punto, anzi, era più evoluto del suo partito. I suoi compagni
socialisti non riuscivano a seguirlo, e persistevano a credere che la
lotta avrebbe potuto essere vinta con le elezioni. Non che fossero
storditi dal colpo ricevuto; non mancavano nè di sangue freddo nè
di coraggio: erano increduli, ecco tutto. Ernesto non riusciva a
ispirare loro un vero timore dell’oligarchia; riusciva a commuoverli,
ma essi erano sempre troppo sicuri della loro forza. Non c’era posto
per l’oligarchia, nella loro teoria dell’evoluzione sociale; per
conseguenza, l’oligarchia non poteva esistere.
— Vi manderemo al Congresso, e tutto si appianerà, — gli dissero in una
delle nostre riunioni segrete.
— E quando mi avranno strappato dal Congresso, messo con le spalle
al muro e fatto saltar le cervella, — chiese freddamente, — che cosa
farete?
— Allora ci solleveremo con tutta la nostra forza, — risposero una
dozzina di voci, immediatamente.
— Allora guazzerete nel vostro stesso sangue, — fu la replica. —
Conosco quest’antifona; l’ho sentita cantare dalla classe media. E
dov’è ora la classe media, con tutta la sua forza?
CAPITOLO XI.
LA GRANDE AVVENTURA.
Il signor Wickson non aveva fatto nulla per vedere mio padre. Si
incontrarono per caso sul piroscafo che porta a San Francisco: così
che l’avvertimento che gli diede non fu premeditato. Se il caso non li
avesse fatti incontrare, non ci sarebbe stato avvertimento alcuno; ma
del resto, il risultato sarebbe stato uguale. Il babbo discendeva dal
vecchio e solido ceppo del Mayflower[73]; e buon sangue non mente.
— Ernesto aveva ragione — mi disse rincasando. — Ernesto è un giovane
straordinario, al punto che preferirei vederti sua moglie anzichè sposa
del Re d’Inghilterra, o dello stesso Rockefeller.
— Che è successo? — chiesi con ansia.
— L’Oligarchia ci schiaccia. Wickson me lo ha fatto chiaramente
capire. È stato molto gentile, quale oligarca. Mi ha offerto di
rientrare all’Università. Che ne dici, tu? Lui, Wickson, quel sordido
spilorcio, ha il potere di decidere se insegnerò o no nell’Università
di Stato? Ma mi ha offerto di meglio ancora: mi ha proposto di farmi
nominare Rettore d’un grande Istituto di scienze fisiche, che si sta
progettando. Bisogna pure che l’oligarchia si liberi dei suoi valori
esuberanti, in un modo o nell’altro, non è vero?
Ed ha soggiunto:
— Ricordate ciò che dissi a quel socialista innamorato di vostra
figlia? Gli ho detto che avremmo calpestato la classe operaia. Orbene,
lo faremo. Quanto a voi, sapete che vi ho, come scienziato, in gran
rispetto, ma se voi unite le vostre sorti con quelle del proletariato,
ebbene, state attento. Non posso dirvi altro. Poi, mi ha voltato le
spalle, e se n’è andato.
— Segno che dovremo sposarci prima del tempo fissato — tale fu il
commento di Ernesto, quando gli narrammo la cosa.
Non potei afferrare subito la logica di quel ragionamento, ma non
tardai a capirla. In quel tempo fu pagato il dividendo trimestrale
delle Filande della Sierra..., o cioè avrebbe dovuto essere pagato,
perchè mio padre non ricevette il suo.
Dopo parecchi giorni di attesa, egli scrisse al Segretariato, e ottenne
una risposta immediata nella quale gli si comunicava come nessuna
entrata nei libri della Società indicasse che papà possedeva dei fondi,
e si chiedeva, gentilmente, maggiori notizie.
— Darò delle spiegazioni esplicite, a quel villano là — dichiarò
il babbo avviandosi alla Banca per ritirare i suoi titoli dalla
cassaforte.
