Era la primavera innoltrata.... Lasciatemi saltare alcuni mesi, tanto
per affrettare il racconto. Esso non scapiterà punto, ad essere così
ritagliato.
Che cosa infatti vi direi di nuovo, per questi quattro o cinque mesi
lasciati in disparte? Che i due giovani si amavano e non se lo dicevano
mai? Cotesto lo sapete, e sapete inoltre che, se non ci era la parola,
c'era bensì, e tutto intero, il concetto. Un giro di ingegnose perifrasi
rasentava sempre quella parola benedetta, senza mai darci dentro, e
faceva intendere tutto ciò che occorreva sapere. Non c'erano poi,
terribile artiglieria, gli sguardi lunghi e profondi, per supplire a ciò
che non dicevano le labbra?
In quel torno, io conobbi da vicino il Caselli. Ero un povero
pretonzolo, non nato per l'abito talare e pel tricorno. Oggi sono
contento del mio stato; ma allora, se sapeste! mi bollivano in capo
certe mattìe, delle quali oggi ancora si risente il mio modo di pensare,
non sempre in rispondenza col mio ufficio ecclesiastico. Ma la bontà del
Signore ha le braccia così grandi!...
Questo per farvi intendere come allora una certa comunanza di pensieri
mi facesse amico il Caselli, e come egli passasse quasi ogni giorno con
me tutto quel tempo che non era consacrato ai Villa Cervia. Di questa
guisa io venni a sapere di molte cose, e d'allora in poi, sopraggiunte
le peripezie e la catastrofe del suo amore, ne ebbi in mano tutte le
fila.
Era la primavera innoltrata. Il mese di maggio smaltava di un bel verde
la campagna, e il sole ci metteva del suo tutta la pompa dei colori e la
tiepidezza dell'aria, quando quella tal nuvoletta di cui vi ho detto più
sopra, accresciuta da mille vapori, s'ingrossò in forma di nembo sul
capo di Calisto.
Il procaccia di Dego portò al conte Emanuele, insieme col solito
giornale, una lettera da Torino, la quale fu letta e riletta con molta
attenzione dall'ottimo gentiluomo.
Gliela scriveva un amico suo, il vecchio marchese di Cardiana, gran
ciambellano a corte, col quale da parecchio tempo non teneva più
carteggio; nè già per discrepanza di opinioni, poichè, come vi ho detto,
le ubbìe liberalesche del conte Emanuele, non andavano niente più giù
della pelle, e tutti ne sapevano quanto era necessario saperne.
Il vecchio marchese di Cardiana, dopo aver dato sue nuove all'amico, gli
annunziava la visita del figlio suo, giovane sui ventisei, che era forse
un po' sventatello in ragione dell'età, ma a cui il prender moglie
avrebbe fatto un gran bene. In sostanza (e questo non lo diceva il
marchese), il giovanotto menava a Torino una vita da scioperato e gli
usurai gli davano troppo facilmente ad imprestito; laonde il padre, che
era stato costretto a pagare per lui un centinaio di mila lire, e gli
era parso di escirne pel rotto della cuffia, aveva pensato di dargli
moglie; nè migliore avrebbe potuto trovarne della figlia del suo vecchio
amico, la quale alla morte del padre avrebbe avuto un patrimonio di
settecento mila lire, se non forse di più.
«Ti mando il giovanotto (diceva la lettera); tu vedrai se è partito che
convenga alla tua bella figliuola, di cui mi si dice mirabilia. Se non
ti va a genio, scrivimi liberamente; egli non sa nulla e non avrò che a
richiamarlo presso di me. Noi rimarremo sempre i buoni e schietti amici
di prima.»
Il marchese di Cardiana, che scriveva di queste lettere, era un uomo
quattro o cinque volte milionario, e non aveva che due figli; per giunta
egli apparteneva alla prima nobiltà piemontese, e si vantava di un suo
antenato che era stato a Rodi con Amedeo di Savoia (il quale Amedeo, a
dirla tra parentesi, non è mai stato laggiù); nè si poteva disconoscerne
che fosse un magnifico partito, segnatamente se il giovine era
costumato; della qual cosa, poi, non era a dubitarsi nemmeno, essendo
egli un Cardiana.
