Conobbi allora la perfetta felicità, nel nostro rifugio. Dedicavamo

lunghe ore a lavori serii, ma lavoravamo insieme. Eravamo l’uno

dell’altra per un lungo periodo di tempo, e il tempo ci sembrava

prezioso. Non ci sentivamo isolati, perchè i nostri compagni andavano

e venivano, portando la eco sotterranea di un mondo di intrighi

rivoluzionarii, o il racconto di lotte ingaggiate su tutto il fronte

di battaglia. L’allegria non mancava, fra quelle oscure cospirazioni.

Sopportavamo molto lavoro e molte sofferenze, ma i vuoti delle nostre

file erano presto colmati, e procedevamo sempre, e fra i colpi, i

contraccolpi della vita e della morte, trovavamo il tempo di ridere e

di amare. C’erano, fra noi, artisti, scienziati, studenti, musicisti

e poeti; in quel covile fioriva una coltura più nobile e più raffinata

che nei palazzi e nelle città meravigliose degli oligarchi. D’altronde,

molti dei nostri compagni s’erano professionalmente dedicati ad

abbellire quei palazzi e quelle città di sogno.[108]

D’altra parte, non eravamo confinati nel nostro rifugio. Spesso, la

notte, per esercitarci nel moto, percorrevamo a cavallo la montagna,

adoperando cavalcature di Wickson. Se sapesse quanti rivoluzionarii

hanno portato le sue bestie! Organizzavamo persino delle merende

nei posti più solitarî che conoscevamo, dove rimanevamo dall’alba al

tramonto, tutto il giorno. Ci servivamo pure della panna e del burro

di Wickson; e Ernesto non si faceva alcuno scrupolo di ammazzarne

le quaglie e i conigli, e, persino, se gli capitava, qualche giovane

daino.[109]

Realmente, quello era un rifugio delizioso. Credo però di aver detto

che fu scoperto una volta, e ciò m’induce a parlare della scomparsa

del giovane Wickson. Ora che è morto posso dire liberamente la verità.

C’era in fondo al nostro gran buco, un angolo invisibile dall’alto,

dove il sole batteva durante parecchie ore. Avevamo trasportato colà un

po’ di sabbia del fiume, in modo che c’era un caldo secco che rendeva

piacevole, a chi volesse, l’arrostirsi al sole. In quel punto, un

giorno, dopo pranzo, mi ero mezzo assopita, tenendo in mano un volume

di Mendenhall.[110] Ero così comoda e sicura che neppure il lirismo

infiammato del poeta riusciva a commuovermi. Fui richiamata alla realtà

da una zolla di terra che cadde ai miei piedi: poi, sentii in alto il

rumore di una sdrucciolata e, un istante dopo, vidi un giovanotto che,

fatto un ultimo sdrucciolone lungo la parete brulla, atterrava davanti

a me.

Era Filippo Wickson, che non conoscevo allora. Egli mi guardò

tranquillamente, e fischiò dolcemente, per la sorpresa.

— Oh, bella! — esclamò, e, togliendosi il cappello quasi subito, disse;

— Vi porgo le mie scuse; non credevo di trovare gente qui.

Ebbi meno sangue freddo di lui. Ero ancora inesperta circa la condotta

da tenere nelle circostanze gravi. Dopo, quando diventai una spia

internazionale, mi sarei mostrata meno confusa, ne sono certa. Allora

mi alzai di botto e lanciai il grido di allarme.

— Che succede? — chiese egli, guardandomi con aria interrogativa. —

Perchè gridate?

Era evidente che non aveva neppure sospettato la nostra presenza,

scendendo colà. Me ne accorsi con vero sollievo.

— Perchè credete che abbia gridato? — replicai. Ero proprio inetta, in

quel tempo.

— Non so nulla — rispose scuotendo il capo. — Se non che probabilmente

avrete degli amici, là. In ogni modo bisogna spiegarmi questa faccenda.

C’è qualcosa di losco. Siete su una proprietà privata; questo terreno è

di mio padre e...

Ma in questo momento, Biedenbach, sempre corretto e dolce, gl’ingiunse

alle spalle, a bassa voce:

— In alto le mani, giovanotto!

Il giovane Wickson alzò prima le mani, poi si voltò per vedere in

faccia Biedenbach che puntava su di lui una pistola automatica 30-30.

