudeltà de'
Frisoni, nè l'odio efferato dei Sassoni contro le massime e le leggi
del cristianesimo. Muovono essi per insegnare la verità senz'altro
portar seco che alcune lettere dei papi e dei principi, e predicano
per annunziare in ogni luogo il vero Dio, la santità del matrimonio,
la vita e la missione di Cristo. Spesso a coronamento dell'opera
loro, quegli apostoli patiscono il martirio, un tumulto di popolo gli
sacrifica appiè degli idoli, e cadon sotto l'asta o la scure. Così finì
san Bonifazio[57] sull'indomita terra dei Frisii, che gli strapparon le
viscere, e sfragellarono il cranio contro quelle pietre insanguinate.
Le ossa de' martiri eran quindi a gran cura raccolte e incassate nei
reliquiarii, che le chiese chiamavano il loro _tesoro_: tesoro infatti
di fede e di protezione pel tapino e pel debole! Quei reliquiarii
chiudevano preziosi avanzi, e eran coperti d'oro, tempestato di pietre,
di smeraldi, di topazii che splendevano a par della luce del giorno.
Quelle arche eran l'oggetto dell'adorazion dei fedeli, i quali venivano
a deporvi sopra i loro presenti; la sanna del cignale che li minacciò,
l'azza che rimbalzò sulle teste loro; servi, popoli, Romani e Franchi
accorrono per pregare intorno a queste reliquie ch'essi accompagnano in
solenne processione, tra i profumi dei fiori e degli incensi. Se Dio
nega il ristoro della pioggia all'arse campagne, ecco aversi ricorso
al sacro reliquiario, per ottener la benefica inaffiatura; se il morbo
e la fame affliggono il paese, ecco un concerto di comuni preghiere
d'intorno all'arca: essa è il tesoro e la ricchezza della chiesa; vi
si depongon voti, e lampane, si prega e si digiuna in onor suo. Sul
modello di siffatti reliquiari si costruiscon le cattedrali lombarde
e bisantine del settimo secolo; ognun si gloria ed onora d'imitare in
tutto le tombe dei Santi; le vengon trasformate in basiliche, a quel
modo che prima le furon foggiate in argento puro o dorato, secondo che
usava l'orafo Eligio, il possessore e l'artefice del reliquiario di
san Martino di Tours. Un piccol frammento dell'ossa di qualche vescovo
in venerazione fu spesso origine e cagione di que' bei monumenti del
medio evo, pantei cristiani sparsi qua e là; ogni cattedrale ha la
sua leggenda, ed ogni leggenda la sua cattedrale. I racconti sulla
vita de' Santi son la più curiosa lettura che far tu possa intorno
al medio evo; ci vedi predicata la temperanza, la castità, i digiuni,
quasi provisioni di polizia e fame disciplinata nelle grandi fami sì
frequenti a quei tempi; tu ci vedi esempi di moderazione. In mezzo
a una società violentemente scossa e agitata, la vita monastica fu
come un contrappeso posto di rincontro alla vita operosa e violenta
dell'orde barbare; la solitudine del monastero forma riscontro alla
foga errante delle popolazioni germaniche[58].
