— Sono stato soldato da giovane, — rispose. — Ero in Germania. Là tutti

i giovani devono far parte dell’esercito, e nel reggimento al quale

appartenevo, avevo un compagno della mia età. Suo padre era quello che

voi chiamate un agitatore, ed era stato messo in prigione per delitto

di lesa maestà, ossia per aver detto la verità circa l’Imperatore.

Suo figlio mi parlava spesso del popolo, del lavoro e del modo con

cui viene derubato dai capitalisti. Mi fece vedere le cose sotto un

nuovo aspetto e divenni socialista. Quanto diceva era giusto e bene,

e non l’ho mai dimenticato. Venuto negli Stati Uniti, mi sono messo

in rapporto coi socialisti e mi son fatto accogliere come membro di

una sezione. Era il tempo del S. L. P.[98]. In seguito, quando avvenne

la scissione, sono entrato a far parte del S. P. locale. Lavoravo

allora presso un noleggiatore di cavalli, a San Francisco; prima del

terremoto. Ho pagato le mie quote per ventidue anni. Sono sempre membro

e pago sempre la mia parte, quantunque ora si debba fare ciò in gran

segretezza. Continuerò ad adempiere a questo dovere, e quando avverrà

la Repubblica Cooperativa sarò contento.

Abbandonata a me stessa, feci cuocere la colazione sul fornello a

petrolio e misi in ordine la mia nuova dimora. Spesso, di buon mattino

o verso sera, Carlston veniva fino al mio rifugio e vi lavorava

per una o due ore. Mi riparai dapprima sotto la tela cerata, poi

rizzammo una piccola tenda; dopo, quando fummo certi della sicurezza

del nostro eremo, costruimmo là una piccola casa. Era completamente

nascosta allo sguardo di chi si affacciasse sull’abisso; la vegetazione

lussureggiante di quell’angolo riparato formava una difesa naturale.

D’altronde, la casa fu appoggiata alla parete verticale e in quello

stesso muro, scavammo due piccole camere, puntellate da forti tavole

di quercia, bene aereate e asciutte. Prego credere che avevamo tutti i

nostri comodi. Quando, in seguito, il terrorista tedesco Biendenbach

venne a nascondersi con noi, vi introdusse pure un apparecchio

che distruggeva il fumo: così che potevamo sedere, durante le sere

d’inverno, attorno al fuoco crepitante.

E qui, sento anche il dovere di dir bene di questo terrorista

dall’animo dolce, che fu certamente il più frainteso dei nostri

compagni rivoluzionarî. Biendenbach non ha mai tradito la causa, e

non è stato giustiziato dai suoi compagni, come si suppone. È questa

una frottola inventata dalle creature dell’Oligarchia. Il compagno

Biendenbach era molto distratto e di poca memoria. Fu ucciso da una

delle nostre sentinelle nel rifugio sotterraneo di Carmel perchè

aveva dimenticato i segnali segreti. Fu un errore deplorevole, certo;

ma è assolutamente falso affermare che avesse tradito il suo Gruppo

di Combattimento. Mai uomo più sincero e leale ha lavorato per la

Causa[99].

Sono ormai circa diciannove anni che il rifugio scelto da me è quasi

costantemente abitato, e in tutto questo tempo, tranne un caso, non è

stato mai scoperto da estranei. Eppure era solo a un quarto di miglio

dal padiglione della bandita di Wickson, e a un miglio appena dal

villaggio di Glen Ellen. Tutte le mattine e tutte le sere, sentivo il

treno arrivare e partire, e regolavo il mio orologio secondo il fischio

della fabbrica di mattoni[100].

CAPITOLO XIX.

TRASFORMAZIONE.

— Bisogna che tu ti trasformi interamente, — mi scriveva Ernesto.

— Bisogna cessare di esistere e diventare un’altra donna, non solo

cambiando il modo di vestire, ma perfino pelle sotto l’abito nuovo.

