Con quel delicato accorgimento che è proprio della donna, la contessina
Cecilia se ne andò via dal salone, e Calisto udì, senza neppur alzar la
testa, il fruscìo della sua veste che sfiorava un uscio mezzo aperto
poco lontano da lui. Essa aveva voluto lasciarlo solo un tratto coi suoi
pensieri e con le sue lagrime.
Dicono che il veder piangere una donna sia la cosa più teneramente bella
del mondo, perchè le lagrime adornano un ciglio di donna come le perle
della rugiada i petali di un fiore. E sarà vero, ma il paragone non mi
va più a' versi, dopo che un giardiniere mi ha detto, la rugiada non
essere quella bella cosa che i poeti vogliono, imperocchè, al
sopraggiungere del sole, ella si muti quasi in veleno per quelle povere
piante che adorna.
Comunque sia, se le lagrime stanno bene al ciglio di una donna, fanno in
quella vece brutto vedere negli occhi di un uomo. Il re del creato che
piange, o si chiarisce spirito fiacco, o afferma la sua impotenza a
vincere l'avversa fortuna; nel primo caso ti muove a sdegno, nel secondo
a pietà.
Quelle di Calisto non erano tuttavia lagrime di spirito fiacco, nè di
vanitoso impossente; sibbene apparivano un tributo della pietà di figlio
alla memoria materna, uno sciogliersi improvviso di fantasie
malinconiche, le quali facevano groppo intorno al cuore.
La contessina Cecilia aveva cionondimeno ben fatto a ritrarsi e
lasciarlo piangere da solo. Che avrebbe potuto far ella? Il pianto di un
uomo non lo può tergere che una madre, una sorella, o la donna a cui vi
ha disposato l'affetto. E Cecilia non gli era nulla, lo aveva veduto per
la prima volta in quel giorno, e non avrebbe potuto dargli che un
conforto di volgari esortazioni, che un nobile cuore disdegna di
offrire, o di ricevere.
Com'ebbe dato il primo sfogo a quel tumulto di affetti, Calisto si alzò,
ribaciò il lembo della cortina, e andò a sedersi più in là, di rincontro
al ritratto della contessa Giulia.
Era sempre al suo posto, la bella donna, ritta della persona, e tale era
l'effetto della luce che giusta le pioveva sulla tela, da far credere
che fosse sul punto di balzarne fuori. Il suo sguardo era mesto e
profondamente affettuoso, come di donna che ha patito, e può dire come
la regina di Cartagine: _Non ignara mali, miseris succurrere disco_; non
son nuova al dolore, e ci ho imparato a compatire altrui. E come era
splendida di naturalezza, quella mano, abbandonata, lungo le pieghe
della veste di broccato, alle carezze di un povero levriero! Non era un
concetto filosofico quello? Io credo di sì. La bella e pensierosa
gentildonna guardava dinanzi a sè, ma non dimenticava l'umile creatura
affettuosa che implorava le sue carezze e le lambiva la mano.
Calisto andava pensando a tutte queste cose, che, per l'età e per
l'esperienza cresciuta, intendeva assai meglio di prima. E una cosa che
potè riconoscere soltanto allora, si fu la somiglianza della contessa
Giulia con la giovine castellana di Villa Cervia. Anche nel dipinto
erano gli occhi neri e i capelli d'oro, e la stessa forma ovale del
viso, il dolce sorriso della bocca, e perfino il collo, un filo più
lungo del consueto, che aggiungeva leggiadria alla persona di Cecilia.
Donde vengono queste maravigliose rassomiglianze, e come si perpetuano
nelle famiglie? Qual ragione arcana presiede alla riproduzione, or
continua, ora interrotta e saltellante, dei medesimi tipi? E quale è il
segreto di quella specie di affinità elettive che reggono la
somiglianza, anche quando la celata intromissione di un nuovo sangue ha
già spezzata più volte quella catena di esistenze che è detta la stirpe?
