Hartman mi prese per un braccio e mi trascinò in un vicolo che serviva

di entrata in qualche luogo.

— Non sono i nostri compagni, — mi disse all’orecchio.

Le porte di quel vicolo cieco erano chiuse e sprangate. Non avevamo

via di scampo perchè in quel momento la testa della colonna ci

oltrepassava. Non era una colonna, ma una confusa massa di gente,

un torrente inondatore che empiva la via; era il popolo dell’Abisso

esaltato dal bene e dalle sofferenze, che ruggiva e sparava calci per

poter bere, infine, il sangue dei suoi padroni. L’avevo già veduto,

quel popolo dell’Abisso; avevo attraversato i suoi ghetti, e credevo

di conoscerlo, ma mi pareva di vederlo per la prima volta. La sua

muta apatia era svanita; in quell’ora, come dominato da una forza

affascinante, temibile, pareva un mare che muggisse di collera visibile

nelle onde grondanti e rombanti, un gregge di carnivori umani, ubriachi

per l’alcool rubato nei negozi, ebbri d’oro, di sete di sangue.

Erano uomini stracciati, donne cenciose, bimbi a brandelli, esseri di

un’intelligenza oscura e feroce, sui volti dei quali erasi cancellato

quanto c’è di divino, e impresso invece quanto c’è di demoniaco

nell’uomo. Scimmie e tigri: tubercolotici emaciati ed enormi bestie

pelose, visi anemici il cui sangue era stato succhiato da una società

vampiro, e visi gonfi di bestialità e di vizio; megere appassite e

patriarchi barbuti dalla testa di morto; una gioventù corrotta e una

vecchiaia cancrenosa; facce di demonî, asimmetriche e torve, corpi

deformati dalla malattia e dal morso d’una eterna carestia; feccia

e schiuma della vita, orde vociferanti, epilettiche, arrabbiate,

diaboliche!

Poteva forse essere altrimenti? Il popolo dell’Abisso non aveva nulla

da perdere, tranne la sua miseria e la pena di vivere. E che cosa aveva

da guadagnare? Null’altro che un’orgia finale e terribile di vendetta.

Mi venne il pensiero che in quel torrente di lava umana ci fossero

degli uomini, dei compagni, degli eroi, la cui missione era stata

quella di sollevare la bestia dell’Abisso affinchè il nemico potesse

domarla.

Allora mi accadde una cosa sorprendente; avvenne in me una

trasformazione. La paura della morte per me o per gli altri mi aveva

abbandonata. Per una strana esaltazione, mi sentivo come una creatura

nuova in una nuova vita. Nulla aveva importanza. La Causa era perduta,

questa volta, ma avrebbe potuto trionfare domani, giovane e ardente

com’era. Così che potei osservare con calmo interesse gli orrori

scatenati durante le ore seguenti. La morte non significava nulla,

ma la vita non significava di più. Ora osservavo gli avvenimenti come

osservatrice attenta; ora, trascinata dalla corrente, partecipavo ad

essi con la stessa curiosità. La mia mente era salita sino alla fredda

altezza delle stelle ed aveva afferrato, impassibile, una nuova scala

di valutazione dei valori. Se non mi fossi aggrappata a quella tavola

di salvezza credo che sarei morta.

La folla s’era sparsa lungo circa mezzo miglio, quando fummo scoperti.

Una donna, vestita di cenci inverosimili, con le guance infossate e gli

occhi neri, profondi, scoperse Hartman e me. Subito mandò un mugolio

acuto e si precipitò verso di noi, trascinando parte della folla. Mi

sembra ancora di rivederla camminare saltando davanti agli altri, con

i capelli grigi svolazzanti in treccioline imbrogliate; col sangue

che le colava sulla fronte, dalle ferite del cuoio capelluto. Brandiva

un’ascia con una mano, mentre l’altra, secca e rugosa, pareva stringere

convulsamente il vuoto, come artigli di uccello da preda. Hartman si

lanciò davanti a me. Il momento non era propizio alle spiegazioni.

Eravamo vestiti decentemente, e ciò bastava.

Il suo pugno colpì la donna fra gli occhi, che, per la forza del colpo,

fu rigettata indietro; ma essa, incontrato il muro che si avanzava

rimbalzò avanti stordita e confusa, mentre l’ascia si abbatteva senza

forza sulla spalla di Hartman.

