XIV.

Il pensiero dello sconosciuto, che non voleva farsi vedere nel castello

dove risiedevano tutte le sue più care e in un malinconiche ricordanze,

cominciò forse allora a girarle per il capo?

Chi lo sa? Io, come vedete, argomento molte cose per via d'induzioni,

fondate su quella poca esperienza del cuore umano che deriva dal mio

ufficio. Vo ricomponendo questa storia con tutti i particolari raccolti

allora da questo o da quello dei personaggi che v'ebbero parte, e a me

rimasti in mente perchè mi furono raccontati tante volte; ma sento qua e

là il difetto di molti fatti, o per meglio dire di molti pensieri i

quali mi diano il bandolo psicologico della mia narrazione. E qui allora

io vo rabberciando alla meglio, aiutandomi con un po' di invenzione. Non

ve ne lagnate; poichè di questa guisa io vengo a darvi il lavoro fatto,

senza che abbiate bisogno di beccarvi il cervello.

Ora veniamo al buono; donde vedrete scaturire una nuova testimonianza a

pro di quella trita verità, che i grandi effetti spesso derivano dalle

piccole cause.

In quell'ultima sua gita alla cappella, di cui vi ho narrato testè, il

giovine Calisto si era accorto che qualche voce dell'organo calava un

tantino, e ne parlò a Giovanni, dicendogli che sarebbe tornato il giorno

appresso per rimediarvi; però, verso il meriggio, lasciasse aperto

l'uscio della cappella.

La dimane, infatti, poco prima dell'ora prefissa, il giovanotto saliva

con lenti passi l'erta del castello, assorto nella sua consueta

mestizia. Giunto alla piazzetta, gli venne all'orecchio un indistinto

mutar di suoni musicali; ma egli era cosiffattamente sovra pensieri, che

non vi badò, o, per meglio dire, i suoi orecchi si fecero a quella

musica, senza che a lui venisse in mente di cercarne la ragione. Di

cotali distrazioni ognuno di noi ne ha avuta la sua parte, e ricorda

benissimo che in quei momenti i sensi vanno dietro ad una cosa, mentre

lo spirito ne prosegue un'altra, le mille miglia lontana.

Così sbadato, il giovine si avvicinò colla medesima andatura alla

gradinata, entrando sempre più nel cerchio delle onde sonore. La

cappella risuonava tutta in quel punto di gravi e malinconiche armonie,

e a lui parve la cosa più naturale del mondo, e come se la messa fosse

incominciata, ed egli medesimo già fosse al suo posto. Cosiffatto

scempiarsi delle facoltà mentali non è neppur nuovo nè strano negli

uomini che pensano molto, e Calisto, come vi ho detto, era pensieroso e

distratto quanto dieci filosofi.

Salì, sempre a quel modo, la scaletta a chiocciola dell'orchestra; andò

verso l'organo che fremeva tutto di sonore armonie, e là finalmente,

alzati gli occhi, si avvide di non essere solo, e conobbe ad un tempo la

vera cagione di quella misteriosa suonata.

Una bella giovinetta, dagli occhi neri che guardavano in alto, dai

capegli biondi che le ricadevano sulle spalle, vestita di mussolina

bianca con nastri azzurri bellamente disposti sul taglio della vita e

sul petto, era seduta dinanzi all'organo, e le sue dita bianche,

affusolate, correvano maestrevolmente sulla tastiera.

Voi già avrete riconosciuto in questo bozzetto la leggiadra contessina

di Villa Cervia; ma Calisto non la conosceva punto; e in quel momento

non gli venne neppure in mente che potesse essere la figlia del conte

Emanuele quella bella creatura che gli stava dinanzi agli occhi, fata

gentile, che risvegliava col magistero delle sue mani delicate le

migliaia dei genietti armonici, nascosti nelle canne dell'organo.

Egli rimase confuso, estatico, a guardarla, rattenendo il respiro, come

uomo che sogni e non ami svegliarsi e vedere d'un tratto dileguarsi una

diletta visione. Immaginate qual virtù dovesse avere la vista improvvisa

di quella bellissima persona sull'animo di un uomo, il quale aveva in

giovine età gustate tutte le dolcezze della vita, ma che non aveva amato

mai, e da lunga pezza viveva solitario, nutrito di meste fantasie, che

mirabilmente dispongono il cuore alla novità degli affetti.

