In questo tempo, il resto della classe operaia era trattato più

duramente che mai. Alla maggioranza furono tolti molti dei piccoli

privilegi che godeva; i salarî ed il livello economico si abbassarono

rapidamente; le scuole pubbliche frequentate dal popolo, ben presto

decaddero, e a poco a poco, l’educazione cessò di essere obbligatoria.

Il numero degli analfabeti della nuova generazione crebbe in modo

impressionante.

La conquista da parte degli Stati Uniti del mercato mondiale, aveva

scosso l’insieme del mondo. Le istituzioni e i Governi cadevano e si

trasformavano ovunque. La Germania, l’Italia, la Francia, l’Australia

e la Nuova Zelanda, stavano organizzandosi in repubbliche cooperative.

L’Impero Britannico se ne andava in pezzi. L’Inghilterra era stremata.

L’India era in piena rivolta. Il grido di tutto l’Oriente era:

«L’Asia agli asiatici». E dall’estremo Oriente, il Giappone spingeva

e sollevava le razze gialle e brune contro la razza bianca, e mentre

sognava un impero continentale e si sforzava di avverare il sogno,

distruggeva la sua stessa rivoluzione proletaria. Fu una semplice

guerra di caste, di _Coolies_ contro _Samurai_, e i lavoratori

socialisti furono giustiziati in massa. Quarantamila furono uccisi

nella battaglia per le strade di Tokio, e nell’inutile assalto al

palazzo del Mikado. A Kobe, vi fu un macello; il massacro dei filatori

di cotone, al fuoco delle mitragliatrici, è diventato classico, come il

più terribile esempio di sterminio compiuto dalle macchine moderne di

guerra.

E l’oligarchia giapponese, nata dal sangue, fu la più feroce di tutte.

Il Giappone dominò l’Oriente, e prese per sè tutta la parte asiatica

del mercato mondiale, tranne l’India.

L’Inghilterra riuscì a domare la rivoluzione de’ suoi proletari e a

conservare l’India a costo d’uno sforzo che per poco non la distrusse.

Dovette abbandonare le grandi colonie; perciò i socialisti poterono far

dell’Australia e della Nuova Zelanda delle repubbliche cooperative,

e il Canadà fu perduto per la madre patria. Ma il Canadà soffocò la

rivoluzione socialista con l’intervento del Tallone di Ferro; il quale

aiutava, nello stesso tempo, il Messico e Cuba a reprimere le loro

rivolte.

Il Tallone di Ferro dopo aver saldato in un sol blocco politico tutta

l’America del Nord, dal Canale di Panama all’Oceano Pacifico, si trovò

solidamente piantato nel nuovo mondo.

L’Inghilterra, sacrificando le sue grandi colonie, era riuscita a

salvare l’India, ma anche questa era una vittoria momentanea; aveva

semplicemente ritardato la sua guerra per l’India, col Giappone e il

resto dell’Asia. Era destinata, fra poco, a perdere quella penisola,

e quell’avvenimento a sua volta, sarebbe stato causa di una lotta fra

l’Asia unificata e il resto del mondo.

Mentre la terra intera era dilaniata dai conflitti, negli Stati

Uniti l’avvento della pace era sempre lontano. La defezione dei

grandi Sindacati aveva impedito la rivolta dei nostri proletarî, ma

la violenza regnava ovunque. Oltre i torbidi dei lavoratori, oltre

il malcontento dei fittavoli e dei pochi superstiti della classe

media, sorgeva e si diffondeva una rinascita religiosa. Un ramo della

setta degli Avventisti del Settimo Giorno era sorto, e s’era subito

sviluppato considerevolmente. I suoi fedeli proclamavano la fine del

mondo.

— Non mancava altro, nella confusione universale, — esclamò Ernesto.

— Come sperare che vi sia solidarietà, fra tante tendenze contrarie e

divergenti?

E, realmente, il movimento religioso assumeva uno sviluppo allarmante.

Il popolo, a causa della miseria e della profonda delusione per tutte

le cose terrene, era preparato, pronto e infiammato per un cielo dove

i suoi tiranni industriali sarebbero entrati più difficilmente che un

cammello attraverso la cruna di un ago. Predicatori dagli occhi torvi

vagabondavano di paese in paese, e, nonostante le proibizioni delle

autorità civili e le persecuzioni contro i delinquenti, la fiamma di

questo fanatismo religioso era mantenuta viva da innumerevoli riunioni

segrete.

