Lo studio indispensabile che far si convenne per ben determi

[Illustrazione: CARLOMAGNO]

STORIA

DI

CARLOMAGNO

DEL

SIGNOR CAPEFIGUE

FATTA ITALIANA

DA

LUIGI TOCCAGNI

CON NOTE DELL'AUTORE E DEL TRADUTTORE

VOLUME PRIMO

MILANO

PRESSO GIUSEPPE REINA LIBRAIO-EDITORE

1842.

TIP. GUGLIELMINI E REDAELLI.

LETTERA

INTORNO AL GOVERNO E ALL'AMMINISTRAZIONE DI CARLOMAGNO.

Gli annali dei popoli presentano, a rari intervalli di tempo,

certi uomini più che tutt'altri famosi, i quali in sè, a così

dire, compendiano la civiltà d'un secolo intero, e lasciano, al

loro inabissarsi nei tempi, una lunghissima catena di memorie,

d'instituzioni e di gloria. Tal fu Carlomagno. Se non che la società

dell'ottavo e del nono secolo ancor non era foggiata alle forme

generali d'una regolata amministrazione, ed indarno il figlio di

Pipino, capo degli Austrasii, innalzarla volle fino alla sua propria

altezza, e fondar un impero commisurato alla vasta sua mente, chè

la società ricusò di camminar sì veloce, e di secondare lo smisurato

intendimento suo.

L'impero d'Occidente, straordinaria creazione, fuor delle consuetudini

così dei Franchi come dei Germani, rimase non più che un accozzamento

di popoli, posti insieme così ad un tratto dalla conquista, ond'è

ch'esso cadde insiem con la testa possente che lo avea fondato. Colà

dove Carlomagno avea stabilita l'unità sorse la dissoluzione: l'impero

d'Occidente, nato d'un colpo, d'un colpo anche crollò: portentoso

parto d'un sol uomo, che seco ne portò il segreto nel sepolcro suo

d'Aquisgrana.

L'impero di Carlomagno è come a dire un ponte sterminato e luminoso

gittato fra due epoche barbare. Le sorti del periodo merovingico

già erano al tutto compiute, e appena è che se ne trovi qualche

menzione nelle leggi e negli atti de' Carolingi; ma quando avverrà

che la storia si sollevi a una certa altezza rispetto a' tempi dei

Merovei, ella si applicherà più che altro ad un sol punto che spiega e

amplifica que' tempi antichi, e troverà che non vi fu cosa più vasta,

nè più atta ad incivilire dell'opera dei vescovi dal secolo quinto

all'ottavo. In mezzo a quelle sanguinose guerre fra i Barbari, che

straziano il cuore, e in cui vedi il perpetuo conflitto delle orde

selvagge che si contrastavan fra loro il bottino, in mezzo a quella

pittura di passioni e di odii fra tribù e tribù, coll'istinto e la

ferocità loro natia, vedi apparire i vescovi, que' grandi municipali

dell'epoca merovingica, i quali diventan come i guardiani, i protettori

delle città e delle popolazioni. Che mirabili storie non son quelle

infatti di Martino di Tours, di Maclovio che incivilì la Bretagna, di

Fortunato, dell'un santo Germano d'Auxerre e dell'altro, d'Onorato di

Marsiglia, di Remigio di Reims, di Cesario d'Arli, di Vasto d'Arras,

di Gregorio, pure di Tours, e di tanti altri di splendida memoria, che

si consacrarono alla difesa della città gallica![1] Dir potrebbesi

giustamente che la prima razza è dominata da due grandi fatti

cristiani: la costituzione dell'episcopato e la vasta fondazione di san

Benedetto; e finchè non sia chi, scrivendo intorno a questa istoria, si

ponga a considerarla da questo largo prospetto, non verrà mai fatto ad

alcuno di comprendere e descrivere l'indole vera della prima schiatta.

La _Gallia christiana_ è la più grande spiegazione che aver si possa

dei quattro secoli franchi.

All'altro estremo del periodo carolingico, è il principio della

terza schiatta, la quale non ha maggior somiglianza che la prima, con

l'opera concetta da Carlomagno. Il decimo secolo vede l'origine della

feudalità, svolgimento essa di quel sistema, che rappicca le une con

le altre terre in una lunga gerarchia: l'allodio, il feudo sovrano, il

feudo dipendente; onde avviene un compiuto mutamento nello stato delle

persone e delle sostanze. Le instituzioni carolingiche non lasciarono

dopo di sè vestigio alcuno; nuovi doveri s'impongono; i beneficii

e, quasi direi, gli allodii e le proprietà libere si dileguano; la

romana idea del fisco, il sistema penale dei componimenti fra le parti

vengono meno, ed appena è che a quando a quando s'incontrino. Son cose

dai tempi carolingi disparatissime; mille strani censi e livelli si

stabiliscono; la servitù divien generale: tutto legasi e concatenasi,

le città, con le pratiche d'uomo ad uomo, di feudo a feudo, pigliano

altra sembianza, le instituzioni altro aspetto, talchè i capitolari

stessi son caduti in piena dimenticanza.

Qual è dunque l'epoca carolingica, quale il suo spirito, quale l'indole

sua? L'impero di Carlomagno è l'effetto d'uno straordinario sforzo

diretto da un genio potente. Il signor feudale austriasiaco toglie un

poco dalle mani di tutti; egli dà ordine e centro ad una moltitudine

d'instituzioni merovingiche, imprime al suo potere un carattere di

energia che signoreggiar gli fa i fatti del suo tempo; alla guisa che

sogliono tutti gli uomini di mente sovrana, ei toglie a tutti le loro

idee, le loro istituzioni: a Roma, alla Chiesa, ai Merovingi, alle

memorie stesse della Germania, e le accomoda e taglia a suo modo; e

così facendo egli crea men ch'altri non crede, però che lo spirito

della società non cangiasi così dall'oggi al dimani; ma la cosa

in che più ei vuole essere ammirato, si è quel lasciar ch'egli fa,

nell'immenso suo edificio, ad ogni popolo la sua forma, il costume suo

particolare. Egli sotto la sua mano congiunge i Franchi della Neustria

con quei dell'Austrasia, ed anzichè por la mano entro i prischi loro

costumi, lacerar le leggi loro, sovvertir le antiche loro istituzioni,

appena tocca con qualche modificazione la legge salica e la ripária,

la rinvigorisce anzi co' suoi proprii capitolari. Non sì tosto egli

ha conquistata la Lombardia, e s'è posta in capo la corona di ferro,

eccolo confermar la legge dei Longobardi; lascia ai Bavari, agli

Alemanni, ai Visigoti le leggi loro; poco o niun fastidio si prende

delle private consuetudini o delle civili costumanze di questi o di

quelli; solo egli ad essi impone le leggi generali del suo governo e

della sua politica, in ciò imitando intieramente i Romani. Tu diresti

che il potente genio suo ha indovinato i costumi esser la cosa a cui

sono più affezionate le nazioni anche vinte e avvilite; si può cangiar

di signoria pur senza avvedersene, ma la casa è tutto: lasciate stare

gli Dei Lari, se non volete sollevare i popoli. Così fece Carlomagno

nella sua larga costituzione, ei sottomise bensì le nazioni ad alcune

forme particolari de' suoi capitolari, ma lasciò ad esse il pieno

godimento dei loro diritti civili.