Il concetto dell'amore gli entrò veloce per gli occhi fino al profondo

del cuore, al primo veder quella divina fanciulla, sulla cui testa la

luce del meriggio pioveva i suoi raggi, temperati dalla rossa cortina

della finestra, e gli occhi della quale guardavano in alto, come per

derivarne le inspirate melodie che le sue mani andavano traendo dal

grave strumento.

Tutto questo avvenne in pochi secondi, chè al rimescolarsi del sangue,

allo sprigionarsi della scintilla elettrica, al mutarsi repentino di

tutta quanta una esistenza nelle fiamme di un affetto prepotente, non

occorre maggior spazio di tempo. E mentre tutto questo avveniva nel

cuore del giovane, le sue labbra non avevano avuto che il tempo di

mormorare sommessamente: — come è bella! mio Dio, come è bella!

Ma, nel lento volgersi degli occhi, la suonatrice aveva veduto come

un'ombra starle d'accanto. Si voltò da quel lato, messe un lieve grido

alla vista del giovine, e fe' per alzarsi.

— Oh no! restate, signorina; — disse egli, tendendo le mani verso di lei

in atto di preghiera; — proseguite pure; non vi sgomenti la presenza di

un povero suonatore! —

Arrossì la fanciulla e balbettò alcune parole confuse, di quelle tali

che, dette appena, non si ricordano più.

Ognuno che abbia amato e che siasi fatto la prima volta a parlare con la

donna amata, sarà passato per questa filiera. Egli vi ha, sul cominciare

di un primo colloquio, dieci o quindici parole, dette dall'uno o

dall'altro dei due interlocutori, le quali non si trovano più, anco a

volerle cercare col fuscellino. Sono nonnulla, frasi monche, brandelli

di pensiero, i quali spesso non somigliano nè punto nè poco a quello che

s'aveva in mente di dire; epperò io credo che, se pur si trovassero, e

si potesse metterli sulla carta, farebbero ridere. Il loro gran pregio

sta tutto quanto nello esser venuti sulle labbra, in aiuto alle

angustie, alle trepidazioni dell'animo; e vi so dir io.... cioè,

intendiamoci, io non ve ne so dir nulla, ma ho sentito dire dagli altri,

che in quelle contingenze essi riescono più grati che una ottava

dell'Ariosto, più splendidi che un canto della _Divina Comedia_.

Che cosa dissero i nostri giovani per entrare in discorso? io non lo so,

e, a dirvela schietta, non mi curo nemmeno di saperlo. È probabile

eziandio che abbiano taciuto, senza punto accorgersi che non dicevano

nulla.

Ma, tacessero o parlassero, venne il momento che si entrò in materia, e

fu Calisto che, bene o male, arrossendo e balbettando a sua volta, si

bevve intiero quel calice.

— Signorina, — diss'egli, — eravate dunque voi?... Ieri mattina,

sedendomi, dove voi siete adesso, sentii come un arcano profumo, del

quale non ho saputo argomentare la cagione....

— Ah! — esclamò la fanciulla. — Era l'essenza di viole, che mi piace

tanto e che porto sempre sulla persona.

— Non mi ero dunque ingannato; — soggiunse Calisto. — Ma come avrei

potuto immaginare che quel delicato profumo mi derivasse da una così

bella suonatrice? Ho tuttavia dato vicino al segno, pensando che fossero

gli angeli.... Non vi dolga del paragone, signorina, e sopratutto non lo

abbiate in conto di un complimento. Ho pensato davvero agli angeli. Se

il canto dell'organo è la più bella forma di preghiera, perchè non

verrebbero gli angeli a raccoglierla, a fine di portarla in cielo, come

le altre? Ora per me, tra la venuta dell'angelo del cielo e quella

dell'angelo della terra, non corre divario, imperocchè, tanto per la

venuta dell'uno, come per quella dell'altro, io non ardirei più mettere

le mie dita profane su quella tastiera. —

La contessina di Villa Cervia, che era rimasta un tal poco impacciata a

sentir quelle parole pronunciate con dolce lentezza dal giovine Caselli,

colse l'ultima frase come un appicco alla conversazione.

