delle terre di mezzo; alla passion loro per le conquiste, mescolavasi
quella per la pirateria; l'aspetto del mare e degli spumanti suoi
flutti, avea dato loro una certa barbara insensibilità in cospetto dei
pericoli; amavano i naufragi e le spoglie della tempesta, e ferventi
nel culto loro, adoravano le divinità scandinave. Invano la cristiana
predicazione gli avea chiamati all'umanità, alla gerarchia, che anzi
più d'un santo vescovo era perito ne' suoi religiosi pellegrinaggi
in sulle soglie dell'indomita Frisia. Le tradizioni della cavalleria
fingevano in que' paesi atti di spietata ferocità[22]; nella Zelanda
e nella Frisia fu dai poemi epici posto il supplicio della giovin
donzella esposta alle zanne d'un mostro marino, favola imitata da
quella di Andromeda, e il paladino da cui è liberata, impreca l'ira di
Dio sull'esecranda crudeltà dei Barbari della Frisia e dell'Olanda[23].
E non pertanto in mezzo a quella patria scandinava, in mezzo a quelle
terre di ghiaccio, dalla Dania fino alla Norvegia, vivevano popoli
già bene inoltrati nella poesia e nella storia, i quali possedeano
forse tradizioni altrettanto calorate e colorate, quanto le leggende
dell'Europa meridionale, però che secondo le antiche asserzioni
ei venivan dall'Asia. Le _saghe_ recitate dagli scaldi narravano
le avventure di Odino e i fatti di guerra; Odino con l'elmetto suo
dall'ondeggiante criniera, e col suo giavellotto d'oro, altrettanto
risplendea quanto l'Apollo de' Greci; Torn, il dio della guerra,
Fraja, la Venere del Nord, nella sua reggia di cristallo, co' suoi
casti amori, parevan tolti all'Olimpo d'Omero. I gusti, le passioni
degli Scandinavi inclinavano alle spedizioni lontane, alle imprese
eroiche, al corseggiare su barche ch'essi lanciavano in seno ai flutti
del Baltico e dell'Oceano; godevano di contrastar con la procella e
con la folgore stridente; i fanciulli medesimi scherzavan col mare; le
due razze, sassone e danese, avean più d'un punto di rassomiglianza
tra loro; lasciavano ai Franchi le spedizioni dentro terra, ed
essi scagliavansi qua e là sulle spiagge, e l'isola dei Bretoni già
piegavasi sotto la signoria delle razze settentrionali[24]. A voler
conoscere gli usi e i costumi dei popoli di que' tempi, si vuol seguire
attentamente i pellegrinaggi, le leggende dei santi, curiose reliquie
che ci furon dagli atti de' santi (_Acta Sanctorum_), conservate. Quei
poveri pellegrini che se ne andavano per mezzo a terre incognite ad
annunziare il cristianesimo, raccontano le minime particolarità di
quelle estranee regioni, e nelle leggende sono le sole relazioni che
la geografia moderna possa consultare a rettificar ed a compiere le
incerte congetture della scienza.
In mezzo all'antica Italia, e sul confine quasi dei Borgognoni, era
venuto per forza e per conquista, fondandosi lo stato d'una gente di
stirpe germanica, la cui civiltà si foggiò poi su quella di Roma e
della Grecia. I Longobardi (la gente di cui parliamo) che sono sì gran
parte del primo periodo dell'età media, avevano stabilito l'imperio
loro nelle ridenti pianure chiuse fra l'Alpi, gli Apennini e il Tirolo,
e avevano Milano per città capitale; i capi loro sotto il titolo
di conti o di re, si cingevan la fronte della corona di ferro nel
monastero di Monza. Popolo solerte ed industre, avean essi arricchito
le città romane di quei monumenti di pesante e solida architettura che
contrassegnarono il loro passaggio per mezzo all'Italia; convertivano
Aquileja, sull'Adriatico, in città che servir dovea di scala al
traffico loro, e conquistavano Ferrara, Bologna e l'esarcato di
Ravenna, sede militare e civile che i greci avean lasciato in Italia.
