lunghe ore a lavori serii, ma lavoravamo insieme. Eravamo l’uno
dell’altra per un lungo periodo di tempo, e il tempo ci sembrava
prezioso. Non ci sentivamo isolati, perchè i nostri compagni andavano
e venivano, portando la eco sotterranea di un mondo di intrighi
rivoluzionarii, o il racconto di lotte ingaggiate su tutto il fronte
di battaglia. L’allegria non mancava, fra quelle oscure cospirazioni.
Sopportavamo molto lavoro e molte sofferenze, ma i vuoti delle nostre
file erano presto colmati, e procedevamo sempre, e fra i colpi, i
contraccolpi della vita e della morte, trovavamo il tempo di ridere e
di amare. C’erano, fra noi, artisti, scienziati, studenti, musicisti
e poeti; in quel covile fioriva una coltura più nobile e più raffinata
che nei palazzi e nelle città meravigliose degli oligarchi. D’altronde,
molti dei nostri compagni s’erano professionalmente dedicati ad
abbellire quei palazzi e quelle città di sogno.[108]
D’altra parte, non eravamo confinati nel nostro rifugio. Spesso, la
notte, per esercitarci nel moto, percorrevamo a cavallo la montagna,
adoperando cavalcature di Wickson. Se sapesse quanti rivoluzionarii
hanno portato le sue bestie! Organizzavamo persino delle merende
nei posti più solitarî che conoscevamo, dove rimanevamo dall’alba al
tramonto, tutto il giorno. Ci servivamo pure della panna e del burro
di Wickson; e Ernesto non si faceva alcuno scrupolo di ammazzarne
le quaglie e i conigli, e, persino, se gli capitava, qualche giovane
daino.[109]
Realmente, quello era un rifugio delizioso. Credo però di aver detto
che fu scoperto una volta, e ciò m’induce a parlare della scomparsa
del giovane Wickson. Ora che è morto posso dire liberamente la verità.
C’era in fondo al nostro gran buco, un angolo invisibile dall’alto,
dove il sole batteva durante parecchie ore. Avevamo trasportato colà un
po’ di sabbia del fiume, in modo che c’era un caldo secco che rendeva
piacevole, a chi volesse, l’arrostirsi al sole. In quel punto, un
giorno, dopo pranzo, mi ero mezzo assopita, tenendo in mano un volume
di Mendenhall.[110] Ero così comoda e sicura che neppure il lirismo
infiammato del poeta riusciva a commuovermi. Fui richiamata alla realtà
da una zolla di terra che cadde ai miei piedi: poi, sentii in alto il
rumore di una sdrucciolata e, un istante dopo, vidi un giovanotto che,
fatto un ultimo sdrucciolone lungo la parete brulla, atterrava davanti
a me.
Era Filippo Wickson, che non conoscevo allora. Egli mi guardò
tranquillamente, e fischiò dolcemente, per la sorpresa.
— Oh, bella! — esclamò, e, togliendosi il cappello quasi subito, disse;
— Vi porgo le mie scuse; non credevo di trovare gente qui.
Ebbi meno sangue freddo di lui. Ero ancora inesperta circa la condotta
da tenere nelle circostanze gravi. Dopo, quando diventai una spia
internazionale, mi sarei mostrata meno confusa, ne sono certa. Allora
mi alzai di botto e lanciai il grido di allarme.
— Che succede? — chiese egli, guardandomi con aria interrogativa. —
Perchè gridate?
Era evidente che non aveva neppure sospettato la nostra presenza,
scendendo colà. Me ne accorsi con vero sollievo.
— Perchè credete che abbia gridato? — replicai. Ero proprio inetta, in
quel tempo.
— Non so nulla — rispose scuotendo il capo. — Se non che probabilmente
avrete degli amici, là. In ogni modo bisogna spiegarmi questa faccenda.
C’è qualcosa di losco. Siete su una proprietà privata; questo terreno è
di mio padre e...
Ma in questo momento, Biedenbach, sempre corretto e dolce, gl’ingiunse
alle spalle, a bassa voce:
— In alto le mani, giovanotto!
Il giovane Wickson alzò prima le mani, poi si voltò per vedere in
faccia Biedenbach che puntava su di lui una pistola automatica 30-30.
Wickson rimase tranquillissimo.