Bisogna che tu ti rifaccia completamente in modo tale, che persino

io non possa riconoscerti, mutando la voce, i gesti, il modo di fare,

l’andatura, tutta, insomma, la persona.

Obbedii a quest’ordine, esercitandomi parecchie ore al giorno a

seppellire definitivamente l’Avis Everhard di un tempo, sotto la

pelle d’una donna nuova che potrei chiamare il mio altro io. Un tale

risultato si può ottenere solo con tenacia di lavoro; infatti, mi

applicavo quasi senza interruzione, perfino intorno ai particolari

minimi della intonazione della mia voce, sinchè la voce del mio nuovo

essere non fu stabile e meccanica. Possedere quest’automatismo era

la condizione prima essenziale per riuscire nello scopo. Bisognava

giungere al punto d’ingannare me stessa. Si prova qualcosa di simile

quando s’impara una nuova lingua, il francese, per esempio. In

principio, si parla in modo cosciente, con uno sforzo di volontà; si

pensa in inglese e si traduce in francese, oppure si legge in francese,

ma si traduce in inglese prima di capire. Poi lo sforzo diventa

automatico; lo studente si trova su un terreno solido; legge, scrive e

pensa in francese senza più ricorrere all’inglese.

Così, per i nostri travestimenti, era necessario che ci esercitassimo

fino a che la nostra parte artificiale fosse diventata reale al punto

che, per ridiventare noi stessi, occorresse uno sforzo di attenzione e

di volontà. In principio, naturalmente, brancicavamo un poco alla cieca

e ci smarrivamo spesso. Stavamo creando un’arte nuova, e c’era molto

da scoprire. Ma il lavoro progrediva ovunque; nuovi maestri sorgevano

in quest’arte, e si veniva formando, a poco a poco, tutta una serie di

trucchi e di espedienti. Questa esperienza divenne come una materia di

manuale che passasse di mano in mano, e faceva parte, per così dire,

del programma di studio della scuola della Rivoluzione[101].

In questo tempo, mio padre scomparve. Le sue lettere, che mi erano

sempre giunte regolarmente, cessarono. Egli non fu più visto nel nostro

appartamento di Pell Street. I nostri compagni lo cercarono ovunque:

tutte le prigioni del paese furono esplorate dai nostri informatori

segreti; ma egli rimase irreperibile, come se la terra lo avesse

inghiottito; e fino ad oggi non è stato possibile avere il minimo

indizio del modo come morì.[102]

Passai mesi di solitudine, nel rifugio, ma non furono vani. La

nostra organizzazione progrediva celermente e montagne di lavoro si

ammucchiavano ogni giorno, attorno a noi. Dalla prigione, Ernesto

e gli altri capi decidevano ciò che si doveva fare, e spettava a

noi, ch’eravamo fuori, eseguire. Il nostro programma comprendeva,

per esempio, la propaganda orale, l’organizzazione del metodo di

spionaggio, con tutte le sue ramificazioni; la fondazione di tipografie

clandestine; il nostro treno sotterraneo, come lo chiamavamo, ossia

la possibilità di comunicazione fra i nostri nuovi rifugi, che erano

migliaia, quando era interrotta la catena creata attraverso tutti i

paesi.

Per questo, come dissi, il lavoro non era mai finito. Dopo sei mesi, il

mio isolamento fu rotto dalla venuta di due compagne: due giovanette,

brave e buone creature appassionate per la libertà: Lora Peterson, che

sparì nel 1922, e Kate Bierce che sposò, poi, Du Bois[103], e che vive

ancora con noi, in attesa della novella aurora.

Giunsero in uno stato febbrile, quale si può immaginare in due

giovinette sfuggite a un pericolo improvviso di morte. Tra l’equipaggio

del battello da pesca che le trasportava, attraverso la baia di San

Pablo, c’era una spia, una creatura del Tallone di Ferro; un tale che

era riuscito a farsi credere rivoluzionario e a penetrare profondamente

nei segreti della nostra organizzazione. Senza dubbio, era sulle mie

tracce, perchè sapevamo da tempo che la mia scomparsa aveva preoccupato

seriamente il servizio segreto dell’oligarchia. Fortunatamente, come si

potè vedere in seguito, non aveva rivelato a nessuno la sua scoperta.

