rappresentanti di questo partito sparirono dal Congresso. Furono
istruiti processi per alto tradimento e il posto di essi fu occupato
da creature del Tallone di Ferro. I socialisti formavano la minoranza e
sentivano avvicinarsi la fine.
Il Congresso e il Senato erano ormai soltanto vani fantocci. Le
questioni pubbliche vi erano gravemente dibattute e votate secondo le
forme tradizionali, ma servivano solo a convalidare con una procedura
costituzionale, gli atti della Oligarchia.
Ernesto era nel fitto della mischia quando sopraggiunse la fine;
avvenne durante la discussione di un disegno di legge per l’assistenza
agli scioperanti. La crisi dell’anno precedente aveva abbassato
numerose masse del proletariato a un livello inferiore a quello della
carestia, e il propagarsi e il prolungarsi dei disordini ve le tenevano
sempre più. Milioni di persone morivano di fame, mentre gli oligarchi
e loro sostenitori si rimpinzavano a dismisura[91]. Chiamavamo
quegli infelici, il popolo dell’abisso[92]: e per alleviare le loro
sofferenze, i socialisti avevano presentato quel disegno di legge, che
al Tallone di Ferro non piacque. Esso aveva il suo modo di vedere, per
la sistemazione del lavoro di milioni di esseri, e siccome questo modo
di vedere non era il nostro, così aveva dato ordini affinchè il nostro
disegno fosse respinto.
Ernesto ed i suoi compagni sapevano che il loro sforzo sarebbe stato
vano, ma, stanchi di essere tenuti nell’incertezza, desideravano una
decisione qualunque. Non potendo ottener nulla, speravano almeno di
porre termine a quella farsa legislativa in cui erano costretti a
rappresentare una parte passiva. Ignoravamo quale aspetto avrebbe
assunto la scena finale; ma non l’avremmo mai immaginata più drammatica
di quale avvenne in realtà.
Quel giorno, mi trovavo nella tribuna riservata al pubblico. Sapevamo
tutti che sarebbe accaduto qualche cosa di terribile. Un pericolo
incombeva, e la sua presenza era là, visibile nell’atteggiamento delle
truppe allineate nei corridoi e degli ufficiali raggruppati alle porte
della sala. L’oligarchia stava evidentemente per isferrare un gran
colpo.
Ernesto aveva preso la parola, e descriveva le sofferenze dei
disoccupati, come se accarezzasse la folle speranza di intenerire
quei cuori e quelle coscienze; ma i membri repubblicani e democratici
sogghignavano e si burlavano di lui, interrompendolo con esclamazioni e
rumori.
Ernesto mutò tattica improvvisamente.
— So benissimo che nulla di quanto dico potrà influire su voi, —
esclamò —: non avete anima. Siete degl’invertebrati, dei rammolliti.
Vi chiamate pomposamente repubblicani e democratici, ma non esiste un
partito di questo nome: in questa Camera non ci sono nè repubblicani,
nè democratici. Non siete altro che adulatori e mezzani delle creature
della plutocrazia. Parlate all’antica del vostro amore per la libertà,
voi che portate sulle spalle il marchio rosso del Tallone di Ferro.
La sua voce fu coperta dalle grida: «Abbasso! abbasso!», ed egli
aspettò, sdegnosamente, che il chiasso si fosse calmato. Allora,
aprendo le braccia, come per abbracciarli tutti, volgendosi verso i
suoi compagni, gridò:
— Ascoltate il muggito delle bestie ben pasciute!
Il rumore riprese più forte: il presidente batteva sul tavolo per
ottenere il silenzio, e guardava di sottecchi verso gli ufficiali
ammucchiati alle porte. Ci furono delle grida di: «Sedizione!», e un
membro di New York, noto per la sua rotondità, lanciò l’epiteto di:
«Anarchico!».
L’aspetto di Ernesto non era dei più rassicuranti: tutto il suo
spirito combattivo vibrava; la sua espressione era quella di un animale
aggressivo. Pure, rimaneva calmo e padrone di sè.
— Ricordate, — gridò con una voce che dominò il tumulto, — voi che non
mostrate alcuna pietà per il Proletariato, ricordate che verrà giorno
in cui il Proletariato non avrà pietà di voi.