Laonde per la loro postura i Longobardi si trovavano in perpetua
nimistà coll'impero greco[25], pur dianzi padron dell'Italia, ed
insieme coi papi che governavano Roma e le sue basiliche; ma quanto
al dominio imperiale sull'Adriatico, essi l'aveano quasi del tutto
atterrato, rincacciando i Greci fino agli ultimi confini della penisola
entro i monti del reame di Taranto. Quanto ai papi, i Longobardi
diventaron i più ardenti loro persecutori, e ancorchè convertiti al
cristianesimo, erano in guerra col pontificato, e il vescovo di Ravenna
contendeva il primato al vescovo di Roma. Al dominio dei Longobardi
sol mancava la grande città dei Cesari, e la volevano a ogni modo
per compimento dell'italica lor signoria; i re dalla corona di ferro
agognavan dunque l'acquisto della metropoli dell'impero romano, e
di qui ebber cagione in appresso le prime pratiche fra i papi e i
Carolingi, i quali a combattere i Longobardi, chiamarono i Franchi,
ed ai Barbari opposero altri Barbari più fermi e meno effeminati dalla
civiltà.
Il regno dei Longobardi distendevasi fino alla Provenza con la città
di Nizza al confine; i Provenzali, razza mista di Galli, Greci e
Romani, occupavano il gran delta formato dal Rodano, dalla Duranza e
dal Varo; Marsiglia era il porto a cui venivano ad approdare tutte le
merci della Siria e del traffico orientale, le sete, le spezierie[26].
Marsiglia andava pur famosa nei fasti del cristianesimo, e superba del
suo monastero di San Vittore, e della sua cattedrale (la _Maggiore_)
che sporgeva come un promontorio sul mare. Non lungi da Marsiglia,
retta a comune, splendeva Aix, città romana, la colonia di Sestio, con
l'acque sue termali, emula di quell'altra Aix del regno d'Austrasia,
città tanto cara a Carlomagno. Il Rodano e la Duranza confinavano la
Provenza, che contender potea d'antichità con la metropoli d'Arli,
culla del cristianesimo, a buon dritto superba delle sue romane
reliquie, de' suoi circhi, de' suoi teatri, dove ben trentamila
spettatori agiatamente sedevano sopr'ampi sedili, come nel Coliseo di
Roma[27].
Al di là del Reno cominciava la Gotia o Settimania, che non vuol essere
confusa coll'Aquitania, confinata dalla Garonna. Se il regno degli
Aquitani vantavasi di Tolosa e d'Albi, la Gotia avea per città capitale
Narbona, che diede il nome alla provincia romana, nel primo partimento
delle Gallie, e Nimes, sorella vera di Roma, che conserva pur tuttavia
i frammenti più intatti delle antichità sue, la sua Casa Quadrata
e le sue Arene, quasi altrettanto spaziose quanto il Coliseo[28].
La Settimania era come il maggior vestibolo del regno de' Goti, e
stendevasi oltre i Pirenei fino all'Ebro. In sulla cresta de' Pirenei
occidentali abitavano i Guasconi, fieri montanari indurati alla fatica,
popoli di pastori che non pativano l'estranie dominazioni, e verrà
fra breve il giorno in cui costoro insorgeranno contro l'invasione
de' Franchi, e le cronache risuoneranno per lungo tempo della rotta di
Roncisvalle, dove perirono i paladini di Carlo il Magno.
Di questo modo a occidente del reame de' Longobardi, erano i
Provenzali, i Goti, i Visigoti e i Guasconi, intanto che a oriente
altri popoli ancor serbavano la selvaggia vigoria de' tempi primitivi;
eran dessi gli Schiavoni, i Croati, i Dalmati, padroni delle terre
fra la Sala e l'Adriatico. A lato di Venezia, che sorgea come nata
dall'acque, addobbata già delle ricchezze orientali, e non lungi
dalla colonia di Giustino e dalla civiltà greca, vivean popoli tuttora
nello stato primitivo, i tremendi Ungari, gli Avari e i Bulgari, dalla
tralignata Bisanzio tanto temuti[29]. I Bulgari, accampati intorno al
Ponte Eusino, fondavano un regno ordinato; avevano lor capi o re[30],
e più tardi il cristianesimo apportava loro l'alta civiltà sua, però
che non si vuol dimenticare come la predicazione de' vescovi fu di que'
tempi l'impulso più potente a far che le nazioni avanzassero in quella,
e v'ebbero apostoli ferventi, infaticabili, principiando da Bonifazio,
il vescovo germanico, fino a sant'Anscario, il predicatore dei popoli
scandinavi[31]. I Bulgari mossero verso le arti e la coltura più
rapidamente degli Ungari, selvagge popolazioni che vedremo nel secolo
decimo venir a disertare il regno dei Franchi. I Bulgari si trovaron
quasi sempre in commercio coll'impero di Costantinopoli, e ne imitarono
gli usi.