Evidentemente aveva rimandato il suo rapporto a più tardi, sperando di

condurre a buon fine l’impresa di trovare il mio asilo e impadronirsi

della mia persona. Le sue informazioni perirono con lui. Con un

pretesto qualsiasi, quando le giovanette sbarcarono a Petaluna Creek, e

salirono a cavallo, egli pure abbandonò il battello.

Cammin facendo, sul pendìo del monte Sonoma, John Carlston lasciò che

le figliole andassero avanti sul suo cavallo, e ritornò indietro a

piedi. Insospettito, egli s’impadronì della spia, e dal racconto che ci

fece, potemmo formarci un concetto di ciò che era avvenuto, nonostante

la mancanza di immaginazione del narratore.

— Gli ho dato la lezione che meritava, — disse semplicemente. — Gli

ho dato la lezione che meritava, — ripetè; e una luce sinistra gli

splendeva negli occhi; e le mani, deformate dal lavoro, gli si aprivano

e chiudevano eloquentemente. — Non ha fatto chiasso. Ora l’ho nascosto,

e questa notte lo sotterrerò profondamente.

Durante questo periodo di tempo, mi stupivo spesso della mia

metamorfosi che, a volte, mi sembrava persino inverosimile, sia forse

perchè ero vissuta nella tranquillità di una città universitaria,

sia perchè ero diventata una rivoluzionaria agguerrita alle scene di

violenza e di morte. L’una o l’altra di queste due cose mi sembrava

impossibile: se l’una era vera, l’altra doveva essere un sogno;

ma quale delle due era vera? La mia vita attuale di rivoluzionaria

nascosta in un buco era forse un sogno? Oppure potevo credermi una

ribelle sognante un’esistenza anteriore in cui non avevo conosciuto

nulla di più eccitante del thè o del ballo, le riunioni, le discussioni

in contraddittorio, e le conferenze? Ma, dopo tutto, credo che fosse

un’esperienza comune a tutti i compagni schierati sotto la bandiera

rossa della società umana.

Ricordavo spesso persone di quell’altra esistenza, e in modo strano

esse apparivano e sparivano di tanto in tanto nella mia nuova vita.

Tale, il caso del Vescovo Morehouse. Invano l’avevamo cercato, dopo lo

sviluppo della nostra organizzazione; era stato trasferito di manicomio

in manicomio. Avevamo seguito le sue tracce dal manicomio di Napa a

quello di Stockton e di là al manicomio della valle di Santa Clara,

chiamato Agnews, ma a questo punto si perdevano le tracce. Il suo atto

di morte non esisteva. Certo era scappato, in un modo o in un altro.

Non immaginavo punto le terribili circostanze in cui lo avrei rivisto,

meglio intravedendo nel turbine micidiale della Comune di Chicago.

Non rividi più Jackson, l’uomo che aveva perduto un braccio nelle

filande della Sierra e che era stato la causa occasionale della mia

conversione alla Rivoluzione, ma sapevamo tutti ciò che aveva fatto

prima di morire. Non si era mai unito ai rivoluzionarî. Inasprito

dal destino avverso, covando nel cuore il ricordo del male che gli

avevano fatto, diventò anarchico, non nel senso filosofico, ma come

un qualunque animale spinto dall’odio e dal desiderio di vendetta.

E si vendicò e bene. Una notte, mentre tutti dormivano nel Palazzo

Personwaithe, eludendo la vigilanza delle sentinelle, fece saltare in

aria la casa. Neppur uno sfuggì al massacro, neppure le sentinelle.

E nella prigione dove aspettava la sentenza, l’autore del disastro si

soffocò sotto le coperte.

