Il pensiero dello sconosciuto, che non voleva farsi vedere nel castello
dove risiedevano tutte le sue più care e in un malinconiche ricordanze,
cominciò forse allora a girarle per il capo?
Chi lo sa? Io, come vedete, argomento molte cose per via d'induzioni,
fondate su quella poca esperienza del cuore umano che deriva dal mio
ufficio. Vo ricomponendo questa storia con tutti i particolari raccolti
allora da questo o da quello dei personaggi che v'ebbero parte, e a me
rimasti in mente perchè mi furono raccontati tante volte; ma sento qua e
là il difetto di molti fatti, o per meglio dire di molti pensieri i
quali mi diano il bandolo psicologico della mia narrazione. E qui allora
io vo rabberciando alla meglio, aiutandomi con un po' di invenzione. Non
ve ne lagnate; poichè di questa guisa io vengo a darvi il lavoro fatto,
senza che abbiate bisogno di beccarvi il cervello.
Ora veniamo al buono; donde vedrete scaturire una nuova testimonianza a
pro di quella trita verità, che i grandi effetti spesso derivano dalle
piccole cause.
In quell'ultima sua gita alla cappella, di cui vi ho narrato testè, il
giovine Calisto si era accorto che qualche voce dell'organo calava un
tantino, e ne parlò a Giovanni, dicendogli che sarebbe tornato il giorno
appresso per rimediarvi; però, verso il meriggio, lasciasse aperto
l'uscio della cappella.
La dimane, infatti, poco prima dell'ora prefissa, il giovanotto saliva
con lenti passi l'erta del castello, assorto nella sua consueta
mestizia. Giunto alla piazzetta, gli venne all'orecchio un indistinto
mutar di suoni musicali; ma egli era cosiffattamente sovra pensieri, che
non vi badò, o, per meglio dire, i suoi orecchi si fecero a quella
musica, senza che a lui venisse in mente di cercarne la ragione. Di
cotali distrazioni ognuno di noi ne ha avuta la sua parte, e ricorda
benissimo che in quei momenti i sensi vanno dietro ad una cosa, mentre
lo spirito ne prosegue un'altra, le mille miglia lontana.
Così sbadato, il giovine si avvicinò colla medesima andatura alla
gradinata, entrando sempre più nel cerchio delle onde sonore. La
cappella risuonava tutta in quel punto di gravi e malinconiche armonie,
e a lui parve la cosa più naturale del mondo, e come se la messa fosse
incominciata, ed egli medesimo già fosse al suo posto. Cosiffatto
scempiarsi delle facoltà mentali non è neppur nuovo nè strano negli
uomini che pensano molto, e Calisto, come vi ho detto, era pensieroso e
distratto quanto dieci filosofi.
Salì, sempre a quel modo, la scaletta a chiocciola dell'orchestra; andò
verso l'organo che fremeva tutto di sonore armonie, e là finalmente,
alzati gli occhi, si avvide di non essere solo, e conobbe ad un tempo la
vera cagione di quella misteriosa suonata.
Una bella giovinetta, dagli occhi neri che guardavano in alto, dai
capegli biondi che le ricadevano sulle spalle, vestita di mussolina
bianca con nastri azzurri bellamente disposti sul taglio della vita e
sul petto, era seduta dinanzi all'organo, e le sue dita bianche,
affusolate, correvano maestrevolmente sulla tastiera.
Voi già avrete riconosciuto in questo bozzetto la leggiadra contessina
di Villa Cervia; ma Calisto non la conosceva punto; e in quel momento
non gli venne neppure in mente che potesse essere la figlia del conte
Emanuele quella bella creatura che gli stava dinanzi agli occhi, fata
gentile, che risvegliava col magistero delle sue mani delicate le
migliaia dei genietti armonici, nascosti nelle canne dell'organo.
Egli rimase confuso, estatico, a guardarla, rattenendo il respiro, come
uomo che sogni e non ami svegliarsi e vedere d'un tratto dileguarsi una
diletta visione. Immaginate qual virtù dovesse avere la vista improvvisa
di quella bellissima persona sull'animo di un uomo, il quale aveva in
giovine età gustate tutte le dolcezze della vita, ma che non aveva amato
mai, e da lunga pezza viveva solitario, nutrito di meste fantasie, che
mirabilmente dispongono il cuore alla novità degli affetti.
