finalmente imparato la lezione: sbaragliati sul terreno da essi scelto,
i lavoratori lo abbandonarono e passarono sul terreno politico dei
socialisti, perchè lo sciopero generale era uno sciopero politico.
Ma gli operai erano stati tanto crudelmente maltrattati, che ormai
non facevano più cerimonie, e si unirono, nello sciopero, per pura
disperazione. Gettarono i loro utensili e abbandonarono il lavoro a
migliaia. I meccanici specialmente si distinsero: le loro teste erano
ancora insanguinate, la loro organizzazione apparentemente distrutta,
eppure marciarono compatti con i loro alleati, i metallurgici.
Perfino i semplici manovali e tutti i lavoratori liberi interruppero le
loro opere. Nello sciopero generale tutto era organizzato in modo che
nessuno potesse lavorare. E le donne furono le più attive propagandiste
del movimento. Esse fecero fronte alla guerra. Esse, non volevano
lasciar andare al macello i loro uomini. Ben presto l’idea dello
sciopero generale s’impadronì dell’anima popolare e vi risvegliò la
vena umoristica: da quel momento sì propagò con rapidità contagiosa.
I fanciulli di tutte le scuole scioperarono, e i professori andati
a scuola per fare lezione trovarono le aule deserte. Lo sciopero
nazionale prese l’aspetto d’un gran trattenimento nazionale. L’idea
della solidarietà nel lavoro, messa in rilievo sotto quella forma,
colpì l’immaginazione di tutti. Infine, non si correva nessun pericolo
in quella colossale monelleria. Chi si poteva punire quando tutti erano
colpevoli? Gli Stati Uniti erano paralizzati.
Nessuno sapeva ciò che accadeva all’estero: non viaggiavano più nè
giornali, nè lettere, nè telegrammi. Ogni comunità era isolata dalle
altre come se delle miglia deserte l’avessero separata dal resto del
mondo. Praticamente, il mondo aveva cessato di esistere, e rimase in
quello strano modo per tutta una settimana. A San Francisco ignoravano
perfino ciò che accadeva dall’altro lato della baia, a Oakland o a
Berkeley.
L’impressione prodotta sulle nature sensibili era fantastica,
opprimente: sembrava che fosse morto qualcosa di grande, che una forza
cosmica fosse scomparsa. Il polso del paese non batteva più, la Nazione
giaceva inanimata. Non si sentiva più correre i tramvai, nè i camions
per le vie: non si udiva nè il fischio delle sirene, nè il ronzio
dell’elettricità nell’aria, nè il grido dei giornalai: niente, tranne
il passo furtivo di persone isolate che di tanto in tanto scivolavano
come fantasmi con un incedere come indeciso e irreale in quel grande
silenzio.
Durante quella lunga settimana silenziosa, l’Oligarchia imparò la
lezione e l’imparò molto bene. Lo sciopero era un avvertimento. E
non avrebbe dovuto più ricominciare; l’Oligarchia lo avrebbe aiutato
per questo. Alla fine degli otto giorni, com’era stabilito prima, i
telegrafisti di Germania e degli Stati Uniti ripresero il loro posto.
Per mezzo loro, i capi socialisti dei due Paesi presentarono il loro
_ultimatum_ ai dirigenti. La guerra doveva essere dichiarata nulla
e come non avvenuta; altrimenti, lo sciopero sarebbe continuato. E
ben presto si trovò un accomodamento. La dichiarazione di guerra fu
revocata, e i popoli dei due paesi si rimisero al lavoro.
Questo ritorno allo stato di pace, determinò un patto di alleanza
fra la Germania e gli Stati Uniti. In realtà, quest’ultimo trattato
fu conchiuso fra l’Imperatore e l’Oligarchia, per poter far
fronte al comune nemico: il proletariato rivoluzionario dei due
Paesi. Quest’alleanza fu poi rotta proditoriamente, in seguito,
dall’Oligarchia, quando i socialisti tedeschi si sollevarono e
scacciarono il loro imperatore dal trono. Ora, precisamente, lo
scopo che si era proposto l’Oligarchìa in tutto questo affare, era
di distruggere la sua grande rivale sul mercato mondiale. Messo da
parte l’Imperatore, la Germania non avrebbe più avuto merce esuberante
da vendere all’estero, perchè, per la natura stessa d’uno Stato
socialista, la popolazione tedesca avrebbe consumato tutto ciò che
avrebbe prodotto. Naturalmente, avrebbe seguitato a scambiare con
l’estero alcuni prodotti che questo paese non lavora o non produce, ma
questo non avrebbe avuto alcun rapporto col soprappiù non consumato.