— Gli ultimi giorni sono venuti! — esclamavano; era cominciata la fine

del mondo! I quattro venti erano scatenati: Iddio agitava i popoli per

la guerra. Era un’opera di visioni e di miracoli, in cui i veggenti e i

profeti erano legioni.

Le persone, a centinaia di migliaia, abbandonavano il lavoro e

fuggivano verso le montagne ad aspettare l’imminente discesa di

Dio e l’ascensione dei centoquarantaquattromila eletti. Ma Iddio

non appariva, ed essi morivano, in gran parte di fame. Nella loro

disperazione, invadevano le fattorie per trovarvi il cibo; il tumulto e

l’anarchia, invadendo anche le campagne, non facevano che esasperare la

disgrazia del povero fittavolo spodestato.

Ma poichè le fattorie e i granai erano proprietà del Tallone di

Ferro, numerose truppe furono mandate nei campi, e i fanatici furono,

con la punta delle baionette, ricondotti al lavoro, nelle città.

Ma continuavano a sollevarsi. I loro capi furono giustiziati per

sedizione, o rinchiusi in manicomî. I condannati andarono al supplizio

con la gioia dei martiri. Il paese attraversava un periodo di contagio

mentale. Perfino nei deserti, nelle foreste, nelle paludi, dalla

Florida all’Alaska, piccoli groppi di indiani sopravvissuti erravano

come fantasmi in attesa dell’avvento dell’atteso Messia.

In questo caos, continuava a inalzarsi, con serenità e sicurezza

quasi prodigiose, la forma del mostro di tutte le età: l’Oligarchia,

che pesando con la sua mano e col suo Tallone di Ferro su tutto

quel groviglio di milioni di esseri, faceva uscire l’ordine dalla

confusione, e poneva le sue fondamenta sullo stesso marciume.

— Aspettate che siamo a posto, — ripetevano i fittavoli. — Ce lo diceva

il signor Calvin, nel nostro appartamento in Pell Street. — Osservate

gli Stati che abbiamo a nostra disposizione: con l’appoggio di voi

socialisti, faremo cantare loro un’altra canzone, appena cominceremo a

esercitare le nostre funzioni.

— Abbiamo dalla nostra, — dicevano i socialisti, — milioni di

malcontenti e di poveri. Alle nostre file si sono aggiunti i fittavoli,

i fattori, la classe media e i giornalieri. Il sistema capitalistico

cadrà in pezzi. Fra un mese manderemo cinquanta rappresentanti al

Congresso. Fra due anni, tutti i posti ufficiali saranno nostri,

da quello della Presidenza Nazionale all’impiego municipale di

accalappiacani.

Al che Ernesto replicava, scotendo il capo:

— Quanti fucili avete? Sapete dove trovare il piombo in quantità?

Quanto alla polvere, credetemi, le combinazioni chimiche sono migliori

dei miscugli meccanici.

CAPITOLO XVI.

LA FINE.

Quando giunse il momento, per Ernesto e per me, di recarci a

Washington, il papà non volle accompagnarci: si era appassionato alla

vita proletaria. Egli considerava il nostro misero rione come un vasto

laboratorio sociologico, e sembrava travolto in una interminabile orgia

di ricerche. Fraternizzava con gli operai, ed era ammesso con intimità

in numerose famiglie; inoltre faceva dei lavori in pelle, essendo

il lavoro manuale, per lui, una distrazione e, nello stesso tempo,

oggetto di osservazioni scientifiche. Vi prendeva gusto e rincasava con

le tasche piene di appunti, sempre pronto a raccontare qualche nuova

avventura. Era il tipo perfetto dello scienziato.

Non era obbligato a lavorare, perchè Ernesto guadagnava, con le sue

traduzioni, tanto da mantenere tutti e tre; ma papà si ostinava a

voler conquistare il suo tipo d’ideale preferito che, a giudicare dalla

varietà delle metamorfosi professionali, doveva essere Proteo.

Non dimenticherò mai la sera in cui ci portò il suo inventario di

merciaio ambulante, venditore di lacci e bretelle, nè il giorno in cui

entrai per comperare della roba nella drogheria d’angolo e fui servita

da lui. Dopo ciò, seppi, senza troppa sorpresa, che era stato per tutta

una settimana, garzone nel bar di fronte a noi. Fu, successivamente,

guardia notturna, rivenditore ambulante di patate, incollatore di

cartellini in un negozio d’imballaggio, facchino in una fabbrica di

scatole di cartone, portatore d’acqua in una squadra impiegata nella

costruzione di una linea tranviaria; e seppi pure che si era fatto

accogliere nel Sindacato dei lavoratori di vasellame, poco tempo prima

che questo fosse sciolto.