— Ernesto è un uomo eccezionale — disse al ritorno, mentre l’aiutavo a
togliersi il soprabito. — Lo ripeto, figlia mia; il tuo fidanzato è un
giovane eccezionale.
Sapevo, sentendolo parlare così, che dovevo prepararmi a qualche nuova
sventura.
— Mi hanno già calpestato. Non ci sono più i titoli, la mia cassaforte
è vuota. Dovete sposarvi al più presto.
Il babbo, sempre fedele al suo metodo scientifico, si querelò, e riuscì
a far comparire la Società davanti ai tribunali, ma non riuscì a farvi
comparire i libri dei suoi conti. _La Sierra_, non lui, dominava i
tribunali: questo spiegava tutto. Non solo fu rigettata la sua istanza,
ma la legge sanzionò quella spudorata spoliazione.
Poichè si tratta d’un avvenimento lontano, mi viene da ridere al
ricordo del modo con cui papà fu battuto. Avendo incontrato per
caso Wickson in una via di San Francisco, egli trattò costui da vile
birbante.
Per questo fatto fu arrestato per provocazione, condannato dal
tribunale di semplice polizia ad un’ammenda, e dovette promettere,
previa cauzione, di starsene quieto. Era una cosa così ridicola che
egli stesso non potè fare a meno di riderne. Ma che scandalo nella
stampa regionale! Vi si parlava con gravità del bacillo della violenza
che infestava tutti coloro che abbracciavano il socialismo, e papà,
nonostante la sua lunga vita pacifica, era citato come un esempio dello
sviluppo di quel microbo della violenza. Più di un giornale insinuava
che la mente di lui era indebolita per i troppi studî scientifici,
e lasciava capire che si sarebbe dovuto chiuderlo in una casa di
salute. E non erano parole vane: annunciavano un pericolo imminente.
Fortunatamente, il babbo fu abbastanza intelligente per accorgersene.
L’esperienza del vescovo Morehouse era stata una buona lezione, ed egli
l’aveva ben capita. Non si mosse sotto quel diluvio di ingiustizie: e
credo che la sua pazienza sorprendesse gli stessi nemici.
In seguito, fu la volta della nostra casa, la nostra vecchia
abitazione. Fecero apparire una grossa ipoteca, e dovemmo abbandonare
la nostra dimora. Naturalmente non c’era la minima ipoteca, e non
c’era mai stata: tutto il terreno di costruzione era stato comperato
e la casa pagata appena costruita, e casa e terreno erano sempre
stati liberi da ogni vincolo. Ciononostante, fu creata un’ipoteca
falsa, redatta e firmata regolarmente e legalmente, con le ricevute
degli interessi versati durante un certo numero di anni. Il babbo non
protestò. Come gli avevano rubato il danaro, gli rubavano ora la casa:
così che non era possibile far ricorso. Il meccanismo della Società
era nelle mani di coloro che avevano giurato di rovinare mio padre. Ma
siccome, in fondo, era un filosofo, il babbo, ormai, non s’indignava
più.
— Sono condannato ad essere schiacciato — mi diceva. — Ma non è questa
una buona ragione perchè io non cerchi di essere fracassato il meno
possibile. Le mie vecchie ossa sono fragili, e la lezione è stata per
me un buon insegnamento. Lo sa Iddio se tengo a passare gli ultimi
giorni in un manicomio.
Questo mi fa ricordare che non ho ancora raccontato la storia del
vescovo. Ma prima devo dire del mio matrimonio. Siccome la sua
importanza è pari a quella di tanti altri avvenimenti simili, così ne
dirò solo due parole.
— Ora diventeremo veri proletarî — disse il babbo, quando fummo
scacciati dalla vecchia casa. — Ho spesso invidiato al tuo futuro
marito la perfetta conoscenza del proletariato; ma ora potrò osservare
e rendermene conto direttamente.