— Scommetto che l’Oligarchìa troverà una giustificazione, — disse
Ernesto quando seppe del suo tradimento verso la Germania. — Come
sempre, sarà persuasa di aver agito lealmente e bene.
Infatti, l’Oligarchia disse che aveva agito nell’interesse del popolo
americano, scacciando dal mercato mondiale l’aborrita rivale, e
permettendo così di disporre del nostro soprappiù nazionale.
— Il colmo dell’assurdità, — diceva Ernesto, a questo proposito, —
è che siamo ridotti a tale impotenza, che quegl’idioti dispongono
liberamente dei nostri interessi. Ci hanno messo nella condizione di
vendere di più all’estero: il che significa che saremo obbligati a
consumare meno, qui, in patria.
CAPITOLO XIV.
IL PRINCIPIO DELLA FINE.
Fin dal mese di gennaio del 1913, Ernesto si rendeva perfettamente
conto della piega che prendevano le cose; ma non gli fu possibile
persuadere gli altri capi socialisti ch’era imminente l’avvento del
Tallone di Ferro. Erano troppo fiduciosi, e gli eventi precipitavano
troppo rapidamente in modo parossistico. Scoppiava, ormai, una crisi
universale. Virtualmente padrona del mercato mondiale, l’Oligarchia
americana escludeva da esso una ventina di nazioni sovraccariche di
merci esuberanti, che non potevano nè consumare nè vendere; cosicchè
a queste non rimaneva altra via di scampo se non una riorganizzazione
radicale. Il metodo del monopolio della produzione diventava per loro
impossibile, perchè veniva a distruggere irrimediabilmente il sistema
capitalistico.
La riorganizzazione di questi paesi prese l’aspetto della rivoluzione.
Fu un’epoca di confusione e di violenza. Istituzioni e governi
pericolavano da ogni parte. Ovunque, tranne in due o tre paesi, gli
ex padroni, i capitalisti, lottavano con accanimento per conservare
i loro beni. Ma il potere fu loro tolto dal proletariato militante.
Finalmente, s’avverava la profezia classica di Carlo Marx: «Suonerà
l’ora della fine della proprietà privata capitalistica, e gli
spogliatori saranno a loro volta spogliati». Infatti, appena i Governi
capitalistici crollavano sorgevano al loro posto Governi di repubbliche
cooperative.
«Perchè mai gli Stati Uniti rimangono indietro?». «Rivoluzionari
americani, svegliatevi». «Che succede, dunque, in America?». Tali erano
i messaggi che ci mandavano i compagni vittoriosi degli altri Paesi.
Ma noi non potevamo seguire il movimento. L’Oligarchia ci sbarrava il
cammino, con la sua potente mole.
«Aspettate, entreremo nella lotta in primavera,» rispondevamo: «allora,
vedrete!».
La nostra risposta nascondeva un segreto pensiero. Eravamo riusciti ad
attirare a noi i fittavoli, e in primavera una dozzina di Stati sarebbe
passata in loro potere, secondo i risultati delle elezioni dell’autunno
precedente. Subito dopo, questi Stati avrebbero dovuto costituirsi in
repubbliche cooperative; il resto sarebbe venuto da sè.
— Ma supponete che i fittavoli non possano esercitare le loro funzioni,
che ne siano impediti? — chiese Ernesto.
E i suoi compagni lo chiamavano profeta di sciagure. In realtà,
quell’impossibilità di esercitare le proprie funzioni non era il
più gran male che preoccupasse la mente di Ernesto; egli prevedeva e
temeva sopratutto la diserzione di alcuni grandi Sindacati operai e la
formazione di nuove caste.
— Ghent ha indicato agli oligarchi il modo di agire. — diceva. —
Scommetterei che hanno per breviario il suo: «Feudalismo benevolo».[82]
Non dimenticherò mai la serata in cui, dopo una vivace discussione con
una mezza dozzina di capi di lavoratori, Ernesto si rivolse a me e mi
disse tranquillamente:
— Tutto è finito. Il Tallone di Ferro ha vinto. La fine è venuta.