Un attimo dopo perdetti coscienza di quanto accadeva: ero sommersa

dalla folla. Lo stretto spazio in cui eravamo, era pieno di grida,

di urli e di bestemmie. I colpi piovevano su me. Strappavano e

asportavano i miei abiti, la mia carne. Ebbi la sensazione di essere

fatta a pezzi. Sul punto d’essere rovesciata, soffocata, ecco una mano

vigorosa afferrarmi per una spalla e trarmi violentemente. Sopraffatta

dalla sofferenza, svenni. Hartman non doveva uscire vivo da quella

stradicciola; per difendermi aveva affrontato lui il primo urto. E ciò

mi aveva salvato, perchè, subito dopo la calca era divenuta così fitta,

che non era possibile compiere altro contro di me, se non strette

cieche e tiramenti.

Ripresi i sensi tra una sfrenata agitazione; attorno a me tutto era

trascinato dallo stesso movimento. Ero trascinata da una mostruosa

inondazione che mi portava, non sapevo dove. L’aria fresca mi

accarezzava la fronte e mi rinforzava un poco i polmoni. Stordita

e languente, sentivo vagamente che un braccio solido mi circondava

la vita, sollevandomi a mezzo e portandomi avanti. Vedevo agitarsi

davanti a me la parte posteriore di un soprabito d’uomo che, aperto

dall’alto al basso, lungo la cucitura di mezzo, palpitava come un polso

regolare, la spaccatura aprendosi e chiudendosi al ritmo dell’uomo che

camminava. Quel fenomeno mi affascinò un poco, finchè non ebbi ripreso

completamente i sensi. Poi sentii mille punture di spilli nelle guance

e nel naso, e mi accorsi che il sangue mi inondava il viso. Il mio

cappello era sparito, e la mia capigliatura, disfatta, ondeggiava al

vento. Un forte dolore alla testa mi fece ricordare una mano che mi

aveva strappato i capelli, nella mischia. Il petto e le braccia erano

coperti di lividure, e indolenziti.

La mia mente si rischiarava. Senza arrestarmi nella corsa, mi volsi per

guardare l’uomo che mi sosteneva e che mi aveva strappata alla folla e

salvata. Egli osservò il mio movimento.

— Tutto va bene, — esclamò con voce rauca. — Vi ho subito riconosciuta.

Io non lo riconoscevo ancora; ma prima di dire una parola, m’accorsi

di camminare su qualcosa di vivo, che si contrasse sotto il mio piede.

Spinta da quelli che mi seguivano, non potei chinarmi per vedere, ma

seppi che era una donna caduta che migliaia di piedi calpestavano senza

tregua sul pavimento.

— Tutto va bene. — ripetè l’uomo. — Sono Garthwaite.

Era barbuto, magro e sudicio, ma potei riconoscere in lui il robusto

giovane che tre anni prima aveva passato qualche mese nel nostro

rifugio di Glen-Ellen. Mi diede la parola d’ordine del servizio segreto

del Tallone di Ferro per farmi capire che anch’egli ne faceva parte.

— Vi libererò io qui, appena ne avrò l’occasione, — mi disse. — Ma

camminate con precauzione, e state attenta a non fare un passo falso, e

a non cadere: ne va di mezzo la vita!

Tutto avveniva bruscamente, quel giorno; con rudezza improvvisa, la

folla si fermò. Urtai violentemente una donna che mi precedeva (l’uomo

dal cappotto scucito era scomparso) e coloro che mi seguirono furono

proiettati addosso a me. L’inferno erasi scatenato, con una cacofonia

di urli, di maledizioni, di gridi di agonia che dominavano il rumore

delle mitragliatrici e il crepitio delle fucilate. La donna che mi

precedeva si piegò su se stessa, stringendosi il ventre con una stretta

disperata. Contro le mie gambe un uomo si dibatteva negli spasimi della

morte.

Mi accorsi che eravamo alla testa della colonna. Non ho mai saputo come

mai fosse scomparso quel mezzo miglio di umanità che ci precedeva, e

mi domando ancora se sia stato distrutto da qualche spaventosa macchina

da guerra, e ridotto in pezzi, o se abbia potuto fuggire disperdendosi.

Il fatto è che eravamo là, in testa alla colonna, e non più in mezzo, e

che in quel momento eravamo falciati da una stridula pioggia di piombo.

Appena la morte ebbe fatto un po’ di vuoto, Garthwaite, che non aveva

abbandonato il mio braccio, si precipitò alla testa di una colonna

di sopravvissuti, verso il largo porticato di una casa di affari.