In mezzo a tanto scrollo di popoli, quando tutti si precipitavano
sulla vecchia civiltà, alcuni imperi tuttavia rimasero in piedi, ed
esercitarono un'operosa influenza sull'epoca di Carlomagno: io intendo
qui parlare dei Greci, dei Saracini, e della terra d'Italia, essendochè
ivi le idee e le instituzioni medesime di Roma sopravvissero alle ruine
del mondo antico. Chi si faccia a studiar bene addentro la storia
bisantina, dee sentirsi commosso a quel carattere di grandezza che
contrassegna fino anco il suo decadimento, chè certo v'ha qualcosa di
lacrimabile nell'affralimento e nella debolezza di un vasto impero,
incalzato da tutte le parti, e quasi affogato sotto le strette dei
Barbari. Lo spettacolo di quegli eunuchi coperti d'oro, di quei
Cesari fiaccati sotto la porpora nei marmorei loro palagi, inspira
pur qualche pietà alle più rigorose nazioni: ma chi poi riconoscer non
può e salutare l'infinito incremento delle arti, la civiltà inoltrata,
l'ordine maraviglioso che per ogni dove si manifestano in quell'impero?
Bisanzio era la metropoli del sapere, della filosofia, del commercio e
dell'industria; in ogni luogo dell'Asia Minore verso cui il viaggiatore
volgesse i suoi passi, così a Laodicea come a Corinto, così nelle
isole dell'Arcipelago come in terra ferma, dappertutto ei vedeva i
tesori dell'industria d'una coltissima nazione: ippodromi, teatri,
statue antiche[32], sontuosi palazzi, ampie strade, flotte innumerevoli
che scorrevano i mari, il maraviglioso trovato del fuoco greco, il
traffico della porpora e della seta, un lusso che appalesavasi in
tutti i monumenti. L'amministrazione dell'impero, le forme del suo
governo erano un modello di gerarchia; ogni uffizio era segnato, ogni
ordine chiamato a concorrere con la sua forza d'azione e di mente
all'amministrazione delle provincie. Il Libro di porpora e d'oro
regolava il governo e l'autorità di ciascuno; l'erario riboccava, tutto
era opulenza: i Greci alimentavano la vigoria loro nelle guerre civili;
l'indole loro antica era questa, furon essi mai altri al tempo di
Sparta e d'Atene, e si corressero eglino mai? Si perdeano nelle sottili
disputazioni intorno al cristianesimo, intorno alla procreazione del
Padre e del Figlio, alla misteriosa Trinità, a quel modo che in altri
tempi disputavano sopra tesi filosofiche negli areopaghi. Nè l'aspetto
di sì potente civiltà lasciava però d'aver qualche azione sui Barbari
del Nord, e gli annali di quei secoli attestano che i re dei Franchi
chiedevan titoli pomposi agli imperatori di Costantinopoli[33], e
mandavano più d'un'ambasceria a sollecitar dai Cesari la porpora, il
consolato, o il patriziato. L'ordinamento amministrativo di Bisanzio,
e le forme sue di governo furono altresì, per più d'un rispetto, il
fondamento e il principio delle prime instituzioni di ordine e di
gerarchia che contrassegnarono il regno di Carlomagno[34].