Il concetto dell'amore gli entrò veloce per gli occhi fino al profondo
del cuore, al primo veder quella divina fanciulla, sulla cui testa la
luce del meriggio pioveva i suoi raggi, temperati dalla rossa cortina
della finestra, e gli occhi della quale guardavano in alto, come per
derivarne le inspirate melodie che le sue mani andavano traendo dal
grave strumento.
Tutto questo avvenne in pochi secondi, chè al rimescolarsi del sangue,
allo sprigionarsi della scintilla elettrica, al mutarsi repentino di
tutta quanta una esistenza nelle fiamme di un affetto prepotente, non
occorre maggior spazio di tempo. E mentre tutto questo avveniva nel
cuore del giovane, le sue labbra non avevano avuto che il tempo di
mormorare sommessamente: — come è bella! mio Dio, come è bella!
Ma, nel lento volgersi degli occhi, la suonatrice aveva veduto come
un'ombra starle d'accanto. Si voltò da quel lato, messe un lieve grido
alla vista del giovine, e fe' per alzarsi.
— Oh no! restate, signorina; — disse egli, tendendo le mani verso di lei
in atto di preghiera; — proseguite pure; non vi sgomenti la presenza di
un povero suonatore! —
Arrossì la fanciulla e balbettò alcune parole confuse, di quelle tali
che, dette appena, non si ricordano più.
Ognuno che abbia amato e che siasi fatto la prima volta a parlare con la
donna amata, sarà passato per questa filiera. Egli vi ha, sul cominciare
di un primo colloquio, dieci o quindici parole, dette dall'uno o
dall'altro dei due interlocutori, le quali non si trovano più, anco a
volerle cercare col fuscellino. Sono nonnulla, frasi monche, brandelli
di pensiero, i quali spesso non somigliano nè punto nè poco a quello che
s'aveva in mente di dire; epperò io credo che, se pur si trovassero, e
si potesse metterli sulla carta, farebbero ridere. Il loro gran pregio
sta tutto quanto nello esser venuti sulle labbra, in aiuto alle
angustie, alle trepidazioni dell'animo; e vi so dir io.... cioè,
intendiamoci, io non ve ne so dir nulla, ma ho sentito dire dagli altri,
che in quelle contingenze essi riescono più grati che una ottava
dell'Ariosto, più splendidi che un canto della _Divina Comedia_.
Che cosa dissero i nostri giovani per entrare in discorso? io non lo so,
e, a dirvela schietta, non mi curo nemmeno di saperlo. È probabile
eziandio che abbiano taciuto, senza punto accorgersi che non dicevano
nulla.
Ma, tacessero o parlassero, venne il momento che si entrò in materia, e
fu Calisto che, bene o male, arrossendo e balbettando a sua volta, si
bevve intiero quel calice.
— Signorina, — diss'egli, — eravate dunque voi?... Ieri mattina,
sedendomi, dove voi siete adesso, sentii come un arcano profumo, del
quale non ho saputo argomentare la cagione....
— Ah! — esclamò la fanciulla. — Era l'essenza di viole, che mi piace
tanto e che porto sempre sulla persona.
— Non mi ero dunque ingannato; — soggiunse Calisto. — Ma come avrei
potuto immaginare che quel delicato profumo mi derivasse da una così
bella suonatrice? Ho tuttavia dato vicino al segno, pensando che fossero
gli angeli.... Non vi dolga del paragone, signorina, e sopratutto non lo
abbiate in conto di un complimento. Ho pensato davvero agli angeli. Se
il canto dell'organo è la più bella forma di preghiera, perchè non
verrebbero gli angeli a raccoglierla, a fine di portarla in cielo, come
le altre? Ora per me, tra la venuta dell'angelo del cielo e quella
dell'angelo della terra, non corre divario, imperocchè, tanto per la
venuta dell'uno, come per quella dell'altro, io non ardirei più mettere
le mie dita profane su quella tastiera. —
La contessina di Villa Cervia, che era rimasta un tal poco impacciata a
sentir quelle parole pronunciate con dolce lentezza dal giovine Caselli,
colse l'ultima frase come un appicco alla conversazione.
