I Frisoni o Frisi avevano alcun che di più salvatico ancora dei Sassoni

delle terre di mezzo; alla passion loro per le conquiste, mescolavasi

quella per la pirateria; l'aspetto del mare e degli spumanti suoi

flutti, avea dato loro una certa barbara insensibilità in cospetto dei

pericoli; amavano i naufragi e le spoglie della tempesta, e ferventi

nel culto loro, adoravano le divinità scandinave. Invano la cristiana

predicazione gli avea chiamati all'umanità, alla gerarchia, che anzi

più d'un santo vescovo era perito ne' suoi religiosi pellegrinaggi

in sulle soglie dell'indomita Frisia. Le tradizioni della cavalleria

fingevano in que' paesi atti di spietata ferocità[22]; nella Zelanda

e nella Frisia fu dai poemi epici posto il supplicio della giovin

donzella esposta alle zanne d'un mostro marino, favola imitata da

quella di Andromeda, e il paladino da cui è liberata, impreca l'ira di

Dio sull'esecranda crudeltà dei Barbari della Frisia e dell'Olanda[23].

E non pertanto in mezzo a quella patria scandinava, in mezzo a quelle

terre di ghiaccio, dalla Dania fino alla Norvegia, vivevano popoli

già bene inoltrati nella poesia e nella storia, i quali possedeano

forse tradizioni altrettanto calorate e colorate, quanto le leggende

dell'Europa meridionale, però che secondo le antiche asserzioni

ei venivan dall'Asia. Le _saghe_ recitate dagli scaldi narravano

le avventure di Odino e i fatti di guerra; Odino con l'elmetto suo

dall'ondeggiante criniera, e col suo giavellotto d'oro, altrettanto

risplendea quanto l'Apollo de' Greci; Torn, il dio della guerra,

Fraja, la Venere del Nord, nella sua reggia di cristallo, co' suoi

casti amori, parevan tolti all'Olimpo d'Omero. I gusti, le passioni

degli Scandinavi inclinavano alle spedizioni lontane, alle imprese

eroiche, al corseggiare su barche ch'essi lanciavano in seno ai flutti

del Baltico e dell'Oceano; godevano di contrastar con la procella e

con la folgore stridente; i fanciulli medesimi scherzavan col mare; le

due razze, sassone e danese, avean più d'un punto di rassomiglianza

tra loro; lasciavano ai Franchi le spedizioni dentro terra, ed

essi scagliavansi qua e là sulle spiagge, e l'isola dei Bretoni già

piegavasi sotto la signoria delle razze settentrionali[24]. A voler

conoscere gli usi e i costumi dei popoli di que' tempi, si vuol seguire

attentamente i pellegrinaggi, le leggende dei santi, curiose reliquie

che ci furon dagli atti de' santi (_Acta Sanctorum_), conservate. Quei

poveri pellegrini che se ne andavano per mezzo a terre incognite ad

annunziare il cristianesimo, raccontano le minime particolarità di

quelle estranee regioni, e nelle leggende sono le sole relazioni che

la geografia moderna possa consultare a rettificar ed a compiere le

incerte congetture della scienza.

In mezzo all'antica Italia, e sul confine quasi dei Borgognoni, era

venuto per forza e per conquista, fondandosi lo stato d'una gente di

stirpe germanica, la cui civiltà si foggiò poi su quella di Roma e

della Grecia. I Longobardi (la gente di cui parliamo) che sono sì gran

parte del primo periodo dell'età media, avevano stabilito l'imperio

loro nelle ridenti pianure chiuse fra l'Alpi, gli Apennini e il Tirolo,

e avevano Milano per città capitale; i capi loro sotto il titolo

di conti o di re, si cingevan la fronte della corona di ferro nel

monastero di Monza. Popolo solerte ed industre, avean essi arricchito

le città romane di quei monumenti di pesante e solida architettura che

contrassegnarono il loro passaggio per mezzo all'Italia; convertivano

Aquileja, sull'Adriatico, in città che servir dovea di scala al

traffico loro, e conquistavano Ferrara, Bologna e l'esarcato di

Ravenna, sede militare e civile che i greci avean lasciato in Italia.