Accanto alla greca preminenza si vien manifestando il corso sagliente
delle provincie moresche. I settatori di Maometto stanno per aver
sì gran parte negli avvenimenti, ch'egli è impossibil sceverarli
dall'istoria e dalle civiltà contemporanee. Fino al secolo ottavo il
loro corso è tutto di conquiste: sono popoli armati che si spargono
rapidamente dall'Asia e dall'Africa fino entro la Spagna e l'Aquitania,
nè leggi altre han che il Corano, altra ragion che la spada. Il
califfato, per ben forte ch'ei fosse in sè stesso, non potea servir di
modello alla instituzione d'un ordinato impero in Occidente[35]: chè
esso era un miscuglio di dispotismo religioso e politico: con amendue
le spade in una man sola, e non altro. Quel poco che il califfato
aver può di civile, esso lo debbe a Costantinopoli, ai Greci dell'Asia
Minore ed all'India, ed ei toglie ai popoli conquistati, anzichè donar
loro. Gli Arabi precedono nel medio evo gli Ebrei nel gran monopolio
del sapere. I Saracini, torrente distruttore, s'uniscon nel settimo
secolo, agli altri Barbari per trinciare il romano impero. Fu solo
dopo lo stabilimento loro nelle città dei Goti in Ispagna, ch'essi
esercitarono il poter dell'immaginazione e della poesia sui tempi
appresso. Furon eglino i Saracini quei che recaron fra' Goti le arti e
le maraviglie d'una più inoltrata civiltà? Sarebbe pur bello provare
che i Goti, con quel vivo sentir loro, più donarono ai primi che non
ne ricevessero[36]. E che avean mai di comune con lo spirito e il
progresso cristiano quei popoli che procedevano innanzi con la spada
di Maometto in pugno? Vero è che alcune città della Spagna eransi
fatte fiorenti sotto i Mori, che ivi sorsero le frastagliate moschee,
fino al cielo salirono i minareti, ma qual ebber opera in questo le
leggi e le arti della Grecia, di Roma e delle Gallie? I figliuoli del
Profeta atterrarono più che non edificarono. Qual maraviglia che in
tali città, come son Cordova o Toledo, Siviglia o Granata, sotto a quel
sole, le orientali fantasie crear potessero monumenti maravigliosi?
Ma le reliquie dell'arti che ancor si veggono sulle meschite, quei
fiori, quelle frutta d'oro son tolte per la più parte dagli artefici
bisantini.
E d'altra parte i Goti non avean essi pur qualche parte redato della
civiltà romana? Tutto il mondo echeggiava del nome di Roma; l'autorità
sua era in ogni parte quella d'uno spento ma immenso potere; non v'era
città dell'Austrasia, della Neustria o dell'Aquitania che tenacemente
non conservasse le vestigia di quel grande rivolgimento; non acquedotti
solo, nè ampie vie segnate di tombe funebri, e come a dir _vie de'
morti_, come a Pompei, ma sì pur costumanze, leggi, municipii che
avean sopravvissuto alla distruzion dell'impero e al passaggio dei
Barbari. Qua e là spuntavano instituzioni: i municipii, le compagnie
degli artieri, i procuratori delle città, le leggi sulle annone, sulle
magistrature, sui decurioni[37]; Roma e le Gallie avean segnato in ogni
parte della profonda loro impronta le franche instituzioni.
E' si vuol dunque far conto di siffatti elementi in ciò che costituisce
l'opera di Carlomagno, il quale non si fa a creare altrimenti una cosa
nuova, ma si serve dei fatti ch'egli ha sotto la mano, e gli organizza;
egli lascia ad ognun la sua legge, ad ogni popolo i suoi costumi:
la legge salica ai Franchi, ai Longobardi le loro formole, i codici
loro ai Romani. Solo in mezzo a questo sminuzzamento egli pianta un
principio di unità, toglie dal cristianesimo la sua forza morale, dai
papi la loro perseveranza nei disegni, e nella costituzion del suo
grande impero prende Roma per base e la Chiesa per modello.
CAPITOLO II.
ORDINAMENTO DELLA CHIESA E DELLA SOCIETÀ.
Chiesa dei Galli e Chiesa dei Franchi. — I cherici e gli uomini
di guerra. — Metropolitani e vescovi. — Fondazione dei monasteri.
— Neustria. — Austrasia. — Aquitania. — Germania. — Le leggende.
— Apostolato alle terre barbare. — I reliquiarii. — Le chiese.
— Concilii provinciali. — Instituzioni municipali. — Le città, i
borghi. — Ricordanze di Roma e delle Gallie.
SETTIMO ED OTTAVO SECOLO.