— Oh, perchè non suonereste più? — chiese ella. — Voi mi vorreste far
pagare troppo caro un capriccio scolaresco. Fin dal primo giorno che vi
udii a suonare, volli provarmi pur io sull'organo, per vedere che
differenza ci fosse tra questo grave strumento ed il cembalo. Sulle
prime non sapevo raccapezzarmi; ma a furia di picchiare, son pur venuta
a capo di trarne fuori qualche cosa.
— Altro che! — soggiunse Calisto. — Or ora avete suonato benissimo,
signorina, e da cotesto è facile argomentare come siate maestra sul
pianoforte.
— Oh, non mi date lode oltre i miei meriti. Il pianoforte era il mio
passatempo nel convento, e di quel poco costrutto che ne ho cavato, vo
debitrice al grande amore che gli porto.
— Contentatevi, signorina; voi siete come messer Dante Alighieri, il
quale ha detto: _Vagliami il lungo studio e il grande amore, che m'han
fatto cercar lo tuo volume._
— Il paragone, — rispose Cecilia ridendo, — mi farebbe andar molto
superba; ma io volevo dire soltanto che ho molto desiderio di sapere, e
pochissima scienza. —
Continuò per un bel tratto una di quelle conversazioni senza nè capo nè
coda, nella quale la povera scienza, l'organo, il cembalo, Rossini,
Beethoven furono altrettanti pretesti per dir con gli occhi e con le più
dolci inflessioni della voce che la contessina Cecilia aveva innamorato
Calisto, e che quel giovine malinconico e cortese non dispiaceva punto
alla contessina.
Dio solo sa dove sarebbero andati a parare con tutti quei loro ghirigori
fantastici, se la fanciulla, che si era rimessa a sedere, non si fosse
posta sbadatamente a toccar la tastiera, cavandone qualche suonata a
mezza voce. Calisto lasciò che andasse innanzi e fu tutto orecchi ad
ascoltarla; poi con amichevole libertà si fece a dirle, intanto che ella
suonava, come dovesse adoperare coi tasti, quali voci aprire e quali
chiudere a tempo.
Questa specie di lezione improvvisata fe' correre assai più spedito il
dialogo e più facile e più largo il ricambio dei pensieri tra i due.
Cecilia accennava ora un'aria, ora l'altra, secondo il genere di musica
o l'autore di cui si parlava; e negli intermezzi si faceva a ringraziare
Calisto dei suoi insegnamenti; la qual cosa l'attirò giù giù fino a
ringraziarlo della sua cortese assiduità domenicale all'organo della
cappella.
— Signorina, — disse Calisto, — non c'è da ringraziarmi per cotesto.
Quello che io ricevo è più assai di quello che do, imperocchè nel
suonare io trovo un grande conforto, il quale può essere inteso soltanto
da chi al pari di me viva tutto solo e scarso di consolazioni.
— È una bella cosa, la musica! — soggiunse Cecilia, che quel malinconico
richiamo alle sventure del giovine aveva commossa. — È una bella cosa,
ed un grande conforto, in verità. Anche la lettura riesce di sollievo
allo spirito.
— Oh, non lo dite, signorina! Io antepongo la musica ad ogni altra cosa,
dappoichè essa è una grata sequela di sensazioni, le quali inspirano la
mente senza punto vincolarla, e lasciano correre la fantasia, senza
tiranneggiare il raziocinio. Il libro vi fa pensare quella data cosa che
esso vuole; la parola, vigorosa, ricisa com'è, non consente che una
interpetrazione, in quella che la melodia, col suo carattere indefinito,
senza precisione di contorni, lascia pensar l'anima, e godere, e dolersi
a sua posta. Vi è egli mai avvenuto di star seduta al cembalo, di sera,
senza lume nella sala, seguitando sulla tastiera con le dita i
vaneggiamenti della fantasia, o con la fantasia i capricciosi
trascorrimenti della mano? È quello un diletto che la lettura del più
bel libro del mondo non saprebbe darvi; così almeno penso io; o, per
meglio dire, pensavo, quando avevo in casa il cembalo consolatore. —
La giovinetta non disse parola e stette a capo chino, forse pensando in
cuor suo allo stato di quel povero giovine, che amava tanto la musica e
non aveva più un cembalo per consolare le sue veglie malinconiche. Tutto
ad un tratto ella si scosse, e provandosi a guardarlo in viso, sebbene
cotesto la facesse arrossire, gli chiese con accento deliberato:
— E perchè non avete voluto mai venire da mio padre?