— Oh! Oh! — osservò: — un nido di rivoluzionarii, addirittura un
vespaio, a quanto sembra. Ebbene, non rimarrete a lungo qui, posso
assicurarvelo.
— Forse vi rimarrete voi stesso abbastanza per mutar parere, — rispose
tranquillamente Biedenbach. — Intanto debbo pregarvi di venire dentro,
con me.
— Dentro? — il giovanotto era stordito. — Avete dunque una catacomba,
qui? Ho sentito parlare di cose di questo genere.
— Entrate e vedrete, — rispose Biedenbach, col suo accento più corretto.
— Ma è illegale. — protestò l’altro.
— Sì, secondo la vostra legge, — rispose il terrorista in modo
significativo. — Ma seguendo la nostra legge, credetemi, è permesso.
Bisogna bene che vi mettiate in mente che siete entrato in un
mondo affatto diverso da quello dove siete vissuto finora, dominato
dall’oppressione e dalla brutalità.
— Vedremo, — mormorò Wickson.
— Ebbene, rimanete con noi per discutere la questione.
Il giovanotto si mise a ridere, e seguì il rapitore nell’interno della
casa. Fu condotto nella camera più fonda, sotto terra, e guardato da
uno dei compagni, mentre noi discutevamo sul da fare, in cucina.
Biedenbach, sebbene avesse le lacrime agli occhi, era del parere che
si dovesse ucciderlo, e sembrò molto sollevato quando la maggioranza
respinse la sua orribile proposta. D’altronde non c’era neanche da
pensare a lasciar libero il giovane oligarca.
— Vi dirò io che cosa dobbiamo fare: teniamolo con noi, ed educhiamolo,
— disse Ernesto.
— Se è così, chiedo il privilegio di illuminarlo in materia di
giurisprudenza. — esclamò Biedenbach.
Tutti risero a questa proposta. Avremmo dunque tenuto prigioniero
Filippo Wickson e gli avremmo insegnato la nostra morale e la nostra
sociologia. Nel frattempo c’era altro da fare: bisognava fare sparire
ogni traccia del giovane oligarca, incominciando da quelle che egli
aveva lasciato sul pendìo friabile del buco. Il compito toccò a
Biedenbach, il quale, sospeso a una corda, lavorò destramente tutto il
resto della giornata, e fece sparire ogni segno. Cancellò pure tutte
le impronte, incominciando dall’orlo del buco fino al canalone. Poi,
al crepuscolo, giunse John Carlston, che chiese le scarpe del giovane
Wickson.
Costui non voleva darle, e si mostrava disposto a lottare per
difenderle. Ma Ernesto gli fece sentire il peso della sua mano di
fabbro ferraio. In seguito, Carlston si lagnò delle numerose bolle e
scorticature, dovute alla strettezza delle scarpe, ma con esse egli
aveva fatto un lavoro ardito e importantissimo. Partendo dal punto in
cui avevamo smesso di cancellare le tracce del giovanotto, Carlston,
dopo aver calzato le scarpe in questione, si era diretto a sinistra, e
aveva camminato per miglia e miglia, contornando monticelli, valicando
cime, arrampicandosi lungo i canaloni, sino a far perdere le tracce
nell’acqua corrente di un ruscello. Toltesi le scarpe, egli percorse
il letto del ruscello lungo un certo tratto, poi rimise la calzatura
propria. Una settimana dopo, il giovane Wickson ritornò in possesso
delle sue scarpe.
Quella notte, la muta di caccia fu sguinzagliata e non si dormì affatto
nel rifugio. Il giorno dopo, per molte volte i cani discesero lungo il
canalone, abbaiando, ma si slanciavano a sinistra, seguendo la falsa
traccia lasciata da Carlston, e i loro abbaiamenti si persero lontano,
nelle gole della montagna. Intanto, i nostri uomini aspettavano nel
rifugio, con le armi in pugno; avevano rivoltelle automatiche e fucili,
nonchè una mezza dozzina di ordigni infernali fabbricati da Biedenbach.
Quale sorpresa per i cercatori se si fossero avventurati nel nostro
nascondiglio!