Il babbo doveva avere nel sangue il desiderio dell’avventura, perchè
considerava sotto questo aspetto la nostra catastrofe. Nè collera,
nè amarezza potevano su di lui: era troppo filosofo e troppo semplice
per essere vendicativo; e viveva troppo nel mondo dello spirito, per
rimpiangere gli agi materiali che avevamo dovuto abbandonare. Quando
andammo a stabilirci a San Francisco, in quattro miserabili camere del
quartiere basso, al sud di Market Street, egli seguì la nuova via con
la gioia e l’entusiasmo di un bimbo, però secondo la visione chiara e
la vasta comprensione d’una mente di prim’ordine. Sfuggiva così a ogni
cristallizzazione mentale e a ogni falso apprezzamento dei valori,
giacchè quelli dichiarati tali dall’usanza o dalla convenzione, non
avevano senso alcuno per lui; i soli che riconoscesse erano i fatti
matematici e scientifici. Mio padre ero un essere eccezionale; aveva
una mente ed un’anima come solo hanno i grandi uomini. In certi punti
era perfino superiore a Ernesto, che era pertanto il più grande che io
avessi mai conosciuto.
Io pure provai qualche conforto in quel cambiamento di vita, e
cioè la gioia di sfuggire all’ostracismo metodico e progressivo
al quale eravamo sottoposti nella nostra città universitaria,
coll’inimicizia della nascente oligarchia. A me pure quella vita
nuova sembrò un’avventura, e la più grande di tutte, perchè era
un’avventura d’amore. La nostra crisi finanziaria aveva affrettato
il nostro matrimonio; cosicchè andai ad abitare come sposa il piccolo
appartamento di _Pell Street_, nel quartiere basso di San Francisco.
Ma di tutto ciò ecco quanto rimane: ho fatto felice Ernesto. Sono
entrata nella sua vita agitata, non come un elemento di disordine, ma
come un coefficiente di pace e di riposo. Gli ho portato la calma: fu
il mio dono d’amore per lui, e per me il sogno infallibile divenuto
realtà. E per dimenticare miserie, o suscitar la luce della gioia
in quei poveri occhi stanchi: ecco la mia gioia. E poteva essermi
riservata una maggiore?
Quei cari occhi stanchi! Egli li prodigò sempre come pochi uomini hanno
fatto, e spese tutta la sua vita per gli altri. Tale fu la misura della
sua virilità. Era un umanitario, una creatura di amore. Con la sua
mente battagliera, il suo corpo di gladiatore, e il suo genio d’aquila,
era dolce e tenero con me, come un poeta, ma un poeta che viveva i suoi
canti nell’azione. Fino alla morte cantò la canzone umana, la cantò
per puro amore di questa umanità per la quale diede la sua vita e fu
crocifisso.
E tutto questo, senza la minima speranza d’un premio futuro. Nella sua
concezione del mondo, non c’era possibilità di vita futura. Egli, che
fiammeggiava d’immortalità, la negava a se stesso; e quest’era il più
gran paradosso della natura. Quello spirito ardente era dominato dalla
filosofia nera e fredda del monismo materialista. Quando tentavo di
confutare le sue idee, dicendogli che vedevo la sua immortalità nel
volo della sua anima, e che mi occorrevano secoli, per conoscerla a
fondo, egli rideva, e le sue braccia si stendevano a me, e mi chiamava
la sua dolce metafisica, e ogni stanchezza spariva dai suoi occhi; io
intravedevo in essi quella fiamma d’amore che, da sola, era una nuova e
sufficiente affermazione della sua immortalità.
Altre volte mi chiamava la sua cara dualista e mi spiegava il modo
come Kant, per mezzo della ragione pura, aveva abolito la ragione per
adorare Dio. Stabiliva un parallelo, e mi accusava di seguire lo stesso
procedimento. E quando, colpevole, difendevo quella maniera di pensare
perchè profondamente razionale, egli mi stringeva solo più forte e
rideva come solamente potrebbe farlo un amante eletto da Dio.
