e stupendo. L’Oligarchìa sarebbe stata distrutta prima di potersi
riavere dallo stupore. L’operazione avrebbe comportato ore terribili
e il sacrificio di numerose vite, ma nessun rivoluzionario si lascia
arrestare da simile considerazione. Ed anche molte cose, nel nostro
piano, dipendevano dal popolo non organizzato, dall’Abisso che doveva
essere sguinzagliato verso i palazzi e le città dei suoi padroni. Che
cosa importavano mai la perdita delle vite e la distruzione delle
proprietà? La bestia dell’Abisso avrebbe muggito, la polizia e i
Mercenarî avrebbero ucciso. Ma la bestia dell’Abisso avrebbe ruggito
per qualunque causa e gli sterminatori patentati avrebbero ucciso con
ogni mezzo. Così, i varî pericoli che ci minacciavano si sarebbero
neutralizzati reciprocamente. Durante quel tempo, avremmo compiuto il
nostro dovere con una sicurezza relativa, ed avremmo preso la direzione
di tutto il meccanismo sociale.
Tale era il nostro piano; ogni particolare, prima elaborato in
segreto, era poi, a mano a mano che si avvicinava il tempo dell
esecuzione, comunicato ad un numero sempre crescente di compagni.
Questo allargamento progressivo del complotto era causa di pericolo:
ma questo pericolo non fu nemmeno raggiunto. Mediante il suo sistema di
spionaggio, il Tallone di Ferro ebbe sentore della rivolta stabilita, e
si preparò ad infliggerci una nuova e sanguinosa lezione. Chicago fu il
posto scelto per la dimostrazione, che fu esemplare.
Di tutte le città, Chicago era la più matura per la rivoluzione.[116]
Chicago chiamata un tempo la città del sangue, avrebbe meritato di
nuovo quel soprannome. Troppi scioperi vi erano stati soffocati al
tempo del capitalismo, e troppe teste schiacciate nell’ultimo, perchè
i laburisti fossero disposti a dimenticare o a perdonare. La rivolta
covava perfino tra le classi operaie della città. Sebbene queste
avessero mutato condizione e avessero ottenuto molti favori, esse
conservavano un odio inestinguibile per la classe dominatrice. Questo
stato d’animo aveva contaminato anche i Mercenarî, tre reggimenti dei
quali erano pronti a unirsi con noi, in massa.
Chicago era sempre stata un centro di conflitti fra lavoro e capitale,
una città dove si combatteva nelle vie, dove le morti violente erano
frequentissime, dove la coscienza di classe e l’organizzazione erano
sviluppate tanto nei lavoratori, quanto nei capitalisti; dove, un
tempo, perfino i maestri di scuola formavano dei sindacati affiliati
alla Confederazione Americana del lavoro, con quelli dei manovali e
muratori. Chicago doveva, dunque, diventare il centro di quell’uragano
prematuro, che fu la prima rivolta.
Lo scatenarsi del ciclone fu affrettato dal Tallone di Ferro; con
molta abilità. Tutta la popolazione, comprese le cataste dei lavoratori
privilegiati, fu sottoposta a una serie di trattamenti oltraggianti.
Impegni e accordi furono violati; furono inflitti castighi severi per
errori insignificanti. Il popolo dell’Abisso fu svegliato a colpi di
frusta, dalla sua apatìa. Il Tallone di Ferro si impegnò di far ruggire
la bestia. Contemporaneamente, mostrava un’incredibile noncuranza
per quanto concerneva le misure di precauzione più elementari. La
disciplina s’era allentata fra i Mercenarî rimasti sotto le armi,
mentre parecchi reggimenti, tolti dalla città, erano sparpagliati qua e
là pel Paese.