Molto diversi da questo furono i destini del dottore Hammerfield e del

dottor Ballingford: rimasti fedeli al loro padrone, furono ricompensati

con palazzi vescovili, ove vivono in pace col mondo. Tutt’e due sono

apologisti dell’Oligarchia, e tutti e due sono diventati grassi.

— Il dottor Hammerfield. — spiegò un giorno Ernesto, — è riuscito a

modificare la sua metafisica in modo da poter assicurare al Tallone di

Ferro la sanzione divina, poi a farvi entrare largamente l’adorazione

della bellezza, e in ultimo a ridurre allo stato di spettro invisibile

il vertebrato gasoso di cui parla Hackel. La differenza fra il dottor

Hammerfield e il dottor Ballingford consiste in ciò, che quest’ultimo

concepisce il Dio degli Oligarchi come un po’ più gasoso e un po’ meno

vertebrato.

Pietro Donnelly, capo operaio giallo delle filande della Sierra,

che avevo incontrato durante la mia inchiesta per il caso Jackson,

preparava a tutti una sorpresa. Nel 1918 assistevo ad una riunione dei

Rossi di San Francisco. Di tutti i nostri Gruppi di Combattimento era

questo il più formidabile, il più feroce e senza pietà. Non faceva

proprio parte della nostra organizzazione; i suoi membri erano dei

pazzi, dei fanatici; al punto che noi non osavamo incoraggiare il

loro stato d’animo. Però eravamo in rapporti amichevoli con loro,

sebbene non fossero dei nostri. Ero là, quella sera, per una faccenda

di capitale importanza; in mezzo a una ventina di uomini, ero la sola

non mascherata. Sbrigata la faccenda, fui accompagnata da uno di loro.

Passando in un corridoio buio, la mia guida accese un fiammifero,

l’avvicinò al viso e si tolse la maschera. Intravidi i lineamenti

appassionati di Pietro Donnelly, poi il fiammifero si spense.

— Volevo solo farvi vedere che ero io, — disse nell’oscurità. —

Ricordate Dallas, il sopraintendente?

Ricordai la faccia di volpe di quell’uomo.

— Ebbene, l’ho aggiustato come si meritava, per primo, — disse

Donnelly, con orgoglio. — Poi mi son fatto accogliere tra i Rossi.

— Ma come mai siete qui? — chiesi. — E vostra moglie? E i vostri

bambini?

— Morti, — rispose. — Per questo, sono qui... No, — proseguì vivamente

— non per vendicarli; sono morti tranquillamente, nel loro letto, per

malattia.... Capirete, un giorno o l’altro doveva accadere! Finchè li

avevo, le mani erano legate; ora che non ci sono più, vendico la mia

virilità sciupata. Un tempo ero Pietro Donnelly, capo operaio giallo,

ma oggi sono il Numero 27 dei Rossi di San Francisco. Venite, vi farò

uscire.

Udii parlare ancora di lui parecchio tempo dopo. Aveva detto la verità

a modo suo, dicendomi che tutti i suoi erano morti: gli mancava

un figlio, Timoteo, che egli considerava come morto, perchè si era

arruolato con i Mercenarî dell’Oligarchìa.[104] Ogni membro dei Rossi

di San Francisco s’impegnava, con giuramento, di compiere dodici

esecuzioni all’anno, e di uccidersi se non fosse riuscito nell’intento.

Le esecuzioni non erano però arbitrarie. Quel gruppo di esaltati si

riuniva spesso e pronunciava sentenze a serie contro membri e servitori

dell’Oligarchìa che si erano esposti alla sua vendetta. Il compito

delle esecuzioni veniva poi assegnato a sorte.

