Accompagnata dal vescovo, feci la conoscenza del quartiere in cui

abitavo. Non avrei mai supposto che contenesse delle miserie così

grandi! Naturalmente, la mia ignoranza proveniva dal fatto che non mi

occupavo di carità. Ero convinta che Ernesto avesse ragione quando

paragonava la beneficenza a un cauterio su una gamba di legno, e

la miseria ad un’ulcera che bisognava levare, invece di mettervi

su un impiastro. Il suo rimedio era semplice. Dare all’operaio il

prodotto del suo lavoro, ed una pensione a coloro che sono invecchiati

lavorando; e non ci sarà più bisogno di elemosine. Persuasa della bontà

di questo ragionamento, io cospiravo con lui per la rivoluzione, e non

spendevo la mia energia per sollevare le miserie sociali che nascono,

costantemente, dall’ingiustizia del sistema sociale.

Seguii il vescovo in una piccola camera, lunga dodici piedi e larga

dieci. Vi trovammo una povera vecchietta tedesca, di sessantaquattro

anni, a quanto mi disse. Essa fu sorpresa di vedermi, ma mi fece un

cenno cordiale senza smettere di cucire un paio di calzoni da uomo,

che teneva sulle ginocchia. In terra, vicino a lei, ce n’erano una

quantità di simili. Il vescovo, accortosi che non c’erano più nè legna

nè carbone, uscì per comperarne.

— Sei _cents_, signora — disse, scotendo leggermente la testa,

seguitando a cucire. Cuciva lentamente, ma senza smettere un istante.

La sua consegna sembrava questa: cucire, cucire ancora, sempre cucire.

— Per tutto questo lavoro, pagano sei _cents_? — chiesi stupita. —

Quanto tempo vi impiegate?

— Sì, tanto mi danno, — rispose. — Sei _cents_ per la finitura, e

ciascuno richiede due ore di lavoro. Ma il padrone non sa questo —

soggiunse vivamente, lasciando trasparire il timore di avere delle

noie. — Non sono svelta: ho i reumi alle mani. Le giovani sono molto

più abili di me: impiegano metà del tempo, per finire ogni pezzo.

«L’imprenditore è un brav’uomo: mi lascia portare il lavoro a casa, ora

che sono vecchia e il rumore delle macchine mi stordisce. Se non fosse

così gentile, morrei di fame...

«Sì, quelle che lavorano all’officina hanno otto _cents_. Ma che

volete? Non c’è abbastanza lavoro per le giovani, e non si ha bisogno

delle vecchie!... Spesso ho solo un paio di calzoni da finire; a volte,

come oggi, ne ho otto da finire prima di notte.

Le chiesi quante ore lavorasse, e mi disse che dipendeva dalla stagione.

— In estate, quando le ordinazioni affluiscono, lavoro dalle cinque

del mattino fino alle nove di sera. Ma d’inverno fa troppo freddo, non

riesco a sgranchirmi le mani. Allora bisogna lavorare di più, qualche

volta fin dopo la mezzanotte.

«Sì, la stagione estiva è stata cattiva. I tempi sono duri. Il buon

Dio deve essere in collera. È il primo lavoro che il padrone mi abbia

dato in tutta la settimana. E non si può mangiare molto quando non

c’è lavoro! Ma sono abituata. Ho cucito tutta la vita; nel mio vecchio

paese, un tempo, poi qui, a San Francisco, da trent’anni...

«Quando si può guadagnare il denaro per l’alloggio, tutto va bene. Il

proprietario è molto buono, ma pretende l’affitto alla scadenza. Vuole

solo tre dollari per questa camera. Non è caro. Eppure, ci si affatica

a mettere insieme tre dollari tutti i mesi!

S’interruppe, senza smettere di cucire, tentennando il capo.

— Dovete limitare molto le vostre spese, dato il guadagno.

Essa fece un cenno di approvazione.

— Quando ho pagato l’affitto, non c’è male. Naturalmente non posso

comperare la carne, nè il latte per il caffè. Ma faccio sempre un pasto

al giorno, e qualche volta due.

Aveva pronunziato le ultime parole con una punta di orgoglio, con un

vago senso di vittoria. Ma mentre continuava a cucire in silenzio,

vidi addensarsi ne’ suoi occhi buoni, una grande tristezza, e gli

angoli della bocca abbassarsi. Il suo sguardo vagava lontano. Poi pulì

vivamente i vetri appannati che non le permettevano di vedere bene.