Tutte queste belle ragioni si affacciarono alla mente del conte
Emanuele, tra un periodo e l'altro di quella lettera miracolosa. D'altra
parte, chi avrebbe egli dato in marito a Cecilia, fino a tanto che stava
rinchiuso tra quelle montagne? Poichè questo passo si aveva a fare,
meglio il farlo subito e cogliere una occasione che non si sarebbe più
così agevolmente offerta, con una corona di marchese in capo e due
milioni nel portafogli.
La deliberazione fu pronta nell'animo del conte Emanuele. Egli alzò gli
occhi dallo scritto, e voltosi a Cecilia che stava seduta al suo
pianoforte, mentre Calisto scorreva degli occhi il giornale, le annunziò
la venuta del giovine marchese di Cardiana, loro mezzo parente per via
di donne, il quale veniva a recar loro i saluti del padre e fare una
scampagnata nelle Langhe.
La giovinetta impallidì, e i suoi occhi pieni di subitaneo sgomento
andarono incontanente a cercare quelli di Calisto. Egli pure era
diventato pallido come la morte.
Il conte Emanuele non si avvide di quello sguardo, e dopo aver preso il
giornale che Calisto aveva lasciato cadere sulla tavola, se ne andò su
d'una loggia lì accanto, come era suo costume, per mettersi in corpo
tutte le quattro pagine.
— Cecilia, — esclamò il giovane, accostandosi a lei, nel colmo
dell'agitazione, appena il conte fu andato: — quest'uomo sarà vostro
marito!...
— Dio mio! non correte tanto! — rispose la contessina, senza trovare nè
strano, nè disdicevole che egli per la prima volta si facesse a
chiamarla col suo nome. — Egli viene, e sia pure; per la strada che
viene potrà anche ritornarsene.
— Così pur fosse! Ma, vedete: ci sono dei presentimenti, che ingannano
di rado; e questo è del numero.
— Perchè mi dite cotesto? — chiese Cecilia, assai più sgomentita che non
volesse parere.
I suoi timori, infatti, rispondevano troppo bene a quelli del giovane.
Che cosa voleva quel marchesino di Cardiana, del quale non s'era mai
sentito parlare? Perchè veniva ad intromettere la sua ignota persona in
un queto idillio campestre, senz'altra ragione che quella, già molto
stramba di per sè stessa, di recar le novelle del padre, ignoto
egualmente ai due giovani, e non mai nominato, nè in altra maniera
ricordato dal conte?
— Perchè mi dite cotesto? — chiese adunque sgomentita Cecilia, ma non
già per avere una risposta; chè la vera, l'unica che si potesse fare,
l'aveva già data a lei il suo presentimento medesimo.
— Perchè?... — rispose Calisto. — Io chiedo piuttosto a me stesso, a
voi, o Cecilia, perchè sono io tornato in questi luoghi, che io non
dovevo vedere più mai. —
E dicendo queste parole, Calisto si percuoteva la fronte con le palme,
quasi volesse spezzarla e farne uscire i dolorosi pensieri che vi
turbinavano per entro. La giovinetta stava a guardarlo mestamente, senza
aggiunger parola.
— Oh perdonatemi, signorina! — ripigliò Calisto. — Io non so più quel
che mi dica, e il dolore fa sì che non esprima neppur giustamente quello
che penso. Checchè avvenga di me, non ho io conosciuta la vostra casa?
Non ho io vissuto un anno di felicità? —
La contessina non rispose, ma il suo turbamento era la più eloquente
delle risposte.
Passarono due giorni, due brevissimi giorni, nei quali Cecilia fu
amorevolissima col Caselli e più malinconica dell'usato. La mattina del
terzo, giungeva al castello, accolto con gran giubilo dal conte
Emanuele, il marchesino di Cardiana.
Era costui un giovinetto di bella presenza, attillato e profumato come
un damerino del suo tempo, che nel parlare smozzicava l'erre e fischiava
l'esse, giusta il costume dei suoi pari, pieno di alterigia con gli
uomini e di leziosaggine con le signore. Veniva al castello di Villa
Cervia con uno staffiere e due cavalli, come sarebbe andato a fare una
trottata al Valentino; e all'albergo di Dego, dove era rimasto ad
aspettar la venuta dei cornipedi, che gli erano indietro di mezza
giornata, era smontato con un reggimento di valigie e bauli, da
disgradarne un viaggiatore inglese.