Non ci volle molto per far trionfare questo programma: fu faccenda di
poche settimane. Noialtri rivoluzionari avemmo sentore di qualche cosa
del genere, ma era una troppo vaga conoscenza, che non ci rivelava
tutta la verità. Pensavamo che quelle disposizioni per la rivolta
fossero spontanee e che ci avrebbero dato del filo da torcere, ma
non pensavamo neppure che il movimento potesse essere preparato
deliberatamente, e così segretamente nell’ambito del Tallone di
Ferro, da non lasciar trapelare nulla a noi. L’organizzazione di quel
movimento controrivoluzionario fu una meraviglia, come anche la sua
esecuzione.
Ero a Nuova York, quando ricevetti l’ordine di recarmi immediatamente
a Chicago. L uomo che mi rimise quest’ordine era uno degli Oligarchi;
ne fui certa sentendolo parlare. Sebbene non conoscessi il suo
nome, e non vedessi che il suo viso, m’accorsi da quelle istruzioni
chiarissime, leggendo subito fra le righe, che la nostra cospirazione
era stata scoperta, e la contromina non attendeva che una scintilla per
iscoppiare.
Gl’innumerevoli agenti del Tallone di Ferro, me compresa, avrebbero
fatto scaturire la scintilla da lontano, o andando sul posto. Mi vanto
di aver conservato il mio sangue freddo, sotto lo sguardo scrutatore
dell’Oligarca; ma il mio cuore batteva pazzamente. Prima che egli
avesse finito di dare i suoi ordini implacabili, io mi sentivo già
pronta a urlare ed a stringergli la gola fra le mie mani contratte.
Appena lontana da lui feci il calcolo del tempo di cui disponevo. Se la
fortuna mi assisteva, potevo disporre di qualche minuto per mettermi
in comunicazione con qualche capo locale, prima di saltare nel treno.
Usando tutte le precauzioni per non essere seguita, corsi come una
pazza all’Ospedale di Pronto Soccorso, ed ebbi la ventura di essere
ammessa immediatamente presso un medico in capo, il compagno Galvin.
Cominciavo, senza respiro, a comunicargli la notizia, quand’egli mi
interruppe:
— So tutto, — disse, con una calma che contrastava col lampo dei suoi
occhi d’irlandese. — Indovino lo scopo della vostra visita. Ho ricevuto
la notizia un quarto d’ora fa, e l’ho già trasmessa. Si farà tutto il
possibile, qui, affinchè i compagni stiano tranquilli. Chicago, solo
Chicago dev’essere sacrificata.
— Avete tentato di mettervi in comunicazione con Chicago? — chiesi.
Scosse la testa: — Nessuna comunicazione telegrafica è possibile.
Chicago è isolata dal mondo, e vi si scatenerà l’inferno.
Tacque un istante, e lo vidi stringere i pugni. Poi esclamò:
— Per Dio! vorrei andarci, però!
— C’è ancora speranza d’impedire molte cose, — dissi. — se il mio treno
non ha incidenti e se posso arrivare in tempo; oppure se altri compagni
del servizio segreto, sapendo la verità, possono recarsi subito colà.
— Voialtri del circolo interno, vi siete lasciati scoprire questa
volta. — disse.
— Il segreto era molto ben custodito, — risposi. — Solo i capi lo
sapevano, prima di oggi. Non avendo potuto giungere sino a loro eravamo
nell’ignoranza. Se almeno Ernesto fosse qui! Forse egli è a Chicago,
ora, e allora tutto andrà bene.
Il dottor Galvin fece un cenno negativo.
— Secondo le ultime notizie, dev’essere stato mandato a Boston o
a Nuova Haven. Il servizio segreto per il nemico lo deve urtare
enormemente, ma è preferibile questo anzichè restar rinchiusi in un
rifugio.
Mi alzai per partire, e Galvin mi strinse forte la mano.
— Non perdete coraggio. — mi raccomandò, a mo’ di saluto. — Se la
prima rivolta è perduta, ne faremo una seconda, e saremo più savî.
Arrivederci e buona fortuna. Non so se vi vedrò ancora. Dev’essere
terribile, laggiù, ma darei volentieri dieci anni di vita per trovarmi
là.