Ho rivelato ora la verità sulla scomparsa di Filippo Wickson, un tempo
oligarca e poi fedele servitore della rivoluzione. Perchè finimmo col
convertirlo. Egli aveva una mente fresca e plasmabile, e una natura
dotata di sana moralità. Parecchi mesi dopo gli facemmo valicare il
monte Sonoma su uno dei cavalli di suo padre, fino a Petaluma Creek,
dove s’imbarcò su una piccola scialuppa da pesca. Lungo un viaggio
felice, a tappe, mediante la nostra ferrovia occulta, lo mandammo sino
al rifugio di Carmel.
Là dimorò per due mesi, scorsi i quali egli non voleva più
abbandonarci, per due motivi: primo, che era innamorato di Anna
Roylston; secondo, perchè era diventato dei nostri. Solo dopo essersi
convinto dell’inutilità del suo amore, cedette ai nostri desiderî e
acconsentì a ritornare a casa di suo padre. Quantunque abbia finto,
fino alla morte, di essere oligarca, fu in realtà uno dei nostri agenti
più preziosi. Molte e molte volte il Tallone di Ferro fu sorpreso per
l’insuccesso dei suoi disegni e delle sue operazioni contro di noi.
Se avesse saputo il numero dei suoi stessi membri che lavoravano per
noi, avrebbe spiegato anche i suoi insuccessi. Il giovane Wickson fu
sempre fedele alla Causa.[111] La sua stessa morte è dovuta a questa
fedeltà, al dovere. Durante la grande tempesta del 1927, contrasse la
polmonite di cui morì, per assistere a una riunione dei nostri capi.
CAPITOLO XXI.
LA BESTIA RUGGENTE DELL’ABISSO.
Durante la nostra prolungata permanenza nel rifugio, fummo pienamente
informati di tutto quanto avveniva nel mondo esteriore, così che
potemmo valutare con esattezza la forza dell’Oligarchìa contro la
quale lottavamo. Dagli ondeggiamenti di quell’epoca transitoria,
nascevano, in forma più chiara, le nuove istituzioni, con caratteri e
attributi di stabilità. Gli oligarchi erano riusciti ad inventare una
macchina governativa tanto estesa quanto complicata, ma che seguitava a
funzionare, nonostante i nostri sforzi per intralciarla e distruggerla.
Questo fatto fu una sorpresa per molti rivoluzionarî che non avevano
concepito una simile possibilità. Ciò nonostante, l’attività del
paese continuava. Molti lavoravano nei campi e nelle miniere, ma
erano, naturalmente, gli schiavi. Quanto alle industrie essenziali,
prosperavano su tutta la linea. I membri delle grandi caste operaie
erano soddisfatti e lavoravano volentieri. Per la prima volta in
vita loro conoscevano la pace industriale. Non si preoccupavano più
di riduzioni di orarî, di scioperi, di chiusura di officine, nè di
timbri di sindacati; vivevano in case più comode, in graziose villette
proprie, veramente deliziose in confronto alle soffitte abitate un
tempo. Avevano un nutrimento migliore, meno ore di lavoro, maggiori
vacanze, una scelta più varia di piaceri e svaghi intellettuali. Nè si
preoccupavano dei loro fratelli e delle sorelle meno fortunate, dei
lavoratori maltrattati dalla sorte, del popolo caduto nell’abisso.
Si annunciava, per l’umanità, un’êra di egoismo. Ma dir questo non è
completamente esatto, però; perchè le caste operaie formicolavano di
agenti nostri, di uomini che vedevano, oltre i bisogni del ventre, le
radiose visioni di Libertà e Fratellanza.
Un’altra grande istituzione che aveva preso forma e funzionava
perfettamente era quella dei Mercenarî. Questo corpo di truppa
che aveva origine dall’antico esercito regolare, contava effettivi
aumentati a un milione di uomini, senza le forze coloniali. Abitavano
in città loro destinate, amministrate da un governo virtualmente
autonomo, e godevano numerosi privilegi. Questi Mercenarî consumavano
gran parte della ricchezza risparmiata. Persero però ogni simpatia
presso il resto della popolazione e svilupparono una loro coscienza
e moralità particolari. Eppure, noi avevamo migliaia di agenti fra
loro.[112]
L’Oligarchìa stessa si sviluppò in modo notevole, e, bisogna
confessarlo, inaspettato. Come classe, si disciplinò; ognuno dei suoi
membri ebbe un incarico stabilito, con l’obbligo di compierlo. Non
ci furono più giovani ricchi e oziosi; la forza dei giovani serviva
a consolidare quella dell’Oligarchìa. Servivano, sia come ufficiali
superiori nell’esercito, sia come capitani o direttori nell’industria.