La faccenda che mi aveva condotto là, quella sera, era precisamente

un verdetto del genere. Uno dei nostri compagni, che da molti anni era

riuscito a mantenere il suo posto come commesso nell’ufficio locale del

servizio segreto del Tallone di Ferro, aveva svegliato i sospetti dei

Rossi di San Francisco, che l’avevano condannato. La sentenza sarebbe

stata letta quel giorno stesso. Naturalmente egli non era presente; i

suoi giudici ignoravano che fosse uno dei nostri. La mia missione era

di testimoniare della sua identità e lealtà. Si chiederà come fossi

informata di questa faccenda. La spiegazione è molto semplice: uno dei

nostri agenti segreti faceva parte dei Rossi di San Francisco. Era

necessario seguir le mosse sia degli amici, che dei nemici; e quel

gruppo di fanatici era troppo importante, per sfuggire alla nostra

sorveglianza.

Ma ritorniamo a Pietro Donnelly e a suo figlio. Tutto andò bene per

il padre fino al giorno in cui, nel gruppo estratto a sorte fra i

condannati da giustiziare, la cui esecuzione spettava a lui, trovò il

nome di suo figlio. Allora si risvegliò in lui l’istinto paterno che un

tempo era così forte in lui. Per salvare suo figlio tradì i compagni.

Il suo disegno fu in parte sventato; ciononostante, una dozzina di

Rossi di San Francisco furono giustiziati e il Gruppo venne quasi

distrutto. Per rappresaglia, i sopravvissuti fecero fare a Donnelly la

fine che meritava pel suo tradimento. Suo figlio non gli sopravvisse a

lungo; i Rossi di San Francisco s’impegnarono con giuramento solenne

di sopprimerlo. L’Oligarchìa fece tutti gli sforzi per salvarlo: lo

trasferì da una parte all’altra del paese; tre Rossi perdettero la vita

per catturarlo. Il gruppo si componeva solo di uomini, ma alla fine

ricorsero a una donna, a una delle nostre compagne, ad Anna Roylston.

Il nostro gruppo intimo le proibì di accettare quella missione ma

da essa che aveva sempre avuto una volontà propria e sdegnava ogni

disciplina, e inoltre era intelligente ed attirava la simpatia, non si

poteva ottenere nulla. Formava un tipo a sè, diverso da qualsiasi altro

tipo di rivoluzionaria. Nonostante il nostro divieto, essa si ostinò e

volle compiere quell’atto.

Anna Roylston era una creatura veramente seducente, cui bastava

un cenno per sedurre un uomo. Aveva già infiammato i cuori di

numerosi nostri giovani compagni e ne aveva attratti altri alla

nostra organizzazione. Pertanto, rifiutava sempre di sposarsi. Amava

teneramente i bimbi, ma pensava che un bambino suo l’avrebbe distratta

dalla Causa, alla quale aveva dedicato la vita.

Fu un gioco semplicissimo per Anna Roylston la conquista del cuore di

Timoteo Donnelly. Essa non provò nessun rimorso di coscienza, perchè

proprio in quel tempo avvenne il massacro di Nashville, nel quale i

Mercenarî, agli ordini di Donnelly, assassinarono ottocento tessitori

di quella città. Ma essa non uccise Donnelly con le sue mani; lo

consegnò prigioniero nelle mani dei Rossi di San Francisco. Questo

avvenne l’anno scorso. Ora essa è stata ribattezzata: i Rivoluzionari

la chiamano la «Vergine Rossa»[105].

Il Colonnello Ingram e il Colonnello Van Gilbert sono due personaggi

fra i più noti, che finii col conoscere in seguito. Il Colonnello

Ingram s’innalzò molto nell’Oligarchia, e diventò ambasciatore di

Germania, e fu cordialmente detestato dal proletariato dei due paesi.

Lo conobbi a Berlino, quando, spia internazionale, accreditata presso

il Tallone di Ferro mi ricevette in casa sua e mi diede un prezioso

aiuto. Posso dichiarare ora, che il mio doppio incarico mi permise di

compiere alcune cose di grande importanza per la Rivoluzione.

Il colonnello Van Gilbert divenne celebre col nome di Van Gilbert il

rabbioso. Sua opera principale fu la collaborazione al nuovo codice,

dopo la Comune di Chicago. Ma già prima, come giudice criminale, si era

attirato una condanna di morte, per la sua demoniaca cattiveria. Io fui

una delle persone che lo giudicarono e condannarono: e Anna Roylston

eseguì la sentenza.