Laonde per la loro postura i Longobardi si trovavano in perpetua

nimistà coll'impero greco[25], pur dianzi padron dell'Italia, ed

insieme coi papi che governavano Roma e le sue basiliche; ma quanto

al dominio imperiale sull'Adriatico, essi l'aveano quasi del tutto

atterrato, rincacciando i Greci fino agli ultimi confini della penisola

entro i monti del reame di Taranto. Quanto ai papi, i Longobardi

diventaron i più ardenti loro persecutori, e ancorchè convertiti al

cristianesimo, erano in guerra col pontificato, e il vescovo di Ravenna

contendeva il primato al vescovo di Roma. Al dominio dei Longobardi

sol mancava la grande città dei Cesari, e la volevano a ogni modo

per compimento dell'italica lor signoria; i re dalla corona di ferro

agognavan dunque l'acquisto della metropoli dell'impero romano, e

di qui ebber cagione in appresso le prime pratiche fra i papi e i

Carolingi, i quali a combattere i Longobardi, chiamarono i Franchi,

ed ai Barbari opposero altri Barbari più fermi e meno effeminati dalla

civiltà.

Il regno dei Longobardi distendevasi fino alla Provenza con la città

di Nizza al confine; i Provenzali, razza mista di Galli, Greci e

Romani, occupavano il gran delta formato dal Rodano, dalla Duranza e

dal Varo; Marsiglia era il porto a cui venivano ad approdare tutte le

merci della Siria e del traffico orientale, le sete, le spezierie[26].

Marsiglia andava pur famosa nei fasti del cristianesimo, e superba del

suo monastero di San Vittore, e della sua cattedrale (la _Maggiore_)

che sporgeva come un promontorio sul mare. Non lungi da Marsiglia,

retta a comune, splendeva Aix, città romana, la colonia di Sestio, con

l'acque sue termali, emula di quell'altra Aix del regno d'Austrasia,

città tanto cara a Carlomagno. Il Rodano e la Duranza confinavano la

Provenza, che contender potea d'antichità con la metropoli d'Arli,

culla del cristianesimo, a buon dritto superba delle sue romane

reliquie, de' suoi circhi, de' suoi teatri, dove ben trentamila

spettatori agiatamente sedevano sopr'ampi sedili, come nel Coliseo di

Roma[27].

Al di là del Reno cominciava la Gotia o Settimania, che non vuol essere

confusa coll'Aquitania, confinata dalla Garonna. Se il regno degli

Aquitani vantavasi di Tolosa e d'Albi, la Gotia avea per città capitale

Narbona, che diede il nome alla provincia romana, nel primo partimento

delle Gallie, e Nimes, sorella vera di Roma, che conserva pur tuttavia

i frammenti più intatti delle antichità sue, la sua Casa Quadrata

e le sue Arene, quasi altrettanto spaziose quanto il Coliseo[28].

La Settimania era come il maggior vestibolo del regno de' Goti, e

stendevasi oltre i Pirenei fino all'Ebro. In sulla cresta de' Pirenei

occidentali abitavano i Guasconi, fieri montanari indurati alla fatica,

popoli di pastori che non pativano l'estranie dominazioni, e verrà

fra breve il giorno in cui costoro insorgeranno contro l'invasione

de' Franchi, e le cronache risuoneranno per lungo tempo della rotta di

Roncisvalle, dove perirono i paladini di Carlo il Magno.

Di questo modo a occidente del reame de' Longobardi, erano i

Provenzali, i Goti, i Visigoti e i Guasconi, intanto che a oriente

altri popoli ancor serbavano la selvaggia vigoria de' tempi primitivi;

eran dessi gli Schiavoni, i Croati, i Dalmati, padroni delle terre

fra la Sala e l'Adriatico. A lato di Venezia, che sorgea come nata

dall'acque, addobbata già delle ricchezze orientali, e non lungi

dalla colonia di Giustino e dalla civiltà greca, vivean popoli tuttora

nello stato primitivo, i tremendi Ungari, gli Avari e i Bulgari, dalla

tralignata Bisanzio tanto temuti[29]. I Bulgari, accampati intorno al

Ponte Eusino, fondavano un regno ordinato; avevano lor capi o re[30],

e più tardi il cristianesimo apportava loro l'alta civiltà sua, però

che non si vuol dimenticare come la predicazione de' vescovi fu di que'

tempi l'impulso più potente a far che le nazioni avanzassero in quella,

e v'ebbero apostoli ferventi, infaticabili, principiando da Bonifazio,

il vescovo germanico, fino a sant'Anscario, il predicatore dei popoli

scandinavi[31]. I Bulgari mossero verso le arti e la coltura più

rapidamente degli Ungari, selvagge popolazioni che vedremo nel secolo

decimo venir a disertare il regno dei Franchi. I Bulgari si trovaron

quasi sempre in commercio coll'impero di Costantinopoli, e ne imitarono

gli usi.