Il _Secolo Ventesimo_[117] lasciava Nuova York alle sei di sera, per
arrivare a Chicago alle sette del mattino. Ma perdette molto tempo,
quella notte, perchè seguivamo un altro convoglio. Fra i viaggiatori
che occupavano il mio vagone Pullmann, c’era il compagno Hartmann,
che apparteneva, come me, al servizio segreto del Tallone di Ferro.
Egli mi parlò del treno che precedeva immediatamente il nostro. Era
una riproduzione perfetta del nostro ma non conteneva viaggiatori. Era
destinato, se ci fosse stata l’intenzione di far saltare in aria il
_Secolo Ventesimo_, a saltare in vece di questo. Anche nel nostro treno
non c’era molta gente: contai appena dodici o tredici viaggiatori nella
nostra vettura.
— Ci devono essere personaggi importanti in questo treno, — disse
Hartman, a mo’ di conclusione. — Ho osservato un carrozzone riservato,
dietro.
Era notte piena, quando avvenne il primo cambiamento di macchina, ed
io scesi sul marciapiedi per respirare un po’ d’aria pura e tentare
di cogliere, se potevo, qualche osservazione. Dai finestrini del
vagone riservato, intravidi tre uomini che conoscevo. Hartman aveva
ragione. Uno di essi era il generale Altendorff, gli altri due,
Masson e Vanderbold, che costituivano come il cervello del servizio
dell’Oligarchia.
Era una bella notte di luna piena, ma mi sentivo agitata e non potevo
dormire. Alle cinque del mattino mi alzai e mi vestii.
Chiesi ad una cameriera del gabinetto di toeletta quanto ritardo ci
fosse, ed essa mi rispose: — Due ore. — Era una mulatta. Osservai che
aveva i lineamenti stirati, gli occhi molto cerchiati, che sembravano
dilatati da un’ansia continua.
— Che avete? — le chiesi.
— Nulla, signorina, non ho dormito bene. — rispose.
La guardai più attentamente, ed arrischiai uno dei nostri segni
convenzionali. Essa rispose, e mi assicurai che era dei nostri.
— Deve succedere a Chicago qualche cosa di terribile, — disse. — C’è
quel falso treno davanti a noi. Esso e i convogli di truppa ritardano
il nostro arrivo.
— Treni militari? — chiesi.
Essa fece un cenno affermativo.
— La linea ne è piena. Li abbiamo incontrati tutta notte. E tutti
diretti a Chicago. Sono segnalati mediante le comunicazioni aeree.
Questo vuol dir molto... Ho un buon amico a Chicago, — soggiunse come
per scusarsi. — È uno dei nostri. È fra i Mercenarî, e temo per lui.
Povera ragazza! Il suo innamorato apparteneva ad uno dei tre reggimenti
infedeli.
Hartman ed io mangiammo insieme nel vagone _restaurant_, ed io mi
sforzai di mangiare. Il cielo si era coperto, e il treno filava come un
tuono monotono a traverso il grigio manto di quella giornata. Persino
i negri che ci servivano sapevano che si stava preparando qualche cosa
di tragico. Avevano perduto la loro solita leggerezza, e sembravano
oppressi. Erano lenti nel servire, avevano la mente rivolta altrove e
scambiavano qualche parola triste dall’uno all’altro lato del vagone,
vicino alla cucina. Hartman vedeva la cosa sotto una luce fosca.
— Che possiamo fare? — chiese per la ventesima volta, alzando le
spalle. Poi indicando la finestra: — Ecco, tutto è pronto. Potete esser
certa che ve n’è una fila così lunga tutta la strada ferrata.
Alludeva ai treni militari schierati sui binarî morti. I soldati
preparavano il rancio su fuochi accesi vicino ai binarî e guardavano,
incuriositi, il nostro treno che proseguiva senza rallentare la sua
fulminea corsa.