Rifiutavo di ammettere che la sua originalità e il suo genio fossero
spiegabili secondo l’eredità e l’ambiente, o che gli aridi tentativi
della scienza riuscissero ad afferrare, analizzare e classificare la
fuggevole essenza che si nasconde nella formazione stessa della vita.
Sostenevo che lo spazio è un’apparenza obbiettiva di Dio, e l’anima una
proiezione della sua natura soggettiva.
E quando Ernesto mi chiamava la sua dolce metafisica, io lo chiamavo il
mio immortale materialista; e ci amavamo ed eravamo pienamente felici.
Io gli perdonavo il suo materialismo in grazia dell’opera immensa
compiuta nel mondo senza darsi pensiero del progresso personale; in
grazia anche di quell’eccessiva modestia spirituale che gli impediva
di insuperbire e perfino di avere coscienza del suo animo veramente
eccezionale.
Pertanto aveva una sua particolare fierezza. Come potrebbe non averla
un’aquila? «Sentirsi divino», diceva, «sarebbe bello in un dio, senza
dubbio; ma non è ancora meglio nell’uomo, molecola infima e destinata
a perire?». In questo modo esaltava se stesso e proclamava la sua
mortalità. Si compiaceva di declamare alcuni brani di un poema che
non aveva letto per intero, e del quale non aveva mai potuto sapere
l’autore.
Trascrivo questo brano, non solo perchè egli lo prediligeva, ma perchè
è una prova del temperamento paradossale di lui. L’uomo che recitava,
fremendo d’entusiasmo, i versi seguenti, poteva essere solo un po’ di
fango inconsistente, un’energia fuggitiva e una forma effimera?
Gioie e gioie di meglio in meglio[74]
Mi sono destinate dalla nascita
E voglio gridare con tutte le forze
Dei miei giorni luminosi l’elogio
Fino all’estremo limite del tempo;
Dovessi soffrire ogni morte umana.
Almeno avrò bevuto, fino a perderne il respiro
E avrò vuotato il mio calice ricolmo
Del vino delle mie gioie, in ogni tempo e in ogni luogo
Avrò assaporato tutto: la femminilità dolce
E il sale del potere, e l’orgoglio e la sua spuma.
Berrò pure la feccia in ginocchio, perchè l’emozione
Della bevanda è buona e mi dà il desiderio
Di bere alla morte, di bere alla vita;
Quando un giorno la mia vita sarà tolta
Passerò il mio calice nelle mani di un altro io.
L’essere che tu scacciavi dal giardino di delizia
Ero io, Signore! Ero là bandito,
E quando crolleranno i vasti edifici
Della terra e del cielo, sarò là, benedetto,
In un mondo mio, di profonda bellezza,
In un mondo ove sono i nostri cari dolori,
Dal primo grido del bimbo che nasce
Alle nostre sere di amore, alle nostre notti di desiderio.
Il mio sangue generoso e tiepido è un’onda
Dove batte il polso d’un popolo increato ma reale:
Sempre agitato dal desiderio di un mondo
Spegnerebbe il fuoco del tuo inferno crudele.
Sono l’uomo! umano per la mia carne tutta
E per lo splendore dell’anima nuda e fiera
Dalla mia tiepida notte nel grembo materno
Fino al ritorno fecondo del mio corpo in polvere.
Questo mondo, ossa delle nostre ossa, e carne della nostra carne
Sobbalza al ritmo, sul quale suoniamo la nostra canzone,
E dall’Eden maledetto la sete insaziata
Fino alle sue profondità sconvolge la vita.
Quando avrò vuotato la mia coppa di miele
Di tutti i raggi luminosi del suo arcobaleno,
L’eterno riposo d’una notte senza fine
Non basterà a soffocare il mio sogno.