Facevano carriera nelle scienze applicate, e molti di loro diventarono
ingegneri rinomati. Entravano in numerose amministrazioni governative,
assumevano impieghi nelle colonie, ed erano ricevuti a migliaia, nei
diversi servizî segreti. Facevano un periodo di prova, se si può dir
così, nell’insegnamento, nelle arti, nella Chiesa, nella scienza e
nella letteratura; e in questi differenti rami avevano una funzione
importante, modellando la mentalità nazionale in maniera d’assicurare
la continuità dell’Oligarchìa.
Si insegnava loro, e più tardi essi insegnavano, a loro volta,
che il loro modo di agire era il solo buono. Assimilavano le idee
aristocratiche fin dal principio, quando, bambini, cominciavano a
ricevere le impressioni del mondo esterno; e di queste idee erano
intessute le loro fibre, sin nel profondo delle loro ossa e delle loro
carni. Si consideravano come domatori di bestie feroci. Sotto di loro,
però, ruggiva sempre il brontolìo sotterraneo della rivolta. E tra
loro, furtivamente, si aggirava senza tregua la morte violenta: bombe,
palle, coltelli, erano le zanne di quella bestia ruggente dall’abisso,
che essi dovevano domare perchè sussistesse l’Umanità. Si credevano i
salvatori del genere umano e si consideravano come lavoratori eroici
che si sacrificavano per il suo bene.
Erano convinti che la loro classe fosse l’unico sostegno della
civiltà, e persuasi che se avessero ceduto un solo istante, il mostro
li avrebbe inghiottiti nel suo ventre cavernoso e viscido, con tutto
ciò che vi è di bello, di buono, di piacevole e meraviglioso al
mondo. Senza di loro, l’anarchia avrebbe regnato sovrana e l’umanità
sarebbe ricaduta nella notte primordiale dond’era emersa con tanta
fatica. L’orribile aspetto dell’anarchia era costantemente messo sotto
gli occhi dei loro figli, fino a che, ossessionati da quel timore,
fossero pronti a ossessionarne i loro discendenti. Tale era la bestia
che bisognava calpestare, e la sua distruzione costituiva il dovere
supremo dell’aristocratico. Insomma essi, con i loro sforzi e sacrifici
incessanti, costituivano l’unico ostacolo fra la debole umanità e il
mostro vorace; e questo credevano fermamente, con assoluta sicurezza.
Non insisterò mai troppo su questa convinzione di rettitudine morale,
comune a tutta la classe degli Oligarchi. È stata la forza del Tallone
di Ferro; e molti compagni hanno impiegato troppo tempo a capirlo.
La maggior parte hanno attribuito la forza del Tallone di Ferro al
suo sistema di castighi e di premî. È un errore. Il cielo e l’inferno
possono entrare come fattori primi nello zelo religioso di un fanatico,
ma per la maggioranza, sono accessori in rapporto all’idea di bene
e di male. L’amore del bene, il desiderio del bene, il malcontento
contro tutto ciò che non è interamente bene; in una parola, la
buona condotta, ecco il fattore primo della religione. E si può dire
altrettanto dell’Oligarchìa. Il carcere, l’esilio, la degradazione, da
un lato, dall’altro gli onori, i palazzi, le città meravigliose, non
sono che contingenze. La grande forza motrice della Oligarchìa è la
convinzione di far bene. Non fermiamoci sulle eccezioni; non teniamo
conto dell’oppressione e dell’ingiustizia tra le quali il Tallone
di Ferro nacque. Tutto ciò è noto, ammesso, sottinteso. Il punto in
questione è che la forza dell’Oligarchìa consiste, attualmente, nella
sua concezione e soddisfazione della propria rettitudine.[113]
Ma, d’altra parte, anche la forza della rivoluzione durante questi
ultimi e terribili anni, è consistita sopratutto nella coscienza
di essere nel giusto. Non si possono spiegare altrimenti i nostri
sacrifici, nè l’eroismo dei nostri martiri. Per questo solo motivo,
l’animo di Mendenhall si è infiammato per la Causa, per questo solo
ha scritto il suo meraviglioso «Canto del Cigno», nella notte che
precedette il supplizio. Per questo solo, Hurbert è morto fra gli
spasimi, rifiutando, fino all’ultimo, di tradire i compagni. Per
lo stesso motivo, Anna Roylston ha rinunziato alla felicità della
maternità, e John Carlston è rimasto, senza retribuzione, il guardiano
fedele del rifugio di Glen-Ellen. Si interroghino tutti i compagni
rivoluzionarî, uomini o donne, giovani o vecchi, eminenti o umili,
intelligenti o semplici, e si troverà sempre che la forza che li muove
di continuo e li spinge potentemente è la loro sete di rettitudine.