Quella piccola riunione in casa nostra non aveva carattere ufficiale,
ma Ernesto, d’accordo con gli altri compagni, cercava di ottenere dai
capi dei lavoratori la promessa che avrebbero fatto partecipare i loro
uomini al prossimo sciopero generale. Dei sei capi presenti, O’ Connor,
presidente dell’Associazione dei meccanici, era stato il più ostinato
nel rifiutare questa promessa.
— Eppure, voi sapete quale terribile bastonata vi abbia assestato
il vostro metodo antico di sciopero e di boicottaggio. — aveva detto
Ernesto.
O’ Connor e gli altri alzarono la testa.
— Ed avete imparato ciò che si può ottenere con uno sciopero
generale, — aveva continuato Ernesto, — Abbiamo impedito la guerra
con la Germania. Non si era mai veduta una così bella manifestazione
dell’unione solidale del lavoro. Il lavoro può e deve reggere il
mondo. Se voi continuate a stare con noi, noi segneremo la fine del
capitalismo. È la nostra sola speranza, e, ciò che più importa, la
sola vostra via di scampo. Qualunque cosa facciate secondo la vostra
vecchia tattica, siete già condannati alla sconfitta, non foss’altro,
per il semplice motivo che i vostri tribunali sono retti dai vostri
padroni[83].
— Vi riscaldate troppo presto, — rispose O’ Connor. — Voi non conoscete
tutte le vie di scampo. Ce n’è un’altra. Sappiamo ciò che facciamo. Ne
abbiamo abbastanza di scioperi. Così ci hanno schiacciati ma credo che
non avremo mai più bisogno di far scioperare i nostri uomini.
— E come farete, dunque? — chiese bruscamente Ernesto.
O’ Connor si mise a ridere, scotendo la testa.
— Vi posso dire questo: non abbiamo mai dormito, e non sognamo neppure
ora.
— Spero che non vi sarà nulla da temere, o nessun motivo per arrossire,
— chiese Ernesto, con diffidenza.
— Credo che conosciamo le cose nostre meglio di qualunque altro, — fu
la risposta.
— Debbono essere cose che temono la luce, a giudicare dalle vostre arie
di mistero, — disse Ernesto, con calore.
— Abbiamo pagato la nostra esperienza con sudore e con sangue, ed
abbiamo guadagnato ciò che avremo, — rispose l’altro. — La vera carità
comincia da se stessi.
— Avete paura di dirmi come vi salverete. Ebbene, ve lo dico io, — e
la collera di Ernesto divampava. — Voi vi siete accordati col nemico;
ecco che cosa avete fatto; e avrete la vostra parte di bottino. Avete
venduta la causa del lavoro, di tutto il lavoro. Voi disertate il campo
di battaglia come i vili.
— Non dico nulla, — rispose O’ Connor, con aria crucciata. — Soltanto,
mi pare che noi sappiamo un po’ meglio di voi ciò che dobbiamo fare.
— E non vi curate affatto dei bisogni del resto dei lavoratori. Con un
calcio, mandate la solidarietà in un fosso.
— Non ho niente da dire, — replicò O’ Connor; — senonchè sono
presidente dell’Associazione dei Meccanici ed è mio compito difendere
gli interessi degli uomini che rappresento: ecco tutto.
Dopo la partenza dei capi, con una calma che pareva quella che segue
la tempesta, Ernesto mi fece intravedere la serie di avvenimenti che si
sarebbero svolti fra breve.
— I socialisti predicevano con gioia l’avvento del giorno in cui il
lavoro organizzato, sconfitto sul terreno industriale, si sarebbe
unito sul terreno politico. Ora il Tallone di Ferro ha schiacciato i
Sindacati sul loro campo e li ha spinti verso il nostro, ma per noi,
ciò, anzichè ragione di gioia, sarà fonte di guai. Il Tallone di Ferro
ha imparato la lezione. Gli abbiamo mostrato la nostra potenza, con lo
sciopero generale, e s’è preparato a impedirne un secondo.
— Ma come potrà impedirlo? — chiesi.
— Semplicemente, sovvenzionando i grandi Sindacati. Questi non si
unirebbero a noi in un futuro sciopero generale, e per conseguenza lo
sciopero non potrebbe riuscire.
— Ma il Tallone di Ferro non potrà sostenere all’infinito una politica
così dispendiosa.