Quanti misteri ancora da esplorare, e quanti che non verremo forse mai a
capo d'intendere! L'uomo invero è sommamente grande, se badiamo a tutto
quanto egli ha fatto, dalla notte dei secoli in poi; se consideriamo
come egli abbia diradato man mano quel gran buio dell'intelletto,
ingentilendo il costume con ogni più svariata maniera di arti, scienze e
speculazioni altissime; ma egli è altresì sommamente dappoco, se badiamo
a tutto quanto gli rimane da fare, ai sempre nuovi problemi in cui si
abbatte, a mano a mano che egli s'inoltra, alle sempre nuove serraglie
nelle quali va a dar di cozzo il pensiero, povero vincitore che non può
mai riportare gli onori del trionfo, e le cui vittorie sono ogni giorno
messe in forse dalla necessità di una nuova battaglia.
Sant'Agostino, a parer mio, l'ha detta più giusta di tutti, quando
affermò di essere giunto a sapere che nulla sapeva. Ma scusate; io qui
mi ricordo un po' troppo di certe prediche, le quali non ho potuto mai
spendere con questo gregge di montagna, e che mi rimangono chiuse nello
scrittoio.
Torniamo a Calisto, che, raggomitolato nel seggiolone, stava
contemplando il viso della contessa Giulia, ammirandovi, anzi
adorandovi, i lineamenti leggiadri della giovine Cecilia. Egli, a furia
di guardare e di almanaccare su quella testa, era venuto nel pensiero
che fosse quello il ritratto della contessina, anzi lei in persona, che
lo guardasse, con quegli occhi malinconici.
— O bella, o divina fanciulla, — diceva egli tra sè, — io ti ho veduta
oggi appena, e già sento di amarti, come se il mio cuore fosse stato
sempre il santuario della tua immagine. Soltanto nelle città, tra le
mille cure, i mille sopraccapi della vita, e i mille ostacoli che mette
la consuetudine al manifestarsi dell'anima di una donna, è costume
naturale innamorarsi per gradi. Qui, all'aperto, tra il rigoglioso
fiorir di ogni cosa, dove il sole, l'aria e il pensiero son liberi,
l'eccezione è regolatrice suprema. Io però ti ho veduta, o bella; ho
ammirato la grazia de' tuoi modi, la nobiltà del tuo spirito, e t'ho
amata subito, con tutte le potenze dell'anima. Ma mi amerai tu? Potrai
tu, vorrai forse intendere la subita e profonda adorazione dell'anima
mia? —
Il giovine Caselli era tutto immerso in questi sogni, quando venne
improvviso a distornelo uno stropiccìo di piedi, che si fe' udire nel
salone; laonde si volse e balzò in piedi sollecito, tutto confuso, come
un fanciullo colto in flagranti di qualche sua scappatella. Era il conte
Emanuele, che gli veniva incontro, e dietro le sue spalle appariva il
volto sorridente della contessina Cecilia.
Il vecchio gentiluomo aveva quella scioltezza di modi, o, per meglio
esprimermi, quell'arte del dire e del fare che diventa come una seconda
natura nella gente educata e vissuta lunga pezza con ogni ragion di
persone, per la quale un uomo si sente anco lui meno impacciato a
rispondere, e quasi di punto in bianco tirato ad usare di quella
dimestichezza cortese che l'altro adopera, e che di solito non si
acquista se non dopo un bel tratto di tempo.
— Finalmente! — esclamò il conte Emanuele, stendendo ambedue le mani a
Calisto, per afferrare con piglio amorevole la sua, — noi vi abbiamo in
casa nostra, signor Caselli. —
Il giovane rimase lì, tra confuso ed incerto, inchinando il capo, e
senza risponder parola.
— Oh, non istate a credere, — soggiunse il conte, — che io ve lo ascriva
a colpa. Il ciel me ne guardi! So molto bene come la pensiate rispetto a
noi, e mi ero già capacitato di tutte le giuste ragioni della vostra
ritrosia. Ora che siete finalmente venuto, io ringrazio il caso che vi
ha condotto, e voi lo ringrazierete egualmente, perchè so anch'io di
valer qualche cosa....
— Signor conte, che dite mai? — rispose Calisto. — Io ho sempre pensato
che voi foste un perfetto gentiluomo, e la vostra cortese accoglienza mi
fa oggi sentire più vivamente il rammarico di non essere venuto prima.