Quando entrammo in Chicago, tutto era tranquillo. Evidentemente, nulla
di anormale era ancora accaduto. Nei sobborghi furono distribuiti i
giornali del mattino. Non dicevano nulla di nuovo, eppure la gente
abituata poteva leggervi fra le righe molte cose che sfuggivano al
lettore comune. Si sentiva la mano fine del Tallone di Ferro in ogni
colonna. Si lasciavano intravedere alcuni punti deboli nell’armatura
dell’Oligarchìa, ma, s’intende, non vi era nulla di definitivo; si
voleva che il lettore trovasse la spiegazione da sè, attraverso le
allusioni. Tutto ciò era fatto con molta destrezza. Come romanzi
d’avventure, i giornali del mattino del 27 ottobre sarebbero stati dei
capolavori.
Mancavano i dispacci locali, e questa mancanza era segno di un colpo
maestro. Avviluppava Chicago di mistero, e suggeriva al lettore
ordinario della città, l’idea che l’Oligarchia non osasse dare le
notizie locali. Una rubrica parlava di sommosse, false naturalmente,
di atti di insubordinazione, commessi un po’ dappertutto; bugie
grossolanamente mascherate da allusioni ai provvedimenti repressivi
da adoperare. Un’altra annunciava una serie di attentati dinamitardi
contro stazioni della telegrafia senza fili, e le grosse ricompense
promesse a coloro che avrebbero denunciati gli autori. Si annunciavano
molti delitti del genere, non meno immaginarî, però, ma perfettamente
rispondenti ai disegni dei rivoluzionarî. Tutto questo era fatto con
lo scopo di creare nella mente dei compagni di Chicago l’impressione
di una rivolta generale che stesse per cominciare, e nello stesso
tempo per creare una gran confusione mediante particolari di scacchi
parziali. Chi non era ben informato non poteva sfuggire alla sensazione
vaga ma certa, che tutto il paese era pronto per una sommossa già
cominciata.
Un telegramma diceva che la defezione dei Mercenarî in California
era diventata così seria, che una mezza dozzina di reggimenti erano
stati sbandati e dispersi, e che i soldati con le loro famiglie erano
stati espulsi dalle loro città speciali e rigettati nei ghetti dei
lavoratori. Ora i Mercenarî di California erano, in realtà, più fedeli
di tutti ai loro padroni. Ma come si poteva saperlo a Chicago, isolata
dal resto del mondo? Un dispaccio, mutilato durante la trasmissione,
descriveva la sollevazione della plebaglia di Nuova York, che s’era
unita alle caste operaie, e finiva affermando (la cosa sarebbe stata
considerata come un _bluff_) che le truppe avevano il sopravvento.
E non solamente con la stampa, gli oligarchi avevano tentato di
divulgare informazioni false. Sapemmo dopo che, a più riprese, sul far
della notte, erano giunti messaggi telegrafici destinati unicamente ad
essere intercettati dai rivoluzionarî.
— Credo che il Tallone di Ferro non avrà bisogno dei nostri uffici,
— osservò Hartman, posando il giornale che stava leggendo, quando
il treno entrò nel deposito centrale. — Era inutile mandarci qui. I
loro disegni sono riusciti meglio di quanto sperassero. L’inferno si
scatenerà da un momento all’altro.
Si voltò per guardare il treno che avevamo abbandonato.
— L’ho pensato, — disse — Hanno sganciato il carrozzone riservato
quando i giornali sono stati portati sul treno.
Hartman era accasciato. Tentai di incoraggiarlo, ma sembrava non
accorgersi dei miei sforzi. Ad un tratto si mise a parlare presto
presto, a bassa voce, mentre attraversavamo la stazione. Dapprima non
capii.