Non v'ebbe mai personaggio storico, che lasciasse orme e memorie più

profonde di quelle che lasciò Carlomagno. Nel rovistar le antiche

croniche, tu il trovi ad ogni foglio; nelle leggende, nelle canzoni,

nelle pergamene, entro i diplomi[2], grande qua, colà santo. Se tu

scorri le rive del Reno, le antiche città d'Aquisgrana, di Colonia,

di Magonza, le ampie foreste della Turingia e della Vesfalia, in ogni

luogo trovi l'orma de' suoi passi, de' suoi monumenti, delle sue leggi.

Tu vedi sulle pubbliche piazze la statua di quel grande, con la sua

buona spada _Gioiosa_ alla mano, e coll'imperial suo diadema in fronte.

Se visiti le città della Lombardia, Monza, Pavia e Ravenna, quivi

lo trovi in sembianza di re dalla corona di ferro; le ruine de' suoi

monumenti appena si discernono dai rottami dell'impero romano[3]: e

le pietre delle sue basiliche si frammischiano alle pietre dei grandi

circhi eretti dai consoli e dai Cesari. Ai Pirenei si vanno perpetuando

altre tradizioni. Carlomagno v'ha lasciato vestigia per ogni dove: le

valli rispondono al nome di Roncisvalle; i mulattieri ripetono ancor

quelle gesta nelle loro canzoni, e i lamenti di donna Alda, _la esposa

de don Roland_, e gli inni guerrieri dei Baschi ripetono come le ossa

biancheggianti degli uomini del Norte, son venute a rallegrar l'aquila

di quegli altissimi gioghi.

Quando uno s'accinge a determinare alcun po' queste tradizioni e ad

ordinar questi fatti, egli è compreso da due caratteri essenziali

che forman come due periodi distinti: 1.º l'epoca conquistatrice; 2.º

l'epoca ordinatrice. Carlomagno passa una buona metà della sua vita a

conquistar terre e allargare il suo dominio; nè in ciò egli altro fa

che ubbidire allo spirito ardimentoso ed avventuroso della nazione de'

Franchi, ed alla propria sua bellicosa natura. Egli è qual furono gli

antecessori suoi, Pipino d'Eristal, e Carlo Martello d'Austrasia; si fa

guida della gente da guerra e conquista.

La sua guerra di Lombardia, la rapida sua soggiogazione del Milanese,

la sua calata in quel paese pei due passi dell'Alpi, fan supporre in

lui un sommo accorgimento strategico, attinto senza dubbio questo pur

dai Romani; trentatrè anni di guerra da lui governata contro i Sassoni

bastano a dimostrar come continuo fosse il bisogno di stare col piè sul

collo a que' popoli, e di conquistarli. L'invasione della Spagna, per

la via della Navarra e della Catalogna fu il frutto di sagaci disegni,

laddove il disastro di Roncisvalle venne da una sorpresa che niun

capitano del mondo avrebbe potuto evitar per certo nè antivedere.

Questo periodo adunque della conquista, ch'ebbe a durar bene

quarantatrè anni, fu costantemente fortunato; Carlomagno ebbe a

combattere contro quasi tutte le popolazioni dell'Europa, e dappertutto

trionfò, e le sottomise alle sue leggi. Gli eserciti superarono monti

altissimi, varcarono larghissime fiumane; li vedi nella Frisia, in

Sassonia, in Pannonia, e vincer gli uni dopo gli altri i Longobardi,

i Saraceni, i Greci. Or, da che riconosceva egli mai una sì costante

supremità militare? In così lunga serie di guerre, ben facil sarebbe

spiegar l'abituatezza delle vittorie, avvicendate con alcune sconfitte;

ma quando la vittoria è continua, non si vuol egli attribuirne la causa

a condizioni eccezionali? Carlomagno fu un gran capitano, questa è cosa

incontrastabile: egli accoppiava una forza gigantea di corpo ad una

infaticabile attività; i suoi disegni furono per lo più fortunati, e

sagacemente ordinati; ma questi meriti sarebbero pur nondimeno stati

insufficienti all'uopo, s'ei non avesse saputo adunar sotto la sua mano

strumenti degni di sè, e soccorrere al natural valore dei Franchi con

potentissimi mezzi di guerra.

I Franchi aveano, anche sotto i Merovingi, conservato una

incontrastabile militar preminenza, ma s'erano logorati, versando

fiumi di sangue nelle guerre civili. Il merito di Carlomagno fu di far

tacere quegli odii intestini, e di raccor sotto la medesima insegna

tutte le forze di quelle diverse barbare nazioni. Onde, se ancor ci

furono Goti e Borgognoni e Franchi, distinti per costumi e per leggi,

più non v'ebbe che un popolo in campo; Carlomagno tutti gli strinse a'

suoi disegni, e tutti li fece ugualmente servire alla sua conquista:

e si affratellaron, per così dire, sotto la tenda, e la guerra civile

fu spenta nella vittoria. Ordinator vigoroso, com'ei fu, delle servitù

militari, ei seppe altresì cogli atti suoi, colle sue leggi, co'

suoi capitolari, regolarle con inesorabile severità; i possessori

dei beneficii e degli allodii dovettero irremissibilmente porsi in

campo alla chiamata del feudatario sovrano; l'imperatore prescriveva

le armi da guerra, i carri, il numero dei cavalli da battaglia, che

dovevano seguirlo alla guerra; egli avea pure i suoi legionarii, i

suoi veterani, la rigorosa sua disciplina; l'armature rassomigliavano

anch'esse a quelle dei Romani, e l'ordinamento delle schiere de' suoi

feudi foggiavasi sulle coorti e sulle legioni romane.