Credo che fosse affascinato dall’esempio del vescovo, o, perlomeno,

dall’abito di lavoro di quello, perchè usava anch’egli un camiciotto di

cotone di poco prezzo, e un vestito di tela con una stretta cintura sui

fianchi. Della sua vita antica, conservò solo l’abitudine di cambiarsi

l’abito pel pranzo, o, meglio, per la cena.

Io ero felice, in qualunque luogo, con Ernesto; e la felicità di mio

padre, in quelle condizioni, aumentava la mia.

— Da piccolo, — diceva, — ero molto curioso. Volevo sapere tutti i

perchè e i come. In questo modo, del resto, divenni uno scienziato.

Oggi, la vita mi sembra degna di osservazione, come nella mia infanzia;

e in fondo, è la nostra curiosità che la rende degna d’essere vissuta.

Talvolta, si spingeva a nord di Market Street, nel quartiere dei negozi

e dei teatri, e là vendeva giornali, faceva commissioni, il portiere.

Un giorno, chiudendo lo sportello di una vettura, si trovò a faccia

a faccia con il signor Wickson. E con gran giubilo ci raccontò di

quell’incidente, la sera stessa.

— Wickson mi ha guardato attentamente, mentre chiudevo lo sportello,

e ha mormorato: — Oh! che il diavolo mi porti! — Proprio così si è

espresso: — Oh! il diavolo mi porti! Era arrossito, così confuso, che

ha dimenticato di darmi la mancia. Ma riacquistò il suo spirito ben

presto, giacchè, dopo pochi giri di ruota, la vettura ritornò al punto

di partenza, e Wickson si sporse dal finestrino e si rivolse a me:

— Voi, professore, come mai? Oh! è troppo! Che cosa posso fare per voi?

— Ho chiuso il vostro sportello, — risposi. — Secondo l’uso, potreste

darmi una piccola mancia.

— Non si tratta di questo, — borbottò. — Voglio dire fare qualche cosa

che vi possa giovare.

— Parlava seriamente; provava senza dubbio, un dolore lancinante,

nella sua coscienza indurita. Indugiai un po’ prima di rispondere:

quando apersi la bocca, egli mi ascoltò attentamente: ma avreste dovuto

vederlo quando ebbi finito.

— Ebbene, — dissi, — potreste forse rendermi la casa e le mie azioni

delle Filande della Sierra.

Papà s’interruppe.

— Che cosa rispose? — chiesi con impazienza.

— Nulla: che cosa poteva rispondere? Ma io ripresi la parola: —

Spero che siate felice. — Egli mi guardava con curiosità e sorpresa.

Insistetti: — Ditemi, siete felice? — Immediatamente, diede ordine

al cocchiere di partire, e lo udii che bestemmiava furiosamente. Quel

malnato non mi aveva dato la mancia e tanto meno restituito la mia casa

e i miei poderi. Vedi, dunque, cara, che la carriera di tuo padre, come

_factotum_ di strada, è cosparsa di delusioni.

Per questo amore all’osservazione, papà rimase nel nostro appartamento

di Pell Street, mentre Ernesto ed io andavamo a Washington. L’antico

ordine delle cose era virtualmente morto, e il colpo di grazia stava

per giungere prima di quanto immaginassi. Contrariamente alla nostra

aspettativa, non fu fatto nessun ostruzionismo per impedire ai

socialisti eletti di prendere possesso dei loro seggi al Congresso.

Sembrava che tutto camminasse su delle ruote, e io ridevo di Ernesto

che vedeva perfino in questa facilità come un sinistro presagio.

Trovammo i nostri compagni socialisti pieni di fiducia nelle loro

forze, e pieni di disegni ottimisti.

Alcuni fittavoli eletti al Congresso avevano accresciuto la nostra

potenza; così che elaborammo con loro un programma particolareggiato di

ciò che v’era da fare. Ernesto partecipava lealmente ed energicamente

a questi lavori, quantunque non potesse fare a meno di ripetere, ogni

tanto, e apparentemente fuori di proposito: «Quanto alla polvere,

le combinazioni chimiche valgono meglio dei miscugli meccanici,

credetemi!».

