passare per l’apertura praticata. — Ma non possiamo cercare di meglio.
Vi farete un sonnellino ed io andrò in ricognizione. Finirò bene per
togliervi dall’impaccio, ma ci vorrà tempo, un tempo infinito... e
qualche cosa da mangiare.
Eravamo in una bottega di finimenti. Egli mi improvvisò un letto con
delle coperte da cavallo, in uno studio privato in fondo alla casa.
Io sentivo sopraggiungere una terribile emicrania, e fui felice di
chiudere gli occhi per tentare di dormire.
— Ritorno subito. — diss’egli, lasciandomi. — Non assicuro che troverò
un’automobile, ma certo porterò qualche cosa da mangiare.
E dovevo rivederlo tre anni dopo! Non ritornò: fu mandato in un
ospedale, con una palla in un polmone e un’altra nella parte carnosa
del collo.
CAPITOLO XXIV.
INCUBO.
La mia stanchezza era aggravata dal fatto che la notte precedente,
in treno, non aveva chiuso occhio. Mi addormentai profondamente.
Mi svegliai, la prima volta, che era già notte. Garthwaite non era
ritornato. Avevo perduto l’orologio ed ignoravo assolutamente l’ora.
Rimasi un po’ sdraiata, con gli occhi chiusi, e sentii ancora il
rumore sordo degli esplodenti lontani; l’inferno era sempre scatenato.
Sdrucciolai verso la facciata del negozio. Incendî colossali si
riflettevano nel cielo; nella via si vedeva chiaro come in pieno
giorno, al punto che si sarebbe potuto leggere facilmente il carattere
più minuto. Da qualche isolato di case più lontane veniva il crepitìo
delle granate e delle mitragliatrici, e da una grande distanza mi
giungeva l’eco di una serie di grandi esplosioni. Ritornai al mio letto
di coperte e mi riaddormentai.
Svegliatami di nuovo, una luce gialla, malaticcia, filtrava fino a
me. Era l’aurora del secondo giorno. Ritornai verso la facciata del
negozio. Il cielo era coperto da una nuvola di fumo striata da lampi
lividi. Dall’altro lato della strada, titubava un povero schiavo.
Con una mano si comprimeva un fianco, e lasciava dietro di sè una
traccia di sangue. I suoi occhi, pieni di spavento, giravano in tutte
le direzioni e si fissarono un istante su me. Il suo volto aveva
l’espressione patetica e muta di un animale ferito e perseguitato.
Egli mi vedeva, ma non c’era nessuna intesa fra noi, nè, da parte sua
almeno, la minima simpatia. Si ripiegò su se stesso, sensibilmente, e
si trascinò più lontano. Non poteva aspettarsi aiuto alcuno da questo
mondo. Era una delle prede perseguitate in quella gran caccia agli
isolati indetta dai padroni. Tutto ciò che poteva sperare, tutto ciò
che cercava era un buco dove arrampicarsi e nascondersi come una bestia
selvatica. Il tintinnio di un’ambulanza che passava all’angolo lo
fece sussultare. Le ambulanze non erano fatte per i suoi simili. Con
un brontolio lamentoso, si gettò sotto un portico. Un momento dopo,
riprendeva il suo andare disperato.
Ritornai alle mie coperte ed aspettai ancora per un’ora il ritorno di
Garthwaite. Il mio mal di testa non si era dissipato; al contrario,
aumentava. Mi bisognava uno sforzo di volontà per aprire gli occhi,
e, quando li volevo fissare su un oggetto, provavo una vera tortura.
Sentivo il cervello intronato da fitte. Debole e vacillante,
uscii, passando dalla vetrina rotta, e scesi nella via, cercando
istintivamente e a caso di sfuggire a quell’orribile massacro. Da
quel momento io vissi in un incubo. Il ricordo che mi rimane delle ore
seguenti è simile a quello di un cattivo sogno. Alcuni avvenimenti sono
nettamente segnati nel mio cervello, con immagini indelebili separate
da intervalli di incoscienza, durante i quali avvennero cose che ignoro
e che non saprò mai.
Ricordo di aver urtato, all’angolo, contro le gambe di un uomo: era il
povero diavolo di poco prima, che si era trascinato fin là, e si era
steso a terra. Rivedo distintamente le sue povere mani nodose; simili
più a zampe cornee e ad artigli, che a mani, tutte storte e deformate
dal lavoro quotidiano, con le palme coperte da enormi calli. Ripreso
il mio equilibrio, guardai la faccia del misero e constatai che egli
viveva ancora; i suoi occhi erano vagamente fissi su me e mi vedevano.
