XV.

Con quel delicato accorgimento che è proprio della donna, la contessina

Cecilia se ne andò via dal salone, e Calisto udì, senza neppur alzar la

testa, il fruscìo della sua veste che sfiorava un uscio mezzo aperto

poco lontano da lui. Essa aveva voluto lasciarlo solo un tratto coi suoi

pensieri e con le sue lagrime.

Dicono che il veder piangere una donna sia la cosa più teneramente bella

del mondo, perchè le lagrime adornano un ciglio di donna come le perle

della rugiada i petali di un fiore. E sarà vero, ma il paragone non mi

va più a' versi, dopo che un giardiniere mi ha detto, la rugiada non

essere quella bella cosa che i poeti vogliono, imperocchè, al

sopraggiungere del sole, ella si muti quasi in veleno per quelle povere

piante che adorna.

Comunque sia, se le lagrime stanno bene al ciglio di una donna, fanno in

quella vece brutto vedere negli occhi di un uomo. Il re del creato che

piange, o si chiarisce spirito fiacco, o afferma la sua impotenza a

vincere l'avversa fortuna; nel primo caso ti muove a sdegno, nel secondo

a pietà.

Quelle di Calisto non erano tuttavia lagrime di spirito fiacco, nè di

vanitoso impossente; sibbene apparivano un tributo della pietà di figlio

alla memoria materna, uno sciogliersi improvviso di fantasie

malinconiche, le quali facevano groppo intorno al cuore.

La contessina Cecilia aveva cionondimeno ben fatto a ritrarsi e

lasciarlo piangere da solo. Che avrebbe potuto far ella? Il pianto di un

uomo non lo può tergere che una madre, una sorella, o la donna a cui vi

ha disposato l'affetto. E Cecilia non gli era nulla, lo aveva veduto per

la prima volta in quel giorno, e non avrebbe potuto dargli che un

conforto di volgari esortazioni, che un nobile cuore disdegna di

offrire, o di ricevere.

Com'ebbe dato il primo sfogo a quel tumulto di affetti, Calisto si alzò,

ribaciò il lembo della cortina, e andò a sedersi più in là, di rincontro

al ritratto della contessa Giulia.

Era sempre al suo posto, la bella donna, ritta della persona, e tale era

l'effetto della luce che giusta le pioveva sulla tela, da far credere

che fosse sul punto di balzarne fuori. Il suo sguardo era mesto e

profondamente affettuoso, come di donna che ha patito, e può dire come

la regina di Cartagine: _Non ignara mali, miseris succurrere disco_; non

son nuova al dolore, e ci ho imparato a compatire altrui. E come era

splendida di naturalezza, quella mano, abbandonata, lungo le pieghe

della veste di broccato, alle carezze di un povero levriero! Non era un

concetto filosofico quello? Io credo di sì. La bella e pensierosa

gentildonna guardava dinanzi a sè, ma non dimenticava l'umile creatura

affettuosa che implorava le sue carezze e le lambiva la mano.

Calisto andava pensando a tutte queste cose, che, per l'età e per

l'esperienza cresciuta, intendeva assai meglio di prima. E una cosa che

potè riconoscere soltanto allora, si fu la somiglianza della contessa

Giulia con la giovine castellana di Villa Cervia. Anche nel dipinto

erano gli occhi neri e i capelli d'oro, e la stessa forma ovale del

viso, il dolce sorriso della bocca, e perfino il collo, un filo più

lungo del consueto, che aggiungeva leggiadria alla persona di Cecilia.

Donde vengono queste maravigliose rassomiglianze, e come si perpetuano

nelle famiglie? Qual ragione arcana presiede alla riproduzione, or

continua, ora interrotta e saltellante, dei medesimi tipi? E quale è il

segreto di quella specie di affinità elettive che reggono la

somiglianza, anche quando la celata intromissione di un nuovo sangue ha

già spezzata più volte quella catena di esistenze che è detta la stirpe?