— Non ne ero sicuro, e non ne ho parlato a nessuno, — disse. — Sono
settimane e settimane che tento l’impossibile, ma non ho potuto averne
la certezza. State attenta a Knowlton. Dubito di lui. Egli conosce il
segreto di molti nostri rifugi. Ha in mano sua la vita di centinaia di
nostri, e credo che sia un traditore. La mia è solo un’impressione,
sinora. Ma ho osservato un cambiamento in lui, da un po’ di tempo. È
possibile che ci abbia venduti o, se non l’ha fatto, ha l’intenzione
di farlo. Ne sono quasi sicuro. Non potevo svelare i miei sospetti ad
alcuno, ma, non so perchè, sento che non lascerò vivo Chicago. Tenete
d’occhio Knowlton. Tentate di attirarlo in trappola. Smascheratelo. Non
so nulla di più. Finora è solo un’intuizione che non riesco a spiegare
logicamente.
In questo momento uscivamo sul marciapiede esterno.
— Ricordatevi, — concluse Hartman, con aria frettolosa. — Tenete
d’occhio Knowlton.
Ed aveva ragione: non trascorse un mese, e Knowlton scontò con la
vita il suo tradimento. Fu formalmente giustiziato dai compagni del
Milwaukee.
Le vie erano tranquille. Chicago sembrava morta. Non si sentiva il
movimento degli affari, non c’erano nemmeno le vetture. I tranvai
erano fermi e gli aerei non funzionavano. Di rado, sui marciapiedi,
si incontrava qualche solitario passante che non indugiava affatto, ma
procedeva, alla svelta, verso una meta ben definita. Però s’indovinava
nella sua andatura un’indecisione strana, come s’egli temesse che le
case potessero crollare o che il marciapiede gli sprofondasse sotto i
piedi. Alcuni monelli oziavano, e nei loro occhi si leggeva un’attesa
contenuta, come se aspettassero avvenimenti meravigliosi e commoventi.
Da qualche parte, a grande distanza, verso il sud, giunse il rumore
sordo di un’esplosione. Poi, più nulla. La calma ritornò; ma i monelli,
allarmati, tendevano l’orecchio, come giovani daini, nella direzione
del suono. Le porte di tutte le case erano chiuse, le saracinesche
dei negozi abbassate. Ma apparivano, in evidenza, molti poliziotti e
guardie e, a intervalli, passava rapidamente una pattuglia di Mercenarî
in automobile.
Hartman ed io, di comune accordo, considerammo inutile presentarci
ai capi locali del servizio segreto. Quell’omissione sarebbe stata
scusata, lo sapevamo, in favore degli avvenimenti seguenti. Ci
dirigemmo dunque verso il grande ghetto dei lavoratori del quartiere
meridionale, con la speranza di avvicinare qualcuno dei nostri
compagni. Era troppo tardi. Ma non potevamo rimanere inerti in
quelle vie orribilmente silenziose. Dov’era Ernesto? Me lo chiedevo
continuamente. Che cosa succedeva nella città delle caste operaie e in
quelle dei Mercenarî? E nella fortezza?
Come in risposta a questa domanda, sorse nell’aria un ruggito
prolungato, un brontolio un po’ attutito dalla distanza, ma punteggiato
da una serie di detonazioni precipitate.
— È la fortezza. — esclamò Hartman. — Il cielo abbia pietà di quei tre
reggimenti!
Ad un crocicchio, osservammo, nella direzione dei negozi alimentari,
una gigantesca colonna di fumo. Al crocicchio seguente ne vedemmo
parecchie altre che s’innalzavano al cielo, nel quartiere dell’ovest.
Al disopra della città dei Mercenarî si librava un rosso pallone
frenato, che scoppiò proprio mentre lo guardavamo, lasciando cadere
da ogni parte i suoi brani infiammati. Questa tragedia aerea non ci
rivelava nulla, perchè non sapevamo se nel pallone ci fossero amici o
nemici. Un rumore vago ci ronzava negli orecchi, simile al ribollimento
lontano di una pentola gigantesca; e Hartman mi disse che era il
crepitio delle mitragliatrici e dei fucili automatici.