L'azione de' concilii, benchè irregolare ancora, venne in aiuto delle
leggi politiche per l'ordine della società, e questi concilii furono
nelle Gallie frequenti al secolo ottavo, però che grande essendovi la
rilassatezza dei costumi, e' conveniva, per reprimerla, aver ricorso
alle leggi ecclesiastiche. Questi atti ritraggon del mescuglio pur
sempre degli uomini di guerra e dei cherici: una cosa v'è confusa
con l'altra, nulla v'è di distinto, una disposizione meramente
ecclesiastica, è accanto d'un atto di polizia sociale. Le regole
del matrimonio occupano principalmente i concilii, chè le passioni
dei sensi sono le più difficili a domare fra le nazioni selvagge,
signoreggiate come sono da ogni cosa che venga dai moti del sangue,
come a dir l'ira e l'incontinenza. La disciplina dei cherici occupa il
primo luogo, chè egli è d'uopo prima introdur l'ordine della Chiesa
per farlo poi prevalere nella società. I concilii di Verberia[59]
e di Nantes possono aversi in conto dei due estremi del sistema
ecclesiastico, per tutto il durar d'un secolo, nelle Gallie. Il
concilio di Nantes[60] antichissimo, serba una sembianza romana, nè ivi
è trattato se non della clerical disciplina. — Deesi ascoltar la messa
alla sua parrocchia; ogni domenica, si domanderà, dalla porta della
chiesa, se ci sien persone in nimistà fra loro, e dovranno prima della
messa rappacificarsi. I cherici non potranno coabitare con donne, nè
sarà pur lecito a queste, in chiesa, accostarsi al coro. Le sepolture
si faran sotto il portico delle chiese o nell'atrio; nessun prete
aver possa più d'una chiesa, e la decima altro non è per essi che un
sussidio pei poveri e pellegrini. Lecito è ripudiar la moglie per causa
d'adulterio; il pasto del prete consiste in un pezzo di pane e in una
tazza di vino; l'omicida è punito con quattordici anni di penitenza;
alle donne non sia lecito ingerirsi nelle cose pubbliche, ma attendano
ai lavori dell'ago; niuno può tramutarsi da un luogo all'altro senza il
beneplacito del vescovo. Si facciano al più presto atterrare gli alberi
druidici, pe' quali il popolo conservi ancor qualche venerazione, e si
distruggan le pietre dalla superstizione degli antichi Galli consacrate
alle divinità ignote[61].
All'altra estremità del periodo, il concilio verberiense ritrae de'
costumi della nazione conquistatrice, e dir puoi che se il concilio di
Nantes è romano quello di Verberia è franco; ond'è che men rispettata
v'è la continenza, e si suppone possibile il caso d'un prete che
siasi sposato con la propria nipote, e moltiplicate vi si trovan le
cause del ripudio, e preveduti vi sono svariatissimi casi d'incesto o
d'adulterio, come se frequenti fossero, e non vi appar niente custodita
la castità del domestico tetto. — Se alcuna moglie si duole, così il
concilio, che il marito non abbia mai consumato il matrimonio, vadano
entrambi alla croce, e se vero è quanto la femina afferma, sieno
separati, e sia libero a lei di fare il voler suo.[62] — Rinnovasi
ai cherici il divieto di portar armi, il passatempo loro più caro;
si pongono restrizioni alla caccia, e pene per gli omicidj; gli è
un codice di polizia sociale. Questi concilii provinciali non hanno
carattere alcuno di universalità, sono anzi spesso al tutto speciali
ad una metropoli, a una città, a un distretto diocesano; sol qualche
volta comprendono tutte le chiese delle Gallie[63]. In caso alcuno
essi stender non si possono alle leggi generali della Chiesa; son come
addizioni ai capitolari, ai diplomi, agli atti dei consigli reali. Nel
secolo ottavo si vien formando una mescolanza di leggi religiose. E
qual differenza puoi tu trovar fra i concilii e i capitolari? Quelli
e questi trattano egualmente della Chiesa, del popolo, delle leggi
penali e degli editti civili; vi son capitolari che si frammettono
della disciplina episcopale, e vi son concilii che si frammetton dei
Conti d'un borgo, e degli inviati regi, per una perfetta confusione di
tutti i sistemi. Invano tu sceverar vorresti per metodo la costituzion
civile dalla ecclesiastica, chè elle si incastran pur sempre, e si
attraversano nei medesimi codici[64].