Fummo schiacciati contro le porte da una massa di creature ansanti,

trafelate, e rimanemmo per un po’ di tempo in quell’orribile posizione.

— Che cosa ho mai fatto! — si lamentava Garthwaite. — Vi ho trascinata

in una bella trappola. Nella strada potevamo avere qualche speranza,

qui non ne abbiamo alcuna. Non ci rimane altro che gridare: «Vive la

Revolution!»

Allora cominciò quello che c’era da aspettarsi. I Mercenarî uccidevano

senza tregua. La spaventosa pressione esercitata dapprima su noi,

diminuiva in proporzione delle uccisioni. I morti e i moribondi,

cadendo, facevano largo. Garthwaite mise la bocca sul mio orecchio e mi

gridò delle parole che non potei afferrare in mezzo a quel terribile

chiasso. Senza aspettare oltre, mi prese, mi gettò a terra e mi

coprì col corpo di una donna agonizzante. Poi, a forza di spingere e

stringere, scivolò vicino a me, nascondendomi in parte, col suo corpo.

Morti e moribondi si ammucchiarono sopra di noi e su quel mucchio,

i feriti si trascinavano lamentosi. Ma quei movimenti cessarono ben

presto e regnò un mezzo silenzio, interrotto da gemiti, sospiri e

rantoli.

Sarei stata schiacciata senza l’aiuto di Garthwaite; pure, nonostante

i suoi sforzi, mi sembra incredibile aver potuto sopravvivere a una

simile compressione. Tuttavia, a parte la sofferenza, ero vinta da

un senso di curiosità. Come sarebbe andata a finire? Che cosa avrei

sentito morendo? In questo modo ricevetti il battesimo di sangue,

il battesimo rosso, nella strage di Chicago. Sino allora, avevo

considerato la morte in teoria; ma da allora essa fu per me un fatto

senza importanza, tanto è facile.

Ma i Mercenarî non erano ancora soddisfatti. Invasero il portico per

finire i feriti e cercare gli scampati che, come noi, facevano i finti

morti. Sentii un uomo, strappato di sotto un mucchio, implorare in

modo vile, sinchè un colpo di rivoltella non gli spezzò la parola a

mezzo. Una donna si slanciò da un altro mucchio, grondando sangue,

e, spianando la rivoltella sparò. Prima di soccombere scaricò sei

volte l’arma, con quale risultato, non seppi, perchè seguivamo quelle

tragedie solo con l’udito. Ad ogni istante ci giungevano a folate i

rumori di scene simili di cui ognuna finiva con un colpo di arma da

fuoco. Negli intervalli sentivamo i soldati parlare e bestemmiare fra i

cadaveri, incitati dai loro ufficiali.

Finalmente, si rivolsero al nostro mucchio e sentimmo la pressione

diminuire a man mano che toglievano i morti e i feriti. Garthwaite

pronunciò la parola d’ordine. Dapprima non lo udirono. Egli alzò un po’

più la voce.

— Ascoltate, — disse un soldato. E subito si intese l’ordine breve di

un ufficiale.

— Attenzione là: fate piano.

Oh, quella prima boccata d’aria mentre ci liberavano! Garthwaite disse

subito quant’era necessario, ma dovetti sottostare anch’io a un breve

interrogatorio per provare che ero proprio al servizio del Tallone di

Ferro.

— Sono proprio agenti provocatori, — conchiuse l’ufficiale.

Era un giovanotto imberbe, un cadetto di qualche grande famiglia di

Oligarchi.

— Brutto mestiere. — brontolò Garthwaite. — Darò le mie dimissioni e

cercherò di entrare nell’esercito. Siete fortunati, voialtri!

— Lo meritereste. — rispose l’ufficialetto. — Posso darvi una mano e

cercare di aggiustare la cosa. Basterà che io dica come vi ho trovato.

E, segnato il nome e il numero di Garthwaite, si volse dalla mia parte:

— E voi?

— Oh! io mi sposo, — risposi con disinvoltura; — e mando tutto a quel

paese.

Così ci mettemmo a chiacchierare tranquillamente, mentre i feriti

attorno a noi venivano finiti. Tutto questo mi sembra oggi un sogno, ma

in quel momento mi sembrava la cosa più naturale del mondo. Garthwaite

e l’ufficialetto si ingolfarono in una vivace discussione sulla

diversità fra i metodi di guerra moderni e quella battaglia di strade

e grattacieli, impegnata in tutta la città. Io li ascoltavo mentre

mi pettinavo ed aggiustavo alla meglio, con degli spilli, gli strappi

della gonna. E, intanto, il massacro dei feriti continuava. A volte, i

colpi di rivoltella coprivano la voce di Garthwaite e dell’ufficiale e

li obbligavano a ripetersi.