Alle quali cagioni di superiorità, venivasi ad aggiungere l'inferiorità

relativa delle popolazioni ch'egli avea da combattere. Gli effeminati

Aquitani ed i Goti poterono essi mai tener fronte ai figli dell'antiche

foreste della Germania, armati della lor chiaverina? Quand'ei calò

addosso ai Longobardi, questi erano omai spossati, e crollante era

già il loro impero, poche vittorie bastaron quindi a farlo al tutto

cadere. Più vigorosa fu la difesa dei Sassoni, ma Carlomagno seppe

con l'usata scaltrezza sua assalirli dalla parte più debole: questi

popoli primitivi si distruggevan l'un l'altro con la guerra civile,

e formavano come una repubblica militare, in armi sempre; or che fece

Carlomagno? divise i capi, smembrò le tribù, e dopo trentatrè anni di

fatica venne a capo dell'opera sua. Allorchè poi mosse in Spagna fino

all'Ebro, altro più non ebbe incontro a sè che la snervata civiltà dei

Saracini, chè già passato era per quei popoli il tempo delle conquiste

e delle invasioni.

In mezzo a questi atti di sovranità, una cosa sopra tutte segnalò

Carlomagno, e fu l'ordinamento della conquista, con l'unità di cui

volle improntar le sue leggi, le comunicazioni per ambascerie che

egli crear seppe con Costantinopoli e colla Siria, cogli imperatori

bisantini e coi califfi; quel gran codice di leggi ch'egli impor seppe,

la vasta creazione dei _missi dominici_, grande e forte instituzione,

che, col dare un voto comune alla podestà centrale, rendea presente

in ogni luogo l'autorità dell'imperatore. Questo è principalmente il

merito che pose Carlomagno in cima agli ordinarii conquistatori dei

popoli; egli ordinava, disciplinava e governava nell'atto che aggiungea

nuove terre all'impero suo: egli fondò, solo assunto questo in cui si

faccia manifesto il genio del conquistatore.

Noi possiamo valutare di netto, e senza lasciarci traviar dallo spirito

troppo assoluto di teoria, il sistema tanto amministrativo quanto

politico di Carlomagno. Dividesi esso in due parti principali, dalla

troppo frequente confusione delle quali ebbero appunto a risultar

di gravissimi errori. I capitolari comprendono il governo pubblico

della società e l'amministrazione dei beni privati dell'imperatore,

ed è mestieri di costantemente separar l'una dall'altra chi giunger

voglia alla giusta valutazione dei diplomi e dei capitolari.

L'amministrazion generale poggia innanzi tratto sul sistema permanente

dei conti, i quali Carlomagno ebbe a trovar già istituiti, nè sono

altrimenti un'invenzione della sua mente, ma sì una instituzione quasi

merovingica, e più anticamente romana; solo il possente imperatore diè

a quelli forma regolare, compiuta, e assegnò loro distretti meglio

determinati; egli assister li fa dai proprietarii eletti, e questo

è il concetto sassone del governo rappresentativo. Nulla v'ha qui di

distinto, ma tutto si collega per concorrere al medesimo fine: il conte

amministra, giudica e riscuote l'entrate del regio patrimonio; egli è

il ministro principale intorno al quale s'aggruppano gli assessori, i

giurati, tutti quelli che gli debbono dar mano nell'amministrazione e

nella giustizia.

Ma instituzione effettivamente e veramente carolingica, si è

l'ordinamento dei _missi dominici_. Un dotto d'ingegno e di sapere[4]

sostiene che i _missi dominici_ erano già ai tempi della prima schiatta

da cui li tolse Carlomagno. Niuno pone in dubbio che non vi fossero

tracce a que' tempi di questa istituzione, nè punto era nuovo il

trovato di questa delegazione di straordinari inviati a soprintendere

all'amministrazione; esso era anzi antico al par di Roma repubblicana

e imperiale. E i papi non aveano anch'essi i loro legati? E' potè

avvenir dunque che si trovasse anche sotto i Merovingi qualche

esempio di delegati o inviati col carico d'esaminar l'amministrazione

dei distretti; ma l'instituzione permanente e ampliata dai _missi

dominici_[5] appartiene unicamente a Carlomagno; ei solo concepì il

forte pensiero di ridurre ad un sol centro la podestà sopravveduta dai

_missi dominici_; chè ad immaginare una sì mirabil forma d'inspezione

era bisogno d'uno sterminato impero, qual fu appunto quello di

Carlomagno. Per solito questi commessarii erano due, un conte ed un

vescovo; talvolta quattro ancora, se di maggior rilievo era il mandato.

Pur valido concorso questo di vigilanza e di forma!

L'amministrazione particolare dei beni o del patrimonio dell'imperatore

non avea nulla a che far col governo generale della società, ma

ben ci era per essa un'interna e particolare azienda; i capitolari

fan menzione d'una serie di uffiziali d'ordine subalterno, i quali

attendevano a reggere i vasti e ben coltivati poderi, che componevan

le sole rendite dei Carolingi, e questi ufficiali sono ordinariamente

chiamati col nome di _judices_; ordinati com'essi erano nei gradi

subalterni, amministravano le ragioni fiscali del dominio, e

giudicavano le liti fra gli uomini dell'imperatore. A quel tempo,

nulla v'è di distinto negli uffizii; amministrare e giudicare son

cose insiem confuse, e questa giurisdizion domestica va tant'oltre,

che l'imperatrice medesima presiede un tribunale, il cui distretto

giurisdizionale è tutto di pertinenza di lei, e questo tribunale

sentenziar dee sopra certi ordini di persone.

Di questo modo ci ha in cotesta carolingica costituzione alcun che

di grandioso insieme e di misero; il pensamento è attivo ed operoso,

si vede che Carlomagno vuol porre in uso tutti gli ordigni per far

camminare innanzi la generazione ch'egli ha d'intorno a sè; si rivolge

continuamente verso Roma e Bisanzio; piglia da loro la scienza e le

arti. E dove va egli a prendere i primi elementi della sua letteratura?