Quanti misteri ancora da esplorare, e quanti che non verremo forse mai a

capo d'intendere! L'uomo invero è sommamente grande, se badiamo a tutto

quanto egli ha fatto, dalla notte dei secoli in poi; se consideriamo

come egli abbia diradato man mano quel gran buio dell'intelletto,

ingentilendo il costume con ogni più svariata maniera di arti, scienze e

speculazioni altissime; ma egli è altresì sommamente dappoco, se badiamo

a tutto quanto gli rimane da fare, ai sempre nuovi problemi in cui si

abbatte, a mano a mano che egli s'inoltra, alle sempre nuove serraglie

nelle quali va a dar di cozzo il pensiero, povero vincitore che non può

mai riportare gli onori del trionfo, e le cui vittorie sono ogni giorno

messe in forse dalla necessità di una nuova battaglia.

Sant'Agostino, a parer mio, l'ha detta più giusta di tutti, quando

affermò di essere giunto a sapere che nulla sapeva. Ma scusate; io qui

mi ricordo un po' troppo di certe prediche, le quali non ho potuto mai

spendere con questo gregge di montagna, e che mi rimangono chiuse nello

scrittoio.

Torniamo a Calisto, che, raggomitolato nel seggiolone, stava

contemplando il viso della contessa Giulia, ammirandovi, anzi

adorandovi, i lineamenti leggiadri della giovine Cecilia. Egli, a furia

di guardare e di almanaccare su quella testa, era venuto nel pensiero

che fosse quello il ritratto della contessina, anzi lei in persona, che

lo guardasse, con quegli occhi malinconici.

— O bella, o divina fanciulla, — diceva egli tra sè, — io ti ho veduta

oggi appena, e già sento di amarti, come se il mio cuore fosse stato

sempre il santuario della tua immagine. Soltanto nelle città, tra le

mille cure, i mille sopraccapi della vita, e i mille ostacoli che mette

la consuetudine al manifestarsi dell'anima di una donna, è costume

naturale innamorarsi per gradi. Qui, all'aperto, tra il rigoglioso

fiorir di ogni cosa, dove il sole, l'aria e il pensiero son liberi,

l'eccezione è regolatrice suprema. Io però ti ho veduta, o bella; ho

ammirato la grazia de' tuoi modi, la nobiltà del tuo spirito, e t'ho

amata subito, con tutte le potenze dell'anima. Ma mi amerai tu? Potrai

tu, vorrai forse intendere la subita e profonda adorazione dell'anima

mia? —

Il giovine Caselli era tutto immerso in questi sogni, quando venne

improvviso a distornelo uno stropiccìo di piedi, che si fe' udire nel

salone; laonde si volse e balzò in piedi sollecito, tutto confuso, come

un fanciullo colto in flagranti di qualche sua scappatella. Era il conte

Emanuele, che gli veniva incontro, e dietro le sue spalle appariva il

volto sorridente della contessina Cecilia.

Il vecchio gentiluomo aveva quella scioltezza di modi, o, per meglio

esprimermi, quell'arte del dire e del fare che diventa come una seconda

natura nella gente educata e vissuta lunga pezza con ogni ragion di

persone, per la quale un uomo si sente anco lui meno impacciato a

rispondere, e quasi di punto in bianco tirato ad usare di quella

dimestichezza cortese che l'altro adopera, e che di solito non si

acquista se non dopo un bel tratto di tempo.

— Finalmente! — esclamò il conte Emanuele, stendendo ambedue le mani a

Calisto, per afferrare con piglio amorevole la sua, — noi vi abbiamo in

casa nostra, signor Caselli. —

Il giovane rimase lì, tra confuso ed incerto, inchinando il capo, e

senza risponder parola.

— Oh, non istate a credere, — soggiunse il conte, — che io ve lo ascriva

a colpa. Il ciel me ne guardi! So molto bene come la pensiate rispetto a

noi, e mi ero già capacitato di tutte le giuste ragioni della vostra

ritrosia. Ora che siete finalmente venuto, io ringrazio il caso che vi

ha condotto, e voi lo ringrazierete egualmente, perchè so anch'io di

valer qualche cosa....

— Signor conte, che dite mai? — rispose Calisto. — Io ho sempre pensato

che voi foste un perfetto gentiluomo, e la vostra cortese accoglienza mi

fa oggi sentire più vivamente il rammarico di non essere venuto prima.