Le grida di: «Sedizioso! Anarchico!» raddoppiarono.
— So che non voterete questo disegno di legge, — continuò Ernesto.
— Avete avuto dai vostri padroni l’ordine di votare contro. E osate
trattarmi da anarchico, voi che avete distrutto il governo del popolo,
voi che apparite in pubblico con la vostra vergognosa livrea rossa! Non
credo nel fuoco dell’inferno, ma a volte mi spiace, e sono tentato di
crederci, in questo momento, perchè lo zolfo e la pece non sarebbero
di troppo per punire i vostri delitti, come meriterebbero. Finchè
esisteranno i vostri simili, l’inferno sarà una necessità cosmica.
Ci fu un movimento alle porte. Ernesto, il presidente e tutti i
deputati guardarono in quella direzione.
— Perchè non ordinate ai vostri soldati di entrare, di adempiere
al loro compito, signor presidente? — chiese Ernesto. — Essi vi
servirebbero e accontenterebbero subito.
— Ci sono altri piani in vista, — fu la risposta —: per questo sono qui
i soldati.
— Piani contro di noi, suppongo, — schernì Ernesto. — Assassinio o roba
del genere.
Alla parola «assassinio» il tumulto ricominciò. Ernesto non poteva più
farsi sentire, ma rimaneva in piedi, aspettando la calma. In questo
momento avvenne ciò che avvenne. Dal mio posto, sulla tribuna, non vidi
altro che il lampo di un’esplosione, e il suo rumore mi stordì: vidi
Ernesto vacillare e cadere fra una nuvola di fumo, mentre i soldati
si precipitavano in tutti gli spazi liberi. I suoi compagni in piedi,
inferociti, erano pronti a qualsiasi violenza, ma Ernesto li calmò in
un attimo, ed agitò le braccia per imporre loro silenzio.
— È un complotto, state attenti! — gridò loro con ansia. — Non vi
movete, o sarete tutti uccisi.
Detto questo, si abbandonò lentamente, proprio quando i soldati
giungevano sino a lui. Un istante dopo, fecero sgombrare le tribune
e non vidi più nulla. Non mi permisero di avvicinarlo, sebbene fosse
mio marito; anzi, appena ebbi detto il mio nome, fui arrestata.
Contemporaneamente furono arrestati tutti i membri socialisti del
Congresso, presenti a Washington, compreso l’infelice Simpton,
obbligato a letto da una febbre tifoidea.
Il processo fu rapido: tutti erano già condannati. Quanto a Ernesto,
come per miracolo, non fu giustiziato. Fu uno sbaglio dell’oligarchia,
che le costò caro. In quel tempo, essa era troppo sicura di sè:
inebriata del successo, non credeva che un manipolo di eroi potesse
avere la forza di minare la sua solida base. Domani, quando scoppierà
la grande rivolta, e tutto il mondo acclamerà al passo delle folle in
marcia, l’oligarchia capirà, ma troppo tardi, fino a qual punto si sia
ingigantita l’eroica banda.[93]
Essendo io stessa rivoluzionaria e fiduciaria delle speranze, dei
timori e dei disegni segreti, posso meglio d’ogni altro rispondere
all’accusa lanciata contro di loro, di aver fatto esplodere quella
bomba al Congresso. E posso affermare sicuramente, senza riserva nè
dubbio, che i socialisti, sia quelli del Congresso, sia quelli di
fuori, erano estranei all’esplosione. Non sappiamo chi abbia lanciato
l’ordigno, ma siamo sicuri che non fu lanciato da nessuno dei nostri.
D’altra parte, diversi indizî tendono a dimostrare che il Tallone di
Ferro sia il responsabile di quell’atto. Naturalmente, non possiamo
provarlo, e la nostra conclusione è solo fondata su presupposti.
Ecco i fatti, quali li conosciamo. Era stato indirizzato al Presidente
della camera, dagli agenti segreti del Governo, un messaggio per
prevenirlo che i membri socialisti del Congresso avrebbero usato
una tattica terroristica, e che avevano già fissato il giorno per
eseguirlo. Quel giorno, era precisamente quello dell’esplosione. Per
precauzione, il Campidoglio era stato circondato dalla truppa. Ma
siccome noi non sapevamo nulla della faccenda della bomba, e che una
bomba era scoppiata realmente, e che le autorità avevano provveduto
alla difesa in previsione dell’esplosione, è naturale concludere che
il Tallone di Ferro ne sapesse qualche cosa. Affermiamo inoltre che il
Tallone di Ferro fu colpevole di quell’attentato, che preparò ed eseguì
con lo scopo di accollarcene la responsabilità, e di causare con ciò la
nostra rovina.