Ma ritorniamo alla nostra storia. Ernesto ed io, prima di abbandonare
il nostro rifugio, avevamo perfettamente compreso l’enorme sviluppo
della potenza del Tallone di Ferro. Le caste operaie, i Mercenarî
innumerevoli, agenti e poliziotti di ogni genere, erano interamente
asserviti all’Oligarchia; perchè, in fin dei conti, tranne
l’inconveniente della perdita della libertà, vivevano meglio di
prima. D’altra parte, la grande massa disperata del popolo, del popolo
dell’Abisso, si abbandonava a un abbrutimento apatico e soddisfatto di
tanta miseria. Dei proletarî di forza eccezionale, che si distinguevano
dal gregge, gli Oligarchi si impadronivano, migliorando le loro
condizioni e ammettendoli nelle caste operaie o fra i Mercenarî. Così
spariva ogni malcontento, e il proletariato si trovava privato dei suoi
capi naturali.
La condizione dei proletari sprofondati nell’Abisso era pietosa. La
scuola comunale non esisteva più per loro; essi vivevano come bestie,
in tuguri brulicanti e sordidi; marcivano nella miseria e nella
degradazione. Erano state tolte loro tutte le antiche libertà. Era
negata a questi schiavi del lavoro persino la scelta del lavoro. Si
rifiutava loro persino il diritto di mutar residenza, o di possedere
armi. Erano servi, non della terra, come i fittavoli, ma della macchina
del lavoro. Quando si faceva sentire il bisogno del loro aiuto, per
un’impresa straordinaria, come la costruzione di grandi strade, linee
aeree, canali, gallerie, passaggi sotterranei e fortificazioni,
venivano fatte leve in massa nei tugurî dei lavoratori, che, a
diecine di migliaia, volenti o nolenti, erano trasportati sul lavoro.
Un vero esercito di schiavi lavora attualmente per la costruzione
di Ardis, e sono alloggiati in miserabili capanne, dove la vita di
famiglia non è possibile, donde la decenza è bandita, a causa di una
bestiale promiscuità. È proprio là, nel ghetto, la bestia ruggente
dell’Abisso, tanto temuta dagli Oligarchi, che, pure, l’hanno cercata
e l’alimentano, impedendo la scomparsa della scimmia e della tigre
nell’uomo.
Ed anche ora corre voce di una nuova leva progettata per la costruzione
di Asgard, la città meravigliosa, che dovrà superare tutti gli
splendori di Ardis, quando sarà finita.[114] Noialtri rivoluzionarî
cureremo la continuazione di quest’opera colossale, che però non sarà
compiuta da miserabili schiavi. Le mura, le torri e le guglie di questa
città di sogno, s’inalzeranno al ritmo delle canzoni, e la sua bellezza
incomparabile sarà cementata, anzichè da gemiti e sospiri, dall’armonia
e dalla gioia.
Ernesto era molto impaziente di ritrovarsi nel mondo e di riprendere
la sua attività, perchè i tempi sembravano maturi per la nostra prima
rivolta, quella che fallì tanto tristemente, nella Comune di Chicago.
Ma io m’adoperavo a disciplinare il suo animo alla pazienza, e per
tutto il tempo che durò il suo tormento, mentre Hadly, fatto venire
appositamente dall’Illinois, lo trasformavano in un altro uomo,[115]
egli concepiva i grandi progetti di organizzazione del proletariato
istruito, e preparava i piani per mantenere almeno un principio di
educazione nel popolo dell’Abisso, se, s’intende, si fosse avverata
l’ipotesi di uno scacco della prima rivolta.