Dopo ciò, nella mia mente non vedo altro che benefiche lacune. Non
sapevo più nulla, non vedevo più nulla: mi trascinavo semplicemente
in cerca di un asilo. Poi, il mio incubo continuò, alla vista di una
via coperta di cadaveri. Mi trovai là, bruscamente, come un vagabondo
che incontri inaspettatamente un corso d’acqua. Ma quel fiume là non
scorreva: indurito dalla morte, uguale, unito, si stendeva da un capo
all’altro e copriva perfino i marciapiedi. A intervalli, come ghiacci
stratificati, dei cumuli di corpi ne rompevano la superficie. Quelle
povere genti dell’Abisso, quei poveri servi inseguiti giacevano là
come conigli di California dopo una battuta.[118] Osservai quella
via funebre nelle due direzioni; non un movimento, non un rumore. I
caseggiati muti guardavano la scena con le loro numerose finestre.
Una volta, però, una volta sola, vidi un braccio muoversi in quel
fiume letargico. Giurerei che quel braccio si contorcesse in un gesto
di agonia, accompagnato da una testa insanguinata, orribile spettro,
indicibile, che mi borbottò parole inarticolate, e ricadde e non si
mosse più.
Vedo ancora un’altra via fiancheggiata da case tranquille, e ricordo il
panico che mi richiamò violentemente alla ragione quando mi ritrovai
davanti al popolo dell’Abisso: questa volta era una corrente che si
riversava lungo la mia direzione. Poi mi accorsi che non avevo nulla
da temere. La corrente se ne andava lentamente e dalla sua profondità
sorgevano gemiti, lamenti, maledizioni, discorsi insensati per
senilità o per isterismo. Essa trascinava con sè giovanissimi e vecchi,
deboli, ammalati, impotenti e disperati, tutti gli avanzi dell’Abisso.
L’incendio, nel grande ghetto del quartiere sud, li aveva vomitati
nell’inferno della lotta della strada; e non ho mai saputo dove
andassero nè ciò che sia accaduto di loro.[119]
Ho il vago ricordo di aver rotto una vetrina e di essermi nascosta in
una bottega, per sfuggire a un assembramento inseguito dai soldati. In
un altro momento, una bomba mi scoppiò vicino, in una via tranquilla
dove, sebbene guardassi in tutti i sensi, non potei vedere anima viva.
Ma la semicoscienza più prossima, distinta, incomincia con un colpo
di fucile; mi accorgo improvvisamente che servo da bersaglio a un
soldato ch’è su un’automobile. Mi fallisce e allora, istantaneamente,
mi metto a fare i segnali ed a gridare la parola d’ordine. Il mio
trasporto in quell’automobile rimane avvolto da una nube interrotta da
un nuovo lampo. Un colpo di fucile tirato dal soldato seduto vicino a
me mi ha fatto aprire gli occhi; ho veduto George Milford, che avevo
conosciuto un tempo a Pell Street, abbattersi sul marciapiedi. Nello
stesso istante, il soldato sparava di nuovo, e Milford si piegava in
due, poi cadeva in avanti, con le braccia e le gambe aperte. I soldati
sghignazzavano e l’automobile andava di carriera.
Di tutto ciò che avvenne in seguito, ricordo questo: immersa in un
profondo sonno, fui svegliata da un uomo che camminava in lungo e in
largo intorno a me. I suoi lineamenti erano tirati, e la sua fronte era
imperlata di sudore, che gli gocciolava sul naso. Appoggiava con moto
convulso le mani sul petto, e il sangue colava a terra, ad ogni passo.
Indossava l’uniforme dei Mercenarî. Attraverso un muro ci giungeva il
rumore attutito degli scoppî delle bombe. La casa dove mi trovavo era
evidentemente in preda ad un duello con un’altra casa.