In mezzo a tanto scrollo di popoli, quando tutti si precipitavano

sulla vecchia civiltà, alcuni imperi tuttavia rimasero in piedi, ed

esercitarono un'operosa influenza sull'epoca di Carlomagno: io intendo

qui parlare dei Greci, dei Saracini, e della terra d'Italia, essendochè

ivi le idee e le instituzioni medesime di Roma sopravvissero alle ruine

del mondo antico. Chi si faccia a studiar bene addentro la storia

bisantina, dee sentirsi commosso a quel carattere di grandezza che

contrassegna fino anco il suo decadimento, chè certo v'ha qualcosa di

lacrimabile nell'affralimento e nella debolezza di un vasto impero,

incalzato da tutte le parti, e quasi affogato sotto le strette dei

Barbari. Lo spettacolo di quegli eunuchi coperti d'oro, di quei

Cesari fiaccati sotto la porpora nei marmorei loro palagi, inspira

pur qualche pietà alle più rigorose nazioni: ma chi poi riconoscer non

può e salutare l'infinito incremento delle arti, la civiltà inoltrata,

l'ordine maraviglioso che per ogni dove si manifestano in quell'impero?

Bisanzio era la metropoli del sapere, della filosofia, del commercio e

dell'industria; in ogni luogo dell'Asia Minore verso cui il viaggiatore

volgesse i suoi passi, così a Laodicea come a Corinto, così nelle

isole dell'Arcipelago come in terra ferma, dappertutto ei vedeva i

tesori dell'industria d'una coltissima nazione: ippodromi, teatri,

statue antiche[32], sontuosi palazzi, ampie strade, flotte innumerevoli

che scorrevano i mari, il maraviglioso trovato del fuoco greco, il

traffico della porpora e della seta, un lusso che appalesavasi in

tutti i monumenti. L'amministrazione dell'impero, le forme del suo

governo erano un modello di gerarchia; ogni uffizio era segnato, ogni

ordine chiamato a concorrere con la sua forza d'azione e di mente

all'amministrazione delle provincie. Il Libro di porpora e d'oro

regolava il governo e l'autorità di ciascuno; l'erario riboccava, tutto

era opulenza: i Greci alimentavano la vigoria loro nelle guerre civili;

l'indole loro antica era questa, furon essi mai altri al tempo di

Sparta e d'Atene, e si corressero eglino mai? Si perdeano nelle sottili

disputazioni intorno al cristianesimo, intorno alla procreazione del

Padre e del Figlio, alla misteriosa Trinità, a quel modo che in altri

tempi disputavano sopra tesi filosofiche negli areopaghi. Nè l'aspetto

di sì potente civiltà lasciava però d'aver qualche azione sui Barbari

del Nord, e gli annali di quei secoli attestano che i re dei Franchi

chiedevan titoli pomposi agli imperatori di Costantinopoli[33], e

mandavano più d'un'ambasceria a sollecitar dai Cesari la porpora, il

consolato, o il patriziato. L'ordinamento amministrativo di Bisanzio,

e le forme sue di governo furono altresì, per più d'un rispetto, il

fondamento e il principio delle prime instituzioni di ordine e di

gerarchia che contrassegnarono il regno di Carlomagno[34].