— Perchè? — rispose egli, commosso dalla improvvisa domanda. —
Signorina, non crediate che io rifugga dal vedere il conte di Villa
Cervia. Soltanto coloro che non mi conoscono possono ascrivere il mio
ritegno a rancore, ad odio coperto contro il padrone del castello. Io so
molto bene che egli è nell'antica dimora dei suoi, e debbo anzi lodarlo
di averla riscattata, appena ne ebbe il destro. Ma voi sapete che in
questo luogo io son nato, che qui ho vissuti gli anni felici della mia
infanzia, che qui vivono ancora, pur troppo inacerbite, tutte le mie
dolci ricordanze. Giovinetto, io attendevo agli studi, in un collegio
poco lontano di qui, e sapete che cosa facessi? Per otto mesi continui
sospiravo i quattro che avrei passati su questa collina, tra queste
mura, accanto a mia madre, alla mia povera madre.
— Era una savia e virtuosa gentildonna, — interruppe Cecilia, — ed ha
lasciato tra tutti questi terrazzani un desiderio infinito di sè. —
A queste parole della contessina di Villa Cervia, dette con tanto
candore e schiettezza, Calisto si sentì correre un fuoco per tutte le
vene. Egli non disse parola, ma, con gli occhi accesi e gonfi di
lagrime, le accennava di proseguire.
— Sì, — disse la giovinetta, — quanti ne ho interrogati, tanti mi hanno
parlato di lei come di una santa. È veramente una bella cosa lasciare
tanta eredità di affetti dietro di sè. Ella soccorreva i poverelli,
consolava gli infelici, e, fino a tanto che visse, nessuno fu
discacciato da questa dimora ospitale, chiedesse egli pane, o implorasse
una proroga a pagar la pigione del campo; però tutti la benedicono e
pregano per lei, diventata esempio di bontà e di gentilezza. Io,
l'ultima donna dei Villa Cervia, non sono punto gelosa di questo culto
alla memoria di vostra madre, e non chiedo a Dio che di poterle
rassomigliare.
— Oh, voi siete un angelo, come lei! — gridò Calisto, cadendo a' suoi
piedi.
Si era fatta molta strada in breve ora, come vedete. La fanciulla
arrossì e si ritrasse; Calisto lasciò andare la sua mano, che in
quell'impeto di adorazione aveva afferrata.
— Vogliate scusarmi, signorina! — disse egli, rialzandosi e mettendosi
la destra sul cuore. — Voi avete parlato di mia madre come io amo udirne
parlare, ma come certo non potevo aspettarmi che ne parlaste voi, di
fresco venuta in questi luoghi. Ora uditemi: io non posso entrare
laggiù, a vedere quelle stanze dove sono vissuto con lei. Ogni angolo,
il vano di una finestra, la svolta di un corridoio, una seggiola di
velluto chermisi, tutto mi parla di lei, e (non vi sembri una
fanciullaggine) perfino le nappe di una cortina di damasco verde, le
quali, stando ella seduta verso la luce di un verone, le accarezzavano
ad ogni suo più lieve moto i capelli, laonde era sovente costretta a
rimuover la seggiola.
— Ed ogni cosa che voi dite è ancora nel suo antico stato; — disse
Cecilia. — Mio padre non ha voluto che si toccasse nulla. Egli rispetta
molto la vostra famiglia, e si compiace spesso a ricordare che essa, non
pure lasciò al loro posto tutti i vecchi ritratti di casa nostra, i
quali ingombravano le pareti del salone, ma taluno, che a lui era molto
caro per la sua vetustà, ne fece rinfrescare, per conservarlo.
— I vecchi quadri del salone! — esclamò Calisto. — Ma sapete, signorina,
che io li ho amati, come se portassero la effigie dei miei? Spesso mi
avvenne di andarmi a raggomitolare in una gran sedia a bracciuoli, di
rimpetto a quella bella gentildonna che sembra guardarvi in qualunque
parte del salone vi siate, e che abbandona una mano alle carezze di un
cagnolino.