Le cose cominciarono a guastarsi, per i fittavoli, negli Stati di cui

si erano impadroniti con le elezioni: non fu permesso ai nuovi eletti

di prendere possesso della loro carica. I predecessori si rifiutavano

di cedere loro il posto, e, col semplice pretesto di irregolarità

elettorali imbrogliarono le cose in un dedalo di procedura burocratica.

I fittavoli furono ridotti all’impotenza: i tribunali, loro ultima

speme, erano nelle mani dei nemici. Il momento era difficilissimo:

tutto sarebbe stato perduto se i contadini, così ingannati, avessero

fatto appello alla violenza. Noi socialisti impiegavamo tutte le nostre

forze per trattenerli.

Ernesto passò giorni e notti senza chiudere occhio. I grandi capi dei

fittavoli vedevano il pericolo e operavano in perfetto accordo con noi.

Ma tutto questo non servì a nulla: l’oligarchia voleva la violenza, e

mise in azione i suoi agenti provocatori, i quali, indiscutibilmente,

provocarono la rivolta dei contadini.

Questa scoppiò nei dodici Stati. I fittavoli espropriati si

impadronirono, a forza, dei loro Governi. Essendo questo modo di

procedere incostituzionale, gli Stati Uniti misero in moto l’esercito;

gli agenti del Tallone di Ferro eccitavano ovunque la popolazione,

travestiti da artigiani, fittavoli o contadini. A Sacramento, capitale

della California, i padroni erano riusciti a mantenere l’ordine, quando

un nuvolo di poliziotti segreti si rovesciò sulla città condannata. Dei

gruppi composti esclusivamente di spie incendiarono e saccheggiarono

diversi fabbricati e officine, e infiammarono le menti del popolo a

tal punto, che esso si unì con loro nel saccheggio. Per alimentare

questo incendio, fu distribuito l’alcool a flutti nei quartieri poveri.

Poi, quando tutto fu pronto, entrarono in iscena le truppe degli Stati

Uniti, che erano in realtà i soldati del Tallone di Ferro. Undicimila

uomini, donne e bambini, furono fucilati per le strade di Sacramento, o

assassinati nelle case. Il Governo nazionale prese il posto del Governo

di Stato, e tutto fu perduto per la California.

Anche altrove le cose andarono in modo analogo. Tutti gli Stati

dell’Unione delle Fattorie, furono domati con la violenza e affogati

nel sangue. Come sempre, dapprima il disordine era scatenato dagli

agenti segreti e dalle Centurie Nere, poi, immediatamente le truppe

regolari erano chiamate in soccorso. La sommossa e il terrore regnavano

in tutti i distretti.

Giorno e notte fumigavano gl’incendî delle fattorie e dei negozi,

delle città e dei villaggi. Si ricorse all’uso della dinamite: si

fecero saltare ponti, gallerie, deragliare i treni. I poveri fittavoli

furono fucilati e impiccati in massa. Le rappresaglie furono terribili:

numerosi plutocrati e ufficiali furono massacrati. I cuori erano

assetati di sangue e di vendetta. L’esercito regolare combatteva i

possidenti con l’accanimento che avrebbero usato contro i pellirosse,

nè mancavano le scuse per questo. Duemilaottocento soldati etano

stati annientati nell’Oregon da una spaventosa serie di esplosioni di

dinamite, e numerosi treni militari erano stati distrutti nello stesso

modo, così che i soldati difendevano la loro pelle, proprio come i

fittavoli.

Circa la milizia, la legge del 1903 venne applicata, e i lavoratori

di ogni Stato furono obbligati, pena la morte, a fucilare i loro

compagni degli altri Stati. Naturalmente le cose non andarono lisce in

principio: molti ufficiali furono uccisi, e molti cittadini condannati

dal Consiglio di guerra. La profezia di Ernesto si avverò con

spaventosa precisione, circa il signor M. Kowalt e il signor Asmunsen.

Tutti e due, dichiarati idonei per la milizia, furono arruolati in

California per la spedizione di repressione contro i fittavoli del

Missuri. Tutti e due rifiutarono di prestar servizio; ma non fu loro

concesso neppure il tempo di confessarsi: sottoposti a un Consiglio di

guerra improvvisato, furono subito bell’e spacciati. Morirono tutti e

due con la schiena rivolta al plotone di esecuzione.