Quando un dottore venne a medicare il soldato ferito, seppi che erano
le due del pomeriggio. Poichè il mio mal di testa durava, il medico
sospese il lavoro per darmi un rimedio energico che doveva calmare il
cuore e sollevarmi. Mi addormentai nuovamente, e quando mi svegliai
ero sul tetto del caseggiato. La battaglia era finita intorno. Guardai
l’assetto dei palloni alla fortezza. Qualcuno aveva passato un braccio
attorno alla mia vita, e io mi ero rannicchiata contro di lui. Mi
sembrava naturale che fosse Ernesto, e mi chiedevo perchè avesse le
sopracciglia e i capelli arrossati.
Per mero caso ci eravamo ritrovati in quell’orribile città. Egli
non dubitava nemmeno che io avessi lasciato Nuova York e, passando
nella camera dove dormivo, non aveva potuto credere ai suoi occhi. Da
quell’ora non vidi più gran che della Comune di Chicago. Dopo avere
osservato l’attacco dei palloni, Ernesto mi ricondusse nell’interno
della casa, dove dormii tutto il pomeriggio e tutta la notte seguente.
Passammo colà anche il terzo giorno, e il quarto abbandonammo Chicago,
avendo Ernesto ottenuto il permesso dalle autorità, e un’automobile.
La mia emicrania era passata, ma ero stanca di corpo e d’anima, molto
stanca. Nell’automobile, addossata ad Ernesto, osservavo con occhio
indolente i soldati che tentavano di far uscire la vettura dalla
città. La battaglia continuava solo nelle località isolate. Qua e là,
interi distretti ancora in possesso dei nostri, erano circondati e
guardati da forti contingenti di truppe. Così i compagni si trovavano
stretti, accerchiati, mentre si cercava di ridurli alla resa, ossia
di ucciderli, perchè non si dava quartiere. Essi combatterono,
eroicamente, fino all’ultimo uomo.[120]
Ogni qual volta ci avvicinavamo ad una località di questo genere, le
guardie ci fermavano e ci obbligavano a fare un largo giro. Capitò
una volta che non ci rimanesse altro mezzo per oltrepassare due forti
posizioni di compagni nostri, se non passando attraverso una zona
battuta che era fra le due. Da ogni lato sentivamo il brusìo e il
ruggito della battaglia, mentre l’automobile s’apriva un varco fra
rovine fumanti e mura cadenti. Spesso le strade erano bloccate da
vere montagne di rottami, che dovevamo aggirare. Ci smarrivamo in un
labirinto di macerie, e la nostra marcia era lenta.
Dei cantieri, (ghetto, officine e tutto il resto) non rimanevano che
rovine dove il fuoco covava ancora. Lontano, sulla destra, un denso
velo di fumo oscurava il cielo. Lo _chauffeur_ ci disse che era la
città di Pullman o, per lo meno, ciò che rimaneva di essa, dopo la
sua distruzione da cima a fondo. Vi era andato con la sua macchina
a portare dei dispacci nel pomeriggio del terzo giorno. Era, diceva
lui, uno dei luoghi dove la battaglia si era scatenata con più furore;
strade intere erano diventate impraticabili, per l’ammucchiarsi dei
cadaveri.
All’angolo di una casa smantellata, nel quartiere dei cantieri,
l’automobile si dovette fermare, per una barriera di corpi; si sarebbe
detta una grossa onda pronta ad infrangersi. Indovinammo facilmente ciò
che era accaduto. Nel momento in cui la folla, lanciata all’attacco,
svoltava l’angolo, era stata decimata ad angolo retto e a breve
distanza da una mitragliatrice che sbarrava la strada laterale. Ma
i soldati non isfuggirono al disastro. Una bomba, senza dubbio, era
scoppiata in mezzo a loro, perchè la folla, trattenuta un istante dal
cumulo dei morti e dei feriti, aveva sormontato la cresta e s’era
precipitata come un’onda vivente e fremente. Mercenarî e schiavi
giacevano mescolati, mutilati e pesti, sdraiati sui rottami delle
automobili e delle mitragliatrici.
Ernesto scese dalla vettura. Il suo sguardo era stato attratto da una
frangia di capelli bianchi, che scendevano su delle spalle ricoperte
solo da una camicia di cotone. Non lo guardavo in quel momento; solo
quando mi fu di nuovo vicino e l’automobile si mosse, mi disse:
— Era il vescovo Morehouse.
Fummo presto in aperta campagna, ed io gettai un ultimo sguardo
verso il cielo coperto di fumo. Il rumore appena percettibile di
un’esplosione ci giunse da molto lontano. Allora nascosi il volto sul
cuore di Ernesto e piansi dolcemente la Causa perduta. Il suo braccio
mi stringeva con amore, più eloquente di ogni parola.