— Oh! non ha assoldato tutti i Sindacati: non è necessario. Ecco
che cosa accadrà: i salarî saranno aumentati, e le ore di lavoro
diminuite nei sindacati delle ferrovia, degli operai metallurgici, dei
macchinisti e costruttori meccanici. Questi Sindacati continueranno a
prosperare nelle migliori condizioni: così che sarà assai ricercato il
beneficio di potersi affiliare loro, come se si trattasse di avere un
posto in paradiso.
— Ma non capisco ancora bene. Che cosa ne sarà degli altri Sindacati?
Ce ne sono molti di più fuori di questa nuova lega.
— Tutti gli altri Sindacati saranno sfruttati e spariranno a poco
a poco, perchè, osservalo bene, i macchinisti, i meccanici, i
metallurgici fanno tutto quanto è assolutamente indispensabile, nella
nostra civiltà meccanica. Sicuro della loro fedeltà, il Tallone di
Ferro può ridersi di tutti gli altri lavoratori. Il ferro, l’acciaio,
il carbone, le macchine, i trasporti, costituiscono l’ossatura
dell’organismo industriale.
— Ma, e il carbone? — chiesi. — Ci sono circa un milione di minatori.
— Sono lavoratori senza una speciale abilità professionale: non
conteranno. I loro salarî saranno ridotti, e le loro ore di lavoro
aumentate. Saranno schiavi, come tutto il resto dell’umanità, e
diventeranno i più abbrutiti. Saranno obbligati a lavorare come i
contadini per i padroni che hanno loro rubato la terra. E sarà lo
stesso per gli altri Sindacati estranei alla lega. Bisogna aspettarsi
di vederli vacillare e morire. I loro membri saranno condannati ai
lavori forzati dal loro stomaco vuoto e dalla legge nazionale.
«Sai che cosa ne sarà di Farley e degli altri che, come lui,
impediscono gli scioperi? Te lo dico subito: il loro mestiere, come
tale, sparirà, perchè non vi saranno più scioperi[84]. Vi saranno
solo rivolte di schiavi. Farley e la sua banda saranno promossi
guarda-ciurma. Oh! non si dirà così; si dirà che saranno incaricati
di fare osservare la legge che prescrive il lavoro obbligatorio. Il
tradimento dei grandi Sindacati prolungherà la lotta, ma Dio sa dove e
quando trionferà la rivoluzione.
— Con una organizzazione potente come quella dell’Oligarchia e dei
grandi Sindacati, come sperare che la rivoluzione possa trionfare?
Quell’organizzazione può durare eternamente.
Ernesto scosse il capo negativamente.
— È una delle nostre conclusioni generali, che ogni sistema che
poggi sulle classi e sulle caste contiene in sè il germe della sua
dissoluzione. Quando una società è fondata sulle classi, come si
potrebbe impedire lo sviluppo delle caste? Il Tallone di Ferro non si
potrà opporre, e sarà, alla fine, esso stesso distrutto. Gli oligarchi
hanno già formato una casta fra loro; ma aspetta che i Sindacati
favoriti sviluppino la loro! Ciò non può tardare. Il Tallone di Ferro
farà il possibile per impedirlo, ma non riuscirà.
«I Sindacati privilegiati contengono il fior fiore dei lavoratori
americani: uomini forti e capaci, entrati nei Sindacati per emulazione,
per ottenere buoni posti. Tutti i buoni operai degli Stati Uniti
aspireranno a diventare soci delle Unioni privilegiate. L’oligarchia
incoraggerà queste ambizioni e le rivalità che ne deriveranno. Così,
quegli uomini forti, che avrebbero potuto diventare dei rivoluzionarii,
saranno avvinti dall’oligarchia e adopereranno la loro forza per
sostenerla.
«D’altra parte, i membri di queste caste operaie, di questi Sindacati
privilegiati, si sforzeranno di trasformare le loro organizzazioni in
corporazioni vere e proprie, e vi riusciranno. La qualità di membro
vi diverrà ereditaria. I figli succederanno ai padri, ed il sangue
nuovo cesserà di affluire da quel serbatoio di forza che è il popolo.
Ne risulterà una degradazione delle caste operaie, che diventeranno
sempre più deboli. Nello stesso tempo, formando un’istituzione,
acquisteranno una certa potenza temporanea pari a quella delle guardie
palatine in Roma antica; vi saranno rivoluzioni di palazzo, dimodochè
la dominazione passerà, di volta in volta, nelle mani degli uni e degli
altri. Questi conflitti affretteranno l’inevitabile indebolimento delle
caste, finchè, un giorno, risorgerà il potere del popolo.