Quali son gli uomini ch'ei chiama vicino a sè per illuminare i popoli,

e schiuder gl'intelletti? I papi gli confidano le decretali ed i

canoni, sorgenti del morale incivilimento; Costantinopoli gl'invia il

codice teodosiano; ai califfi egli va debitore dei primi orologi; agli

artefici romani e lombardi degli organi che vengono a sposarsi con

la voce dei cantori nelle cattedrali. Quella specie d'areopago ch'ei

raccoglie a sè intorno: Alcuino, Teodolfo, Leidrado, Paolo, Varnefrido,

non son forse tutti chiamati a dar forte impulso agli studi? Ei

gl'incuora, egli studia continuamente con loro, svegliato sì di mente,

e sì attivo di corpo, che tu lo vedi a un tratto sull'Elba, sul Reno,

a' Pirenei, a Roma, a Saragozza, ad Aquisgrana, consumar le sue vigilie

in far trascrivere manoscritti, e riformar la scrittura; ei fa imitare

que' bei caratteri greci e romani, e li sostituisce alle lettere

gotiche e sassoni; vuol che leggasi Omero e Virgilio; diffonde le

Sacre Scritture. Tutto va sotto di lui riformandosi: il registro delle

leggi, le formole degli atti della sua cancelleria; nulla sfugge a quel

solerte intelletto.

In mezzo a quest'opera d'incivilimento Carlomagno non lascia nè per un

solo istante l'indole sua germanica, e resta qual desso è; s'ei toglie

da Roma qualche idea, pure ei sempre si piace nelle consuetudini della

patria; passa sua vita sulle rive del Reno, della Mosa, nella Svevia

e nella Turingia; se ne resta col tipo delle sue foreste, e colla

selvaggia grandezza dell'origine sua. Protegge le lettere, ed ei si

rimane poco men che illetterato; studia le leggi romane, e promulga

barbari codici; fa quant'ei può per dispiccarsi dalla natura sua, ma

questa continuo ritorna; simile al fiero corridor della selva, invano

la civiltà vorrebbe mettergli un freno, che egli s'impenna, e spezza

d'un salto tutti i nodi per tornare alle selvagge sue lande.

L'opera di Carlomagno fu grande sì, ma non si dee darne merito a lui

solo, chè non sarebbe giustizia; la schiatta carolingica ci offre

una serie di menti alte e robuste. Tre uomini segnalati ebb'ella, che

si tennero dietro l'un dopo l'altro, e furono: Carlo Martello, mero

condottier di guerra, che nulla ordina, nulla prepara per l'avvenire;

ha suoi soldati, e li conduce a rintuzzar la nemica invasione, e come

tosto i Saracini son vinti nelle pianure di Poitiers, ei distribuisce

le terre, anche ecclesiastiche, a tutti coloro che lo accompagnarono

al campo. È cosa naturale, egli non pensa al dopo, nè quindi punto si

cura di fondare un governo. Ben più accorto è Pipino; egli non ha nè le

forme robuste, nè la statura gigantesca dell'altro; ma se quest'ultimo,

violenta natura d'uomo, offende il clero, s'impadronisce dei beni

della Chiesa, se la sua conquista passa come un torrente, Pipino

all'incontro, che vuol fondare una dinastia, sente che la Chiesa è il

fondamento di ogni ordine politico, ch'ei non può ottener la corona, se

non amicandosi il clero, sente che per abbatter la domestica devozione

dei Franchi pe' Merovingi gli è di bisogno far lega col papa, onde le

pratiche sue con Roma e la protezione da lui conceduta ai pontefici.

Carlomagno ha ben compresa una tal politica, e la va seguitando;

re così come imperatore, non cessa egli mai di tenersi in perfetto

accordo coi papi, e trova in buon punto due grandi pontefici fatti a

secondarlo: Adriano, espressione del romano patriziato, e Leone destro

politico, che concerta con Carlomagno la ricostituzione dell'impero

d'Occidente, il quale vien eretto contro la dominazione greca in uno

e saracina; ed è una spada che san Pietro mette in mano a Carlomagno,

perch'ei difenda la nazione italica minacciata dagl'infedeli d'Africa e

di Spagna e dagli imperatori di Bisanzio.

Spesso s'è misurata la grandezza di Carlomagno, nè v'ha forse storico,

il quale non abbia gittata qualche frase su questo ampio regno; di

speciosissime sentenze si sciorinarono a caratterizzar la politica

di quel regnante. Alcuni l'innalzarono a cielo, e per ver dire,

chi non conosce e saluta questa mente sublime? Altri all'incontro

lo posero intieramente in basso a profitto di Lodovico il Pio, cui

rappresentarono, io stimo, come il Cristo, il martire di quell'età;

a udir costoro, l'imperator Carlomagno è poco men che un cerretano,

un cattivo fabbricator di leggi; le sue conquiste sono cose da nulla,

meno ancor sono i suoi capitolari, e le generazioni del medievo si sono

ingannate nel conservar ch'esse fecero un'antica e grandiosa impronta

di quell'imperatore.

Io per me non ho questo coraggio di sistema; nè mi piace, dopo dieci

secoli, costituirmi giudice meglio informato dei contemporanei; io

preferisco, per me, venti righe di Eginardo a tutti i simbolismi

moderni. Nella storia io amo i fatti, e gli inventario e gli ordino;

e pongo tutta la suppellettile d'un'età innanzi ai lettori che

possono darle il valor suo così bene come gliel do io stesso, e mi fo

tenerissimo custode dei tesori del tempo antico, del sedile di pietra

su cui è assiso Carlomagno, della longobardica corona di ferro, di

quelle polverose pergamene conservate attraverso dei secoli, di que'

suggelli di cera gialla improntati di antichi cammei e d'effigie di re

e imperatori, col capo pressochè tutto raso, e con la barba crespa;

e novero i rarissimi danari d'argento, e quelle colossali figure da

scacchiere, che gli son date dalla tradizione per un presente del

califfo Arun-al-Raschild[6]. O degni e buoni canonici di Aquisgrana,

mostratemi una volta ancora que' benedetti reliquiarii e tesori di

Carlomagno, l'ampia sua mano, e lo smisurato suo cranio incastonato

d'oro: fossero anche pie menzogne, io le preferirei non pertanto alle

più belle teoriche dell'arte. Chi aver potrebbe tanta temerità da

evocar le ossa di Carlomagno per dir loro: «O imperatore, tu altro non

sei che un cerretano.» E tuttavia vi fu chi lo disse!