Ho passato tre giorni della mia vita in quel carnaio della Comune di

Chicago, e posso dare un concetto della sua immensità dicendo che

durante quel tempo non ho veduto altro che il massacro del popolo

dell’Abisso e le battaglie per aria da un grattacielo all’altro. In

realtà, non ho veduto nulla dell’opera eroica compiuta dai nostri. Ho

sentito l’esplosione delle loro mine e delle loro bombe, ho veduto il

fumo degl’incendî appiccati da essi, ma null’altro. Però ho seguito gli

episodi aerei d’una grande azione, l’attacco alle fortezze in pallone,

operati dai nostri compagni. Questo avvenne il secondo giorno. I tre

reggimenti ribelli furono distrutti fino all’ultimo uomo. Le fortezze

erano zeppe di Mercenarî; il vento soffiava in direzione favorevole e

i nostri aereostati partivano da un caseggiato della City. Il nostro

amico Biedenbach, dopo la sua partenza da Glen-Ellen, aveva inventato

un esplosivo potentissimo battezzato da lui col nome di «spedito».

Quei palloni erano certo muniti delle sue macchine infernali. Erano

semplici mongolfiere, gonfiate con aria calda, grossolanamente

costruite in fretta, ma che bastarono alla loro missione. Vidi tutta

la scena da un tetto vicino. Il primo pallone sbagliò completamente

la mira e scomparve nella campagna. Però, dovevamo, in seguito, sentir

parlare di esso. Era pilotato da Burton e O’ Sullivan; i quali scesero,

lasciandosi andare alla deriva, sopra una ferrovia, proprio mentre

passava un treno militare lanciato a tutta velocità, verso Chicago. I

due lasciarono cadere tutto il carico di «spedito» sulla locomotiva, i

cui rottami ostruirono la strada per parecchi giorni. Il bello si è che

il pallone, alleggerito dal carico di esplosivo fece un salto in aria

e ricadde solo una dozzina di miglia lontano, di modo che i nostri due

eroi poterono fuggire sani e salvi.

La seconda navicella finì tragicamente. Volava male e troppo basso,

perciò fu colpita dalle fucilate e crivellata come una schiumarola,

prima di giungere alla fortezza. Era montata da Hertford e Guinnes, che

furono fatti a pezzi, come il campo su cui si abbatterono. Biedenbach

n’era disperato (tutto questo ci fu detto dopo), tanto che si imbarcò

da solo, sul terzo pallone. Anch’egli volava troppo basso ma la sorte

gli fu favorevole, perchè i soldati non riuscirono a bucare seriamente

il pallone. Mi sembra di rivedere tutta la scena come la seguii allora

dal tetto del grattacielo. Il sacco gonfiato in alto e l’uomo sospeso

di sotto come un punto nero. Non potevo scorgere la fortezza, ma le

persone che erano con me sul tetto dicevano che era proprio sotto. Non

vidi cadere il carico di «spedito», ma vidi il pallone fare un balzo

nel cielo.

Un momento dopo una colonna di fumo s’inalzò nell’aria, e solo

dopo intesi il tuono dell’esplosione. Il tenero Biedenbach aveva

distrutto una fortezza. Dopo ciò, due altri palloni si inalzarono

contemporaneamente. Uno fu fatto a pezzi dall’esplosione intempestiva

dello «spedito», l’altro, spaccato dal contraccolpo, cadde proprio

sulla fortezza che ancora rimaneva intatta e la fece saltare in aria.

La cosa non avrebbe potuto riuscire meglio se fosse stata preparata;

sebbene due compagni vi abbiano rimesso la vita.

Ritorno alla gente dell’Abisso, perchè, in realtà, ebbi contatto solo

con essa. Quella gente massacrò con rabbia, distrusse tutto nella

città, ma non riuscì un solo istante a colpire all’ovest la città

degli Oligarchi. Costoro s’erano ben premuniti: per quanto terribile

potesse essere la devastazione al centro, essi, con le loro mogli

e i loro bambini, dovevano uscirne incolumi. Si dice che durante

quelle giornate, i loro figli si divertissero nei parchi, e che il

tema favorito dei loro giuochi fosse l’imitazione dei grandi che

schiacciavano sotto i piedi il proletariato.