Non bisogna dimenticare che questo schizzo di lenta evoluzione
sociale era tracciato da Ernesto nel primo momento provocato dalla
defezione dei grandi Sindacati. Io non ho mai accettato questo suo
modo di vedere, e dissento ancor più mentre scrivo queste righe,
perchè ora, quantunque Ernesto non sia più, siamo alla vigilia di una
rivoluzione che spazzerà tutte le oligarchie. Ho riferito la profezia
di Ernesto, perchè fatta da lui. Pure credendovi, egli non cessò mai
di lottare come un gigante per impedirne l’attuazione, e più di ogni
altro al mondo, egli ha reso possibile la rivolta di cui aspettava il
segnale[85].
— Ma se l’oligarchia sussiste, — gli chiesi, — che cosa farà della
ricchezza enorme che accumulerà di anno in anno?
— Dovrà spenderla in un modo o nell’altro, e sii sicura che ne troverà
il modo. Saranno costruite strade magnifiche; la scienza e soprattutto
l’Arte avranno uno sviluppo straordinario. Quando gli oligarchi avranno
domato completamente il popolo, avranno tempo da perdere per altre
cose. Diventeranno adoratori del bello, amanti delle arti: incoraggiati
da essi e generosamente pagati, gli artisti si metteranno all’opera.
Ne risulterà un’apoteosi del Genio: gli uomini di talento non saranno
più obbligati, come finora, a seguire il cattivo gusto borghese delle
classi medie. Sarà un’età d’oro per l’arte, lo predìco: sorgeranno
città di sogno, in confronto alle quali le vecchie città sembreranno
meschine e volgari. E in quelle meravigliose città, gli oligarchi
risiederanno e adoreranno la Bellezza.[86]
«Così l’eccesso delle vendite sarà speso a mano a mano che il lavoro
adempirà al suo compito.
La costruzione di quelle opere d’arte e di quelle grandi città
provocherà un po’ di carestia per i milioni di lavoratori ordinarii,
perchè l’immensità della spesa richiederà immensità di ricchezza.
Gli oligarchi costruiranno per mille, per diecimila anni forse.
Costruiranno come non sognarono mai gli egiziani, i babilonesi; e
quando essi non saranno più, le loro città meravigliose rimarranno, e
i Fratelli dei Lavoratori calpesteranno le vie e abiteranno i monumenti
innalzati da quelli.[87]
«Queste opere gli oligarchi le faranno perchè non potranno fare
altrimenti. In forma di grandi lavori, dovranno spendere la loro
eccessiva ricchezza, come le classi dominanti dell’Egitto antico
erigevano i templi, le piramidi con la ricchezza rubata al popolo.
Sotto il regno degli oligarchi, fiorirà, non una casta sacerdotale,
ma una casta di artisti, mentre le caste operaie prenderanno il posto
della nostra borghesia mercantile. E, sotto, vi sarà l’abisso, dove,
fra carestia e peste, marcirà e si riprodurrà costantemente il popolo
ordinario, la maggioranza della popolazione. E un giorno, ma nessuno sa
quando, il popolo finirà con l’uscire dall’abisso; le caste operaie e
l’oligarchia andranno in rovina, e allora, finalmente, dopo un lavoro
di secoli, verrà il tempo dell’uomo vero. Avevo sperato di vederlo,
quel giorno, ma so, ora, che non lo vedrò.
Fece una pausa e mi guardò lungamente, poi soggiunse:
— L’evoluzione sociale è troppo lenta, non è vero, mia cara?
Lo circondai con le mie braccia; e la sua testa si posò sul mio cuore.
— Canta per addormentarmi, — mormorò come un bambino viziato: — vorrei
dimenticare questa mia visione dell’avvenire.
CAPITOLO XV.
ULTIMI GIORNI.