Ciononostante, camminavamo sempre in un luogo tranquillo dove non
accadeva nulla di straordinario. Passarono dapprima agenti di polizia e
pattuglie in automobile, poi una mezza dozzina di pompe che ritornavano
evidentemente dal luogo di un incendio.
Un ufficiale, che era su un’automobile, interrogò i pompieri, di
cui uno rispose: — Non c’è acqua. Hanno fatto saltare le condutture
principali.
— Abbiamo distrutta la provvista dell’acqua. — osservò Hartman,
entusiasmato. — Se possiamo fare una cosa simile in un tentativo di
rivolta prematura, isolato e abortito in sul nascere, immaginiamo che
cosa si può fare con uno sforzo maturo e concorde in tutto il paese!
L’automobile dell’ufficiale che aveva parlato ai pompieri si allontanò
rapidamente. Improvvisamente scoppiò un fragore assordante: la
vettura, col suo carico umano, fu sollevata in un turbine di fumo, poi
precipitò, ricadde come un mucchio di rottami e di cadaveri.
Hartman esultava. — Bravo, bravo, — ripeteva a bassa voce. — Oggi il
proletariato riceve una lezione, ma ne dà anche una.
La polizia accorreva verso il luogo del disastro. Un’altra automobile
di pattuglia si era fermata. Quanto a me, ero come intontita
dall’avvenimento improvviso. Non capivo che fosse accaduto sotto i
miei occhi, e mi ero appena accorta che eravamo stati accerchiati dalla
polizia. Ad un tratto, vidi un agente che stava per abbattere Hartman:
ma costui, sempre con sangue freddo, gli diede la parola d’ordine:
vidi la rivoltella vacillare, poi abbassarsi, e sentii il poliziotto
brontolare deluso. Era in collera e malediceva tutto il servizio
segreto. Dichiarava che quella gente era sempre fra i piedi. Hartman
gli rispondeva con la superiorità caratteristica degli agenti del
servizio di informazioni e gli riferiva, con tutti i particolari, gli
errori della polizia.
Come ridesta da un sogno, mi resi conto di quanto era accaduto.
Numerosi curiosi si erano fermati, e due uomini stavano per sollevare
l’ufficiale ferito per portarlo nell’altra automobile, ma furono presi
da panico improvviso, e tutti, spaventati, si sparpagliarono in varie
direzioni. I due uomini avevano lasciato cadere rudemente il ferito e
correvano come gli altri. Anche l’agente brontolone si mise a correre,
ed Hartman ed io facemmo lo stesso, senza sapere il perchè, spinti da
un cieco terrore ad allontanarci al più presto da quel luogo fatale.
Non era successo nulla di particolare in quel momento; eppure mi
spiegavo tutto. I fuggitivi ritornavano timidamente, ma, ogni momento,
alzavano gli occhi con apprensione alle finestre alte delle grandi
case che dominavano da ogni parte la strada, come le pareti d’una gola
dirupata. La bomba era stata lanciata da una di quelle innumerevoli
finestre, ma da quale? Non c’era stata una seconda bomba, ma si aveva
il timore di riceverla.
Oramai guardavamo le finestre con aria circospetta. La morte poteva
essere in agguato dietro una qualunque. Ogni casa poteva tendere
un’imboscata. Era la guerra, in quella _jungla_ moderna che è una
grande città. Ogni strada poteva essere un canalone, ogni costruzione
una montagna. Nulla era cambiato dai tempi dell’uomo primitivo,
nonostante le automobili blindate che filavano attorno a noi.
Allo svolto di una via trovammo una donna stesa a terra in un lago
di sangue. Hartman si chinò su di lei. Io mi sentivo svenire. Dovevo
vedere molti morti, quel giorno, ma l’eccidio in massa non mi colpì
come quel primo cadavere abbandonato là, ai miei piedi, sul lastricato.
— Ha ricevuto un colpo di rivoltella al petto — dichiarò Hartman.