Ma i Mercenarî non trovarono facile compito nella lotta, non solo

contro il popolo dell’Abisso, ma anche contro i nostri. Chicago restò

fedele alle sue tradizioni, e se tutta una generazione di rivoluzionarî

fu distrutta, essa trascinò con sè, nella sua caduta, quasi una

generazione di nemici. Naturalmente, il Tallone di Ferro tenne

segreta la cifra delle sue perdite, ma anche a voler essere discreti,

si può calcolare a centotrentamila il numero dei Mercenarî uccisi.

Sfortunatamente, i nostri compagni non avevano speranza di successo.

Anzichè sostenuti da una rivolta di tutto il paese, essi erano soli,

e l’Oligarchia poteva disporre, contro di loro, della totalità delle

sue forze. In quell’occasione, ora per ora, giorno per giorno, treno su

treno, a centinaia di migliaia furono versate truppe a Chicago. Ma il

popolo dell’Abisso era innumerevole.

Stanchi di uccidere, i soldati intrapresero un vasto movimento

avvolgente che doveva finire col cacciare la marmaglia, come bestiame,

nel lago Michigan. Appunto al principio di questo movimento, Garthwaite

ed io avevamo incontrato l’ufficialetto. Questo disegno fallì, per lo

sforzo meraviglioso dei compagni. I Mercenarî, che speravano di riunire

tutta la massa in un solo gregge, riuscirono a precipitare nel lago non

più di quarantamila infelici. Accadeva spesso che mentre qualche gruppo

era trascinato verso il molo, i nostri amici creavano una diversione e

la folla scappava da qualche rottura praticata nella rete.

Ne vedemmo un esempio, poco dopo il nostro incontro con l’ufficiale.

L’assembramento di cui avevamo fatto parte e che era stato respinto,

trovò la ritirata chiusa verso il sud e verso l’est da forti

contingenti. Le truppe che avevamo incontrato verso il sud, stringevano

dal lato ovest. Il settentrione solo gli rimaneva aperto, e appunto

verso il nord s’incamminò, ossia verso il lago, tormentato, sugli altri

tre lati, dal tiro delle mitragliatrici e dei fucili automatici. Ignoro

se quel gruppo presentì la sua sorte o se il fatto avvenne per un

sussulto istintivo del mostro; comunque sia, la folla improvvisamente

si incolonnò per una traversale, verso ovest, poi, al primo crocicchio,

ritornò indietro, e si diresse al sud, verso il grande ghetto.

In quel preciso momento, Garthwaite ed io tentavamo di raggiungere

l’ovest per uscire dalla regione dei combattimenti nelle strade, e

ricademmo in pieno nella mischia. Svoltando un angolo, vedemmo la

moltitudine urlante che si precipitava su di noi. Garthwaite mi prese

per un braccio. Stavamo per prendere la corsa, quando egli mi trattenne

proprio a tempo per impedirmi di essere travolta dalle ruote di una

mezza dozzina di automobili blindate, munite di mitragliatrici, che

accorrevano a tutta velocità seguite da soldati armati di fucili

automatici.

Mentre prendevano posizione, ecco la folla precipitarsi su quelli, come

per sommergerli prima che potessero incominciare l’azione.

Da una parte e dall’altra, i soldati scaricavano i loro fucili, ma

quegli spari individuali non facevano nessun effetto sulla turba che

continuava ad avanzare, muggendo di rabbia. Evidentemente era difficile

manovrare le mitragliatrici. Le automobili sulle quali erano montate

sbarravano la via, in modo che i tiratori dovevano prender posto sopra

o in mezzo ad esse, o sul marciapiede. I soldati aumentavano sempre

e noi non potevamo più uscire dall’ingombro. Garthwaite mi teneva

sempre per un braccio, e tutt’e due eravamo come schiacciati contro la

facciata di una casa.

La folla non era a dieci metri, quando le mitragliatrici incominciarono

l’azione. Nulla poteva sopravvivere a quella mortale cortina di fuoco.

La calca aumentava sempre, ma la folla non avanzava più. Si ammucchiava

in un enorme cumulo, in un’onda sempre crescente di morti e morenti.