Vedete? io non ho rossore di farvi scorgere che ho pianto assai,
nell'entrare in queste sale. Tutte le antiche ricordanze mi hanno
assalito ad un tratto, siccome io temevo, e mi hanno spremute queste
lacrime che voi mi scuserete, perchè io ora mi sento più tranquillo, e
penso di poter venire qualche volta al castello, per ringraziarvi delle
vostre cortesie.
— Qualche volta! — interruppe il conte Emanuele. — Spesso, e non qualche
volta, vogliamo vedervi al castello. Anzi, per suggellare il trattato,
oggi starete a desinare da noi.
— Signor conte.... vi prego....
— Oh, non c'è conti che tengano. Anzi, fin da quest'ora, smetterete di
darmi del conte. Chiamatemi signor Emanuele, vecchio colonnello di
cavalleria messo a riposo, perchè gli andava troppo a' versi «la
costituzione di Spagna», e vostro umilissimo servo. Guardate; qui siamo
soli e senza ombra di soggezione; mia figlia e la sua dama di compagnia,
io e il mio buon arciprete don Bernardo, vostro amicone, il quale dice
sempre un gran bene di voi, e che qualche volta mi fa l'onore di venire
a desinare con me e di fare una partita a scacchi, che egli perde
sempre. E questo sia detto a mo' di digressione. Poi si va a passeggio
su per questi greppi, e si torna all'imbrunire in casa, dove mia figlia
ci fa udire un po' di musica. Rimanete, dunque; siete prigioniero di
guerra. —
Il giovine non seppe che rispondere a quel diluvio di amichevoli parole
e cedette a quella dolce violenza; ma figuratevi se non doveva essere
contento, poichè ne aveva in compenso un sorriso della contessina
Cecilia. Quella bionda creatura era compresa del suo nobile mandato, e
giubilava, angelo di pace, tra i due rappresentanti delle famiglie che
avevano dimorato nel castello.
Poco dopo giunse don Bernardo, e il buon arciprete fu grandemente
maravigliato e contento, quando vide Calisto seduto al pianoforte, col
conte Emanuele ai fianchi, il quale si stropicciava le mani, come
Federico di Prussia dopo la battaglia di Rosbach.
E non crediate che io dica per celia. Il conte di Villa Cervia era
soddisfatto della presenza di Calisto, come di una vittoria campale.
Egli era contento di far vedere come egli trattasse cortesemente il
figlio di quel ricco plebeo, che, se non erano le sue pazzie, non
avrebbe mai più consentito ai Villa Cervia il ritorno nella dimora de'
loro antenati.
Tra i fumi della vittoria egli non si addiede neppure che da quello
incontro potesse nascerne un romanzetto bello e buono tra la sua
figliuola e Calisto. Io, per me, credo che quando egli ebbe più tardi ad
accorgersene, dovette provare il medesimo stupore di quel selvaggio che
fece cozzar la prima volta due selci l'una contro l'altra e ne vide
sprizzar le scintille. Nè soltanto egli era uomo da non pensarci punto,
ma tale che, gli fosse pur balenato alla mente che Calisto potesse
innamorarsi di Cecilia, ed ella di lui, ne avrebbe fatto le grasse risa,
come di una stramba pensata.
Il conte, siccome vi ho detto, amava mostrarsi cordiale, alla mano, e
metteva volentieri le sue vecchie pergamene sotto gli stivali; lodava a
cielo l'Enciclopedia e citava spesso il Voltaire; non già il Rousseau,
intendiamoci, che egli chiamava un pazzo da catena. Cotesto vi chiarisce
come certe cose egli non le intendesse a mo' dei moderni, i quali sono
figli del ginevrino, anzi che del filosofo chiacchierino di Ferney.
Cecilia, intanto, da quella innocente creatura che ella era, si lasciava
andar a quella novità di affetti, senza fermarsi un tratto a pensarci su
e misurare la china sulla quale era condotta dai casi. Il giovine andava
spesso al castello, e certamente guidato dai più retti intendimenti del
mondo, ma, per sua sventura e di altrui, senza vedere gli ostacoli
insormontabili che la disparità dello stato metteva tra lui e Cecilia;
cieco, insomma, come è cieco l'amore.