Molti giovanotti, per non servire nella milizia, si rifugiarono sulle

montagne e diventarono disertori, ma vennero in seguito puniti, in

tempi migliori. Non avevano guadagnato nulla aspettando, perchè il

Governo fece un proclama invitante i cittadini abili ad abbandonare

le montagne entro il termine massimo di tre mesi. Alla scadenza

del termine, mezzo milione di soldati furono mandati ovunque nelle

regioni montuose; e non ci fu nè processo, nè giudizio: ogni uomo che

incontravano era ucciso sul posto. La truppa agiva secondo il criterio

che solo i proscritti erano restati in montagna. Qualche gruppo,

trincerato in forti posizioni, resistette valorosamente, ma alla fine

tutti i disertori dalla milizia furono sterminati.

Nello stesso tempo, nella mente del popolo era impressa una lezione

più immediata, col castigo inflitto alla milizia ribelle del Kansas.

Questa rivolta importantissima avvenne proprio al principio delle

operazioni militari contro i fittavoli. Seimila uomini della milizia si

sollevarono: da parecchie settimane erano turbolenti e malcontenti, ed

erano tenuti prigionieri per questo motivo. È fuori dubbio, però, che

la prima rivolta fu precipitata da agenti provocatori.

Nella notte del 22 aprile, gli uomini di truppa si ammutinarono

ed uccisero gli ufficiali, di cui solo pochi poterono sfuggire al

massacro. Questo oltrepassava il programma del Tallone di Ferro,

i cui agenti avevano lavorato sin troppo bene. Ma tutto era grano

buono da macinare per la plutocrazia, ormai preparata all’esplosione:

l’uccisione di tanti ufficiali avrebbe fornito una giustificazione per

quanto sarebbe accaduto dopo.

Come in sogno, quarantamila uomini dell’esercito regolare circondarono

l’accampamento, o, meglio, la trappola. Gl’infelici militi si accorsero

che le cartucce prese al deposito non erano del calibro dei loro

fucili, ed innalzarono la bandiera bianca per arrendersi, ma fu vano:

nessuno di essi sopravvisse. I seimila furono sterminati.

Dapprima bombardati da lungi con scariche di obici e di shrapnels,

furono poi falciati, a colpi di mitragliatrice, mentre si lanciavano

disperatamente contro le linee che li attorniavano. Ho parlato con

un testimonio oculare: egli mi ha detto che neppure un milite potè

avvicinarsi a meno di cinquanta metri da quella macchina micidiale. Il

suolo era cosparso di cadaveri. In una carica finale di cavalleria,

i feriti furono massacrati a colpi di sciabola e di rivoltella e

schiacciati sotto gli zoccoli dei cavalli.

Mentre avveniva la distruzione dei contadini, accadeva la rivolta dei

minatori, ultimo rantolo d’agonia del lavoro organizzato. Dichiararono

sciopero in centocinquantamila. Ma erano troppo sparsi in tanti paesi,

per poter avere vantaggio della loro forza numerica. Furono isolati

nei loro rispettivi distretti, battuti e obbligati a sottomettersi.

Fu la prima operazione di reclutamento di schiavi, in massa. Pocock vi

guadagnò i galloni di capociurma supremo, e nello stesso tempo un odio

inestinguibile da parte del proletariato[89]. La sua vita fu soggetta

a numerosi attentati; ma sembrava che possedesse un talismano contro

la morte. I minatori devono a lui l’introduzione di un sistema di

passaporto alla russa, che tolse loro la libertà di andare da una parte

all’altra del Paese.

Pure, i socialisti resistevano. Mentre i contadini spiravano fra

le fiamme e il sangue, mentre il sindacalismo era smantellato, noi

rimanevamo compatti e perfezionavamo le nostre organizzazioni segrete.

Inutilmente i fittavoli ci facevano rimostranze: noi rispondevamo, e

con ragione, che qualunque rivolta da parte nostra sarebbe stata la

fine di ogni rivoluzione, per sempre. Il Tallone di Ferro, dapprima

titubante circa il modo di agire con l’insieme del proletariato,

avrebbe trovato le cose più semplici e lisce che non si aspettasse,

e non avrebbe desiderato altro, per finirla una buona volta, che una

sollevazione da parte nostra. Ma noi sventammo questo, a dispetto degli

agenti provocatori che brulicavano nelle nostre file, e usavano sistemi

molto grossolani, in quei tempi, e avevano molto da imparare. Costoro

furono dai nostri gruppi di combattimento soppiantati a poco a poco.