Accanto alla greca preminenza si vien manifestando il corso sagliente

delle provincie moresche. I settatori di Maometto stanno per aver

sì gran parte negli avvenimenti, ch'egli è impossibil sceverarli

dall'istoria e dalle civiltà contemporanee. Fino al secolo ottavo il

loro corso è tutto di conquiste: sono popoli armati che si spargono

rapidamente dall'Asia e dall'Africa fino entro la Spagna e l'Aquitania,

nè leggi altre han che il Corano, altra ragion che la spada. Il

califfato, per ben forte ch'ei fosse in sè stesso, non potea servir di

modello alla instituzione d'un ordinato impero in Occidente[35]: chè

esso era un miscuglio di dispotismo religioso e politico: con amendue

le spade in una man sola, e non altro. Quel poco che il califfato

aver può di civile, esso lo debbe a Costantinopoli, ai Greci dell'Asia

Minore ed all'India, ed ei toglie ai popoli conquistati, anzichè donar

loro. Gli Arabi precedono nel medio evo gli Ebrei nel gran monopolio

del sapere. I Saracini, torrente distruttore, s'uniscon nel settimo

secolo, agli altri Barbari per trinciare il romano impero. Fu solo

dopo lo stabilimento loro nelle città dei Goti in Ispagna, ch'essi

esercitarono il poter dell'immaginazione e della poesia sui tempi

appresso. Furon eglino i Saracini quei che recaron fra' Goti le arti e

le maraviglie d'una più inoltrata civiltà? Sarebbe pur bello provare

che i Goti, con quel vivo sentir loro, più donarono ai primi che non

ne ricevessero[36]. E che avean mai di comune con lo spirito e il

progresso cristiano quei popoli che procedevano innanzi con la spada

di Maometto in pugno? Vero è che alcune città della Spagna eransi

fatte fiorenti sotto i Mori, che ivi sorsero le frastagliate moschee,

fino al cielo salirono i minareti, ma qual ebber opera in questo le

leggi e le arti della Grecia, di Roma e delle Gallie? I figliuoli del

Profeta atterrarono più che non edificarono. Qual maraviglia che in

tali città, come son Cordova o Toledo, Siviglia o Granata, sotto a quel

sole, le orientali fantasie crear potessero monumenti maravigliosi?

Ma le reliquie dell'arti che ancor si veggono sulle meschite, quei

fiori, quelle frutta d'oro son tolte per la più parte dagli artefici

bisantini.

E d'altra parte i Goti non avean essi pur qualche parte redato della

civiltà romana? Tutto il mondo echeggiava del nome di Roma; l'autorità

sua era in ogni parte quella d'uno spento ma immenso potere; non v'era

città dell'Austrasia, della Neustria o dell'Aquitania che tenacemente

non conservasse le vestigia di quel grande rivolgimento; non acquedotti

solo, nè ampie vie segnate di tombe funebri, e come a dir _vie de'

morti_, come a Pompei, ma sì pur costumanze, leggi, municipii che

avean sopravvissuto alla distruzion dell'impero e al passaggio dei

Barbari. Qua e là spuntavano instituzioni: i municipii, le compagnie

degli artieri, i procuratori delle città, le leggi sulle annone, sulle

magistrature, sui decurioni[37]; Roma e le Gallie avean segnato in ogni

parte della profonda loro impronta le franche instituzioni.

E' si vuol dunque far conto di siffatti elementi in ciò che costituisce

l'opera di Carlomagno, il quale non si fa a creare altrimenti una cosa

nuova, ma si serve dei fatti ch'egli ha sotto la mano, e gli organizza;

egli lascia ad ognun la sua legge, ad ogni popolo i suoi costumi:

la legge salica ai Franchi, ai Longobardi le loro formole, i codici

loro ai Romani. Solo in mezzo a questo sminuzzamento egli pianta un

principio di unità, toglie dal cristianesimo la sua forza morale, dai

papi la loro perseveranza nei disegni, e nella costituzion del suo

grande impero prende Roma per base e la Chiesa per modello.

CAPITOLO II.

ORDINAMENTO DELLA CHIESA E DELLA SOCIETÀ.

Chiesa dei Galli e Chiesa dei Franchi. — I cherici e gli uomini

di guerra. — Metropolitani e vescovi. — Fondazione dei monasteri.

— Neustria. — Austrasia. — Aquitania. — Germania. — Le leggende.

— Apostolato alle terre barbare. — I reliquiarii. — Le chiese.

— Concilii provinciali. — Instituzioni municipali. — Le città, i

borghi. — Ricordanze di Roma e delle Gallie.

SETTIMO ED OTTAVO SECOLO.