— No, non è la fame che mi spezza il cuore, — spiegò. — Ci si abitua.

Piango per mia figlia, uccisa dall’officina. È vero che lavorava molto,

ma non posso capire come abbia potuto morire, perchè era robusta.

Era giovane, aveva solo quarant’anni, e lavorava da trent’anni. Aveva

cominciato presto, è vero, ma mio marito era morto, per lo scoppio di

una caldaia. Che potevamo fare? Aveva solo dieci anni, ma era molto

sviluppata, per la sua età. E la macchina da cucire l’ha uccisa; lei

che lavorava più presto di tutte le altre. Ho pensato tanto a questo,

e so tutto, perciò non posso più andare all’officina: la macchina da

cucire mi fa male, mi pare che mi dica: l’ho uccisa io, l’ho uccisa io!

Canta questo ritornello tutto il giorno. Allora penso a mia figlia e

non posso assolutamente lavorare.

I suoi occhi stanchi si erano velati di nuovo, e dovette asciugarli

prima di riprendere il lavoro.

Intesi il vescovo inciampare lungo la scala, ed aprii la porta. In

quale stato era! Portava sulle spalle un mezzo sacco di carbone, e,

sopra, della legna. Il suo viso era coperto di fuliggine, e il sudore,

dovuto allo sforzo che egli faceva, gli sgocciolava dalla fronte.

Lasciò cadere il carico in un angolo vicino alla stufa, e si asciugò la

faccia con un fazzoletto di tela grossolana. Stentavo a credere ai miei

occhi. Il Vescovo, nero come un carbonaio, aveva una camicia di cotone,

a buon mercato, alla quale mancava perfino un bottone, e un abito

simile a quello dei facchini. Era quanto di più incongruo vi potesse

essere, nel suo insieme, quel vestito sdrucito in fondo, e trattenuto

alla vita da una cintura di cuoio.

Se però il vescovo aveva caldo, le mani gonfie della povera vecchia,

erano intirizzite dal freddo. Prima di lasciarla, il vescovo accese il

fuoco, mentre io sbucciavo le patate e le mettevo a bollire. Dovevo

imparare poi, col tempo, che c’erano molti casi simili al suo, e

molti anche peggiori nascosti nelle orribili profondità delle case

del quartiere. Rientrando, trovammo Ernesto in pensiero per la mia

assenza. Passata la prima sorpresa dell’incontro, il vescovo si sdraiò

in una poltrona, allungò le gambe coperte di tela azzurra, e mandò,

certamente, un sospiro di sollievo. Eravamo, disse, i primi tra i suoi

vecchi amici che rivedesse dopo la sua partenza: durante le ultime

settimane, la solitudine gli era pesata enormemente. Ci raccontò molte

cose, ma soprattutto espresse la gioia che provava nel compiere i

precetti del suo Divino Maestro.

— Perchè ora veramente, — disse. — nutro le Sue pecorelle. Ed ho

imparato una gran cosa: non si può curare l’anima finchè lo stomaco

non è soddisfatto. Le pecorelle devono essere nutrite con pane e

burro, patate e carne; solo in questo modo le loro menti sono pronte a

ricevere un nutrimento elevato.

Mangiò volentieri il pranzo che avevo fatto cuocere. Non aveva mai

avuto tanto appetito, alla nostra mensa. Parlammo dei giorni passati,

ed egli ci dichiarò che in vita sua non era mai stato tanto bene come

nella sua nuova condizione.

— Vado sempre a piedi, ora. — disse, e arrossì al ricordo del tempo in

cui scorrazzava in vettura, come se fosse stato un peccato difficile a

farsi perdonare.

— La mia salute è buonissima, — aggiunse vivamente, — e sono

felicissimo, veramente felicissimo. Ora, finalmente, ho coscienza di

essere un eletto del Signore.

Eppure, il suo viso serbava un’impronta continua di tristezza, perchè

ora si era caricato dei dolori del mondo. Vedeva la vita sotto una

luce cruda ben diversa da come l’aveva intravista nei libri della sua

biblioteca.

— E siete voi il responsabile di tutto questo, giovanotto, — disse

rivolto ad Ernesto.

Questi sembrò imbarazzato e seccato.

— Vi avevo... vi avevo avvertito — balbettò.

— Non avete capito, — rispose il vescovo. — Non è un rimprovero, ma

un ringraziamento che vi faccio. Vi sono grato d’avermi mostrato la

mia vita. Dalle teorie sulla vita, mi avete condotto alla vita stessa.