In sì violento tramutar d'invasioni e di conquiste non fu possibile
alla Chiesa conservar quel carattere di regolata unità, di che il
papato impresse più tardi la gran forma cattolica, e la società
mostrava di que' tempi una mescolanza di leggi civili e di canoni
ecclesiastici, una perpetua confusion tra gli uomini di guerra ed i
cherici, tra i conti ed i vescovi. La Chiesa primitiva delle Gallie
erasi costituita sugli antichi scompartimenti dell'Impero, colle sue
provincie e le metropoli, partizioni territoriali già da Roma buttate
innanzi al mondo. La _Gallia christiana_ ripartiva le metropoli e
le suffraganee in tredici provincie come la Gallia imperiale, e il
metropolitano rappresentava nella costituzione spirituale il magistrato
che l'imperatore deputava al governo di quelle provincie.[38]
Gli stessi scompartimenti durarono anche dopo la conquista dei Franchi,
se non che allora si manifestò la confusione degli uomini di guerra e
dei cherici: il vescovo e l'abate brandiscon spesso anch'essi l'asta
nelle battaglie, e si fan per le secolari foreste seguir da mute
di cani e da' falconieri, e coperti d'impenetrabil ferro, duellano
a morte[39], intantochè l'uom di guerra, divenuto possessore, in
vece, della badia o del vescovado, conduce su quelle pingui terre
i suoi soldati, i suoi famigli e le sue concubine, distribuisce tra
loro i poderi, l'entrate; vi son donne perfino, che ricevono a feudo
vescovadi e badie: gli è un viluppo che i papi non sono ancor giunti
a distrigare. Il diritto della conquista si mesce con le antiche
leggi della Chiesa, lo spirito barbarico col cristiano, donde poi si
ha spesso la spiegazione di quegli strani canoni che trovansi sparsi
nella raccolta dei concilii delle Gallie; gli è un conflitto tra i
grezzi e primitivi principii delle nazioni germaniche, e le massime
di morale insegnate dalla Chiesa di Cristo, e vorrebbesi imporre un
freno all'impeto dei sensi e dei loro appetiti che scoppiano a guisa
di folgore. L'amor della donna è fra quelle conquistatrici nazioni il
principio più operativo; perchè l'uom franco, quando la passion gli
bolle prepotente in cuore, non potrà egli liberamente soddisfarla? Che
gli fa d'esser congiunto a una compagna per tutta la vita? Che male
s'ei tiene in casa concubine, o se la donna, ch'egli ama, sia parente
sua in grado strettissimo! Quando il sangue parla, nessuno il può
domare... Di tali costumanze sanno alcun poco i primissimi concilii
delle Gallie, nè sempre hanno quel carattere di sublime purità, di
che i pontefici improntar seppero appresso il sistema cattolico[40]:
i canoni stessi rivelano questo miscuglio delle idee clericali con le
violenze degli uomini di guerra. Ai concilii non assistevan già solo
i cherici, ma anche i conti ci venivano con le focose e brutali loro
passioni; l'episcopato, d'origine, di consueto, romana, noverava nelle
sue schiere alcuni di quest'impetuosi Franchi non rattenuti da freno
veruno: onde non è maraviglia che in siffatte adunanze la purità dei
canoni della Chiesa n'andasse di mezzo. Egli è permesso quindi agli
uomini di guerra ripudiar, benchè casta, la moglie, nè la concubina
v'è altrimenti vituperata, e vi son tollerati e spiegati i traviamenti
della carne. Più innanzi occorrerà di tener dietro all'opera faticosa
del papato per ricostituire il matrimonio e proteggere la santità del
tetto domestico[41].
La partizion romana intanto delle metropoli, sopravviveva, già il
dissi, a questa confusione delle leggi civili e religiose, e la
podestà dell'episcopato attenevasi alla giurisdizione che altri
esercitava sulla provincia ecclesiastica. In ogni città che fosse stata
residenza del pretore o del magistrato era di pien diritto istituita
la metropoli; ma quanto a' territorii di più recente acquisto al
cristianesimo il deliberar delle instituzioni metropolitane era dei
papi, e ne vediamo un esempio nel vescovado di Magonza. Convertito che
quest'ampio borgo fu da san Bonifazio alla fede di Cristo, Zaccaria
scrisse che ivi fosse stabilita la sedia del metropolitano[42],
potendo questi di colà vigilar tutta la Chiesa della Germania e san
Bonifazio continuar sotto il piviale e la mitra episcopale la sua
predicazione[43]. Curioso è questo carteggio dei papi, dei vescovi e
dei concilii; ivi Roma è oramai l'autorità che altri viene a consultare
in tutte le quistioni di morale, e par che il papa, perseguitato
com'è dentro alla città santa dai turbolenti patrizii, domini il mondo
cristiano non altro che col principato della parola. Cotesto lavoro
è un lungo conflitto, finchè la suprema autorità papale assume nel
secolo undecimo, sotto Gregorio VII, l'universal dittatura, per ben
dell'universa morale e dell'ordinato principio del governo[44].