Essa stringeva, come un bimbo, sotto il braccio, un pacco di manifesti.
Anche morendo non aveva voluto staccarsi da ciò che era stato la causa
della sua morte. Infatti, quando Hartman riuscì a toglierle il pacco,
vedemmo che era formato da grandi fogli stampati: erano i proclami dei
rivoluzionarî.
— Una compagna! — esclamai.
Hartman si limitò a maledire il Tallone di Ferro, e continuammo per la
nostra strada. Fummo fermati molte volte da agenti e da pattuglie, ma
le parole d’ordine ci permisero di proseguire. Non cadevano più bombe
dalle finestre: sembrava che gli ultimi passanti fossero svaniti, e
i luoghi fossero ridivenuti più tranquilli che mai. Ma la gigantesca
pentola continuava a ribollire in lontananza, il rumore sordo delle
esplosioni giungeva da ogni parte, e colonne di fumo sempre più
numerose inalzavano sempre più in alto i loro sinistri pennacchî.
CAPITOLO XXIII.
LA FOLLA DELL’ABISSO.
Improvvisamente, le cose cambiarono aspetto; un fremito di animazione
sembrò vibrare nell’aria. Passarono, con volo rapido, due, tre, una
dozzina di automobili con persone che ci gridavano avvertimenti. Al
prossimo incrocio di vie, una delle vetture fece una terribile svolta
senza rallentare e un istante dopo, al posto che appena aveva lasciato
e dal quale era già lontana, l’esplosione di una bomba scavava una gran
buca. Vedemmo la polizia sparire correndo per le vie laterali; sapevamo
che qualche cosa di spaventoso si avvicinava, di cui sentivamo il
brontolìo crescente.
Potevamo già vedere la testa della colonna che sbarrava la via da un
muro all’altro, al momento in cui fuggiva l’ultima automobile blindata.
Questa, giunta alla nostra altezza, si fermò un attimo. Un soldato ne
scese in fretta, portando qualcosa che depose con molta precauzione nel
ruscello, poi riprese d’un salto il suo posto. L’automobile si slanciò,
virò all’angolo e disparve. Hartman corse al limite del marciapiede e
si chinò sull’oggetto.
— Non vi avvicinate, — mi gridò.
Lo vidi lavorare febbrilmente con le mani. Quando mi raggiunse, la sua
fronte era imperlata di sudore.
— Ho tolto l’esca, — disse, — e al momento buono. Quel soldato è
inetto: l’aveva destinata ai nostri compagni, ma non aveva calcolato il
tempo giusto. Sarebbe scoppiata prima. Ora non scoppierà più.
Gli avvenimenti precipitavano. Dall’altro lato della via, un po’ più
lontano, alle finestre di un caseggiato, distinguevo delle persone
che guardavano. Avevo appena finito di farle osservare ad Hartman,
allorchè fiamme e fumo si svilupparono su quella parte della facciata,
e l’aria fu scossa da un’esplosione. Il muro di pietra, in parte
demolito, lasciava vedere l’armatura di ferro dell’interno. Poco
dopo la facciata della casa dirimpetto era dilaniata da esplosioni
simili. Nell’intervallo si sentivano crepitare le rivoltelle ed i
fucili automatici. Quel duello aereo durò parecchi minuti, poi finì
coll’acquetarsi. Evidentemente i nostri compagni occupavano uno
dei caseggiati, e i Mercenarî quello di faccia, e gli avversarî si
combattevano attraverso la via: ma non potevamo sapere da qual parte
fossero i nostri.
In quel momento, una colonna che procedeva nella strada era giunta
quasi alla nostra altezza. Appena le prime file passarono sotto le
finestre delle case rivali, il bombardamento riprese con forza. Da un
lato si gettavano bombe sulla via, dall’altro se ne lanciavano contro
la casa di faccia, che rispondeva. Ora sapevamo quale fosse la casa
occupata dai nostri, che facevano opera buona difendendo la gente della
strada dalle bombe del nemico.