Wickson rimase tranquillissimo.

— Oh! Oh! — osservò: — un nido di rivoluzionarii, addirittura un

vespaio, a quanto sembra. Ebbene, non rimarrete a lungo qui, posso

assicurarvelo.

— Forse vi rimarrete voi stesso abbastanza per mutar parere, — rispose

tranquillamente Biedenbach. — Intanto debbo pregarvi di venire dentro,

con me.

— Dentro? — il giovanotto era stordito. — Avete dunque una catacomba,

qui? Ho sentito parlare di cose di questo genere.

— Entrate e vedrete, — rispose Biedenbach, col suo accento più corretto.

— Ma è illegale. — protestò l’altro.

— Sì, secondo la vostra legge, — rispose il terrorista in modo

significativo. — Ma seguendo la nostra legge, credetemi, è permesso.

Bisogna bene che vi mettiate in mente che siete entrato in un

mondo affatto diverso da quello dove siete vissuto finora, dominato

dall’oppressione e dalla brutalità.

— Vedremo, — mormorò Wickson.

— Ebbene, rimanete con noi per discutere la questione.

Il giovanotto si mise a ridere, e seguì il rapitore nell’interno della

casa. Fu condotto nella camera più fonda, sotto terra, e guardato da

uno dei compagni, mentre noi discutevamo sul da fare, in cucina.

Biedenbach, sebbene avesse le lacrime agli occhi, era del parere che

si dovesse ucciderlo, e sembrò molto sollevato quando la maggioranza

respinse la sua orribile proposta. D’altronde non c’era neanche da

pensare a lasciar libero il giovane oligarca.

— Vi dirò io che cosa dobbiamo fare: teniamolo con noi, ed educhiamolo,

— disse Ernesto.

— Se è così, chiedo il privilegio di illuminarlo in materia di

giurisprudenza. — esclamò Biedenbach.

Tutti risero a questa proposta. Avremmo dunque tenuto prigioniero

Filippo Wickson e gli avremmo insegnato la nostra morale e la nostra

sociologia. Nel frattempo c’era altro da fare: bisognava fare sparire

ogni traccia del giovane oligarca, incominciando da quelle che egli

aveva lasciato sul pendìo friabile del buco. Il compito toccò a

Biedenbach, il quale, sospeso a una corda, lavorò destramente tutto il

resto della giornata, e fece sparire ogni segno. Cancellò pure tutte

le impronte, incominciando dall’orlo del buco fino al canalone. Poi,

al crepuscolo, giunse John Carlston, che chiese le scarpe del giovane

Wickson.

Costui non voleva darle, e si mostrava disposto a lottare per

difenderle. Ma Ernesto gli fece sentire il peso della sua mano di

fabbro ferraio. In seguito, Carlston si lagnò delle numerose bolle e

scorticature, dovute alla strettezza delle scarpe, ma con esse egli

aveva fatto un lavoro ardito e importantissimo. Partendo dal punto in

cui avevamo smesso di cancellare le tracce del giovanotto, Carlston,

dopo aver calzato le scarpe in questione, si era diretto a sinistra, e

aveva camminato per miglia e miglia, contornando monticelli, valicando

cime, arrampicandosi lungo i canaloni, sino a far perdere le tracce

nell’acqua corrente di un ruscello. Toltesi le scarpe, egli percorse

il letto del ruscello lungo un certo tratto, poi rimise la calzatura

propria. Una settimana dopo, il giovane Wickson ritornò in possesso

delle sue scarpe.

Quella notte, la muta di caccia fu sguinzagliata e non si dormì affatto

nel rifugio. Il giorno dopo, per molte volte i cani discesero lungo il

canalone, abbaiando, ma si slanciavano a sinistra, seguendo la falsa

traccia lasciata da Carlston, e i loro abbaiamenti si persero lontano,

nelle gole della montagna. Intanto, i nostri uomini aspettavano nel

rifugio, con le armi in pugno; avevano rivoltelle automatiche e fucili,

nonchè una mezza dozzina di ordigni infernali fabbricati da Biedenbach.

Quale sorpresa per i cercatori se si fossero avventurati nel nostro

nascondiglio!