Dal Presidente, l’avvertimento passò a tutti i membri della Camera
che indossavano la livrea rossa. Durante il discorso di Ernesto, essi
sapevano che un atto di violenza sarebbe stato commesso; e bisogna
render loro questa giustizia: essi credevano sinceramente che sarebbe
stato commesso dai socialisti. Al processo, sempre in buona fede, molti
testimoniarono che avevano veduto Ernesto prepararsi per lanciare la
bomba, scoppiata prima del tempo. Naturalmente non avevano veduto nulla
di ciò, ma, nella loro fantasia eccitata dalla paura, credevano di aver
veduto.
In tribunale. Ernesto fece la seguente dichiarazione:
«È ragionevole ammettere che se avessi avuto l’intenzione di lanciare
una bomba avrei scelto una così piccola bomba, inoffensiva? Non c’era
neppure dentro polvere bastante. Ha fatto molto fumo, ma non ha ferito
alcuno tranne me. È scoppiata proprio ai miei piedi e non mi ha ucciso.
Credetemi, quando mi immischierò in simili faccende e vorrò adoperare
macchine infernali, farò danni maggiori. Non ci sarà solo fumo ne’ miei
petardi».
Il pubblico ministero replicò che la debolezza dell’ordigno era
dovuta a errore dei socialisti, e così l’esplosione intempestiva,
avendo Ernesto lasciato cadere l’ordigno, per nervosismo. E
quest’argomentazione era rafforzata dalla testimonianza di coloro che
pretendevano di aver visto Ernesto maneggiare la bomba e lasciarla
cadere.
Dal canto nostro, nessuno sapeva come fosse stata lanciata. Ernesto
mi disse che un attimo prima dell’esplosione aveva sentito e veduto
battere il pavimento vicino a lui. Lo affermò pure al processo,
ma nessuno credette. D’altronde, la cosa era «cucinata», secondo
l’espressione popolare. Il Tallone di Ferro aveva deciso di
distruggerci e non c’era da lottare contro di lui.
Secondo un proverbio, la verità finisce sempre col trionfare:[94]
comincio a dubitarne. Diciannove anni sono trascorsi, e con tutti
i nostri sforzi incessanti, non siamo riusciti a scoprire l’autore
del lancio della bomba. Evidentemente dev’essere stato un agente del
Tallone di Ferro, ma non siamo mai riusciti a raccogliere il benchè
minimo indizio sulla sua identità, ed oggi non rimane che classificare
la cosa fra gli enigmi storici.
CAPITOLO XVIII.
ALL’OMBRA DEL MONTE SONOMA.
Non ho molto da dire di ciò che mi accadde personalmente in questo
periodo di tempo, se non che fui tenuta sei mesi in carcere, senza
alcuna imputazione di reato. Ero semplicemente classificata fra i
sospetti, parola terribile che doveva essere ben presto conosciuta da
tutti i rivoluzionarî. Pertanto, il nostro servizio segreto, ancora in
formazione, cominciava a funzionare. Verso la fine del secondo mese di
prigionia, uno dei miei carcerieri mi si rivelò come un rivoluzionario,
in rapporto con la nostra organizzazione. Alcune settimane dopo,
Giuseppe Parkhurst, che era appena stato nominato medico delle
carceri, si fece conoscere come membro di uno dei nostri Gruppi di
Combattimento.