Presso alla instituzione gerargica dei vescovi troviamo la fondazione
dei monasteri, che tanto con l'opera contribuirono alla civiltà del
mondo cristiano. In mezzo alle invasioni dei Barbari, le anime stanche
del mondo e delle sue agitazioni si consacravano alla solitudine ed a
Dio, e la maggior parte delle basiliche che noi vediamo oggidì, quelle
ruine, quegli avanzi, ci additano la grandezza insieme e la sorte degli
ordini monastici nelle Gallie. Il secolo settimo andò principalmente
famoso per la fondazione di badie e di monasteri. Chi cerchi le origini
delle città di Francia, delle grosse borgate, dei villaggi, troverà che
la più parte riconoscon la loro fondazione dal monasterio, edificato
in origine con meravigliosa simmetria nei luoghi più inculti. Dapprima
innalzavano un devoto oratorio, un romitorio al deserto, come dice
la cronaca, poi v'aggruppavano intorno alcune celle, e una comunità
religiosa mutava questo romitorio in una famiglia nella quale oravano,
lavoravano e digiunavano in onore di Dio e ad edificazione degli
uomini[45]. Ampliate di poi queste celle, pie confraternite mutavano
la cappelletta in basilica, e se accadeva che qualcun di quei santi
abati morisse martire o confessore, si raccoglievan le sue relique, le
gocce del suo sangue, le preziose sue ossa, e foggiavasi nel monastero
a deporvele, un'area di forme bisantine con l'effigie del Santo; e
da tutte le parti accorreva qui gente in pellegrinaggio, però che
quell'arca rifugio degli infermi e dei tapini avea grido di miracolosa.
Ma se i pellegrini accorrevano, e sempre più folta si facea la turba
loro, convenia pur provedere a ospitarli, e a quest'uopo si costruivan
da prima alcune case di legno, alcuni modesti abituri; poi fra breve
ci vennero a gara i mercadanti ad offrir le loro derrate e ad esercitar
l'industria loro, in quella guisa che venivano e facevano alle fiere di
San Dionigi; quindi le fiere e i mercati che ottenean lettere patenti
e privilegi in nome dell'abate, e poi del conte o del re; quindi
l'industria per tutto ivi d'intorno, sì che al fianco del monastero
edificavasi un borgo, e il borgo poi si convertiva in città. Tale si fu
l'origine della maggior parte fra le città della Francia, cui grato il
popolo, dotava del nome d'un santo tutelare: celle e romitorj, arche
benedette, fiere e borghi furon cagione ed origine della fondazion
di luoghi cittadinati nelle Gallie, e le sconoscenti generazioni
indarno si affannano di cancellar queste memorie, ch'elle rimangono
incrostate nei marmi, a quel modo che scritte nelle carte antiche della
patria[46].
Curiosa è la geografia monastica delle Gallie nel settimo secolo, però
che addita il progresso e lo svolgimento dell'amore alla regola, dir
potendosi che in ogni luogo dove fondasi un monastero, ivi s'inchina ad
un più perfetto ordinamento della società. Nella Neustria, le badie e i
monasteri vengon multiplicando, ivi lunga schiera di gran santi, con le
loro leggende, si mostra; tutti resero smisurati beneficj alla civiltà
di quelle contrade, pur or disertate dall'invasione dei Barbari. Ecco
i due Germani le reliquie dei quali adoravansi nei monasteri edificati
sulle rive della Senna: l'un d'essi san Germano, l'antico vescovo
d'Auxerre (l'_Auxerese_, come le leggende il chiamano), l'altro san
Germano ai Prati, nelle fiorite praterie, sulle quali sorse poscia
l'Università; ecco santa Genoveffa al Monte, monumento alla memoria
della vergine di Nanterre, che salvò il paese dai guasti dei Barbari,
e preservò dalla fame Parigi. Indi a due leghe sulla Senna ecco san
Dionigi famoso pel suo tesoro, per le sue cronache, per le sue fiere e
pe' suoi _landiti_[47]; san Dionigi dove scriveasi la storia del paese
per atto di religione e di patria devozione.