E qual era poi questa costituzione civile nel secolo ottavo? Le società
politiche, non provan pure per la conquista alcun compiuto e assoluto
cambiamento; le masse son di granito, e quando già esiste una civiltà,
il sopravvenire e stanziarsi d'una nuova generazion di conquistatori,
non distrugge altrimenti l'antico ordine sociale, egli è come se tu
dicessi uno strato nuovo di terra che viene a porsi sul vecchio. Quindi
è che i Romani si stabiliron nelle Gallie con le loro larghe e vigorose
instituzioni, e non pertanto le costumanze dei Galli rimasero, chè
non si distruggon così a un tratto le tradizioni di un popolo, e i
costumi sopravvivono per gran tempo anche dopo che la conquista si sia
raffermata. Tal pure avvenne dei Franchi, nè altro che per ispirito
di sistema creder si potè al rapido passaggio da un ordine sociale
all'altro.
Chi esamina da presso i documenti dell'epoca gallica, romana e franca,
ben s'avvede che l'indole originaria conservasi delle tre nazioni e ne
ritraggono i costumi del paro e le leggi, avendo la conquista lasciato
sopravvivere una moltitudine di principii antichi nello stato delle
persone, delle città e delle possessioni territoriali.
Il primo carattere che riconoscer si dee in questi tempi, si è la
personalità delle leggi o dei codici applicabili a ciascun popolo;
qui ancor non è proposito di nazioni stabili, ma sol di tribù, ognuna
delle quali conserva i suoi titoli e le sue politiche instituzioni.
I Galli e i Romani hanno il codice teodosiano[65]; i Franchi la
_lex salica_ o _ripuaria_; i Longobardi _le leges Longobardorum_; i
Visigoti, i concilii de' vescovi, che tolgono dalle leggi di Roma i
più dei prescrivimenti loro[66]. Nulla v'ha di territoriale, sì che
quando i Franchi e i Borgognoni si tramutano in altre terre, eglino
il fanno seco recando il loro codice particolare. Onde lo stato delle
persone all'ottavo secolo, vien regolato per mille diverse forme
dalle leggi proprie a ciascun popolo: servi, uomini liberi, uomini
di guerra, vescovi, conti, tutti hanno lor privilegi scritti nella
loro speciale legislazione. Posa in falso chi afferma che i Romani o
i Galli furono tutti servi o soggetti a un dominio esclusivo sotto la
massa dei Franchi, accampatisi come conquistatori, sulle terre degli
antichi possessori; chè vescovi, cherici e conti appartenevano spesso
alla razza gallica e alla romana, nè questa civiltà s'è altrimenti
cancellata, ma sì mescolata e confusa, però che quando un popolo è
giunto sì alto, la conquista s'accompagna sibbene ai fatti antichi, ma
non li distrugge.
La società gallica prima dell'epoca carolingica si manifesta in
tutto e specialmente nella costituzione dei municipii; chè la comune
non nacque già spontaneamente nel secolo decimo come un fatto della
sedizione[67], nè le instituzioni municipali uscirono altrimenti
dal popolo in un giorno di tumulto e di bollore nei servi. Tutta la
Gallia romana era coperta di città, di comuni, coi loro privilegi e
le loro curie: al mezzodì Arli, Aix, Carpentrasso, Marsiglia, Frejus;
al settentrione Amiens, Auxerre, Tournai, San Quintino. In tutte
le quali città troviamo lo stabilimento compiuto della curia e dei
magistrati municipali, e ve n'ha un ordine intero, e la legge _Julia
municipalia_ ordinava la polizia nelle città delle Gallie[68]. Roma
ammetteva le comunità municipali, la libera elezione dei cittadini, e
i collegi dei negozianti e i merciai, e i _nautes_ della Saona e della
Duranza avean conservato gran riputazione nei fasti dell'Impero[69];
nè le instituzioni erano ponto sparite al passaggio della conquista e
moltissimi municipii s'erano serbati in piedi attraverso dei secoli.