— La contessa Giulia, la madre del mio bisnonno; — disse Cecilia.
— Sta bene; — rispose Calisto; — io non sapevo il suo nome, come nol so
di nessun altro di quegli antichi; ma la bontà che le spirava dal volto,
e quella sua aria pensierosa, mi facevano tenerezza, e stavo ore ed ore
a contemplarla. Tutto, insomma, tutto, là dentro, ha un ricordo per me;
e come volete che io possa rientrarvi senza sgomento?... —
La bionda fanciulla, che lo aveva ascoltato con molta attenzione fino a
quel punto, stette un poco sovra pensieri; quindi, con un piglio di
regina, gli disse:
— Volete voi obbedirmi?
— In che cosa?
— Ah, signor Caselli, badate! voi mettete delle condizioni....
— Nessuna, se così volete. Vi obbedirò in ogni cosa che a voi piaccia di
comandarmi.
— Datemi la mano.
— Eccola!
— E adesso venite con me. —
Così dicendo, la fanciulla condusse Calisto fino alla scaletta a
chiocciola dell'orchestra, e scesa dinanzi a lui, voltò a sinistra,
presso l'altare dove era un usciolo aperto, il quale metteva alla
tribuna del conte Emanuele. Di là, saliti due pianerottoli, si entrava,
per un corridoio lungo lungo, nelle stanze del primo piano del castello.
Calisto aveva inteso fin da principio qual fosse il disegno della
contessina; ma non era più tempo di ritirarsi, senza farle scortesia
troppo grave. Però, tra il sì ed il no, ma fortemente turbato e tremante
in cuor suo come un bambino, la seguì per tutti quei giri frettolosi che
ella faceva.
Non pensate male, vi prego, della contessina di Villa Cervia. Io so
tutte queste cose dallo stesso Calisto, il quale mi narrò per filo e per
segno l'origine e il corso dei suoi mali, e mi fece scorgere quale
delicatezza d'intendimenti la conducesse a voler vincere la sua
ritrosia.
Ella, sicuramente, non era ardita come un'eroina da romanzo, e non è da
credere neppure che avesse potuto formarsi un concetto del sentimento
che le avevano destato in cuore la vista e i discorsi del giovine. La
pietà fu detta sorella d'amore, e non a torto; chè l'una tira sempre
l'altro con sè, e finisce col metterlo a regnare in sua vece. Ma la
contessina non sapeva niente di ciò; e obbediva ad un sentimento che le
pareva, e certamente era, purissimo di ogni lega.
Per dirvi alla breve quello che io ne penso, la contessina Cecilia era
timida, ma non alla guisa di molte fanciulle, le quali si sgomentano
alla presenza di un uomo, nè ardiscono con esso dir cosa, di cui parlano
le mille volte liberamente tra amiche. Cuor nobile e generoso, anima
forte ed immacolata, ella non istava a sofisticare sulle cose che la
consuetudine faceva lecite o no ad una giovinetta sua pari. La vista di
un uomo la turbò un tratto, come quella che le giungeva improvvisa in
quel luogo, dov'era sola ed assorta nella sua occupazione; ma,
conosciuto quell'uomo, lo trattò con quella cortese dimestichezza che
non tutti al mondo son nati per intendere quanto valga e da quale
nobiltà di mente derivi.
— Orsù, dunque, — disse ella, come fu in capo al corridoio, facendosi da
un lato e accennandogli un uscio aperto sul salone, — entrate, signore,
e siate il benvenuto. —
Ma a Calisto non diè l'animo di farsi più innanzi. Appuntò una mano allo
stipite, e rimase col capo chino, in quella che il cuore gli balzava
concitato nel petto.
— Animo, animo! — soggiunse Cecilia. — Vostra madre è sempre la padrona
del castello, poichè tutto qui vi parla di lei, e nulla è mutato. —
Calisto diede uno sguardo di ineffabile affetto alla giovinetta ed entrò
con passo deliberato e sollecito nel salone. Il suo primo pensiero fu di
correre ad una delle finestre, di afferrare il lembo di una cortina, di
baciarlo tre volte; poi guardò tutto intorno, e si lasciò cadere su
d'una seggiola, dando in uno scoppio di pianto.