Lo studio indispensabile che far si convenne per ben determinare il

periodo carolingico quello fu di sceverarlo da quei della prima e

della terza schiatta, però che la confusione di questi tre periodi

era sorgente di molti errori. Io so bene che nella storia i tempi

si seguono e si succedono; che nulla v'ha in essa mai d'interamente

isolato, che il passato si confonde nel presente e il presente

nell'avvenire, che una misteriosa catena congiunge con l'une le altre

generazioni, ma pure, il ridico, il periodo di Carlomagno è un qual

che di appartato. Ond'è che quando altri spiegar volle il sistema

merovingico coi capitolari, e i capitolari con la feudalità, s'inoltrò

per un ginepraio. Lo studio de' capitolari è da sè solo un'opera

delle più faticose, e l'attenta disamina dell'ampia compilazione che

dobbiamo alle cure di Benedetto, diacono di Magonza[7], ben dovette dar

a conoscere altrui più d'un fatto importante; se non che erano tempi

che si compilava senza metodo, senza critica, e il buon diacono ebbe a

framezzar, copiandoli, frammenti del codice teodosiano, e interi titoli

dei Concilii ai Capitolari. Gli eruditi anche più sicuri e sodi, qual,

per citarne uno, sarebbe il Baluze, non poterono andare esenti da simil

confusione, donde venne che alcune instituzioni romane furon prese per

creazioni di Carlomagno. Certo è che il grande imperatore molto tolse

da Roma, e avea conoscenza del codice teodosiano, e certo è ancora

che i papi gli avean fatto dono delle decretali, ma pur mostrerebbe di

mal conoscere la particolar sua legislazione chi vi comprendesse tutto

che da Benedetto fu attinto nelle decretali e nei codici teodosiano e

giustinianeo.

I capitolari vogliono essere chiariti col riscontro delle carte

antiche e dei diplomi, col _Codex carolinus_ (codice carolino), di cui

conservasi a Vienna il testo originale, e con alcuni sparsi avanzi

delle leggi barbare. Questi capitolari son venuti ad uno ad uno, e

quindi la raccolta venne compiendosi in lungo spazio di tempo, e si

fecero nuove scoperte fino all'ultimo secolo. Aveano i Benedettini

trovato un modo di scientifico pellegrinaggio che venne ad ampliar

sempre più l'ampia loro raccolta; degni questuanti della scienza eran

essi, che se ne andavan con la tonaca indosso di san Benedetto da

biblioteca in biblioteca, a Montecassino, a Roma, nel settentrione,

nel Belgio, a Vienna, non altro che per fare incetta degli sparsi

frammenti dei nostri tempi storici. Il padre Martene e il padre

Durand fraternamente si unirono nei loro pellegrinaggi in Italia e in

Germania, e il padre Mabillon viaggiò per dieci anni a raccogliere

l'_Analecta_, curiosissimi documenti che servirono di elemento ai

nostri annali. Essi trovavano sparsi qua e là, capitolari, patenti,

diplomi, cartolari; li ragunavano, e ne facean presente alla nostra

Francia, alla nostra Francia cristiana allora e credente[8].

Ed io pure amo questi viaggi di erudizione e di studio; chè le

impressioni dei luoghi ti si scolpiscono profondamente nell'animo, e

tutti questi fatti e queste epopee del medio evo si schierano dinanzi

agli occhi tuoi col corteo dei secoli andati. Argomento di schietta

gioia è per l'erudito il ritrovamento di qualche documento della storia

nostra, e niun sa come gli batta il cuore alla vista di un diploma

che rettifichi un fatto innanzi falsamente riferito; tutte sono allora

ricompensate le cure sue, e talvolta dalla polvere di un cartolaro esce

bello ed intero un sistema.

Varii sono gli elementi che compongon quest'opera, ma la cronaca

n'è per sempre la base: Eginardo cioè, il monaco di San Gallo, e

le croniche di San Dionigi in Francia, tutte raccolte nel quinto

volume dei Benedettini, che il Pertz[9], quel gran ricoglitore della

Germania, ci diede in testi più purgati ed esatti che prima non

erano. Di costante amor patrio diè prova questo dotto Tedesco, nel

dedicar così la sua vita al solo assunto di cercare tutti i monumenti

che si riferiscono agli eroi della Germania: e però che Carlomagno è

tutto germanico anch'esso, è un Austrasio che ha caro di vivere sulle

rive del Reno, nelle foreste delle Ardenne, nei regali poderi della

Mosella, e nelle badie di Fulda e di San Gallo, il Pertz si diè cura

di restituire alla Germania l'antico suo imperatore, sdebitandosi con

giudiziosa perspicacia di questo carico suo.

Troppo facil sarebbe, ed anche in generale, mal chiara l'opera

dell'erudizione, dove avesse solo a guida le cronache, però che in

fatti le più di esse sono foggiate alla medesima stampa, e derivando

dalla medesima fonte monastica, hanno naturalmente sui fatti uno stesso

concetto. Egli è uopo dunque spiegarle con documenti, ardirei così dir,

più ufficiali. Il regno di Carlomagno non consta già solo d'avvenimenti

interni, nè tutto si consuma in militari spedizioni o in atti di

palazzo; chè quel gran feudatario germanico ebbe pratiche coi papi

e cogli imperatori di Costantinopoli, e ci restan frammenti del suo

carteggio diplomatico e lettere che ci posson dar ad intendere il senso

esatto di moltissimi avvenimenti politici; e questi elementi volevan

pure essere raccolti e ordinati. Quest'essa è l'epoca pontificia. E'

sono i vescovi quelli che danno l'impulso all'incivilimento sotto i

Merovei, e al tempo di Carlomagno sono Adriano e Leone papi, quelli

che con essolui concorrono a cacciare innanzi le idee della podestà

e dell'ingegno; quindi egli è agevole comprendere tutta l'importanza

del carteggio pontificio, chè non trattasi già solo dei racconti d'una

cronaca, o delle dicerie, con maggiore o minor esattezza riferite da

un povero frate, ma sono atti usciti dai medesimi grandi operatori

degli avvenimenti. Rare sono le lettere di Carlomagno, ma numerose

all'incontro quelle d'Adriano, e spiegano la ragione vera della

conquista d'Italia contro i Longobardi, e ci fan penetrar nell'interna

politica che guidò alla creazione dell'impero d'Occidente.

Nè questo disegno fu altrimenti effettuato da Adriano, ma sì da papa

Leone; chè Adriano, inteso com'era particolarmente ad assicurare la

dominazione dei Franchi in Italia, volle, innanzi tutto, strigarsi dei

Longobardi. Ad Adriano succedette indi Leone, l'amico, il confidente di

Carlomagno, pel quale la creazione più vasta dell'Imperio d'Occidente

fu come un potente principio di opposizione contro l'impero d'Oriente.