Avete squarciato i veli, e strappato le maschere. Avete portato la

luce nella mia notte, ed ora io pure vedo la luce del giorno. E sono

felice, a parte... — esitò dolorosamente, e come un velo di sofferenza

gli oscurò lo sguardo, — tranne questa persecuzione. Non faccio male

a nessuno. Perchè non mi lasciano in pace? Ma non si tratta neppure di

questo, ma soprattutto del genere di persecuzione. Accetterei persino

di essere scorticato sotto la sferza, bruciato su una graticola, o

crocifisso con la testa in giù: ma il manicomio: mi spaventa! Pensate:

in una casa di pazzi! È ripugnante! Ho veduto qualche caso, al

sanatorio; erano pazzi furiosi. Mi si gela il sangue al solo pensarci.

Essere rinchiusi per tutta la vita, fra urli e scene violenti! No, no,

questo sarebbe troppo!...

Era commovente: le mani gli tremavano: tutto il corpo rabbrividiva e si

contraeva, al pensiero della scena evocata. Ma ben presto riacquistò la

calma.

— Scusatemi, — disse semplicemente, — sono i miei nervi. E se a tanto

dovesse condurmi il servizio di Dio, sia fatta la Sua volontà. Chi sono

mai, per avere il diritto di lagnarmi?

Guardandolo, quasi esclamavo: «Oh! grande e buon pastore, eroe! eroe di

Dio!»

Durante la sera, ci diede nuovi schiarimenti sui suoi fatti e sulle sue

gesta.

— Ho venduto la mia casa, o meglio le mie case, e tutti i miei

possedimenti. Sapevo di doverlo fare di nascosto, altrimenti

mi avrebbero preso tutto. Sarebbe stato terribile. Sono spesso

meravigliato, per la gran quantità di patate, pane, carne, carbone e

legna che si può comperare con una somma che va dai due ai trecentomila

dollari.

E si rivolse a Ernesto:

— Avete ragione, giovanotto: il lavoro è pagato con un prezzo molto

inferiore al suo valore. Non ho mai fatto il più piccolo lavoro in vita

mia, tranne quello di esortare i farisei. Credevo di predicar loro il

messaggio divino... e valevo mezzo milione di dollari. Non sapevo ciò

che significasse quella somma prima d’aver visto quante vettovaglie si

potessero con essa comperare. Allora ho capito qualche cosa di più: ho

capito che tutti quei prodotti mi appartenevano, e che non avevo fatto

mai niente per produrli. Mi sembrò chiaro, allora, che altri avevano

lavorato per produrli e ne erano stati spogliati poi. E quando scesi

in mezzo ai poveri, trovai coloro che erano stati derubati, coloro che

erano affamati e miserabili in seguito a tale furto.

Lo riconducemmo alla sua storia.

— Il denaro? L’ho depositato in molte banche diverse e con nomi

diversi. Non potranno mai togliermelo, perchè non lo scopriranno mai.

Ed è tanto utile il danaro! Serve per comperare tanti cibi! Ignoravo

completamente, un tempo, a che cosa potesse servire il denaro!

— Vorrei averne un poco per la propaganda, — disse Ernesto, pensoso; —

potrebbe fare molto bene.

— Lo credete? — disse il vescovo. — Non ho molta fiducia nella

politica: temo di non capire nulla in materia.

Ernesto era molto delicato in simili casi. Non insistette, quantunque

vedesse chiaramente le difficili condizioni nelle quali si dibatteva il

partito socialista, per mancanza di fondi.

— Vivo in una camera a buon mercato, — continuò il vescovo, — ma

ho sempre paura, e non sto a lungo nello stesso posto. Ho pure in

affitto due camere in case operaie, in quartieri diversi della città.

È un’originalità, lo so, ma è necessario fare così. Rimedio in parte

cucinando da me; ma a volte trovo da mangiare per poco, nei caffè

popolari. Ed ho fatto una scoperta, ossia, che i «Tamales»[76] sono

eccellenti quando fa fresco, la sera. Soltanto, sono cari; ho scoperto

una casa dove se ne possono avere tre per dieci soldi; non sono buoni

come negli altri caffè ma riscaldano ugualmente. Ed ecco finalmente

trovata la mia missione nel mondo, e lo debbo a voi, giovanotto. Questa

missione è quella del mio Divino Maestro.

Mi guardò, con occhi lucenti:

— Voi mi avete sorpreso mentre stavo nutrendo una pecorella, lo sapete:

naturalmente, manterrete il segreto, tutti e due.