— Perduta per questa volta, cara, — mormorò; — ma non per sempre.
Abbiamo imparato molte cose. Domani la Causa si rialzerà più forte, per
saggezza e disciplina.
L’automobile si fermò alla stazione dove dovevamo prendere il treno
per Nuova York. Mentre aspettavamo lungo la banchina, tre direttissimi
lanciati verso Chicago passarono con un rumore di tuono. Erano carichi
di lavoratori stracciati, gente dell’Abisso.
— Leve di schiavi per la ricostruzione della città. — disse Ernesto. —
Tutti quelli di Chicago sono stati uccisi.
CAPITOLO XXV.
I TERRORISTI.
Soltanto alcune settimane dopo il nostro ritorno a Nuova York, Ernesto
ed io potemmo valutare tutta l’importanza del disastro per la Causa.
Era uno stato di cose amaro e sanguinoso.
In diversi luoghi, qua e là, in tutti i paesi, erano scoppiate
rivolte e avvenuti massacri di schiavi. La lista dei martiri cresceva
rapidamente. Innumerevoli esecuzioni avevano avuto luogo un po’
dappertutto. La montagna e le contrade deserte rigurgitavano di
proscritti e di rifugiati inseguiti senza pietà. I nostri stessi
rifugi erano zeppi di compagni sulla cui testa pendeva una taglia. Per
informazioni fornite dalle spie, molti dei nostri asili furono invasi
dai soldati del Tallone di Ferro.
Un gran numero di nostri amici, scoraggiati e disperati per il crollo
delle loro speranze, propendevano per una tattica terroristica.
Sorgevano pure nuove organizzazioni di combattimento che non erano
affiliate alle nostre e che ci fecero molto male.[121] Questi traviati,
pur prodigando follemente la loro vita, facevano spesso fallire i
nostri disegni e ritardare la nostra ricostruzione.
E in questo tumulto, il Tallone di Ferro, proseguiva impassibile verso
lo scopo, scotendo il tessuto sociale, mandando i Mercenarî, le caste
operaie, e gli agenti dei servizî segreti a scacciare i compagni
nostri, punendo senza odio e senza pietà, accettando, in silenzio,
tutte le rappresaglie e riempiendo i vuoti appena questi si facevano
nelle linee di combattimento. Parallelamente, Ernesto e gli altri capi
lavoravano di cuore a organizzare le forze della Rivoluzione.
Si comprenderà la portata di questo compito, tenendo conto di...[122].
FINE
INDICE
_Capitolo_
I — La mia aquila pag. 17
II — Sfide » 36
III — Il braccio di Jackson » 55
IV — Gli schiavi della macchina » 70
V — Gli amici dello studio » 81
VI — Adombramenti » 108
VII — La visione del vescovo » 118
VIII — I distruttori di macchine » 127
IX — La matematica di un sogno » 147
X — Il vortice » 168
XI — La grande avventura » 181
XII — Il lavoro » 191
XIII — Lo sciopero generale » 205
XIV — Il principio della fine » 217
XV — Ultimi giorni » 228
XVI — La fine » 236
XVII — La livrea rossa » 249
XVIII — All’ombra del monte Sonoma » 260
XIX — Trasformazione » 272
XX — Un oligarca perduto » 284
XXI — La bestia ruggente dell’abisso » 294
XXII — La comune di Chicago » 303
XXIII — La folla dell’abisso » 319
XXIV — Incubo » 336
XXV — I terroristi » 344
OPERE COMPLETE DI JACK LONDON
a cura di GIAN DÀULI
1. — IL RICHIAMO DELLA FORESTA (The Call of the Wild) — _Romanzo_.
_C’è nei libri di Jack London un largo senso di simpatia per tutti,
uomini e animali, e un senso di fraternità direi quasi francescana
che gli fa capire tutti gli esseri del creato non rispetto gli
uomini, ma rispetto alla natura. E con questo, una rara potenza
di narrazione, una fervida fantasia messa al servizio di un’idea
alta e buona, la quale rimane nell’animo dei lettori come una gioia
conquistata e una tappa raggiunta._
«Il Marzocco» — Firenze, 20 luglio 1924.