Nello stabilimento dei Barbari v'ebbe per avventura più ordine che
altri non crede. Fecesi una specie di spartizione: in un luogo i
vinti obbligaronsi a lavorar la terra mediante tributo; altrove le
parti furon più eguali, la civiltà romana sopravvisse, e Clodoveo, se
stabilir volle le condizioni del suo governo, fu obbligato di accettare
la religion dei Romani; la santa leggenda di Clotilde fu come il
simbolo di questo passar dei Franchi ai costumi e agli usi cristiani,
e Clotilde fu la imagine dell'antica patria, dinanzi alla quale
s'inginocchiò il capo dei Barbari. Ond'è che in ogni luogo si trovano,
sotto la prima schiatta, vestigia d'anteriori instituzioni. Se i
Franchi salii o ripensi conservaron le leggi loro, i Romani ed i Galli
conservaron anch'essi le loro prische instituzioni: le leggi imperiali
quelle divennero della Chiesi e del clero, e i concilii ritraggono dei
forti studi che i vescovi hanno fatto dell'_Instituta_ e del codice
teodosiano[70]. I quali studi influiscon pure sulle leggi dei re
Franchi, e vedesi ch'eglino hanno studiato la legislazione di Roma,
i preamboli degli editti de' Merovei manifestando questa inclinazion
loro verso i codici, conservatisi come tradizioni fra i Galli soggetti
a Roma. Le formole quasi tutte son compilate con questo spirito[71], e
i re merovingi si studian di piegar i fieri loro compagni ai più miti
costumi dei vinti. «I Franchi, dice Agatia, hanno per sè accettata
la maggior parte del diritto romano; si governano con le medesime
leggi, si maritano alla stessa foggia de' Romani, hanno abbracciata
la religione di questi, però che i Franchi son tutti cristiani e
cattolici, hanno magistrati e vescovi nelle città loro, nè in altro
diversano dai Romani, che nel vestire e nella favella[72].»
Quest'è un fatto che importa moltissimo notarlo, perch'esso stabilisce
e comprova gli elementi di cui si servì Carlomagno a compier la
sua grand'opera, nella quale non ebbe ad impiegar solo la civiltà
franca e germanica, ma sì ancora ad invocar la forza cristiana e
pontificia mista con le rimembranze di Roma. Le greche e bisantine
instituzioni[73] anch'esse sovraneggiavano i Barbari, e il codice con
le _basiliche_ conservato aveano la riputazione e l'autorità loro;
Galli, Romani, Franchi, tutti si mescolarono insieme dinanzi agli
altari nella comunione di Cristo. I codici serviron di base ai concilii
ed ai capitolari, e ne scorgiamo i vestigi fin entro alle formole
de' conquistatori, i quali ebbero certe loro speciali costumanze, che
in breve si confusero. Le curie, i municipii furono il principio de'
comuni; le magistrature si perpetuarono sotto altri nomi, le comunità
e compagnie delle arti[74] si mantennero in condizioni pressochè simili
alle antiche.
Se Galli e Romani in gran quantità si trovaron ridotti allo stato
di coloni, i Franchi rimaser liberi e fieri, ed ecco una delle prime
distinzioni. Più forte era l'ammenda che dovea pagar chi avesse ucciso
un Franco o un Romano, e il vincitore fu esente d'ogni gravezza, nè
ad altro era tenuto che a servire con la persona in caso di guerra.
Eccetto queste distinzioni, non vi furon tra le razze conquistatrici e
conquistate assolute ripartizioni o separazioni compiute; il trapasso
da uno stato sociale all'altro fu quasi insensibile; i Franchi
non contrassegnaron altro che per breve momento della tradizion
germanica le terre soggette, e i Carolingi furon per avventura la
manifestazion più fiera di questo spirito della conquista. La potenza
dell'incivilimento e delle sue maraviglie è sì grande, che noi vedrem
Carlomagno, nipote di Carlo Martello, il prefetto di palazzo[75], il
Germanico per eccellenza, imprimer sovente gli atti suoi e le sue leggi
dello spirito romano. Forsechè il finale intendimento di Carlomagno,
suggeritogli dagli imperadori e dai papi, quello non fu di ricostituir
l'impero di Occidente sulle fondamenta e sulle tradizioni di Roma?
CAPITOLO III.
SUNTO DELLE CONDIZIONI DELLE LETTERE, SCIENZE, ARTI E DEL COMMERCIO
PRIMA DEI CAROLINGI.