Diceva questo con tono disinvolto che rivelava però, in fondo, un vero

timore. Promise di ritornare da noi.

Ahimè! la settimana dopo, i giornali c’informavano del triste caso

del vescovo Morehouse che era stato rinchiuso in un manicomio di Napa;

pareva, però, che il suo stato lasciasse qualche speranza.

Inutilmente cercammo di vederlo, inutilmente facemmo pratiche perchè

fosse sottoposto a un nuovo esame, o perchè il suo caso fosse oggetto

di un’inchiesta. Non potemmo aver altre notizie di lui, se non

replicate dichiarazioni che non bisognava assolutamente contare sulla

sua guarigione.

— Cristo aveva ordinato al giovanetto ricco di vendere tutto ciò che

possedeva, — disse Ernesto con amarezza. — Il Vescovo ha ubbidito al

comando, ed è stato rinchiuso in un manicomio. I tempi sono cambiati

dall’epoca di Cristo! Oggi il ricco che dà tutto al povero è un

insensato. Non c’è da discutere su questo. È il verdetto della Società.

CAPITOLO XIII.

LO SCIOPERO GENERALE.

Ernesto venne eletto alla fine del 1912. Era naturale, in seguito alla

enorme attrattiva verso il socialismo, determinata, in gran parte

dalla soppressione di Hearst.[77] L’eliminazione di questo colosso

dai piedi di argilla, era stata un gioco da bimbi, per la plutocrazia.

Hearst spendeva diciotto milioni di dollari l’anno per sostenere i suoi

innumerevoli giornali; ma questa somma gli era rimborsata, e più che

rimborsata, in forma di piccola pubblicità, dalla classe media. Tutta

la sua forza finanziaria era alimentata da quest’unica sorgente, perchè

i _trusts_ non avevano niente a che fare con la _réclame_.[78]

Per abbattere Hearst, bastava, dunque, togliergli la pubblicità.

La classe media non era ancora totalmente sterminata: conservava

un’ossatura massiccia, ma inerte. I piccoli industriali e gli uomini

di affari che si ostinavano a sopravvivere, privi di potere, di anima

economica o politica, erano in balìa della plutocrazia. Appena l’alta

finanza fece loro cenno, essi tolsero la pubblicità alla stampa di

Hearst. Costui si dibattè valorosamente: fece stampare i suoi giornali

in pura perdita, rimettendoci di tasca sua un milione e mezzo di

dollari al mese; e continuò a pubblicare annunzî che non gli erano

pagati. Allora, per nuovo ordine della plutocrazia, la sua meschina

clientela lo soffocò di avvertimenti ingiungendogli di smettere la

pubblicità gratuita. Hearst si ostinò. Gli fecero delle intimazioni,

e siccome persisteva nel suo rifiuto di obbedienza, fu castigato con

sei mesi di prigione, per offesa verso la Corte, mentre veniva spinto

al fallimento da un diluvio di azioni per danni e interessi. Non aveva

nessuna speranza di salvezza. L’alta Banca lo aveva condannato; ed essa

aveva in mano sua i tribunali che dovevano confermare la sentenza. Con

lui, crollò il partito democratico che egli aveva da poco irretito.

Questa doppia disfatta pose davanti ai suoi aderenti solo due vie:

l’una che metteva capo al Partito Socialista, l’altra al Partito

Repubblicano. Perciò noi raccogliemmo i frutti della propaganda, così

detta socialista, di Hearst; giacchè la grande maggioranza dei suoi

fedeli venne ad ingrossare le nostre file.

L’espropriazione dei fittavoli, che ebbe luogo in quel tempo, ci

avrebbe procurato un altro serio rinforzo, senza la breve e futile vita

del Partito delle Fattorie. Ernesto e i capi socialisti fecero sforzi

disperati per conciliare i fittavoli; ma la distruzione dei giornali e

delle case editrici socialiste costituiva un ostacolo formidabile, e la

propaganda orale non era ancora sufficientemente organizzata. Avvenne

dunque che politicanti del genere del signor Calvin, che non erano

altro che fittavoli, da lungo tempo espropriati, sì impadronissero dei

contadini, sciupandone la forza politica, in una campagna assolutamente

vana.

— Poveri fittavoli! — esclamava Ernesto, con un riso sardonico. — I

_trusts_ li comandano, all’entrata e all’uscita.