Così, attraverso tutta la trama dell’oligarchia, la nostra
organizzazione tesseva insidiosamente la sua tela. Ero informata di
quanto avveniva all’estero, e ognuno dei nostri capi reclusi era in
relazione con i nostri bravi compagni, che si celavano sotto la livrea
del Tallone di Ferro. Quantunque Ernesto fosse rinchiuso a tre miglia
di là, sulla costa del Pacifico, io ero continuamente in comunicazione
con lui, così che potemmo corrispondere per mezzo di lettere, con
perfetta regolarità. I nostri capi, prigionieri o liberi, potevano
dunque discutere e dirigere il movimento. Sarebbe stato facile, dopo
alcuni mesi, fare evadere parecchi di essi, ma poichè il carcere non
limitava la nostra attività, risolvemmo di evitare ogni tentativo
prematuro. C’erano in carcere cinquantadue rappresentanti e più di
trecento altri capi rivoluzionarii, che decidemmo di liberare tutti
insieme. L’evasione di pochi avrebbe allarmato gli oligarchi, e,
forse, impedita la liberazione degli altri. D’altra parte, pensavamo
che quella fuga collettiva, organizzata in tutto il paese, avrebbe
avuto sul proletariato un’enorme ripercussione psichica, e che quella
dimostrazione della nostra forza avrebbe ispirato fiducia a tutti.
Fu convenuto, dunque, quando fui rilasciata dopo sei mesi, che avrei
dovuto sparire e preparare un rifugio sicuro per Ernesto. Ma non era
facile; appena in libertà, le spie del Tallone di Ferro mi si misero
alle calcagna. Bisognava far loro perdere le tracce e andare in
California. Riuscimmo nell’intento in un modo abbastanza comico. Aveva
già preso grande sviluppo il sistema dei passaporti alla russa. Se
volevo rivedere Ernesto dovevo far perdere completamente le mie tracce,
perchè, se fossi stata seguita, lo avrebbero ripreso. Non potevo
neppure, però, viaggiare travestita da proletaria: non mi rimaneva
altro espediente se non quello di fingermi un membro dell’oligarchia.
Gli Oligarchi supremi erano pochi, ma migliaia di persone di minor
valore, come i signori Wickson, per esempio, che possedevano milioni,
erano i satelliti degli astri maggiori. Poichè le mogli e le figlie
di questi oligarchi minori erano numerosissime, fu deciso che sarei
passata come una di loro. Anni dopo, la cosa sarebbe stata impossibile,
perchè il sistema dei passaporti fu così perfezionato, che tutti,
uomini, donne e bambini, vennero descritti, e seguiti a passo a passo.
Al momento opportuno le mie spie furono avviate su una falsa traccia.
Un’ora dopo, Avis Everhard non esisteva più, mentre una certa signora
Felida Van Verdighan, accompagnata da due cameriere e da un cane dal
lungo pelo ricciuto, che aveva pure la sua cameriera,[95] entrava nel
salone di un vagone Pullman,[96] che, qualche istante dopo, filava
verso occidente.
Le tre cameriere che mi accompagnavano erano tre rivoluzionarie,
di cui due facevano parte dei Gruppi di Combattimento, e la terza,
Grazia Holbrook, ammessa l’anno seguente a far parte di un gruppo,
fu giustiziata, sei mesi dopo, dal Tallone di Ferro. Questa serviva
il cane! Delle due altre, una, Berta Stok, sparì dodici anni dopo;
l’altra, Anna Roylston, vive ancora e ha parte sempre più importante
nella Rivoluzione[97].
Giungemmo, attraverso gli Stati Uniti, senza il più piccolo incidente,
fino alla California. Quando il treno si fermò a Oakland, alla Stazione
della XVIª Via, scendemmo, e Felicia Van Verdighan scomparve per
sempre, con le due cameriere, il cane e la cameriera del cane. Le tre
giovani andarono con dei compagni fidati, altri si incaricarono di
me. Mezz’ora dopo aver lasciato il treno, ero a bordo di un piccolo
battello da pesca nelle acque della baia di San Francisco. Sbalzati
da terribile raffiche di vento, andammo alla deriva per quasi tutta
la notte. Ma vedevo le luci di Alcatraz dove Ernesto era rinchiuso,
e quella vicinanza mi riconfortava. All’alba, a forza di remi,
raggiungemmo le isole Marin. Là, rimanemmo nascosti tutto il giorno; la
notte seguente, portati dalla marea e spinti dal vento, attraversammo
in due ore la baia di San Pablo e risalimmo il Petaluma Creek.
Un altro compagno mi aspettava con i cavalli, e senza ritardo ci
mettemmo in cammino, al lume delle stelle. A settentrione potevo vedere
la massa indistinta del monte Sonoma, verso il quale eravamo diretti.