Ho rivelato ora la verità sulla scomparsa di Filippo Wickson, un tempo

oligarca e poi fedele servitore della rivoluzione. Perchè finimmo col

convertirlo. Egli aveva una mente fresca e plasmabile, e una natura

dotata di sana moralità. Parecchi mesi dopo gli facemmo valicare il

monte Sonoma su uno dei cavalli di suo padre, fino a Petaluma Creek,

dove s’imbarcò su una piccola scialuppa da pesca. Lungo un viaggio

felice, a tappe, mediante la nostra ferrovia occulta, lo mandammo sino

al rifugio di Carmel.

Là dimorò per due mesi, scorsi i quali egli non voleva più

abbandonarci, per due motivi: primo, che era innamorato di Anna

Roylston; secondo, perchè era diventato dei nostri. Solo dopo essersi

convinto dell’inutilità del suo amore, cedette ai nostri desiderî e

acconsentì a ritornare a casa di suo padre. Quantunque abbia finto,

fino alla morte, di essere oligarca, fu in realtà uno dei nostri agenti

più preziosi. Molte e molte volte il Tallone di Ferro fu sorpreso per

l’insuccesso dei suoi disegni e delle sue operazioni contro di noi.

Se avesse saputo il numero dei suoi stessi membri che lavoravano per

noi, avrebbe spiegato anche i suoi insuccessi. Il giovane Wickson fu

sempre fedele alla Causa.[111] La sua stessa morte è dovuta a questa

fedeltà, al dovere. Durante la grande tempesta del 1927, contrasse la

polmonite di cui morì, per assistere a una riunione dei nostri capi.

CAPITOLO XXI.

LA BESTIA RUGGENTE DELL’ABISSO.

Durante la nostra prolungata permanenza nel rifugio, fummo pienamente

informati di tutto quanto avveniva nel mondo esteriore, così che

potemmo valutare con esattezza la forza dell’Oligarchìa contro la

quale lottavamo. Dagli ondeggiamenti di quell’epoca transitoria,

nascevano, in forma più chiara, le nuove istituzioni, con caratteri e

attributi di stabilità. Gli oligarchi erano riusciti ad inventare una

macchina governativa tanto estesa quanto complicata, ma che seguitava a

funzionare, nonostante i nostri sforzi per intralciarla e distruggerla.

Questo fatto fu una sorpresa per molti rivoluzionarî che non avevano

concepito una simile possibilità. Ciò nonostante, l’attività del

paese continuava. Molti lavoravano nei campi e nelle miniere, ma

erano, naturalmente, gli schiavi. Quanto alle industrie essenziali,

prosperavano su tutta la linea. I membri delle grandi caste operaie

erano soddisfatti e lavoravano volentieri. Per la prima volta in

vita loro conoscevano la pace industriale. Non si preoccupavano più

di riduzioni di orarî, di scioperi, di chiusura di officine, nè di

timbri di sindacati; vivevano in case più comode, in graziose villette

proprie, veramente deliziose in confronto alle soffitte abitate un

tempo. Avevano un nutrimento migliore, meno ore di lavoro, maggiori

vacanze, una scelta più varia di piaceri e svaghi intellettuali. Nè si

preoccupavano dei loro fratelli e delle sorelle meno fortunate, dei

lavoratori maltrattati dalla sorte, del popolo caduto nell’abisso.

Si annunciava, per l’umanità, un’êra di egoismo. Ma dir questo non è

completamente esatto, però; perchè le caste operaie formicolavano di

agenti nostri, di uomini che vedevano, oltre i bisogni del ventre, le

radiose visioni di Libertà e Fratellanza.

Un’altra grande istituzione che aveva preso forma e funzionava

perfettamente era quella dei Mercenarî. Questo corpo di truppa

che aveva origine dall’antico esercito regolare, contava effettivi

aumentati a un milione di uomini, senza le forze coloniali. Abitavano

in città loro destinate, amministrate da un governo virtualmente

autonomo, e godevano numerosi privilegi. Questi Mercenarî consumavano

gran parte della ricchezza risparmiata. Persero però ogni simpatia

presso il resto della popolazione e svilupparono una loro coscienza

e moralità particolari. Eppure, noi avevamo migliaia di agenti fra

loro.[112]

L’Oligarchìa stessa si sviluppò in modo notevole, e, bisogna

confessarlo, inaspettato. Come classe, si disciplinò; ognuno dei suoi

membri ebbe un incarico stabilito, con l’obbligo di compierlo. Non

ci furono più giovani ricchi e oziosi; la forza dei giovani serviva

a consolidare quella dell’Oligarchìa. Servivano, sia come ufficiali

superiori nell’esercito, sia come capitani o direttori nell’industria.