Queste parole dipingevano bene quello stato di cose. I sette consorzî,

agendo insieme, avevano fusi i loro enormi avanzi, e costituito un

partito delle Fattorie. Le ferrovie, padrone delle tariffe e dei

trasporti, i banchieri e gli speculatori di Borsa, padroni dei prezzi,

avevano da tempo dissanguato i fittavoli costringendoli a indebitarsi

fino al collo. Dall’altra parte, i banchieri, e gli stessi _trusts_,

avevano prestato grosse somme ai campagnoli; perciò questi erano nella

rete. Non rimaneva altro che gettarli a mare; e la Lega delle Fattorie

vi si preparò.

La crisi del 1912 aveva già prodotto un terribile crollo di

prezzi nel mercato dei prodotti agricoli, prezzi che furono ancora

deliberatamente ridotti a prezzi di fallimento, mentre le ferrovie,

con tariffe proibitive, spezzavano la spina dorsale al cammello del

contadino. In questo modo, i fittavoli erano obbligati a contrarre

prestiti e impossibilitati a pagare vecchi debiti. Allora fu decretata

l’esclusione generale delle ipoteche e il ricupero obbligatorio degli

effetti sottoscritti; in modo che i fittavoli furono costretti dalla

necessità di cedere le loro terre al _trust_. Quindi furono ridotti

a lavorare per conto del _trust_, come gerenti, sopraintendenti,

capomastri e semplici operai, e tutti salariati. In una parola,

diventarono schiavi, servi della gleba, avendo in cambio un salario

bastante solo pel nutrimento.

Non potevano abbandonare i loro padroni che appartenevano tutti

alla plutocrazia, nè andare a stabilirsi in città, dove essa regnava

ugualmente. Se abbandonavano la terra, non avevano altra via se non

quella dei girovaghi, ossia la libertà di morire di fame. E questo

espediente fu loro impedito da leggi draconiane, votate contro il

vagabondaggio e applicate rigorosamente.

Naturalmente, qua e là, ci furono fittavoli e interi paesi che

sfuggirono all’espropriazione, per favore di circostanze eccezionali;

ma furono casi sporadici che non avevano alcun valore, e che l’anno

dopo, in un modo o nell’altro, subirono la sorte comune[79].

Si spiega così lo stato d’animo dei socialisti, nell’autunno del 1912.

Tutti, tranne Ernesto, erano convinti che il sistema capitalistico

fosse alla fine. L’intensità della crisi, e la moltitudine di gente

senza impiego, la soppressione dei fittavoli e della classe media,

la sconfitta decisiva inflitta su tutta la linea ai Sindacati,

giustificavano le più ampie ipotesi circa la rovina imminente della

plutocrazia e il loro atteggiamento rispetto ad essa. Ahimè! come ci

ingannavamo sulla forza dei nostri nemici! Ovunque, i socialisti,

dopo un’esposizione esatta dello stato delle cose, proclamavano la

loro prossima vittoria alle urne. La plutocrazia accettò la sfida

e, pesate e valutate le cose, ci inflisse la sconfitta, dividendo le

nostre forze. Essa, mediante i suoi agenti segreti, fece dire ovunque

che il socialismo era una dottrina sacrilega e atea: e, attirando

nelle sue file le varie Chiese, specialmente la Chiesa Cattolica, ci

privò di un buon numero di voti di lavoratori. Essa, sempre per mezzo

dei suoi agenti segreti, incoraggiò il Partito delle Fattorie, e gli

fece propaganda fin nelle città e negli ambienti della classe media

soccombente.

Il movimento d’attrazione del socialismo si produsse però ugualmente,

ma invece del trionfo che ci avrebbe assicurato buoni posti ufficiali,

e la maggioranza in tutti i corpi legislativi, ottenemmo solo la

minoranza. Cinquanta dei nostri candidati furono eletti al Congresso,

ma quando presero possesso del loro seggio, nella primavera del 1913,

si trovarono completamente esautorati. Erano un poco più fortunati

dei contadini, i quali, pur avendo conquistato una dozzina di seggi,

non poterono neppure esercitare le loro funzioni, perchè i titolari in

carica rifiutarono loro di cedere il posto, e le Corti erano nelle mani

dell’Oligarchia. Ma non bisogna anticipare gli avvenimenti, per non

tralasciare i disordini dell’inverno del 1912.