Vedete? io non ho rossore di farvi scorgere che ho pianto assai,

nell'entrare in queste sale. Tutte le antiche ricordanze mi hanno

assalito ad un tratto, siccome io temevo, e mi hanno spremute queste

lacrime che voi mi scuserete, perchè io ora mi sento più tranquillo, e

penso di poter venire qualche volta al castello, per ringraziarvi delle

vostre cortesie.

— Qualche volta! — interruppe il conte Emanuele. — Spesso, e non qualche

volta, vogliamo vedervi al castello. Anzi, per suggellare il trattato,

oggi starete a desinare da noi.

— Signor conte.... vi prego....

— Oh, non c'è conti che tengano. Anzi, fin da quest'ora, smetterete di

darmi del conte. Chiamatemi signor Emanuele, vecchio colonnello di

cavalleria messo a riposo, perchè gli andava troppo a' versi «la

costituzione di Spagna», e vostro umilissimo servo. Guardate; qui siamo

soli e senza ombra di soggezione; mia figlia e la sua dama di compagnia,

io e il mio buon arciprete don Bernardo, vostro amicone, il quale dice

sempre un gran bene di voi, e che qualche volta mi fa l'onore di venire

a desinare con me e di fare una partita a scacchi, che egli perde

sempre. E questo sia detto a mo' di digressione. Poi si va a passeggio

su per questi greppi, e si torna all'imbrunire in casa, dove mia figlia

ci fa udire un po' di musica. Rimanete, dunque; siete prigioniero di

guerra. —

Il giovine non seppe che rispondere a quel diluvio di amichevoli parole

e cedette a quella dolce violenza; ma figuratevi se non doveva essere

contento, poichè ne aveva in compenso un sorriso della contessina

Cecilia. Quella bionda creatura era compresa del suo nobile mandato, e

giubilava, angelo di pace, tra i due rappresentanti delle famiglie che

avevano dimorato nel castello.

Poco dopo giunse don Bernardo, e il buon arciprete fu grandemente

maravigliato e contento, quando vide Calisto seduto al pianoforte, col

conte Emanuele ai fianchi, il quale si stropicciava le mani, come

Federico di Prussia dopo la battaglia di Rosbach.

E non crediate che io dica per celia. Il conte di Villa Cervia era

soddisfatto della presenza di Calisto, come di una vittoria campale.

Egli era contento di far vedere come egli trattasse cortesemente il

figlio di quel ricco plebeo, che, se non erano le sue pazzie, non

avrebbe mai più consentito ai Villa Cervia il ritorno nella dimora de'

loro antenati.

Tra i fumi della vittoria egli non si addiede neppure che da quello

incontro potesse nascerne un romanzetto bello e buono tra la sua

figliuola e Calisto. Io, per me, credo che quando egli ebbe più tardi ad

accorgersene, dovette provare il medesimo stupore di quel selvaggio che

fece cozzar la prima volta due selci l'una contro l'altra e ne vide

sprizzar le scintille. Nè soltanto egli era uomo da non pensarci punto,

ma tale che, gli fosse pur balenato alla mente che Calisto potesse

innamorarsi di Cecilia, ed ella di lui, ne avrebbe fatto le grasse risa,

come di una stramba pensata.

Il conte, siccome vi ho detto, amava mostrarsi cordiale, alla mano, e

metteva volentieri le sue vecchie pergamene sotto gli stivali; lodava a

cielo l'Enciclopedia e citava spesso il Voltaire; non già il Rousseau,

intendiamoci, che egli chiamava un pazzo da catena. Cotesto vi chiarisce

come certe cose egli non le intendesse a mo' dei moderni, i quali sono

figli del ginevrino, anzi che del filosofo chiacchierino di Ferney.

Cecilia, intanto, da quella innocente creatura che ella era, si lasciava

andar a quella novità di affetti, senza fermarsi un tratto a pensarci su

e misurare la china sulla quale era condotta dai casi. Il giovine andava

spesso al castello, e certamente guidato dai più retti intendimenti del

mondo, ma, per sua sventura e di altrui, senza vedere gli ostacoli

insormontabili che la disparità dello stato metteva tra lui e Cecilia;

cieco, insomma, come è cieco l'amore.