— Oh, perchè non suonereste più? — chiese ella. — Voi mi vorreste far

pagare troppo caro un capriccio scolaresco. Fin dal primo giorno che vi

udii a suonare, volli provarmi pur io sull'organo, per vedere che

differenza ci fosse tra questo grave strumento ed il cembalo. Sulle

prime non sapevo raccapezzarmi; ma a furia di picchiare, son pur venuta

a capo di trarne fuori qualche cosa.

— Altro che! — soggiunse Calisto. — Or ora avete suonato benissimo,

signorina, e da cotesto è facile argomentare come siate maestra sul

pianoforte.

— Oh, non mi date lode oltre i miei meriti. Il pianoforte era il mio

passatempo nel convento, e di quel poco costrutto che ne ho cavato, vo

debitrice al grande amore che gli porto.

— Contentatevi, signorina; voi siete come messer Dante Alighieri, il

quale ha detto: _Vagliami il lungo studio e il grande amore, che m'han

fatto cercar lo tuo volume._

— Il paragone, — rispose Cecilia ridendo, — mi farebbe andar molto

superba; ma io volevo dire soltanto che ho molto desiderio di sapere, e

pochissima scienza. —

Continuò per un bel tratto una di quelle conversazioni senza nè capo nè

coda, nella quale la povera scienza, l'organo, il cembalo, Rossini,

Beethoven furono altrettanti pretesti per dir con gli occhi e con le più

dolci inflessioni della voce che la contessina Cecilia aveva innamorato

Calisto, e che quel giovine malinconico e cortese non dispiaceva punto

alla contessina.

Dio solo sa dove sarebbero andati a parare con tutti quei loro ghirigori

fantastici, se la fanciulla, che si era rimessa a sedere, non si fosse

posta sbadatamente a toccar la tastiera, cavandone qualche suonata a

mezza voce. Calisto lasciò che andasse innanzi e fu tutto orecchi ad

ascoltarla; poi con amichevole libertà si fece a dirle, intanto che ella

suonava, come dovesse adoperare coi tasti, quali voci aprire e quali

chiudere a tempo.

Questa specie di lezione improvvisata fe' correre assai più spedito il

dialogo e più facile e più largo il ricambio dei pensieri tra i due.

Cecilia accennava ora un'aria, ora l'altra, secondo il genere di musica

o l'autore di cui si parlava; e negli intermezzi si faceva a ringraziare

Calisto dei suoi insegnamenti; la qual cosa l'attirò giù giù fino a

ringraziarlo della sua cortese assiduità domenicale all'organo della

cappella.

— Signorina, — disse Calisto, — non c'è da ringraziarmi per cotesto.

Quello che io ricevo è più assai di quello che do, imperocchè nel

suonare io trovo un grande conforto, il quale può essere inteso soltanto

da chi al pari di me viva tutto solo e scarso di consolazioni.

— È una bella cosa, la musica! — soggiunse Cecilia, che quel malinconico

richiamo alle sventure del giovine aveva commossa. — È una bella cosa,

ed un grande conforto, in verità. Anche la lettura riesce di sollievo

allo spirito.

— Oh, non lo dite, signorina! Io antepongo la musica ad ogni altra cosa,

dappoichè essa è una grata sequela di sensazioni, le quali inspirano la

mente senza punto vincolarla, e lasciano correre la fantasia, senza

tiranneggiare il raziocinio. Il libro vi fa pensare quella data cosa che

esso vuole; la parola, vigorosa, ricisa com'è, non consente che una

interpetrazione, in quella che la melodia, col suo carattere indefinito,

senza precisione di contorni, lascia pensar l'anima, e godere, e dolersi

a sua posta. Vi è egli mai avvenuto di star seduta al cembalo, di sera,

senza lume nella sala, seguitando sulla tastiera con le dita i

vaneggiamenti della fantasia, o con la fantasia i capricciosi

trascorrimenti della mano? È quello un diletto che la lettura del più

bel libro del mondo non saprebbe darvi; così almeno penso io; o, per

meglio dire, pensavo, quando avevo in casa il cembalo consolatore. —

La giovinetta non disse parola e stette a capo chino, forse pensando in

cuor suo allo stato di quel povero giovine, che amava tanto la musica e

non aveva più un cembalo per consolare le sue veglie malinconiche. Tutto

ad un tratto ella si scosse, e provandosi a guardarlo in viso, sebbene

cotesto la facesse arrossire, gli chiese con accento deliberato:

— E perchè non avete voluto mai venire da mio padre?