Ancora uno spettro della mia vita anteriore: l’avvocato di Jackson,

Giuseppe Hurd, era davvero l’ultimo uomo che mi aspettassi di rivedere,

e fu uno strano incontro, il nostro. Due anni dopo la Comune di

Chicago, una sera, a tarda ora, Ernesto ed io arrivammo insieme al

rifugio di Benton Harbour nel Michigan, sulla riva del lago opposta a

quella di Chicago, proprio quando stava terminando il processo di una

spia. La sentenza di morte era stata pronunciata e si stava trascinando

il condannato. Appena c’intravide, sfuggì dalle mani dei guardiani e si

precipitò ai miei piedi, abbracciandomi le ginocchia come in una morsa,

implorando pietà, come in delirio. Quando alzò verso di me il suo viso

spaventato riconobbi Giuseppe Hurd. Ora, di tutte le scene terribili

che ho visto, nessuna mi ha commosso tanto quanto lo spettacolo

di quella creatura disperata, che implorava grazia. Attaccato

disperatamente alla vita, si avvinghiava a me nonostante gli sforzi di

molti compagni per distaccarlo. E quando alla fine lo trascinarono via,

io caddi a terra svenuta. È meno terribile veder morire uomini forti,

che sentire un vile implorare la vita.[106]

CAPITOLO XX.

UN OLIGARCA PERDUTO.

I ricordi della mia vita passata mi hanno spinta troppo oltre nella

storia della mia vita nuova. La liberazione in massa dei nostri

amici prigionieri avvenne alquanto tardi, nel corso del 1915. Sebbene

complicata, simile impresa avvenne senza incidenti, con un successo che

fu per noi un onore e un incoraggiamento. Da una quantità di prigioni,

di prigioni militari, di fortezze disseminate da Cuba alla California,

liberammo, in una sola notte, cinquantuno dei nostri Congressisti

su cinquantadue, e più di trecento agitatori. Non ci fu il benchè

minimo incidente: non solo scapparono tutti, ma tutti raggiunsero i

ricoveri loro preparati. Il solo dei nostri rappresentanti che non

facemmo evadere fu Arthur Simpson, già morto a Cabanyas, dopo crudeli

sofferenze.

I diciotto mesi che seguirono, segnano forse il tempo più felice della

mia vita con Ernesto: durante quest’epoca, non ci siamo lasciati un

istante, mentre, più tardi, rientrati nel mondo, abbiamo dovuto vivere

spesso separati. L’impazienza con cui aspettavo quella sera l’arrivo

di Ernesto era grande come quella che provo oggi davanti alla rivolta

imminente. Ero stata così a lungo, senza vederlo, che impazzivo quasi

all’idea che il minimo contrattempo nei nostri disegni potesse tenerlo

ancora prigioniero nella sua isola. Le ore mi sembravano secoli. Ero

sola. Biedenbach e tre giovanotti nascosti nel nostro ricovero si erano

appostati dall’altro lato della montagna, armati e pronti a tutto.

Credo infatti che quella notte, in tutto il paese, tutti i compagni

fossero fuori dei loro rifugi.

Quando il cielo impallidì per l’avvicinarsi dell’aurora, intesi

dall’alto il segnale convenuto e mi affrettai a rispondere.

Nell’oscurità, per poco non abbracciai Biedenbach che scendeva per il

primo, ma un istante dopo ero nelle braccia di Ernesto. Mi accorsi in

quel momento, tanto la trasformazione era profonda, che dovevo fare uno

sforzo di volontà per ridiventare l’Avis Everhard di un tempo, coi suoi

modi, il suo sorriso, le sue frasi e le sue intonazioni di voce. Solo

a forza di attenzione, riuscivo a conservare la mia antica identità.