Facevano carriera nelle scienze applicate, e molti di loro diventarono

ingegneri rinomati. Entravano in numerose amministrazioni governative,

assumevano impieghi nelle colonie, ed erano ricevuti a migliaia, nei

diversi servizî segreti. Facevano un periodo di prova, se si può dir

così, nell’insegnamento, nelle arti, nella Chiesa, nella scienza e

nella letteratura; e in questi differenti rami avevano una funzione

importante, modellando la mentalità nazionale in maniera d’assicurare

la continuità dell’Oligarchìa.

Si insegnava loro, e più tardi essi insegnavano, a loro volta,

che il loro modo di agire era il solo buono. Assimilavano le idee

aristocratiche fin dal principio, quando, bambini, cominciavano a

ricevere le impressioni del mondo esterno; e di queste idee erano

intessute le loro fibre, sin nel profondo delle loro ossa e delle loro

carni. Si consideravano come domatori di bestie feroci. Sotto di loro,

però, ruggiva sempre il brontolìo sotterraneo della rivolta. E tra

loro, furtivamente, si aggirava senza tregua la morte violenta: bombe,

palle, coltelli, erano le zanne di quella bestia ruggente dall’abisso,

che essi dovevano domare perchè sussistesse l’Umanità. Si credevano i

salvatori del genere umano e si consideravano come lavoratori eroici

che si sacrificavano per il suo bene.

Erano convinti che la loro classe fosse l’unico sostegno della

civiltà, e persuasi che se avessero ceduto un solo istante, il mostro

li avrebbe inghiottiti nel suo ventre cavernoso e viscido, con tutto

ciò che vi è di bello, di buono, di piacevole e meraviglioso al

mondo. Senza di loro, l’anarchia avrebbe regnato sovrana e l’umanità

sarebbe ricaduta nella notte primordiale dond’era emersa con tanta

fatica. L’orribile aspetto dell’anarchia era costantemente messo sotto

gli occhi dei loro figli, fino a che, ossessionati da quel timore,

fossero pronti a ossessionarne i loro discendenti. Tale era la bestia

che bisognava calpestare, e la sua distruzione costituiva il dovere

supremo dell’aristocratico. Insomma essi, con i loro sforzi e sacrifici

incessanti, costituivano l’unico ostacolo fra la debole umanità e il

mostro vorace; e questo credevano fermamente, con assoluta sicurezza.

Non insisterò mai troppo su questa convinzione di rettitudine morale,

comune a tutta la classe degli Oligarchi. È stata la forza del Tallone

di Ferro; e molti compagni hanno impiegato troppo tempo a capirlo.

La maggior parte hanno attribuito la forza del Tallone di Ferro al

suo sistema di castighi e di premî. È un errore. Il cielo e l’inferno

possono entrare come fattori primi nello zelo religioso di un fanatico,

ma per la maggioranza, sono accessori in rapporto all’idea di bene

e di male. L’amore del bene, il desiderio del bene, il malcontento

contro tutto ciò che non è interamente bene; in una parola, la

buona condotta, ecco il fattore primo della religione. E si può dire

altrettanto dell’Oligarchìa. Il carcere, l’esilio, la degradazione, da

un lato, dall’altro gli onori, i palazzi, le città meravigliose, non

sono che contingenze. La grande forza motrice della Oligarchìa è la

convinzione di far bene. Non fermiamoci sulle eccezioni; non teniamo

conto dell’oppressione e dell’ingiustizia tra le quali il Tallone

di Ferro nacque. Tutto ciò è noto, ammesso, sottinteso. Il punto in

questione è che la forza dell’Oligarchìa consiste, attualmente, nella

sua concezione e soddisfazione della propria rettitudine.[113]