Letteratura. — Canti recitati. — Poemi. — Leggende. — Grammatica.
— Lingua romanza, germanica. — Scrittura. — Diplomi. — Scienze
naturali, astronomiche. — Calendario. — Arti romane, bisantine,
franche, longobardiche. — Immagini. — Miniatura. — Arche de' Santi.
— Gemme. — Commercio. — Fiere. — Mercati. — Usure — Gli Ebrei nel
medio evo.
SETTIMO ED OTTAVO SECOLO.
Sì forte erasi stabilito nelle Gallie il dominio romano che ivi,
fin dal quinto secolo, regnar solo si vide l'autorità della grande
sua letteratura. Sotto il governo d'Onorio, le Gallie fiorir videro
rinomate accademie, ed ognuna delle tredici provincie ebbe le sue
scuole, i suoi insegnamenti foggiati sulle norme generali che Roma
diede al mondo[76]. In breve anche le accademie galliche salirono in
fama. Lione, Arli, Sens, risonarono per gran tempo delle grammaticali
disputazioni; la Gallia narbonese ebbe i suoi poeti ed i suoi prosatori
al pari della lionese e della belgica, e videro i lor portici popolati
da migliaia di scolari, che si destavano al canto del gallo, a
simiglianza de' clienti di cui parla il Venosino. I Romani aveano ai
Galli ceduti gli usi e i costumi loro, e l'imperator Caracalla, col
dare a tutti il titolo di cittadini, avea distrutte le distinzioni
della conquista. I Galli aveano tradizioni lor proprie, e storie ed
annali della patria che si conservavano nei templi[77]. Le instituzioni
e le lettere druidiche venner di questo modo a mescersi cogli
insegnamenti di Roma, e quando i Franchi si stabilirono alla volta
loro nelle provincie soggiogate, quando i figli di Clodoveo allargaron
dappertutto intorno il loro dominio, anch'essi recarono i canti dei
loro antenati, e le tradizioni germaniche sì comuni fra i popoli
settentrionali.
Nella Gallia quindi tu trovar puoi tre letterature ad un tratto, l'una
di rincontro all'altra, le quali tutte a vicenda si prestano lingua,
parole, pensieri. La prima gallica unicamente, coll'impronta della
religione e dei costumi de' Druidi; la seconda classica e romana,
però che i conquistatori per ogni luogo spargevano la lingua e i libri
loro; nelle città galliche divenute municipii, si studiavan Cicerone,
Lucrezio, Virgilio, e nelle scuole di Lione, di Bordò e di Lutezia[78]
leggevansi e recitavansi i papiri della Grecia e di Roma, a tutto che
si aggiunser da ultimo le tradizioni franche e i canti della Germania
che raccontavano i gloriosi fatti dei guerrieri conquistatori. Questo
mescuglio di letterature appar nel settimo secolo e nell'ottavo; nulla
v'è di chiaro, nulla che tenga d'un'origine sola; nei monasteri, nelle
scuole, si commentano i Padri della Chiesa, gli autori di Grecia e di
Roma, ed a persuaderli che il clero di que' tempi era molto innanzi
nello studio dei classici greci e romani, ti basta lo scorrere i testi
di Gregorio di Tours e di Fredegario, dove frequenti sono le citazioni
di Omero e di Virgilio; qualche volta pare i filosofi dell'antichità
vi son citati insiem co' santi Padri, e chiamati con le loro sentenze
in sussidio della religione. I vescovi e i cherici, poco men che tutti
Galli, addomesticati com'erano con gli studi graditi del foro romano,
da sè sdegnosamente gittavano il nome di Barbari, ogni monastero era
una scuola di sapienza in cui insegnavasi la grammatica, la filosofia
e la storia. L'incivilimento, nel passar ch'esso fa sopra un popolo,
vi lascia profonde vestigia, ond'è che i cherici de' Galli andavan
superbi della sapienza di Roma, e i popoli de' medesimi conquistatori
si addomesticavano cogli studi dell'antichità.