L'Italia era minacciata dai Greci e dai Saracini: or col porre la

spada imperiale in mano a Carlomagno, Leone affortificava d'un possente

protettore la Chiesa contro i nemici che la minacciavano. In progresso

di tempo il concetto pontificale venne ampliandosi, e fu allora che per

mezzo d'un imeneo fra Carlomagno ed Irene, il papato congiunger volle

i due imperi, per cessare lo scisma, e ricondur l'unità dove innanzi

altro non era che discordia e disordine.

Tutti i quali ammaestramenti risultano, quanto ad Adriano, dal

carteggio dei papi e dal codice carolino, e quanto a Leone, dagli

archivii del Vaticano, e ci vengono inoltre da parecchi curiosi

frammenti degli storici bisantini, e da Teofane in particolare. Io

ne ho riportati i testi greci, però che questi fatti mi parvero sì

curiosi e risolutivi, ch'io credetti indispensabil cosa pienamente

giustificarli. Un'altra cosa deesi notare ancora, ed è che a questo

carattere meramente pontificale del regno di Carlomagno, viene a

mescolarsi l'incontrovertibile ingerenza dell'ordine di san Benedetto.

Sotto i Merovingi tu vedi i Vescovi risplendere e operar quasi soli;

sotto Carlomagno in vece maggioreggiano i pontefici ed i capi degli

ordini monastici; i vescovi son posti nella seconda schiera, e tu

diresti che se ne ricattano a danno di Lodovico il Pio. Le badie,

protette come sono dall'imperator d'Occidente, esprimono un non so che

di regale, un carattere di autorità e di potentato: san Dionigi, san

Martino di Tours, san Bertino, Corbia, Fontenelle, Ferrieres, l'uno

e l'altro san Germano di Parigi, esercitano l'autorità che mai la

maggiore sopra la società, e questo procede dall'indole di generalità

che van pigliando le istituzioni monastiche; l'autorità del vescovo

avea qualcosa di locale, di circoscritto; egli era come dir la podestà

della comune, della diocesi. Ma quest'uffizio più non bastava al

concetto carolingico, mentre l'impero procedea verso sì alti destini,

che già essi abbracciavano l'Occidente; ond'è che a Carlomagno fu forza

di entrare in pratiche col papa rappresentante del mondo cattolico,

e a quest'uopo si giovò pur degli abati, i quali corrispondendo

direttamente coi papi, s'imbevevano del principio di universalità di

questi ultimi, testimonio la regola di san Benedetto.

Alle cronache si aggiungan le carte, i diplomi, documenti della vita

privata di quella società; chè molte rivelazioni hai nel semplice

contratto di vendita d'un bene allodiale e di quel che nella

_Polyptyca_ dell'abate Irminone vien chiamato un _aripennum_[10] di

terra, nel testamento d'un militare, o nell'emancipazione d'un servo.

A cui non piace veder la società nell'interno suo? Le cronache parlano

di fatti generali, i diplomi vi raccontan la vita della famiglia fra

le domestiche pareti. Vengon poscia le vite dei santi, le leggende,

documenti preziosi intorno alla prima e alla seconda schiatta; nei

Bollandisti tu trovi la storia dei costumi; con le vite di sant'Eligio

e di santa Genoveffa ricompor tu puoi le costumanze di due secoli. Le

leggende furono derise e avute in dispregio assai, come se tutti nosco

non portassimo la nostra leggenda: leggenda che ci agita il cuore, che

ci fa bollire il cervello, leggenda di fanciullezza o d'amore: e se

noi più non n'abbiamo, gli è quando siamo troppo antichi d'età, troppo

logori e rifiniti.

Col sussidio appunto di questi particolari documenti ti riesce

fattibile lo stabilir le condizioni delle persone e delle sostanze,

quistioni rilevantissime dell'età media; se non che lo spirito di

sistema s'è impadronito di queste idee, e così accadere dovea. Ai

tempi degli usi eleganti e delle costumanze cortigianesche del secolo

decimottavo, i Sainte-Palaye, ed i conti di Caylus attendevano ai

romanzi di cavalleria, e altro non vedevano che i gran fendenti e le

maravigliose prodezze. Veniva indi la scuola degli Enciclopedisti, dei

filosofi disputanti, i quali altro non cercarono nei tempi lontani

se non armi di scherno per combattere le credenze. Così ora, poichè

l'epoca presente si è fatta politica, s'è voluto esaminar più che altro

lo stato delle persone e delle instituzioni, e trovar per ogni dove

assemblee e rappresentanze nazionali. Un tempo ad altro non si pensava

che ai blasoni ed ai titoli di nobiltà; oggidì la borghesia, che

governa la società, ha voluto pur essa cercare i suoi titoli, e frugar

sin entro le instituzioni della Germania, quindi sognaron la storia

del terzo stato, colà dove ancor non appariva indizio di libertà. Le

sono smanie coteste che passeranno al pari di tante altre, e tracotanze

che pur se n'andranno: la borghesia ha pur essa le vanità sue, e vuole

anch'essa i suoi genealogisti che la servano nell'ubbriachezza del suo

potere.

Lo stato delle persone, e delle sostanze sotto la seconda schiatta,

poco diversifica da quel ch'era sotto i Merovingi, chè i governi ben

possono con rapidità mutarsi; ma gli usi della famiglia e lo stato

delle proprietà van soggetti a tardi rivolgimenti. Malagevol sarebbe il

distinguere appuntino da che sceverate fossero le differenti classi dei

coloni e dei servi al tempo dei Merovei, quando le distinzioni erano

piuttosto stabilite dall'origine dei popoli che dalla condizione degli

individui: chi era Franco, chi Romano, chi Longobardo, chi Gallo, e la

condizione risultava dal valore, dal merito pecuniario di ciascuno.

Nè si vede che sotto Carlomagno questa condizion sociale siasi gran

fatto mutata: la schiavitù comprende ancora una ragguardevol porzione

della società; vi sono servi che appartengono al principe, servi che

appartengono alle Chiese, il maggior numero ai conti ed ai feudi; il

colono non è ancor divenuto contadino: le città sono riguardevoli, e

ritraggono dell'origine gallica e romana; ancor non si veggono torri

feudali sorger di villaggio in villaggio, e il titol di conte è un

uffizio più che un onore.