Verso la fine del gennaio del 1913, si manifestò pubblicamente
il cambiamento di attitudine dell’oligarchia verso i Sindacati
privilegiati. I giornali annunciarono un aumento di salario senza
precedenti, e, nello stesso tempo, una riduzione delle ore di
lavoro per gli impiegati delle ferrovie, i lavoratori del ferro
e dell’acciaio, i meccanici e i macchinisti. Ma gli oligarchi non
permisero che tutta la verità fosse subito divulgata. In realtà, i
salarî, erano stati aumentati più che non apparisse, e i privilegi
concessi erano maggiori di quanto non si sapesse. I segreti però
finiscono sempre per trapelare. Gli operai privilegiati fecero delle
confidenze alle mogli, le quali chiacchierarono, e in breve tutti
i lavoratori seppero ciò che era accaduto. Era lo sviluppo logico
e semplice di quello che al diciannovesimo secolo si chiamava «le
parti dell’avanzo». Nella mischia industriale di quel tempo si era
tentato pure la ripartizione degli utili fra gli operai; ossia,
alcuni capitalisti avevano tentato di calmare i lavoratori facendoli
partecipare ai lucri del loro lavoro. Ma la partecipazione ai lucri
era, come sistema, cosa assurda e impossibile. Poteva riuscire solo in
alcuni casi isolati, in seno al conflitto generale; perchè se tutto
il lavoro e tutto il capitale si fossero divisi i guadagni, le cose
sarebbero ritornate allo stesso punto di prima.
In questo modo, dall’idea inattuabile di una partecipazione ai
guadagni, nacque l’idea pratica di partecipazione alle ruberie.
«Pagateci di più, e rifatevi sul pubblico», divenne il grido di guerra
dei Sindacati prosperosi. E questa politica egoistica riuscì qua e là.
Facendo pagare i clienti, si faceva pagare la gran massa del lavoro non
organizzato, o debolmente organizzato. Erano in realtà i lavoratori che
procuravano un maggiore aumento di salario ai loro compagni, membri
dei monopolî di lavoro. Questa idea, come ho detto, fu semplicemente
spinta alla sua conclusione logica su vasta scala, dalla unione degli
oligarchi con le associazioni privilegiate[88].
Appena la defezione dei Sindacati privilegiati fu nota, sorsero, nel
mondo dei lavoratori, mormorii e proteste. Poi le associazioni si
ritirarono dalle organizzazioni internazionali, e si sciolsero da ogni
impegno di organizzazione e di solidarietà. Allora nacquero torbidi e
violenze. I loro membri furono messi all’indice come traditori: nei
_bars_ e nei caffè, nelle strade e nelle officine, ovunque, furono
assaliti dai compagni che essi avevano con tanta perfidia abbandonato.
Vi furono numerosi feriti, e molti morti. Nessun privilegiato era
sicuro, ormai; così che gli operai dovevano, per recarsi al lavoro o a
casa, unirsi in ischiere. Erano esposti al pericolo di avere la testa
rotta per le strade, dalle tegole e dai sassi gettati dalle finestre
o dai tetti. Venne dato loro il permesso di armarsi, e le autorità
li aiutavano in tutti i modi. I loro persecutori furono condannati a
lunghi anni di carcere, o furono trattati crudelmente; nessuna persona
estranea ai Sindacati privilegiati aveva diritto di portare le armi, ed
ogni infrazione all’osservanza di questa legge era considerata come un
grave delitto e come tale punita.
Tutti i lavoratori così oltraggiati continuarono a vendicarsi dei
rinnegati. Subito, s’intravidero all’orizzonte nuove caste. I figli dei
traditori erano perseguitati dai figli dei lavoratori traditi, al punto
che non potevano più giocare nelle strade e andare a scuola. Le mogli e
le famiglie dei rinnegati erano condannate all’ostracismo; così che il
droghiere del rione era boicottato se vendeva loro qualcosa.
Avvenne che, respinti da tutte le parti, i traditori e le loro famiglie
formarono delle tribù. Essendo loro impossibile vivere sicuri in mezzo
al proletariato ostile, si trasportarono in nuove località, abitate
esclusivamente dai loro simili.
Questo movimento fu favorito dagli oligarchi: furono costruite per loro
case igieniche e moderne, circondate da giardini e cortili: i figli di
quella gente frequentavano scuole create per loro, con corsi speciali
di insegnamento manuale e scienze applicate. Così, fin dal principio,
e fatalmente quasi, da quell’isolamento, nacque una casta. I membri
dei Sindacati privilegiati diventarono gli aristocratici del lavoro e
furono separati dagli altri operai. Meglio alloggiati, meglio vestiti,
meglio nutriti, meglio trattati, essi presero parte alla divisione del
bottino, con frenesia.