Lasciammo alla nostra destra la vecchia città di Sonoma e risalimmo
un canalone che sprofondava nei primi contrafforti della montagna. La
strada, da carreggiabile, divenne sentiero, e poi un semplice passaggio
per le bestie, che finì col perdersi nei pascoli dell’alta montagna.
Raggiungemmo a cavallo la cima del monte Sonoma. Era questo il cammino
più sicuro, perchè nessuno, là, poteva osservare il nostro passaggio.
L’aurora ci sorprese sulla cresta del versante settentrionale, e
l’aria grigia ci vide andare a precipizio, attraverso boschi di
querce intristite nelle gole profonde ancora tiepide in quella fine
d’estate; dove s’inalzavano i maestosi sequoia. Poichè quello era per
me un luogo familiare e caro, io, ora, facevo da guida. Era il mio
nascondiglio, l’avevo scelto io. Entrammo in una prateria abbassando le
sbarre ad un passaggio e l’attraversammo; poi, oltrepassato un piccolo
rialzo ricoperto di querce, discendemmo in una prateria più piccola,
e risalimmo un’altra cresta, questa volta all’ombra dei «mandroños»
e dei «manzanìtas» dorati. I primi raggi del sole ci colpirono la
schiena, mentre salivamo. Un volo di quaglie si levò con rumore dal
bosco; un grosso coniglio attraversò la nostra strada, a salti rapidi e
silenziosi; un daino, al quale il sole indorava il collo e le spalle,
valicò la cresta davanti a noi, e scomparve. Seguimmo per un tratto
la pista dell’animale, discendemmo poi, a picco, seguendo un sentiero
a zig-zag che l’animale aveva disegnato, nel folto di un magnifico
gruppo di sequoia che contornava uno stagno dalle acque fatte oscure
dai minerali disciolti che contenevano. Conoscevo quel cammino sin
nei minimi particolari, perchè un tempo, uno scrittore, mio amico,
aveva posseduto la fattoria. Anch’egli era diventato rivoluzionario,
ma con minor fortuna di me, perchè era già sparito, e nessuno aveva
saputo mai dove nè come fosse morto. Lui solo conosceva il segreto del
nascondiglio verso il quale mi dirigevo. Aveva comperato la fattoria
per la bellezza pittoresca di questa, e l’aveva pagata cara, con
grande scandalo dei fattori del luogo. Si divertiva a raccontarmi come
quand’egli ne diceva il prezzo, costoro alzassero la testa con aria
costernata, e dopo una seria operazione di calcolo mentale, finissero
coll’esclamare: «Non potrete ricavarne il sei per cento».
Ma era morto, e i suoi figli non avevano ereditato la fattoria. Caso
strano, essa apparteneva al signor Wickson, che possedeva attualmente
tutto il pendio orientale e settentrionale del monte Sonoma, dalla
proprietà degli Spreckels fino alla linea di cinta della vallata
Bennett. Ne aveva fatto un magnifico parco di daini, che si stendeva
per migliaia di acri di prateria in pendio dolce, di boschi e di
canaloni, dove gli animali si movevano in libertà, come se fossero
nello stato selvaggio. Gli antichi proprietarî del terreno erano stati
scacciati, e un asilo per deficienti era stato demolito per far posto
ai daini.
Come se non bastasse tutto ciò, il padiglione della bandita del signor
Wickson era situato a un quarto di miglio dal mio rifugio. Ma questo,
anzichè un pericolo, costituiva una garanzia di sicurezza. Saremmo
stati sotto l’egida d’uno degli oligarchi secondarî. Ogni sospetto
sarebbe stato stornato da questo fatto. L’ultimo angolo del mondo, dove
le spie del Tallone di Ferro potessero pensare di cercare Ernesto e me,
sarebbe stato certo il parco dei daini del signor Wickson.
Legammo i nostri cavalli sotto i sequoia, vicino allo stagno. Da
un nascondiglio fatto in un tronco marcio, il mio compagno levò un
rifornimento di oggetti varî: un sacco di farina di cinquanta libbre,
scatole di conserva di ogni specie, utensili da cucina, coperte di
lana, tele cerate, libri e l’occorrente per scrivere, un grosso pacco
di lettere, un bidone di cinque galloni di petrolio, e un gran rotolo
di grossa corda. Quell’approvvigionamento era tanto considerevole, che
ci sarebbero voluti numerosi viaggi per trasportarlo al nostro asilo.