Alla contessina Cecilia uomini di quella fatta non andavano molto a'
versi; laonde, a malgrado delle sue smancerie, anzi appunto per queste,
fu molto riserbata con lui, fino a quel punto che le buone creanze
consentivano ad una sua pari.
Ma da quel giorno, addio passeggiate pei campi, addio facili ritrovi,
addio occasioni di lieti ragionamenti. Della qual cosa non è a dire come
si struggesse Calisto, e come gli fosse accresciuto il rammarico della
sua solitudine. I bei sogni si dileguavano tutti ad un tratto.
Passeggiava concitato per que' sentieruoli, memori di tante dolcezze, e
non trovava più diletto nel sereno del cielo, o nel verde dei prati.
Alzar gli occhi da terra e scorgere, allo svoltare di un poggio, le due
torri merlate del castello di Villa Cervia, era divenuto per lui un
tormento; e allora dava indietro sollecito, cercando tregua al dolore, e
non trovandola mai, poichè il suo dolore egli lo portava con sè.
Il conte Emanuele non si era punto mutato nella sua amorevolezza per
Calisto. Egli anzi lo presentò, come un suo carissimo amico, al
marchesino, il quale gli fece un saluto schizzinoso, non udendo
accompagnato il suo nome da verun titolo di nobiltà.
Questo marchesino venuto di fresco riguardava il Caselli come un
intruso, e la semplicità del suo vestire, il suo umor taciturno, erano
facilmente scambiati per meschinità campagnuola e zotichezza plebea.
Quando egli parlava de' suoi viaggi di Parigi, di Londra, di Vienna,
Calisto si guardava ben bene dal fargli intendere che quelle città gli
erano state altrettanto dimestiche; e, tra per l'interno rammarico e per
la sua ripugnanza a parlare, si teneva affatto in disparte, lasciando
che il marchesino sciorinasse le sue leziosaggini alla giovinetta, e che
il conte Emanuele facesse le più sperticate lodi del nuovo venuto.
Che importava a lui, finalmente, delle lodi date a quell'altro? Egli ben
sapeva e vedeva chiaramente co' suoi occhi quanto poco giovassero presso
l'amata fanciulla i complimenti e le affettature del marchesino di
Cardiana.
Un giorno, mentre quest'ultimo era andato a cavalcare presso il paesello
di Dego, la contessina Cecilia, trovatasi sola con Calisto, gli disse:
— Signor Caselli, io temo davvero che mio padre mi voglia maritare.
— E che cosa gli avete risposto? — chiese egli, turbato.
— Nulla, perchè egli non me ne ha ancora parlato.
— E che cosa risponderete, se ve ne parlerà? — incalzò il giovine, col
piglio di chi aspetta da una parola la sua sentenza di vita o di morte.
— Io..., — rispose Cecilia. — Perdonatemi, signor Calisto! non lo so....
—
E vedendo come quelle sue parole avessero turbato il giovine, la
contessina soggiunse, con accento malinconico:
— Ditemi, che cosa rispondereste voi, nel mio caso, alla dimanda di un
padre? —
Calisto non rispose. Egli non era così egoista da non intendere le
angustie della giovinetta. Stette silenzioso alcuni minuti, col viso
nascosto nelle palme; ma quel silenzio maturava una energica
deliberazione. Infatti, dopo quella breve sosta, il giovine balzò in
piedi, e disse a Cecilia:
— Debbo parlare col conte. —
E senza aspettare che ella gli chiedesse perchè, si mosse dal salone
dov'erano ambedue, per andare alla loggia, dove il conte Emanuele stava
seduto, a leggere il suo giornale consueto.
— Signor conte, — disse egli facendosi animo, sebbene tremasse per la
grande commozione dal capo alle piante, — ho bisogno di parlarvi.
— Dite, amico mio, dite, — rispose il conte Emanuele in quella che
posava il foglio sul parapetto. — Ed anzitutto sedetevi qui, vicino a
me.
— No, signor conte. Ho a chiedervi una cosa, e mi bisogna chiederla in
piedi, a capo scoperto, con quel massimo rispetto che ho sempre avuto
per la vostra persona.
— Oh, non mi fate tremare; ditela su, questa cosa.
— Signor conte, — ripigliò allora Calisto, facendo violenza alle parole
che non volevano uscirgli di bocca, — io vengo a chiedervi la mano di
vostra figlia, la contessina Cecilia di Villa Cervia. —