In sì violento tramutar d'invasioni e di conquiste non fu possibile

alla Chiesa conservar quel carattere di regolata unità, di che il

papato impresse più tardi la gran forma cattolica, e la società

mostrava di que' tempi una mescolanza di leggi civili e di canoni

ecclesiastici, una perpetua confusion tra gli uomini di guerra ed i

cherici, tra i conti ed i vescovi. La Chiesa primitiva delle Gallie

erasi costituita sugli antichi scompartimenti dell'Impero, colle sue

provincie e le metropoli, partizioni territoriali già da Roma buttate

innanzi al mondo. La _Gallia christiana_ ripartiva le metropoli e

le suffraganee in tredici provincie come la Gallia imperiale, e il

metropolitano rappresentava nella costituzione spirituale il magistrato

che l'imperatore deputava al governo di quelle provincie.[38]

Gli stessi scompartimenti durarono anche dopo la conquista dei Franchi,

se non che allora si manifestò la confusione degli uomini di guerra e

dei cherici: il vescovo e l'abate brandiscon spesso anch'essi l'asta

nelle battaglie, e si fan per le secolari foreste seguir da mute

di cani e da' falconieri, e coperti d'impenetrabil ferro, duellano

a morte[39], intantochè l'uom di guerra, divenuto possessore, in

vece, della badia o del vescovado, conduce su quelle pingui terre

i suoi soldati, i suoi famigli e le sue concubine, distribuisce tra

loro i poderi, l'entrate; vi son donne perfino, che ricevono a feudo

vescovadi e badie: gli è un viluppo che i papi non sono ancor giunti

a distrigare. Il diritto della conquista si mesce con le antiche

leggi della Chiesa, lo spirito barbarico col cristiano, donde poi si

ha spesso la spiegazione di quegli strani canoni che trovansi sparsi

nella raccolta dei concilii delle Gallie; gli è un conflitto tra i

grezzi e primitivi principii delle nazioni germaniche, e le massime

di morale insegnate dalla Chiesa di Cristo, e vorrebbesi imporre un

freno all'impeto dei sensi e dei loro appetiti che scoppiano a guisa

di folgore. L'amor della donna è fra quelle conquistatrici nazioni il

principio più operativo; perchè l'uom franco, quando la passion gli

bolle prepotente in cuore, non potrà egli liberamente soddisfarla? Che

gli fa d'esser congiunto a una compagna per tutta la vita? Che male

s'ei tiene in casa concubine, o se la donna, ch'egli ama, sia parente

sua in grado strettissimo! Quando il sangue parla, nessuno il può

domare... Di tali costumanze sanno alcun poco i primissimi concilii

delle Gallie, nè sempre hanno quel carattere di sublime purità, di

che i pontefici improntar seppero appresso il sistema cattolico[40]:

i canoni stessi rivelano questo miscuglio delle idee clericali con le

violenze degli uomini di guerra. Ai concilii non assistevan già solo

i cherici, ma anche i conti ci venivano con le focose e brutali loro

passioni; l'episcopato, d'origine, di consueto, romana, noverava nelle

sue schiere alcuni di quest'impetuosi Franchi non rattenuti da freno

veruno: onde non è maraviglia che in siffatte adunanze la purità dei

canoni della Chiesa n'andasse di mezzo. Egli è permesso quindi agli

uomini di guerra ripudiar, benchè casta, la moglie, nè la concubina

v'è altrimenti vituperata, e vi son tollerati e spiegati i traviamenti

della carne. Più innanzi occorrerà di tener dietro all'opera faticosa

del papato per ricostituire il matrimonio e proteggere la santità del

tetto domestico[41].

La partizion romana intanto delle metropoli, sopravviveva, già il

dissi, a questa confusione delle leggi civili e religiose, e la

podestà dell'episcopato attenevasi alla giurisdizione che altri

esercitava sulla provincia ecclesiastica. In ogni città che fosse stata

residenza del pretore o del magistrato era di pien diritto istituita

la metropoli; ma quanto a' territorii di più recente acquisto al

cristianesimo il deliberar delle instituzioni metropolitane era dei

papi, e ne vediamo un esempio nel vescovado di Magonza. Convertito che

quest'ampio borgo fu da san Bonifazio alla fede di Cristo, Zaccaria

scrisse che ivi fosse stabilita la sedia del metropolitano[42],

potendo questi di colà vigilar tutta la Chiesa della Germania e san

Bonifazio continuar sotto il piviale e la mitra episcopale la sua

predicazione[43]. Curioso è questo carteggio dei papi, dei vescovi e

dei concilii; ivi Roma è oramai l'autorità che altri viene a consultare

in tutte le quistioni di morale, e par che il papa, perseguitato

com'è dentro alla città santa dai turbolenti patrizii, domini il mondo

cristiano non altro che col principato della parola. Cotesto lavoro

è un lungo conflitto, finchè la suprema autorità papale assume nel

secolo undecimo, sotto Gregorio VII, l'universal dittatura, per ben

dell'universa morale e dell'ordinato principio del governo[44].