Egli dunque era quasi sempre lassù: la domenica andava a suonar

l'organo, e tutto quel giorno rimaneva in casa Villa Cervia; gli altri

sei della settimana non ci andava che alla sera per suonare il

pianoforte, sfogliare la nuova musica della contessina, e ragionare con

lei, in quella che tra il conte e don Bernardo durava l'eterna partita

di scacchi.

Cotesto non bastava ancora all'innamorato, il quale si fece a trovare

tutte le occasioni di veder la fanciulla. Ella, quasi ogni mattina,

soleva andare con Giovanni e con la dama di compagnia a vedere le

famiglie dei fittaiuoli, dar rimedi per gli ammalati, pannilini per i

più poveri, a fare insomma tutto quello che faceva un tempo l'angelica

signora, la madre di Calisto.

E non dubitate: andasse di qua, andasse di là, Calisto si trovava

sempre, un po' prima, un po' dopo, sulla sua strada; laonde in breve

diventò consuetudine il vederlo, e son certo che se fosse mancato una

volta, alla dimane gli avrebbero chiesto se per avventura fosse stato

ammalato.

Egli era tanto cortese colla dama di compagnia, donna attempata, a cui

parlava sempre nel suo francese, con quella purezza di accento ch'egli

aveva attinta alle sue fonti, in Parigi! Ed era così buono col vecchio

Giovanni!... In quanto alla signorina, egli non le diceva mai cosa che

uscisse di riga; parlavano sempre di musica, di lettere, di cose

innocentissime, e nessuno badava al linguaggio degli occhi, ai

fiorellini colti sui ciglioni dei sentieruoli, alle pazze sfuriate di

allegrezza verso l'aria pura e verso il cielo sereno, insomma, a nessuno

di que' nonnulla, di cui si nutre la più forte tra le umane passioni.

Al ritorno da quelle passeggiate campestri, Calisto accompagnava le

signore fino agli alberi, sull'ingresso della piazzetta, e se ne tornava

in giù, leggiero leggiero, e col cuore pieno di contentezza.

Venne l'autunno, e la vendemmia non fece che accrescere la

dimestichezza. Le foglie appassite cadevano dai rami, ma non appassiva

l'amore; e quando il temporale e la pioggia impedivano le passeggiate,

Calisto aveva sempre un libro da restituire, una domanda da fare: se il

fulmine avesse schiantato nulla, se la pioggia avesse guastato il

giardino della contessina, e che so io.

L'inverno era un guaio; ma al giunger dell'inverno il conte Emanuele si

buscò una forte infreddatura, pericolosa alla sua età. Il giovane allora

fu tutti i giorni, mattina e sera, al castello, e non lasciava mai il

letto del conte, a cui ministrava con figliale sollecitudine le bevande

e leggeva da capo a fondo la _Gazzetta Piemontese_.

Cecilia, anch'essa, era sempre accanto al letto paterno, e al conte

Emanuele era divenuta come una necessità di averli tutti e due al

capezzale. Caselli di qua, Caselli di là, non c'era che Caselli di

buono, ed era lui che dava sesto ad ogni negozio, e pareva fosse lui il

capo di casa.

Tutti nel paesello di Dego avevano già in capo che un matrimonio fosse

lì lì per fiorire, e chi dava del pazzo al conte, chi gliene dava gran

lode. Don Bernardo, a cui il conte non aveva mai detto nulla, ma che

vedeva la sua predilezione per Calisto, non diceva nè di sì nè di no a

chi gliene domandava. Il vecchio domestico non aveva nulla da dire, ma

in cuor suo desiderava che il bel signorino la sposasse davvero, e

presto, la sua leggiadra padroncina.

Cecilia non pensava a nulla, non desiderava nulla. Calisto non aveva mai

detto quella tale parola; non c'era dunque ragione di fare il suo esame

di coscienza, e di mostrarsi più contegnosa. Amava, senza cercare più

oltre, e si sentiva felice.

Ma se il cielo era sereno sul loro capo, qualche nuvoletta nera

cominciava a turbar l'orizzonte. La burrasca doveva esser vicina.

Santa Cecilia · 第 22 / 31 题