Per fortuna, il rifugio non era lontano. Mi caricai del pacco di corda
e, per prima, mi inoltrai in un fitto di arbusti e di viti vergini
intrecciate, che formavano, fra due monticelli boscosi, come un viale
verde, che finiva bruscamente sul letto scosceso d’un corso d’acqua.
Era questo un piccolo ruscelletto alimentato anche da sorgenti, che
i più forti calori dell’estate non inaridivano mai. Da ogni parte
sorgevano monticelli boscosi: ce n’erano molti, e sembravano gettati
là, dal gesto negligente di un Titano. S’inalzavano a qualche centinaio
di piedi sulla base, ma erano senza nucleo roccioso, composto solo di
terra vulcanica rossa, la famosa terra color vino della Sonoma. Fra
quei rialzi, il piccolo ruscello si era scavato un letto molto scosceso
e profondamente incassato.
Bisognò lavorar di piedi e di mani, per scendere fino al letto del
ruscello, e, una volta là, per seguirne il corso lungo un centinaio di
piedi. Allora arrivammo al grande abisso. Nulla rivelava l’esistenza
di quel baratro, che non era un buco nel vero senso della parola. Ci
si trascinava carponi fra un inestricabile confusione dì arbusti e di
tronchi, e ci si trovava sul margine dell’abisso, e, attraverso una
cortina verde, si poteva approssimativamente giudicare che il baratro
avesse duecento piedi di lunghezza, altrettanti di larghezza, e circa
la metà di profondità. Forse per qualche causa geologica remota,
all’epoca della formazione dei monticelli, e certo per effetto di
un’erosione capricciosa, l’escavazione era avvenuta nel corso dei
secoli, per lo scolo delle acque. La terra nuda non appariva in nessun
punto. Non si vedeva che un tappeto verde, dai sottili capillari,
chiamati capelli di vergine, e felci dorate, agli imponenti sequoia
e pini di Douglas. Questi grandi alberi s’inalzavano perfino sulle
pareti dell’abisso. Alcuni erano inclinati a quarantacinque gradi;
ma la maggior parte sorgevano direttamente dal suolo molle e quasi
perpendicolare.
Era un nascondiglio ideale. Nessuno veniva là, mai, neppure i monelli
del villaggio di Glen-Ellen. Se il buco fosse stato nel letto di
un canalone avente uno o più miglia di lunghezza, sarebbe stato
conosciuto, ma non era così. Da un capo all’altro il corso d’acqua
non aveva più di cinquecento metri di lunghezza. Nasceva a trecento
metri a monte dell’abisso, da una sorgente in fondo a una prateria; a
cento metri a valle, sboccava in aperta campagna, ed arrivava al fiume
attraverso un terreno erboso e ondulato.
Il mio compagno girò la corda attorno a un albero e dopo avermi ben
legata, mi fece scendere. In un istante fui in fondo. In breve, egli
mi mandò, con lo stesso modo, tutte le provviste del nascondiglio. Poi
ritirò la corda, la nascose, e prima di partire mi mandò un cordiale
arrivederci.
Prima di continuare devo dire qualche parola di questo compagno,
John Carlson, umile seguace della Rivoluzione, uno degli innumerevoli
fedeli che costituivano le file dell’esercito. Lavorava presso Wickson,
nelle stalle del padiglione della bandita. Infatti avevamo valicato la
Sonoma, sui cavalli di Wickson. Per circa vent’anni, sino al momento
in cui scrivo, John Carlson è stato la guardia del rifugio, e durante
tutto questo tempo sono sicura che non un solo pensiero sleale ha
sfiorato la sua mente neppure in sogno. Era di un carattere calmo, e
pesante, a tal punto che non si poteva a meno di chiedersi che cosa
fosse per lui la Rivoluzione. Eppure l’amore della libertà proiettava
una luce tranquilla in quell’anima oscura. Sotto certi aspetti era
meglio che non fosse dotato di immaginazione. Non perdeva mai la testa.
Sapeva ubbidire agli ordini, e non era nè curioso, nè chiacchierone.
Gli chiesi un giorno come mai fosse rivoluzionario.