La proprietà è rimasa nelle condizioni del beneficio romano e

germanico: qual possiede una terra libera o allodio, e quale la terra

dell'erario o del fisco; non v'è orma di feudalità disciplinata, non

indizio di quella gerarchia che poi costituisce il diritto pubblico

della terza schiatta. Col sussidio dei diplomi e dei cartolari seguir

tu puoi l'andamento della proprietà carolingica e delle regie tenute;

ma chi cerca ivi l'origine della comune, chi fa sì alto salir nella

storia i titoli della libertà attuale, troppo è preoccupato dalle idee

de' nostri tempi. Lasciate ad ogni età l'indole sua, ad ogni cosa morta

il suo sepolcro, ad ogni generazione del passato la sua sembianza: non

v'ebbe terzo stato sotto i Carolingi in quella guisa medesima che non

v'ebber pari nel regno di Carlomagno.

V'ha pure un altro genere di documenti, di che molto mi sono giovato

nel comporre quest'opera, dir voglio le epopee, ovvero le canzoni

narrative, notabili poemi che formano argomenti di nuovi e speciali

studi. Certo non è da prestar fede intera a siffatti componimenti

epici, i quali furono, per la maggior parte, compilati non più su del

secolo XIII, ma pure e' ci rivelano il concetto che il mondo erasi

formato di Carlomagno, alcune generazioni dopo di lui, e la grandissima

impressione che questo genio avea lasciato ne' suoi contemporanei;

chè ci sono nella storia alcuni nomi, i quali nel passare d'età in

età si fanno più grandi. Quanto alle dette canzoni, io poco le ho

discusse, contentandomi di analizzarle. Io mi son tenuto all'uffizio di

archivista dei tempi andati e delle generazioni defunte, e ho raccolto

le testimonianze dei sepolcri.

Di utili studii si son fatti recentissimamente intorno ai documenti

carolini, e oltre la raccolta del Pertz e dei Benedettini, si son

pubblicati alcuni cartolari originali, e quello principalmente di

Sithieu o di San Bertino; il libro dei censi della badia di San

Germano, fu buono anch'esso a dare un giusto concetto della condizion

delle proprietà e delle persone ai tempi dei Carolingi. Essendomi stato

conceduto di consultar tutte queste raccolte, io ne trassi alcune

preziose notizie, che dar potranno a quest'opera un nuovo aspetto.

L'edizione dei testi è impresa di maggior merito assai ch'altri non

creda, sol mi duole che lo spirito dei tempi abbia spesso framezzato di

mondani e frivoli pensieri queste gravi raccolte, patrimonio un tempo

dei monasteri.

Ora fatevi tutti meco a queste investigazioni, o antichi cronisti,

trovatori, leggendarii, cancellieri e protonotari di Carlo; sedete

una volta ancora ai banchetti delle corti plenarie, alle diete del

campo di maggio, bevete con le labbra vostre inaridite dalla morte

una capace tazza di vin del Reno, e contempliamo insieme le battaglie

della Sassonia, della Lombardia e la rotta funesta di Roncisvalle[11].

Io voglio far conoscere Carlomagno tal quale io l'ho inteso, veduto,

toccato. Il disegno di quest'opera mi fu suggerito dal visitar ch'io

feci in due fiate la basilica d'Aquisgrana[12], e al calcar co'

miei piedi la lapide spaziosa che copre il vuoto sepolcro del grande

imperatore, mentre mi pendea sul capo l'antico doppiere di cera gialla

offerto da Federigo Barbarossa a san Carlomagno. Io toccai con la mia

propria mano il sedile di pietra su cui s'assise: io vedeva in ogni

luogo il magno imperatore, e gli occhi suoi sì fiso mi guatavano ch'io

n'ebbi spavento. A quel modo egli guardar doveva i suoi paladini,

quand'ei comandava in campo. La palla ch'ei teneva in mano, quella era

del mondo; la spada era la buona Gioiosa. In mezzo a quelle memorie e

a quell'ombre io formai il disegno di quest'opera, e sto, quest'anno,

compiendolo in Ravenna, la città del greco esarcato, la città del

Longobardi. Aquisgrana ti rammenta Carlomagno imperatore, cinto della

corona d'Occidente; Pavia e Monza ti rammentano il re di Lombardia

cinto della corona di ferro. Di questo modo quel genio straordinario si

mostra per ogni dove, e domina su tre civiltà, la franca, la germana e

la lombarda.

Ravenna, a dì 25 d'agosto 1841.

PERIODO DELLA CONQUISTA.

L'onnipotente Signore dei principi,

arbitro dei regni e dei tempi, franto

innanzi il maraviglioso colosso dai

piè di ferro o di creta del romano

impero, innalzò per mano dell'illustre

Carlo un altro colosso, non meno

maraviglioso, col capo d'oro: quello

dell'impero dei Franchi.

(_Monach. S. Gall._, lib I.)

STORIA DI CARLOMAGNO

CAPITOLO I.

LE RAZZE E I TERRITORII ALL'ESALTAZIONE DEI CAROLINGI.

I Franchi dell'Austrasia, della Neustria ed i Borgognoni. — I

Sassoni. — I Frisoni. — Nazioni Scandinave. — I Longobardi. — Gli

Aquitani. — I Provenzali. — I Guasconi. — I Bulgari. — Gli Ungari.

— Gli Schiavoni. — Il grande impero greco. Roma e l'Italia. — I

Saracini.

752 — 768.

Indarno tu cercheresti un territorio fermo per ciascun popolo, e

segni bene impressi di nazione in mezzo al secolo VIII, epoca in cui

la schiatta carolingica comincia a mostrarsi nella grandezza sua.

Gli imperi, le province e le città, sono in continuo scompiglio per

le invasioni e il rapido passaggio delle diverse popolazioni che

si riposano un istante, poi si precipitano per nuove contrade, seco

recando le costumanze loro, le loro leggi, e le tradizioni dell'antica

patria. Non c'è ancora nè Francia, nè Alemagna, nè Inghilterra, ma

ci son Franchi, Alemanni e Sassoni[13] che vogliono stabilir la loro

signoria per forza di conquista: si veggon tribù che passano nei

territorj, e non si veggono nazioni stabili. Tutto ha forma di vita

errante: re, principi, capi, popolazioni, gli stessi cherici non hanno

alcuna stabilità nel governo delle chiese; se tu n'eccettui le pie

famiglie dell'ordine di san Benedetto che coltivan la terra e son come

legati al suolo, i vescovi, gli abati diventano come grandi viaggiatori

che recano la predicazione evangelica col pastorale in mano e insieme

col bordone da pellegrino[14].