Egli dunque era quasi sempre lassù: la domenica andava a suonar
l'organo, e tutto quel giorno rimaneva in casa Villa Cervia; gli altri
sei della settimana non ci andava che alla sera per suonare il
pianoforte, sfogliare la nuova musica della contessina, e ragionare con
lei, in quella che tra il conte e don Bernardo durava l'eterna partita
di scacchi.
Cotesto non bastava ancora all'innamorato, il quale si fece a trovare
tutte le occasioni di veder la fanciulla. Ella, quasi ogni mattina,
soleva andare con Giovanni e con la dama di compagnia a vedere le
famiglie dei fittaiuoli, dar rimedi per gli ammalati, pannilini per i
più poveri, a fare insomma tutto quello che faceva un tempo l'angelica
signora, la madre di Calisto.
E non dubitate: andasse di qua, andasse di là, Calisto si trovava
sempre, un po' prima, un po' dopo, sulla sua strada; laonde in breve
diventò consuetudine il vederlo, e son certo che se fosse mancato una
volta, alla dimane gli avrebbero chiesto se per avventura fosse stato
ammalato.
Egli era tanto cortese colla dama di compagnia, donna attempata, a cui
parlava sempre nel suo francese, con quella purezza di accento ch'egli
aveva attinta alle sue fonti, in Parigi! Ed era così buono col vecchio
Giovanni!... In quanto alla signorina, egli non le diceva mai cosa che
uscisse di riga; parlavano sempre di musica, di lettere, di cose
innocentissime, e nessuno badava al linguaggio degli occhi, ai
fiorellini colti sui ciglioni dei sentieruoli, alle pazze sfuriate di
allegrezza verso l'aria pura e verso il cielo sereno, insomma, a nessuno
di que' nonnulla, di cui si nutre la più forte tra le umane passioni.
Al ritorno da quelle passeggiate campestri, Calisto accompagnava le
signore fino agli alberi, sull'ingresso della piazzetta, e se ne tornava
in giù, leggiero leggiero, e col cuore pieno di contentezza.
Venne l'autunno, e la vendemmia non fece che accrescere la
dimestichezza. Le foglie appassite cadevano dai rami, ma non appassiva
l'amore; e quando il temporale e la pioggia impedivano le passeggiate,
Calisto aveva sempre un libro da restituire, una domanda da fare: se il
fulmine avesse schiantato nulla, se la pioggia avesse guastato il
giardino della contessina, e che so io.
L'inverno era un guaio; ma al giunger dell'inverno il conte Emanuele si
buscò una forte infreddatura, pericolosa alla sua età. Il giovane allora
fu tutti i giorni, mattina e sera, al castello, e non lasciava mai il
letto del conte, a cui ministrava con figliale sollecitudine le bevande
e leggeva da capo a fondo la _Gazzetta Piemontese_.
Cecilia, anch'essa, era sempre accanto al letto paterno, e al conte
Emanuele era divenuta come una necessità di averli tutti e due al
capezzale. Caselli di qua, Caselli di là, non c'era che Caselli di
buono, ed era lui che dava sesto ad ogni negozio, e pareva fosse lui il
capo di casa.
Tutti nel paesello di Dego avevano già in capo che un matrimonio fosse
lì lì per fiorire, e chi dava del pazzo al conte, chi gliene dava gran
lode. Don Bernardo, a cui il conte non aveva mai detto nulla, ma che
vedeva la sua predilezione per Calisto, non diceva nè di sì nè di no a
chi gliene domandava. Il vecchio domestico non aveva nulla da dire, ma
in cuor suo desiderava che il bel signorino la sposasse davvero, e
presto, la sua leggiadra padroncina.
Cecilia non pensava a nulla, non desiderava nulla. Calisto non aveva mai
detto quella tale parola; non c'era dunque ragione di fare il suo esame
di coscienza, e di mostrarsi più contegnosa. Amava, senza cercare più
oltre, e si sentiva felice.
Ma se il cielo era sereno sul loro capo, qualche nuvoletta nera
cominciava a turbar l'orizzonte. La burrasca doveva esser vicina.