Ernesto si occupò troppo, tutta la sua vita. Era sostenuto solo dalla
robusta costituzione che, però, non cancellava la stanchezza dello
sguardo. I suoi cari occhi stanchi! Non dormiva più di quattro ore
e mezza per notte, e nonostante questo, non trovava mai il tempo di
fare tutto quello che avrebbe dovuto. Neppure un istante interruppe
la sua opera di propaganda: ed era sempre impegnato in anticipo,
per le conferenze da tenere alle organizzazioni operaie. Poi venne
la campagna elettorale alla quale si dedicò quanto è umanamente
possibile. La soppressione delle case editrici socialiste lo privò del
frutto dei suoi diritti di autore, e lo affaticò molto per trovare da
vivere: perchè, oltre tutti gli altri lavori, doveva darsi da fare per
guadagnarsi la vita. Traduceva molto per delle riviste scientifiche
e filosofiche; rincasava tardi la notte, già stanco per la lotta
elettorale, e si dedicava a quella occupazione fino alle prime ore del
mattino. E sopratutto coltivava i suoi studi! Li continuò fino alla
morte; e studiava pazzamente.
Nonostante questo, trovava il tempo di amarmi e farmi felice. Io
fondevo tutta la mia vita con la sua. Imparai la stenografia e la
dattilografia e diventai la sua segretaria. Mi diceva spesso che ero
riuscita ad alleggerirlo di metà del lavoro; e io mi misi di nuovo
ad imparare per capire bene le sue opere. Ci interessavamo l’uno
all’altro, lavoravamo insieme e giocavamo insieme.
E poi avevamo i minuti di tenerezza rubati al lavoro; una semplice
parola, una rapida carezza, uno sguardo d’amore; e questi minuti erano
tanto più dolci, quanto più furtivi. Vivevamo sulle cime, dove l’aria è
viva e frizzante, dove l’opera si compie per umanità, dove non potrebbe
respirare il sordido egoismo. Amavamo l’amore, che per noi si coloriva
delle tinte più belle. È certo, insomma che non ho fallito il mio
scopo. Ho dato un po’ di riposo a quella creatura che si affaticava
tanto per gli altri, ho dato la gioia al mio caro mortale dagli occhi
stanchi!
CAPITOLO XII.
IL VESCOVO.
Poco tempo dopo il mio matrimonio, ebbi la sorpresa d’incontrare il
vescovo Morehouse. Ma devo raccontare i fatti con ordine.
Dopo il suo sfogo nell’adunanza del I.P.H., il venerando e dolce
prelato, cedendo alle insistenze dei suoi amici, era partito in
vacanza, ma era ritornato più deciso che mai a predicare il messaggio
della Chiesa. Con grande costernazione de’ suoi fedeli, la sua
prima predica fu in tutto e per tutto simile al discorso che aveva
pronunziato davanti all’Assemblea. Ripetè, con numerosi esempi e
pericolosi particolari, che la Chiesa si era smarrita allontanandosi
dagli insegnamenti del Maestro, e che il vitello d’oro era stato
inalzato al posto di Cristo.
Finì che, per amore o per forza, fu condotto in una casa di salute
privata, mentre i giornali pubblicavano articoli patetici sulla
sua crisi mentale, lodando la santità del suo carattere. Entrato
nel sanatorio, vi fu tenuto prigioniero. Mi presentai più volte, ma
mi si rifiutò sempre di lasciarmelo avvicinare. Fui impressionata
tragicamente per la sorte di quel sant’uomo, assolutamente sano di
corpo e di mente, schiacciato dalla volontà brutale della Società.
Giacchè il vescovo era un essere normale, quanto puro e nobile.
Come diceva Ernesto, la sua sola debolezza dipendeva da un’erronea
conoscenza della biologia e della sociologia, così che non aveva saputo
scegliere bene il modo per presentare le cose secondo il giusto valore.
Ciò che mi esasperava, era l’impotenza a difendersi di quel dignitario
della Chiesa. Se continuava a proclamare la verità così come la vedeva,
era condannato all’internamento perpetuo; e ciò senza poter protestare.