2. — ZANNA BIANCA (White Fang) — _Romanzo_.
3. — IL TALLONE DI FERRO (The Iron Heel) — _Romanzo di previsione
sociale_.
_... Hélas! Jack London avait le genie qui voit ce qui est caché
à la foule des hommes et possedait une science qui lui permettait
d’anticiper sur les temps...._
Anatole France.
4. — MARTIN EDEN — _Romanzo_.
5. — RADIOSA AURORA (Burning Daylight) — _Romanzo_.
6. — IL FIGLIO DEL SOLE (A Son of the Sun) — _Romanzo_.
7. — LA FIGLIA DELLE NEVI (A Daughter of the Snows). _Romanzo_.
«MODERNISSIMA»
VIA VIVAIO N. 10
MILANO (13)
NOTE:
[1] Il _Tallone di ferro_ è un diario che l’autore immagina scritto da
Avis, la mirabile compagna del rivoluzionario Ernesto Everhard, dopo
la morte di costui, che sarebbe avvenuta nel 1932. Varie date, come
questa, con anticipo di secoli, ricorrono nel libro, perchè l’autore
immagina che questo diario sia pubblicato sette secoli dopo il nostro.
Le note, quindi, bisogna considerarle come scritte dai felici e lontani
posteri che, a giudizio del London, guarderanno alla nostra epoca come
a una delle più crudeli e barbare della Storia.
[2] Varie opere documentano inconfutabilmente il tradimento dei
socialisti tedeschi: tra le altre: «_L’Internationale Socialiste a
vecu_» di Omer Boulanger, Librairie Ollendorf, Paris; _Le Socialistes
du Kaiser, La fin d’une mensonge_ di E. Laskine, Paris 1915,
_Democratie allemande et austro-hongroise et les socialistes belges_
di Emilio Boyer, deputato di Tournai, Ed. du Coin de France — Gree
Street. Leicester Square, Londra 1915. Il Jouhaux, segretario della C.
G. T. francese, raccontò nella _Bataille Syndacaliste_ la drammatica
scena avvenuta il 25 Luglio 1914 a Bruxelles, in un convegno segreto
che egli ebbe col deputato tedesco e noto organizzatore operaio Legien,
che rappresentava le organizzazioni operaie della Germania, e col
Segretario della Commissione Sindacale belga, Martens. Il Jouhaux
rivolse le seguenti domande: «1º Che intendete fare per evitare la
guerra?. 2º Siete decisi a una risoluta azione rivoluzionaria? Poi
soggiunse. Noi francesi e belgi siamo pronti a rispondere al vostro
appello ed agire con voi se la decisione sarà affermativa.» A quelle
domande, ripetute parecchie volte, il _tedesco_ Legien non rispose.
Il Jouhaux e il Martens troncarono la conversazione convinti d’essere
stati _premeditatamente_ traditi dal proletariato tedesco.
[3] La Seconda Rivolta fu, in massima parte, opera di Ernesto Everhard,
quantunque egli abbia collaborato, naturalmente, con i dirigenti il
movimento socialista europeo. L’arresto e la segreta esecuzione di
Everhard costituirono l’avvenimento saliente della primavera del 1932.
Ma egli aveva preparato così minuziosamente quella sommossa, che i
suoi compagni cospiratori poterono agire secondo i suoi disegni, senza
confusione o indugio. Fu dopo l’esecuzione di Everhard, che la vedova
si ritirò a Wake Robin Lodge, piccola casa sulle colline della Sonoma,
in California.
[4] Allusione evidente alla prima rivolta, quella della Comune di
Chicago.
[5] Senza smentire Avis Everhard, si può osservare che Everhard fu
semplicemente uno dei capi numerosi ed abili che concepirono la Seconda
Rivolta. Oggi, a distanza di secoli, possiamo affermare che quel
movimento, anche se si fosse sviluppato, sarebbe ugualmente fallito.
[6] La Seconda Rivolta fu veramente internazionale. Era un disegno
troppo vasto per essere elaborato da un solo uomo. In tutte le
oligarchie del mondo, i lavoratori erano pronti a sollevarsi al segnale
convenuto. La Germania, l’Italia, la Francia e tutta l’Australia
erano paesi di lavoratori, Stati socialisti, pronti ad aiutare la
rivoluzione degli altri paesi. E lo fecero. Per questo, soffocata
la Seconda Rivolta, furono anch’essi soffocati dalla lega mondiale
delle oligarchie, e i loro governi socialisti sostituiti da governi
oligarchici.