Ma, d’altra parte, anche la forza della rivoluzione durante questi

ultimi e terribili anni, è consistita sopratutto nella coscienza

di essere nel giusto. Non si possono spiegare altrimenti i nostri

sacrifici, nè l’eroismo dei nostri martiri. Per questo solo motivo,

l’animo di Mendenhall si è infiammato per la Causa, per questo solo

ha scritto il suo meraviglioso «Canto del Cigno», nella notte che

precedette il supplizio. Per questo solo, Hurbert è morto fra gli

spasimi, rifiutando, fino all’ultimo, di tradire i compagni. Per

lo stesso motivo, Anna Roylston ha rinunziato alla felicità della

maternità, e John Carlston è rimasto, senza retribuzione, il guardiano

fedele del rifugio di Glen-Ellen. Si interroghino tutti i compagni

rivoluzionarî, uomini o donne, giovani o vecchi, eminenti o umili,

intelligenti o semplici, e si troverà sempre che la forza che li muove

di continuo e li spinge potentemente è la loro sete di rettitudine.

Ma ritorniamo alla nostra storia. Ernesto ed io, prima di abbandonare

il nostro rifugio, avevamo perfettamente compreso l’enorme sviluppo

della potenza del Tallone di Ferro. Le caste operaie, i Mercenarî

innumerevoli, agenti e poliziotti di ogni genere, erano interamente

asserviti all’Oligarchia; perchè, in fin dei conti, tranne

l’inconveniente della perdita della libertà, vivevano meglio di

prima. D’altra parte, la grande massa disperata del popolo, del popolo

dell’Abisso, si abbandonava a un abbrutimento apatico e soddisfatto di

tanta miseria. Dei proletarî di forza eccezionale, che si distinguevano

dal gregge, gli Oligarchi si impadronivano, migliorando le loro

condizioni e ammettendoli nelle caste operaie o fra i Mercenarî. Così

spariva ogni malcontento, e il proletariato si trovava privato dei suoi

capi naturali.

La condizione dei proletari sprofondati nell’Abisso era pietosa. La

scuola comunale non esisteva più per loro; essi vivevano come bestie,

in tuguri brulicanti e sordidi; marcivano nella miseria e nella

degradazione. Erano state tolte loro tutte le antiche libertà. Era

negata a questi schiavi del lavoro persino la scelta del lavoro. Si

rifiutava loro persino il diritto di mutar residenza, o di possedere

armi. Erano servi, non della terra, come i fittavoli, ma della macchina

del lavoro. Quando si faceva sentire il bisogno del loro aiuto, per

un’impresa straordinaria, come la costruzione di grandi strade, linee

aeree, canali, gallerie, passaggi sotterranei e fortificazioni,

venivano fatte leve in massa nei tugurî dei lavoratori, che, a

diecine di migliaia, volenti o nolenti, erano trasportati sul lavoro.

Un vero esercito di schiavi lavora attualmente per la costruzione

di Ardis, e sono alloggiati in miserabili capanne, dove la vita di

famiglia non è possibile, donde la decenza è bandita, a causa di una

bestiale promiscuità. È proprio là, nel ghetto, la bestia ruggente

dell’Abisso, tanto temuta dagli Oligarchi, che, pure, l’hanno cercata

e l’alimentano, impedendo la scomparsa della scimmia e della tigre

nell’uomo.

Ed anche ora corre voce di una nuova leva progettata per la costruzione

di Asgard, la città meravigliosa, che dovrà superare tutti gli

splendori di Ardis, quando sarà finita.[114] Noialtri rivoluzionarî

cureremo la continuazione di quest’opera colossale, che però non sarà

compiuta da miserabili schiavi. Le mura, le torri e le guglie di questa

città di sogno, s’inalzeranno al ritmo delle canzoni, e la sua bellezza

incomparabile sarà cementata, anzichè da gemiti e sospiri, dall’armonia

e dalla gioia.

Ernesto era molto impaziente di ritrovarsi nel mondo e di riprendere

la sua attività, perchè i tempi sembravano maturi per la nostra prima

rivolta, quella che fallì tanto tristemente, nella Comune di Chicago.

Ma io m’adoperavo a disciplinare il suo animo alla pazienza, e per

tutto il tempo che durò il suo tormento, mentre Hadly, fatto venire

appositamente dall’Illinois, lo trasformavano in un altro uomo,[115]

egli concepiva i grandi progetti di organizzazione del proletariato

istruito, e preparava i piani per mantenere almeno un principio di

educazione nel popolo dell’Abisso, se, s’intende, si fosse avverata

l’ipotesi di uno scacco della prima rivolta.