— Perchè? — rispose egli, commosso dalla improvvisa domanda. —

Signorina, non crediate che io rifugga dal vedere il conte di Villa

Cervia. Soltanto coloro che non mi conoscono possono ascrivere il mio

ritegno a rancore, ad odio coperto contro il padrone del castello. Io so

molto bene che egli è nell'antica dimora dei suoi, e debbo anzi lodarlo

di averla riscattata, appena ne ebbe il destro. Ma voi sapete che in

questo luogo io son nato, che qui ho vissuti gli anni felici della mia

infanzia, che qui vivono ancora, pur troppo inacerbite, tutte le mie

dolci ricordanze. Giovinetto, io attendevo agli studi, in un collegio

poco lontano di qui, e sapete che cosa facessi? Per otto mesi continui

sospiravo i quattro che avrei passati su questa collina, tra queste

mura, accanto a mia madre, alla mia povera madre.

— Era una savia e virtuosa gentildonna, — interruppe Cecilia, — ed ha

lasciato tra tutti questi terrazzani un desiderio infinito di sè. —

A queste parole della contessina di Villa Cervia, dette con tanto

candore e schiettezza, Calisto si sentì correre un fuoco per tutte le

vene. Egli non disse parola, ma, con gli occhi accesi e gonfi di

lagrime, le accennava di proseguire.

— Sì, — disse la giovinetta, — quanti ne ho interrogati, tanti mi hanno

parlato di lei come di una santa. È veramente una bella cosa lasciare

tanta eredità di affetti dietro di sè. Ella soccorreva i poverelli,

consolava gli infelici, e, fino a tanto che visse, nessuno fu

discacciato da questa dimora ospitale, chiedesse egli pane, o implorasse

una proroga a pagar la pigione del campo; però tutti la benedicono e

pregano per lei, diventata esempio di bontà e di gentilezza. Io,

l'ultima donna dei Villa Cervia, non sono punto gelosa di questo culto

alla memoria di vostra madre, e non chiedo a Dio che di poterle

rassomigliare.

— Oh, voi siete un angelo, come lei! — gridò Calisto, cadendo a' suoi

piedi.

Si era fatta molta strada in breve ora, come vedete. La fanciulla

arrossì e si ritrasse; Calisto lasciò andare la sua mano, che in

quell'impeto di adorazione aveva afferrata.

— Vogliate scusarmi, signorina! — disse egli, rialzandosi e mettendosi

la destra sul cuore. — Voi avete parlato di mia madre come io amo udirne

parlare, ma come certo non potevo aspettarmi che ne parlaste voi, di

fresco venuta in questi luoghi. Ora uditemi: io non posso entrare

laggiù, a vedere quelle stanze dove sono vissuto con lei. Ogni angolo,

il vano di una finestra, la svolta di un corridoio, una seggiola di

velluto chermisi, tutto mi parla di lei, e (non vi sembri una

fanciullaggine) perfino le nappe di una cortina di damasco verde, le

quali, stando ella seduta verso la luce di un verone, le accarezzavano

ad ogni suo più lieve moto i capelli, laonde era sovente costretta a

rimuover la seggiola.

— Ed ogni cosa che voi dite è ancora nel suo antico stato; — disse

Cecilia. — Mio padre non ha voluto che si toccasse nulla. Egli rispetta

molto la vostra famiglia, e si compiace spesso a ricordare che essa, non

pure lasciò al loro posto tutti i vecchi ritratti di casa nostra, i

quali ingombravano le pareti del salone, ma taluno, che a lui era molto

caro per la sua vetustà, ne fece rinfrescare, per conservarlo.

— I vecchi quadri del salone! — esclamò Calisto. — Ma sapete, signorina,

che io li ho amati, come se portassero la effigie dei miei? Spesso mi

avvenne di andarmi a raggomitolare in una gran sedia a bracciuoli, di

rimpetto a quella bella gentildonna che sembra guardarvi in qualunque

parte del salone vi siate, e che abbandona una mano alle carezze di un

cagnolino.