Nè il suo patrimonio, nè la sua posizione, nè la coltura potevano
salvarlo. Le sue idee costituivano un pericolo per la Società, la quale
non poteva concepire che delle conclusioni così pericolose potessero
emanare da uno spirito sano: a giudicare dall’attitudine generale.
Ma il vescovo, che, sebbene mite e d’animo puro non mancava di acume,
capì chiaramente i pericoli della sua situazione, si vide preso in
una rete, e cercò di scappare. Non potendo contare sull’aiuto dei suoi
amici, come quello che papà, Ernesto ed io gli avremmo volentieri dato,
era ridotto a lottare con le sue sole risorse. Nella solitudine forzata
del sanatorio, riprese coscienza di sè; ricuperò la salute. I suoi
occhi cessarono di contemplare le visioni; la sua mente si purgò della
fantastica idea che il dovere della società fosse quello di nutrire le
pecorelle del Signore.
Come già detto, diventò sano, pienamente sano, e i giornali e la gente
di chiesa salutarono il suo ritorno, con gioia. Assistetti ad una
celebrazione. La predica fu dello stesso tenore di quelle tenute un
tempo, prima del suo accesso di visionario. Ne fui delusa e scossa. La
lezione inflittagli l’aveva forse ridotto all’obbedienza? era dunque
un vile? aveva abiurato per paura? Oppure la pressione era stata troppo
forte, ed egli si era lasciato schiacciare dal carro di Juggernaut[75],
dell’ordine stabilito?
Andai a visitarlo nella sua meravigliosa abitazione: lo trovai
tristemente mutato, dimagrito, col volto solcato da rughe, come non
lo avevo veduto mai. Fu chiaramente sconcertato dalla mia visita.
Parlando, si tirava nervosamente le maniche della veste; i suoi occhi
inquieti giravano da tutte le parti per evitare i miei; la sua mente
sembrava preoccupata; la conversazione, interrotta da pause strane, da
bruschi cambiamenti di soggetto, era così incoerente, da imbarazzare.
Era proprio l’uomo calmo e sicuro di sè che avevo un tempo paragonato a
Cristo, con i puri occhi limpidi, lo sguardo diritto, senza debolezza,
come la sua anima?
Era stato maneggiato dagli uomini, e da essi domato; il suo spirito
era troppo mite; non era abbastanza forte per far fronte alla società
organizzata.
Mi sentivo invasa da una tristezza indicibile. Le sue spiegazioni erano
equivoche, egli paventava tanto visibilmente ciò che io avrei potuto
dire, che non ebbi cuore di rivolgergli la minima domanda. Mi parlò
della sua malattia con abbandono; parlammo apertamente della Chiesa,
delle riparazioni dell’organo, e delle scarse opere di carità. Alla
fine, mi vide partire, con tale piacere, che ne avrei riso se il mio
cuore non fosse stato gonfio di lacrime.
Povero debole eroe. Se avessi saputo, però! Egli combatteva come un
gigante, e non ne dubitavano nemmeno. Solo, interamente solo in mezzo
a milioni di suoi simili, combatteva a modo suo. Sospeso fra l’orrore
del manicomio e la sua fedeltà verso la verità e la giustizia, si
aggrappava disperatamente a quest’ultima ma era così solo che non aveva
neppure osato fidarsi di me. Aveva imparato troppo bene la lezione!
Non passò molto, che rimasi invece edificata. Un bel giorno il vescovo
sparì, senza aver avvertito nessuno della sua partenza. Le settimane
passavano senza che tornasse: corsero sul suo conto molte dicerìe; si
disse persino che si era ucciso in un accesso di pazzia. Ma queste voci
tacquero quando si seppe che aveva venduto tutto quello che possedeva,
la sua casa in città, quella di campagna, a Menlo Park, i suoi quadri
e le collezioni artistiche e perfino la sua cara biblioteca. Aveva,
evidentemente, liquidato tutti i suoi beni segretamente, prima di
partire.