Solo nel gennaio del 1917 abbandonammo il nostro rifugio. Tutto

era stato previsto. Immediatamente, assumemmo posizione come agenti

provocatori nel gioco del Tallone di Ferro. Io ero creduta sorella

di Ernesto. Quel posto ci era stato dato dagli Oligarchi o dai nostri

compagni autorevoli nella loro cerchia intima. Noi eravamo in possesso

di tutti i documenti necessarî; persino il nostro passato era in

regola. Con l’aiuto della cerchia intima, ciò non era difficile come

si potrebbe credere, perchè nel regno d’ombra in cui era tenuto sempre

il servizio segreto, l’identità rimaneva più o meno nebulosa. Simili

a fantasmi, gli agenti andavano e venivano, obbedivano a ordini,

adempivano al loro dovere, seguivano tracce, facevano rapporti a

ufficiali spesso sconosciuti, o cospiravano con altri agenti che non

avevano mai visti e non avrebbero mai rivisti.

CAPITOLO XXII.

LA COMUNE DI CHICAGO.

La nostra qualità di agenti provocatori non solo ci permetteva di

viaggiare liberamente, ma ci metteva in contatto col proletariato,

e con i nostri compagni rivoluzionarî. Tenevamo il piede

contemporaneamente nei due campi, servendo con ostentazione il Tallone

di Ferro, ma lavorando segretamente e con tutto l’ardore per la Causa.

I nostri erano numerosi nei varî servizî segreti dell’Oligarchia, e,

nonostante le selezioni e i rimaneggiamenti incessanti, non hanno mai

potuto essere eliminati interamente.

Ernesto aveva contribuito in massima parte al piano della prima

rivolta, fissata per i primi della primavera del 1918. Nell’autunno

del 1917, eravamo tutt’altro che preparati, e la rivolta, scoppiando

prematuramente, era destinata a fallire. Naturalmente, in un complotto

così complicato, ogni fretta può essere fatale. Il Tallone di Ferro

l’aveva previsto, e si era all’uopo preparato.

Avevamo stabilito di lanciare il primo attacco contro il sistema

nervoso dell’Oligarchìa. Questa non aveva dimenticato la lezione

ricevuta al tempo dello sciopero generale e si era premunita contro

la defezione dei telegrafisti, impiantando un servizio postale

radiotelegrafico protetto dai Mercenarî. Dal canto nostro avevamo

preso tutti i provvedimenti per parare il contraccolpo. Al segnale

convenuto, da tutti i rifugi dalle città, dagli agglomeramenti, e dai

baraccamenti, sarebbero usciti i compagni devoti, che avrebbero fatto

saltare le stazioni del telegrafo senza fili. In questo modo, fin dal

primo urto, il Tallone di Ferro sarebbe messo a terra e virtualmente

privato delle sue membra.

Nello stesso tempo, altri compagni avrebbero dovuto far saltare con

la dinamite i ponti e le gallerie e rovinare le reti delle strade

ferrate. Gruppi speciali erano designati per impadronirsi dello Stato

Maggiore dei Mercenarî, e della polizia, come pure di alcuni oligarchi

particolarmente abili o che esercitavano importanti funzioni esecutive.

Così i capi del nemico sarebbero stati allontanati dal campo di

battaglia. E questa non avrebbe tardato ad accendersi ovunque.

Molte cose si sarebbero dovute compiere simultaneamente appena

la parola d’ordine fosse stata data. I patrioti del Canadà e del

Messico, di cui il Tallone di Ferro non immaginava neppure la forza

vera, si erano impegnati di assecondare la nostra tattica. Poi

c’erano i compagni (le donne, perchè gli uomini sarebbero stati

impiegati diversamente) incaricati di affiggere i proclami stampati

nelle nostre tipografie clandestine. Coloro, fra noi, che avevano

importanti impieghi nel Tallone di Ferro, avrebbero dovuto cercare con

ogni mezzo di far cadere nel disordine e nell’anarchia tutti i loro

ufficî. Avevamo migliaia di compagni fra i Mercenarî. Il loro compito

consisteva nel far saltare i negozi e rovinare i meccanismi delicati

di tutte le macchine da guerra. Operazioni analoghe avrebbero dovuto

essere compiute nelle città dei Mercenarî e nelle case operaie.

Il tallone di ferro · 第 16 / 22 段