Coloro che erano dietro spingevano gli altri avanti, e la colonna, fra

un ruscello e l’altro pareva rientrare in se stessa come i tubi di un

telescopio. I feriti, uomini e donne, rigettati sopra la cresta di

quell’orribile riflusso, arrivavano dibattendosi fin sotto le ruote

delle automobili, fra i piedi dei soldati che li trafiggevano con le

loro baionette. Vidi però uno di quegl’infelici rimettersi in piedi

e saltare addosso a un soldato, e morderlo alla gola. Tutt’e due, il

soldato e lo schiavo, rotolarono, strettamente allacciati, nel fango.

Il fuoco cessò. Il compito era eseguito. La plebaglia era arrestata

nel suo folle tentativo di scampo. Fu dato l’ordine di sgombrare le

vie dalle autoblindate. Ma non potevano avanzare su quel mucchio di

cadaveri, per rivolgersi verso una via traversale. I soldati stavano

per levare i corpi di mezzo alle ruote, quando successe la cosa.

Sapemmo, dopo, il modo com’era avvenuta. In cima all’isolato c’era una

casa occupata da un centinaio di nostri compagni, i quali, apertisi

un passaggio attraverso i tetti e i muri, da una casa all’altra, erano

arrivati proprio sopra i Mercenarî ammassati nella via. Allora avvenne

il contro massacro.

Senza il minimo indizio preammonitore, una pioggia di bombe cadde

dall’alto del caseggiato. Le automobili furono ridotte in briciole, e

con esse molti soldati. Noi ci precipitammo, cogli scampati, in una

corsa pazza. All’estremità opposta dell’isolato fu aperto un altro

fuoco su noi, da un’altra casa. I soldati avevano coperto di cadaveri

la strada: toccava loro, ora, di servir da tappeto. Garthwaite ed

io sembravamo protetti da un sortilegio. Come prima, ci rifugiammo

sotto un portico, ma questa volta il mio compagno non era del parere

di lasciarci prendere. Quando lo scoppio delle bombe cessò, gettò uno

sguardo a destra e a sinistra.

— La plebaglia ritorna, — mi gridò. — Bisogna uscire di qui.

Corremmo, tenendoci per mano, sul suolo insanguinato, sdrucciolando,

affrettandoci verso l’angolo tranquillo più vicino. Nella via

traversale scorgemmo alcuni soldati che scappavano ancora. Non c’era

nessun pericolo: la via era libera. Ci fermammo un poco per guardare

indietro. La folla andava lentamente ad armarsi dei fucili dei morti

e a finire i feriti. Vedemmo la fine dell’ufficialetto che ci aveva

avvisati. Si sollevò a fatica su un gomito e si mise a scaricare la sua

rivoltella automatica.

— Ecco la mia probabilità di promozione finita nel lago! — disse

Garthwaite, ridendo, mentre una donna si lanciava sul ferito,

brandendo una mannaia da macellaio. — Andiamocene. Siamo in una cattiva

direzione, ma ne usciremo, in un modo o nell’altro.

Fuggivamo verso l’est, attraverso strade tranquille, e ad ogni svolta

ci tenevamo pronti ad ogni eventualità. Verso il sud, un immenso

incendio empiva il cielo; era il grande ghetto che bruciava. Alla fine

mi abbattei sull’orlo del marciapiede, sfinita, incapace di fare un

passo di più. Ero ferita, spezzata, e tutte le mie membra doloravano.

Pure, sentii la forza di ridere quando Garthwaite mi disse, arrotolando

una sigaretta:

— So che mi sono messo in un grande imbroglio cercando di salvarvi,

perchè non vedo una soluzione qualsiasi. È una confusione indiavolata.

Ogni qual volta cerchiamo di uscirne, capita qualche cosa che ci

rigetta dentro. Siamo soltanto alla distanza appena di uno o due

isolati dal luogo in cui vi ho salvata. Amici e nemici, sono tutti

mescolati. È un caos. Non si può dire da chi siano occupate queste

maledette case. Quando si tenta di saperlo, vi cade una bomba sulla

testa. Se si cammina tranquillamente, ci si imbatte nella plebaglia

e si è falciati dalle mitragliatrici, oppure si batte il naso sui

Mercenarî e si è fatti a pezzi dai propri compagni appostati su un

tetto. E, per soprammercato, la plebaglia arriva e vi uccide, da parte

sua.

Scosse malinconicamente la testa, accese una sigaretta e si sedette

accanto a me.

— E come se non bastasse, ho una fame... — soggiunse. — Mangerei i

sassi!

Un momento dopo, era in piedi per cercare effettivamente un sasso in

mezzo alla strada: lo prese e se ne servì per rompere la finestra di un

negozio.

Il tallone di ferro · 第 18 / 22 段