I Franchi, siccome quelli che possedevano le più belle città

dell'antica Gallia romana, conservarono alcune di quelle denominazioni

con le quali i pretori ed i consoli della città eterna chiamavano pur

dianzi le province della Gallia. Si partiron eglino in diverse potenti

famiglie. I Franchi austrasii abitavano le colonie del Reno, famose nei

fasti degli imperatori, dove si trovano ampie tracce delle grandi opere

loro; da Colonia, Magonza, Treveri, sino ad Aquisgrana che già viene

da' poeti celebrata per l'acque sue termali. E' sono accampati a guisa

di conquistatori nelle province dalla geografia imperiale additate

sotto il nome di _Germania inferior, Belgica prima et secunda_; dalle

leggi loro sono governati quanti portano scudo ed asta, intanto ch'essi

conservano quel carattere d'individualità che è il tipo delle conquiste

barbare; sotto l'impero della civiltà romana, sì profondamente scolpita

com'è, i Franchi lasciano ai popoli le usanze loro; i municipj ai

Galli; ai vescovi i loro canoni; ai Romani il codice teodosiano ed il

giustinianeo[15].

A lato dei Franchi austrasii, i cui estremi confini vanno, da occidente

fino a Reims e a Chalons, si distendono i Franchi della Neustria,

stabiliti fra la Senna, la Marna e la Loira; la città lor capitale è

la Lutezia dei Galli (la Parigi poi delle cronache), la città dove

si veggono le terme di Giuliano, memoria di Roma, le badie di San

Germano d'Auxerre ed ai Prati; il pellegrinaggio di Santa Genoveffa

al monte. I Franchi della Neustria sono padroni di San Dionigi, di

San Clodoaldo[16], illustre pel suo fondatore di franca origine, di

Melun, di Chartres, di Meaux, d'Evreux e di Lisieux; poi de' solinghi

monasteri sulla Senna, sull'Orna e sull'Era, ubertose contrade. Essi

respinsero i Bretoni sin dentro alle selve druidiche; quei Bretoni,

popolo misterioso di cui parla Tacito, con le sterminate loro tavole di

pietra, e le mitologiche lor tradizioni; quei Bretoni che nelle oscure

lor solitudini e in mezzo ai sacri boschi sagrificavano ad ignoti

iddii[17].

Altri conquistatori dalla bionda capellatura si sparsero nella

Borgogna. L'Ionna di nuovo risuonò delle grida di guerra; Sens, la

città dei pretori; Auxerre, la città episcopale; Autun, superba degli

archi suoi trionfali e de' suoi templi; Lione, famosa per le sue

accademie e pe' suoi martiri; Vienna, dove vivea la civiltà romana

in mezzo alle reliquie d'un'altra età: tutte queste metropoli, con

Besanzone pure, e una porzione della Svizzera, erano egualmente

soggette ad un ramo della gran famiglia franca sotto il nome di regno

di Borgogna. Se non che fra i Borgognoni notavasi un cambiamento

più sensibile degli originari costumi, e s'erano ammolliti sotto

l'impressione della civiltà cristiana. Alcune tribù di Franchi eran

pur traboccate nell'Aquitania, in mezzo alle razze del mezzodì; i

Goti della Settimania, avean dovuto piegare il capo sotto il giogo de'

Merovingi; i quali varcando la Loira si precipitavano sull'Aquitania

per le città d'Angoulemme e di Perigueux; la Dordogna e la Garonna,

che uniscon come due sorelle le acque loro, avean pure soggiacciuto

al giogo, e i campi loro coperti di vigneti e le città loro fatte

splendide più che altre dal sole, ubbidivano a re o a conti della razza

conquistatrice[18].

Ben dir potevasi che nel settimo e ottavo secolo il nome dei Franchi

era in ogni luogo, a somiglianza della memoria dei Goti nel quarto

e quinto secolo. Ad ognuna di queste epoche, nuove popolazioni

accorrevano per dividersi fra loro le spoglie del vasto impero romano.

Così quando una nazione cade in basso, altre sorgono ad occupare il suo

luogo; quando una civiltà si estingue, un'altra viene a riempier questo

vuoto, nè la consunzione è legge di Dio, che anzi dalla morte nasce la

vita. I Franchi erano popoli virili che accorrevano per ringiovanir

l'infiacchita società; i loro re e i conti loro si combattevano a

morte l'un l'altro, e pur non ostanti queste guerre civili, i Galli già

vecchi e prostrati si assoggettavano al dominio loro. Le zuffe tra i

vincitori, che si contendevano le spoglie della vittoria, ricordavano

il vaso di Clodoveo a Soissons[19]. Dell'antica forma romana e gallica

oramai più non sopravvivevano se non le fondazioni tuttavia incerte

della Chiesa, e pochi avanzi dei municipj; il cristianesimo in somma

e le reminiscenze delle leggi che si veggono ancora durare, attraverso

alle barbare costumanze, fino in mezzo alla schiatta carolingica[20].

Gli avversari più potenti dell'impero franco nell'ottavo secolo, furono

i Sassoni, combattuti da Carlomagno per trentatrè anni della sua vita.

E tuttavia l'origine di queste due razze non era troppo disparata,

chè anzi negli annali dell'uno e dell'altro popolo trovar si potea più

d'un punto di somiglianza tra loro. Essi uscivan, per così dir, d'una

patria comune, il Reno e l'Elba: i loro occhi azzurri, la loro bianca

carnagione, appalesavano un medesimo sangue, una medesima famiglia. Se

non che i Sassoni s'eran serbati fedeli agli iddii della patria, e i

Franchi aveano abbracciato la religione di Clotilde: questi possedevano

la ricca eredità dei Romani e dei Galli, quelli erravano ancora in

mezzo ai pascoli e alle foreste dell'antica Germania, nelle terre che

si stendevano dall'Oder sino al Meno, da Osnabruc fino all'estremo

confine degli Obotriti. I Sassoni conservavano gl'invariabili usi

loro: poca lealtà nella parola, il culto a dèi ignoti, una mitologia

che ritraeva della loro origine scandinava. Tacito avea dipinto le

loro costumanze nella grand'opera _De moribus Germanorum_, essendo

che la Sassonia era veramente il cuore della Germania. L'idolo

gigantesco di Erminsul, segno all'adorazione di tutti que' popoli, era

l'espressione morale di quel mito germanico di cui trovi la spiegazione

nell'aspetto delle solitarie foreste, e nei costumi erranti dei popoli

tramontani[21].

Storia di Carlomagno vol. 1/2 · 第 1 / 26 段