Tutto questo accadde mentre eravamo noi pure in preda alle disgrazie.
Solo quando fummo stabiliti nella nuova casa, avemmo il tempo di
chiedere di lui. Improvvisamente tutto si chiarì.
Una sera, sull’imbrunire, mentre c’era ancora un po’ di chiaro,
attraversai la strada per comperare delle costolette per la cena di
Ernesto. Perchè, nel nostro nuovo ambiente, chiamavamo cena l’ultimo
pasto del giorno.
Proprio mentre uscivo dal macellaio, un uomo varcava la soglia
della drogheria vicina, che faceva angolo con la strada. Uno strano
sentimento di familiarità mi spinse a guardarlo meglio. Ma l’uomo aveva
già voltato l’angolo, e camminava frettolosamente. C’era, nell’insieme
delle spalle e nella corona dei capelli argentei che si intravedevano
fra il colletto e il cappello dall’ala rialzata, un non so che, che
risvegliava in me vaghi ricordi. Anzichè riattraversare la via, seguii
quell’uomo. Affrettai il passo, cercando di contenere le idee che si
formavano, involontariamente, nella mia mente. No, era impossibile, non
poteva essere lui, vestito a quel modo, con un vestito di tela usata,
coi calzoni troppo lunghi, sfilacciati in fondo.
Mi fermai, ridendo di me stessa, e sul punto di abbandonare quel folle
inseguimento. Ma quella schiena e quei capelli d’argento mi erano
troppo noti. Lo raggiunsi, e, sorpassandolo, gettai uno sguardo di
sbieco, sul suo viso, poi mi voltai bruscamente e mi trovai a faccia a
faccia con «il vescovo».
Anch’egli si fermò pure bruscamente, attonito. Un grande sacco
di tela che aveva in mano cadde sul marciapiede rompendosi, e una
grande quantità di patate si sparse ovunque. Mi guardò con sorpresa
e spavento, poi, sembrò vinto: le sue spalle si abbassarono ed egli
trasse un profondo sospiro.
Gli stesi la mano, egli la prese; la sua era madida. Tossiva con aria
imbarazzata, e la sua fronte s’imperlava di grosse gocce di sudore.
Evidentemente, era molto turbato.
— Le patate — mormorò con voce spenta — sono preziose! — Le raccattammo
e le rimettemmo nel sacco rotto, che egli teneva, ora, con cura, nel
cavo del gomito.
Cercai di fargli capire quanto fossi felice di rivederlo, e l’invitai a
venire subito a casa con me.
— Papà sarà contento di vedervi — gli dissi. — Abitiamo a due passi da
qui.
— Impossibile — rispose. — Devo andarmene, arrivederci. — Si guardò
attorno con aria inquieta, come se temesse di essere riconosciuto e
fece l’atto d’incamminarsi. Poi, vedendomi decisa a seguirlo, per non
perderlo di vista, aggiunse:
— Datemi il vostro indirizzo, e verrò a trovarvi più tardi.
— No — risposi con fermezza. — Bisogna venire subito.
Egli guardò il sacchetto delle patate che gli dondolava dal braccio e i
pacchetti che aveva nell’altra mano.
— Sinceramente, non posso — disse. — Scusate la mia scortesia. Se
sapeste!
Credetti che cedesse alla mia emozione, ma un istante dopo era
ritornato padrone di sè.
— E poi ci sono queste vettovaglie — continuò. — Si tratta di un caso
pietoso, terribile. Si tratta di una vecchia donna, alla quale devo
portare subito questo. Ha fame, bisogna che corra da lei. Capite? Verrò
dopo. Ve lo prometto.
— Lasciatemi venire con voi — dissi. — È lontano?
Sospirò e cedette alla mia domanda.
— Ancora due file di case, più in là — disse. — Affrettiamoci.