La crisi nazionale aveva provocato un’enorme riduzione di consumi,

giacchè i lavoratori, senza impiego, senza denaro, non facevano

acquisti. Per conseguenza, la Plutocrazia era più che mai ingombra di

un avanzo di mercanzia, era obbligata a smerciarlo all’estero, ed aveva

bisogno di fondi per attuare i suoi disegni giganteschi. I suoi sforzi

animosi per buttare questo avanzo sul mercato mondiale, la misero

in competizione di interessi con la Germania. I conflitti economici

degenerarono quasi sempre in conflitti armati: e anche questa volta

s’avverò la regola. Il grande guerriero tedesco si tenne pronto, e gli

Stati Uniti si prepararono dal canto loro.

Questa minaccia di guerra era sospesa come una nube temporalesca, e

tutto era predisposto per una catastrofe mondiale; perchè tutto il

mondo era teatro di crisi, di torbidi dei lavoratori, di rivalità

d’interessi ovunque periva la classe media, ovunque sfilavano eserciti

di scioperanti, ovunque rumoreggiava la rivoluzione sociale[80].

L’Oligarchia voleva la guerra con la Germania, per molte ragioni;

perchè aveva molto da guadagnare negli avvenimenti varî che avrebbe

suscitato una simile mischia, in quello scambio di carte internazionali

e nella firma di nuovi trattati di alleanza. Inoltre, il periodo delle

ostilità doveva apportare un consumo notevole del soprappiù nazionale,

ridurre le fila degli scioperanti che minacciavano tutti i paesi, e

dare all’Oligarchia il tempo di maturare i suoi disegni e attuarli. Un

conflitto di quel genere l’avrebbe messa virtualmente in possesso di

un mercato mondiale. Le avrebbe dato un esercito permanente che non

avrebbe ormai più dovuto congedare. Infine, nella mente del popolo,

il motto: «America contro Germania» avrebbe dovuto sostituire l’altro:

«Socialismo contro Oligarchia».

E veramente, la guerra avrebbe dato tutti questi frutti, se non ci

fossero stati i socialisti. Una adunanza segreta dei capi dell’Ovest

fu convocata nelle nostre quattro camerette di Pell Street. In essa fu

esaminato prima l’atteggiamento che il Partito doveva assumere. Non

era la prima volta che veniva discussa la possibilità d’un conflitto

armato[81]. Ma era la prima volta che si faceva agli Stati Uniti. Dopo

la nostra riunione segreta, entrammo in contatto con l’organizzazione

nazionale, e ben presto furono scambiati marconigrammi attraverso

l’Atlantico, fra noi e l’Ufficio Internazionale.

I socialisti tedeschi erano disposti ad agire con noi. Erano

più di cinque milioni, di cui molti appartenenti all’esercito

regolare, e in buoni rapporti con i Sindacati. Nei due paesi, i

socialisti lanciarono una fiera protesta contro la guerra e una

minaccia di sciopero generale, e nello stesso tempo si prepararono a

quest’ultima eventualità. Inoltre, i partiti rivoluzionarii di tutti

i Paesi, proclamarono altamente il principio socialista che la pace

internazionale doveva essere mantenuta a tutti i costi, anche contro le

rivoluzioni locali e nazionali.

Lo sciopero generale fu l’unica grande vittoria di noi americani.

Il 4 Dicembre, il nostro ambasciatore fu richiamato da Berlino.

Quella stessa notte, la flotta tedesca attaccò Honolulu, affondò

tre incrociatori americani e una cacciatorpediniera, e bombardò la

capitale: il giorno dopo era dichiarata la guerra fra Germania e Stati

Uniti, e in meno di un’ora i socialisti avevano proclamato lo sciopero

generale nei due Paesi.

Per la prima volta, il dio tedesco della guerra, affrontò gli uomini

della sua nazione, coloro che ne sostenevano l’impero e senza i quali

egli stesso non avrebbe potuto sostenerlo. La novità di quello stato di

cose stava nella passività della loro rivolta. Essi non combattevano;

non facevano nulla, e la loro inerzia legava le mani al loro Kaiser.

Cercava solo un pretesto per sguinzagliare i suoi cani di guerra e dare

addosso al suo proletariato ribelle, ma il pretesto non venne mai. Non

potè nè mobilitare l’esercito per la guerra contro lo straniero, nè

scatenare la guerra civile per punire i suoi sudditi recalcitranti.

Nessun ordigno funzionava nel suo impero: nessun treno viaggiava,

nessun telegramma attraversava lo spazio, perchè i telegrafisti e i

macchinisti avevano smesso il lavoro, come il resto della popolazione.

Il tallone di ferro · 第 11 / 22 段