Non potevo permettermi di dimenticarmi un attimo, tanto imperativo era

diventato l’automatismo della mia personalità acquisita.

Quando fummo rientrati nella nostra piccola capanna, la luce mi permise

di esaminare il volto di Ernesto. Tranne il pallore, acquistato durante

il soggiorno in carcere, non c’era — o mi pareva di non vedere — alcun

cambiamento in lui. Era sempre lo stesso: il mio amante, il mio marito,

il mio eroe. Solo una specie di ascetismo gli affinava un poco le linee

del volto, conferendogli un’espressione di nobiltà che ingentiliva

l’eccesso di vitalità tumultuosa che gl’improntava prima il viso.

Forse era diventato un po’ più grave, ma una luce allegra gli luceva

sempre negli occhi. Sebbene fosse dimagrito di una ventina di libbre,

conservava forme perfette, avendo sempre esercitato i muscoli durante

la prigionia, ed erano di ferro. In realtà era in condizioni migliori

che alla sua entrata in carcere. Parecchie ore passarono prima che la

sua testa si posasse sul guanciale e che si addormentasse sotto le mie

carezze. Io non potei chiudere occhio. Ero troppo felice e non avevo

diviso con lui le fatiche dell’evasione e della corsa a cavallo.

Mentre Ernesto dormiva, cambiai gli abiti, aggiustai in altro modo

i miei capelli, ripresi la mia nuova personalità; quella automatica.

Quando Biedenbach e gli altri compagni si svegliarono, mi aiutarono

a ordire una piccola burla. Tutto era pronto ed eravamo nella piccola

camera sotterranea che serviva da cucina e da sala da pranzo, quando

Ernesto aprì l’uscio ed entrò. In quel momento, Biedenbach mi chiamò

col nome di Maria, ed io mi rivolsi a lui per rispondergli. Guardai

Ernesto con l’interesse curioso che una giovane compagna manifesterebbe

vedendo per la prima volta un eroe tanto noto della Rivoluzione. Ma lo

sguardo di Ernesto si fermò appena su me, e, fece il giro della camera,

cercando impazientemente qualche altro. Gli fui allora presentata col

nome di Maria Holmes.

Per completare la scena avevamo preparato un posto a tavola in più, e,

sedendoci, lasciammo una sedia vuota. Avevo una gran voglia di gridare

vedendo crescer l’ansia di Ernesto. E non potei trattenermi a lungo.

— Dov’è mia moglie? — chiese egli bruscamente.

— Dorme ancora, — risposi.

Era il momento critico, ma la mia voce gli era nuova, ed egli non

riconobbe nulla di famigliare in essa. Il pasto continuò. Parlai

molto, con esaltazione, come avrebbe potuto fare l’ammiratrice di un

eroe, mostrando chiaro come il mio eroe fosse lui. La mia ammirazione

entusiastica giunge presto al parossismo, e, prima che egli possa

indovinare la mia intenzione ecco che gli getto le braccia al collo

e lo bacio sulla bocca. Mi allontana, e lancia intorno uno sguardo

incerto e seccato... I quattro uomini si misero a ridere; seguirono

le spiegazioni. Ernesto rimase dapprima incredulo: mi esaminava

attentamente, e sembrava quasi convinto, poi alzava la testa e non

voleva più credere. Solo quando, ridiventata l’Avis Everhard di un

tempo, gli mormorai all’orecchio i segreti noti esclusivamente a lei e

a lui, finì coll’accettarmi come sua vera moglie.

Dopo, durante il giorno mi prese fra le braccia, manifestando un grande

imbarazzo e attribuendosi sensazioni da poligamo.

— Sei la mia cara Avis, — disse —, ma sei pure un’altra. Essendo due

donne in una, tu costituisci il mio _Harem_. Comunque, per il momento,

siamo al sicuro. Ma se gli Stati Uniti diventassero, per noi, troppo

caldi, avrei tutte le qualità per diventare cittadino turco.[107]

Il tallone di ferro · 第 15 / 22 段