Fu un compito arduo e sanguinoso, ma lottavamo per la nostra vita e

per la Rivoluzione, ed eravamo obbligati a combattere il nemico colle

sue stesse armi. Però noi combattevamo con lealtà. Nessun agente del

Tallone di Ferro fu giustiziato senza processo. Può darsi che si siano

commessi errori, ma se vi furono, furono molto rari. I nostri Gruppi

di Combattimento erano formati dai migliori nostri compagni, dai più

arditi, dai più disposti al sacrificio di se stessi.

Un giorno, dopo dieci anni, Ernesto fece un calcolo: servendosi dei

dati forniti dai capi di questi Gruppi, calcolò che la durata media

della vita degli iscritti, uomini e donne, non oltrepassasse i cinque

anni. Tutti i Compagni dei Gruppi di Combattimento erano degli eroi; e

il più strano è che a tutti essi ripugnava attentare alla vita umana.

Quegli amanti della libertà, facevano violenza alla loro natura,

pensando che nessun sacrificio era troppo grande per una causa così

nobile.[90]

Lo scopo che ci eravamo imposti era triplo. Volevamo, per primo,

purgare le nostre file dagli agenti provocatori; in seguito,

organizzare i Gruppi di Combattimento all’infuori dell’organizzazione

segreta e generale della Rivoluzione; in ultimo, introdurre i nostri

agenti scelti, in tutti i rami dell’Oligarchia, nelle caste operaie,

specialmente fra i telegrafisti, segretari e commessi, nell’Esercito,

fra le spie e i guardiaciurme. Era un’opera lenta e pericolosa, e

spesso i nostri sforzi fallivamo.

Il Tallone di Ferro aveva trionfato nella guerra aperta: ma noi stavamo

all’erta, nell’altra guerra, sotterranea, sconcertante e terribile

che avevamo intrapresa. In questa lotta tutto era invisibile, quasi

tutto imprevisto: come una lotta fra ciechi, ma fatta con molto ordine,

secondo uno scopo e una direttiva. I nostri agenti s’insinuavano fra

gli ingranaggi di tutta l’organizzazione del Tallone di Ferro mentre

la nostra era permeata dagli agenti avversarî; secondo una tattica

tortuosa ed oscura, piena di intrighi e cospirazioni, di mine e

contromine. E dietro tutto questo, sempre minacciosa, stava la morte,

la morte violenta e terribile. Uomini e donne sparivano, i nostri

migliori, i nostri più cari compagni. Si vedevano oggi, domani erano

svaniti, e non si rivedevano mai più, e sapevamo che erano morti.

Non c’erano più, in nessun luogo, nè sicurezza nè fiducia. L’uomo che

complottava con noi poteva essere un agente del Tallone di Ferro. Ma

era lo stesso dalle due parti; eppure eravamo costretti a lavorare

con fiducia e certezza. Fummo spesso traditi; la natura umana è

debole. Il Tallone di Ferro poteva dare denaro e divertimenti nelle

sue meravigliose città di piacere e di riposo; noi non avevamo altre

attrattive che la soddisfazione di essere fedeli a un nobile ideale; e

questa lealtà non aspettava altra ricompensa che il continuo pericolo,

la tortura e la morte.

La morte costituiva l’unico mezzo di cui disponevamo per punire quella

debolezza umana; ed era una necessità per noi castigare i traditori.

Quando accadeva che uno dei nostri ci tradisse, uno o più vendicatori

fedeli erano lanciati alle sue calcagna. Poteva accadere di fallire

nell’esecuzione dei nostri decreti contro i nostri nemici, come nel

caso di Pocock, ma la punizione era infallibile quando si trattava di

castigare i falsi fratelli. Alcuni compagni si lasciarono corrompere

col nostro permesso, per avere accesso nelle città meravigliose, ed

eseguirvi le nostre sentenze contro i veri venduti. Ma, in fondo,

esercitavamo un tale timore, che era più pericoloso tradirci, che

restarci fedeli.

La Rivoluzione assumeva un carattere profondamente religioso. Noi

adoravamo il suo altare che era quello della Libertà. Il suo spirito

divino ci rischiarava. Uomini e donne si consacravano alla Causa e ad

essa votavano i loro nati, come un tempo al servizio di Dio. Eravamo

gli adoratori dell’Umanità.

CAPITOLO XVII.

LA LIVREA ROSSA.

Il tallone di ferro · 第 13 / 22 段