Solo nel gennaio del 1917 abbandonammo il nostro rifugio. Tutto
era stato previsto. Immediatamente, assumemmo posizione come agenti
provocatori nel gioco del Tallone di Ferro. Io ero creduta sorella
di Ernesto. Quel posto ci era stato dato dagli Oligarchi o dai nostri
compagni autorevoli nella loro cerchia intima. Noi eravamo in possesso
di tutti i documenti necessarî; persino il nostro passato era in
regola. Con l’aiuto della cerchia intima, ciò non era difficile come
si potrebbe credere, perchè nel regno d’ombra in cui era tenuto sempre
il servizio segreto, l’identità rimaneva più o meno nebulosa. Simili
a fantasmi, gli agenti andavano e venivano, obbedivano a ordini,
adempivano al loro dovere, seguivano tracce, facevano rapporti a
ufficiali spesso sconosciuti, o cospiravano con altri agenti che non
avevano mai visti e non avrebbero mai rivisti.
CAPITOLO XXII.
LA COMUNE DI CHICAGO.
La nostra qualità di agenti provocatori non solo ci permetteva di
viaggiare liberamente, ma ci metteva in contatto col proletariato,
e con i nostri compagni rivoluzionarî. Tenevamo il piede
contemporaneamente nei due campi, servendo con ostentazione il Tallone
di Ferro, ma lavorando segretamente e con tutto l’ardore per la Causa.
I nostri erano numerosi nei varî servizî segreti dell’Oligarchia, e,
nonostante le selezioni e i rimaneggiamenti incessanti, non hanno mai
potuto essere eliminati interamente.
Ernesto aveva contribuito in massima parte al piano della prima
rivolta, fissata per i primi della primavera del 1918. Nell’autunno
del 1917, eravamo tutt’altro che preparati, e la rivolta, scoppiando
prematuramente, era destinata a fallire. Naturalmente, in un complotto
così complicato, ogni fretta può essere fatale. Il Tallone di Ferro
l’aveva previsto, e si era all’uopo preparato.
Avevamo stabilito di lanciare il primo attacco contro il sistema
nervoso dell’Oligarchìa. Questa non aveva dimenticato la lezione
ricevuta al tempo dello sciopero generale e si era premunita contro
la defezione dei telegrafisti, impiantando un servizio postale
radiotelegrafico protetto dai Mercenarî. Dal canto nostro avevamo
preso tutti i provvedimenti per parare il contraccolpo. Al segnale
convenuto, da tutti i rifugi dalle città, dagli agglomeramenti, e dai
baraccamenti, sarebbero usciti i compagni devoti, che avrebbero fatto
saltare le stazioni del telegrafo senza fili. In questo modo, fin dal
primo urto, il Tallone di Ferro sarebbe messo a terra e virtualmente
privato delle sue membra.
Nello stesso tempo, altri compagni avrebbero dovuto far saltare con
la dinamite i ponti e le gallerie e rovinare le reti delle strade
ferrate. Gruppi speciali erano designati per impadronirsi dello Stato
Maggiore dei Mercenarî, e della polizia, come pure di alcuni oligarchi
particolarmente abili o che esercitavano importanti funzioni esecutive.
Così i capi del nemico sarebbero stati allontanati dal campo di
battaglia. E questa non avrebbe tardato ad accendersi ovunque.
Molte cose si sarebbero dovute compiere simultaneamente appena
la parola d’ordine fosse stata data. I patrioti del Canadà e del
Messico, di cui il Tallone di Ferro non immaginava neppure la forza
vera, si erano impegnati di assecondare la nostra tattica. Poi
c’erano i compagni (le donne, perchè gli uomini sarebbero stati
impiegati diversamente) incaricati di affiggere i proclami stampati
nelle nostre tipografie clandestine. Coloro, fra noi, che avevano
importanti impieghi nel Tallone di Ferro, avrebbero dovuto cercare con
ogni mezzo di far cadere nel disordine e nell’anarchia tutti i loro
ufficî. Avevamo migliaia di compagni fra i Mercenarî. Il loro compito
consisteva nel far saltare i negozi e rovinare i meccanismi delicati
di tutte le macchine da guerra. Operazioni analoghe avrebbero dovuto
essere compiute nelle città dei Mercenarî e nelle case operaie.