[7] John Cunningham, padre di Avis Everhard, era professore
dell’Università di Stato di Berkeley, in California. S’era
specializzato nello studio delle scienze fisiche, ma faceva molte altre
ricerche originali, ed era ritenuto uno scienziato di molto valore.
I suoi contributi alla scienza furono: gli «Studî sull’Elettrone»
e, soprattutto, la sua opera gigantesca intitolata: «Identità della
Materia e dell’Energia», in cui ha stabilito, senza contestazione
possibile, che l’unità ultima dalla materia e l’unità ultima della
forza sono la stessa cosa.
Prima di lui quest’idea era stata intravista, ma non dimostrata da Sir
Oliver Lodge e da altri studiosi nel nuovo campo della radioattività.
[8] In quel tempo, gli uomini usavano sfidarsi a colpi di pugni per
avere un premio. Quando uno di essi cadeva privo di sensi, o era
ucciso, l’altro guadagnava il premio.
[9] Musicista negro, cieco, che ebbe un istante di notorietà negli
Stati Uniti, nell’ultima metà del diciannovesimo secolo dell’Era
Cristiana.
[10] Federico Nietzsche, il filosofo pazzo del secolo XIX dell’Era
Cristiana, ebbe fantomatiche visioni della verità, ma la sua ragione,
a forza di girare nel gran circolo del pensiero umano, sfuggì dalla
tangente.
[11] Un noto educatore della fine del diciannovesimo secolo e del
principio del ventesimo dell’Era Cristiana. Era rettore dell’Università
di Stanford, università fondata per lascito privato.
[12] Monista, idealista che imbarazzò, per molto tempo, i filosofi suoi
contemporanei, negando l’esistenza della materia, ma i cui ragionamenti
sottili finirono per crollare quando le nuove scoperte empiriche della
scienza furono filosoficamente generalizzate.
[13] Il grande terremoto che distrusse S. Francisco, nel 1906 A. D.
[14] Durante questo tempo parecchi ministri furono messi fuori della
Chiesa per aver predicato delle dottrine inaccettabili, soprattutto se
intinte di socialismo.
[15] Guardie di palazzo, mercenarie straniere, di Luigi XVI, re di
Francia, decapitato dal popolo.
[16] A quell’epoca, la distinzione fra le famiglie nate nel paese e
quelle venute di fuori, era nettamente e gelosamente segnata.
[17] Questo libro ha avuto nuove edizioni segrete, durante i tre
secoli del Tallone di Ferro. Esistono parecchie copie delle due diverse
edizioni alla Biblioteca Nazionale d’Ardia.
[18] A quel tempo, delle società formate da uomini di rapina
possedevano tutti i mezzi di trasporto, e il pubblico doveva pagare
forti tasse per servirsi di questi mezzi.
[19] Queste contestazioni erano molto comuni in quei tempi caotici
ed anarchici. Talvolta gli operai rifiutavano di lavorare; talvolta i
capitalisti rifiutavano di lasciare lavorare gli operai. Nella violenza
e nel disordine di questi dissidi, molta proprietà veniva distrutta e
molte vite umane perivano.
[20] _Proletariato_ — da _proletario_, latino _proletarius_, nome dato
nel censimento di Servio Tullio a quelli che avevano valore per lo
Stato soltanto perchè facevano figlioli (_proles_); in altre parole,
non avevano alcuna importanza nè per ricchezza, nè per condizione
sociale, nè per eccezionale abilità.
[21] Autore di numerosi scritti economici e filosofici. Inglese di
nascita e candidato al governatorato della California, nelle elezioni
del 1906, compreso nella lista del partito Socialista, di cui era uno
del capi.
[22] Non c’è nella storia, pagina più orribile del trattamento dei
fanciulli e delle donne, in ischiavitù nelle officine inglesi, nella
seconda metà del secolo XVIII dell’èra cristiana. E in quell’Inferno
industriale nacquero parecchie dalle più insolenti fortune dell’epoca.
[23] Everhard avrebbe potuto meglio illustrare la difesa della
schiavitù fatta dalla Chiesa Meridionale prima della «Guerra della
Ribellione». Diamo qui alcune notizia tolte da documenti del tempo.