Presso alla instituzione gerargica dei vescovi troviamo la fondazione

dei monasteri, che tanto con l'opera contribuirono alla civiltà del

mondo cristiano. In mezzo alle invasioni dei Barbari, le anime stanche

del mondo e delle sue agitazioni si consacravano alla solitudine ed a

Dio, e la maggior parte delle basiliche che noi vediamo oggidì, quelle

ruine, quegli avanzi, ci additano la grandezza insieme e la sorte degli

ordini monastici nelle Gallie. Il secolo settimo andò principalmente

famoso per la fondazione di badie e di monasteri. Chi cerchi le origini

delle città di Francia, delle grosse borgate, dei villaggi, troverà che

la più parte riconoscon la loro fondazione dal monasterio, edificato

in origine con meravigliosa simmetria nei luoghi più inculti. Dapprima

innalzavano un devoto oratorio, un romitorio al deserto, come dice

la cronaca, poi v'aggruppavano intorno alcune celle, e una comunità

religiosa mutava questo romitorio in una famiglia nella quale oravano,

lavoravano e digiunavano in onore di Dio e ad edificazione degli

uomini[45]. Ampliate di poi queste celle, pie confraternite mutavano

la cappelletta in basilica, e se accadeva che qualcun di quei santi

abati morisse martire o confessore, si raccoglievan le sue relique, le

gocce del suo sangue, le preziose sue ossa, e foggiavasi nel monastero

a deporvele, un'area di forme bisantine con l'effigie del Santo; e

da tutte le parti accorreva qui gente in pellegrinaggio, però che

quell'arca rifugio degli infermi e dei tapini avea grido di miracolosa.

Ma se i pellegrini accorrevano, e sempre più folta si facea la turba

loro, convenia pur provedere a ospitarli, e a quest'uopo si costruivan

da prima alcune case di legno, alcuni modesti abituri; poi fra breve

ci vennero a gara i mercadanti ad offrir le loro derrate e ad esercitar

l'industria loro, in quella guisa che venivano e facevano alle fiere di

San Dionigi; quindi le fiere e i mercati che ottenean lettere patenti

e privilegi in nome dell'abate, e poi del conte o del re; quindi

l'industria per tutto ivi d'intorno, sì che al fianco del monastero

edificavasi un borgo, e il borgo poi si convertiva in città. Tale si fu

l'origine della maggior parte fra le città della Francia, cui grato il

popolo, dotava del nome d'un santo tutelare: celle e romitorj, arche

benedette, fiere e borghi furon cagione ed origine della fondazion

di luoghi cittadinati nelle Gallie, e le sconoscenti generazioni

indarno si affannano di cancellar queste memorie, ch'elle rimangono

incrostate nei marmi, a quel modo che scritte nelle carte antiche della

patria[46].

Curiosa è la geografia monastica delle Gallie nel settimo secolo, però

che addita il progresso e lo svolgimento dell'amore alla regola, dir

potendosi che in ogni luogo dove fondasi un monastero, ivi s'inchina ad

un più perfetto ordinamento della società. Nella Neustria, le badie e i

monasteri vengon multiplicando, ivi lunga schiera di gran santi, con le

loro leggende, si mostra; tutti resero smisurati beneficj alla civiltà

di quelle contrade, pur or disertate dall'invasione dei Barbari. Ecco

i due Germani le reliquie dei quali adoravansi nei monasteri edificati

sulle rive della Senna: l'un d'essi san Germano, l'antico vescovo

d'Auxerre (l'_Auxerese_, come le leggende il chiamano), l'altro san

Germano ai Prati, nelle fiorite praterie, sulle quali sorse poscia

l'Università; ecco santa Genoveffa al Monte, monumento alla memoria

della vergine di Nanterre, che salvò il paese dai guasti dei Barbari,

e preservò dalla fame Parigi. Indi a due leghe sulla Senna ecco san

Dionigi famoso pel suo tesoro, per le sue cronache, per le sue fiere e

pe' suoi _landiti_[47]; san Dionigi dove scriveasi la storia del paese

per atto di religione e di patria devozione.

Storia di Carlomagno vol. 1/2 · 第 2 / 26 段