— La contessa Giulia, la madre del mio bisnonno; — disse Cecilia.

— Sta bene; — rispose Calisto; — io non sapevo il suo nome, come nol so

di nessun altro di quegli antichi; ma la bontà che le spirava dal volto,

e quella sua aria pensierosa, mi facevano tenerezza, e stavo ore ed ore

a contemplarla. Tutto, insomma, tutto, là dentro, ha un ricordo per me;

e come volete che io possa rientrarvi senza sgomento?... —

La bionda fanciulla, che lo aveva ascoltato con molta attenzione fino a

quel punto, stette un poco sovra pensieri; quindi, con un piglio di

regina, gli disse:

— Volete voi obbedirmi?

— In che cosa?

— Ah, signor Caselli, badate! voi mettete delle condizioni....

— Nessuna, se così volete. Vi obbedirò in ogni cosa che a voi piaccia di

comandarmi.

— Datemi la mano.

— Eccola!

— E adesso venite con me. —

Così dicendo, la fanciulla condusse Calisto fino alla scaletta a

chiocciola dell'orchestra, e scesa dinanzi a lui, voltò a sinistra,

presso l'altare dove era un usciolo aperto, il quale metteva alla

tribuna del conte Emanuele. Di là, saliti due pianerottoli, si entrava,

per un corridoio lungo lungo, nelle stanze del primo piano del castello.

Calisto aveva inteso fin da principio qual fosse il disegno della

contessina; ma non era più tempo di ritirarsi, senza farle scortesia

troppo grave. Però, tra il sì ed il no, ma fortemente turbato e tremante

in cuor suo come un bambino, la seguì per tutti quei giri frettolosi che

ella faceva.

Non pensate male, vi prego, della contessina di Villa Cervia. Io so

tutte queste cose dallo stesso Calisto, il quale mi narrò per filo e per

segno l'origine e il corso dei suoi mali, e mi fece scorgere quale

delicatezza d'intendimenti la conducesse a voler vincere la sua

ritrosia.

Ella, sicuramente, non era ardita come un'eroina da romanzo, e non è da

credere neppure che avesse potuto formarsi un concetto del sentimento

che le avevano destato in cuore la vista e i discorsi del giovine. La

pietà fu detta sorella d'amore, e non a torto; chè l'una tira sempre

l'altro con sè, e finisce col metterlo a regnare in sua vece. Ma la

contessina non sapeva niente di ciò; e obbediva ad un sentimento che le

pareva, e certamente era, purissimo di ogni lega.

Per dirvi alla breve quello che io ne penso, la contessina Cecilia era

timida, ma non alla guisa di molte fanciulle, le quali si sgomentano

alla presenza di un uomo, nè ardiscono con esso dir cosa, di cui parlano

le mille volte liberamente tra amiche. Cuor nobile e generoso, anima

forte ed immacolata, ella non istava a sofisticare sulle cose che la

consuetudine faceva lecite o no ad una giovinetta sua pari. La vista di

un uomo la turbò un tratto, come quella che le giungeva improvvisa in

quel luogo, dov'era sola ed assorta nella sua occupazione; ma,

conosciuto quell'uomo, lo trattò con quella cortese dimestichezza che

non tutti al mondo son nati per intendere quanto valga e da quale

nobiltà di mente derivi.

— Orsù, dunque, — disse ella, come fu in capo al corridoio, facendosi da

un lato e accennandogli un uscio aperto sul salone, — entrate, signore,

e siate il benvenuto. —

Ma a Calisto non diè l'animo di farsi più innanzi. Appuntò una mano allo

stipite, e rimase col capo chino, in quella che il cuore gli balzava

concitato nel petto.

— Animo, animo! — soggiunse Cecilia. — Vostra madre è sempre la padrona

del castello, poichè tutto qui vi parla di lei, e nulla è mutato. —

Calisto diede uno sguardo di ineffabile affetto alla giovinetta ed entrò

con passo deliberato e sollecito nel salone. Il suo primo pensiero fu di

correre ad una delle finestre, di afferrare il lembo di una cortina, di

baciarlo tre volte; poi guardò tutto intorno, e si lasciò cadere su

d'una seggiola, dando in uno scoppio di pianto.

Santa Cecilia · 第 21 / 31 题