«Il lavoro non ha niente di concreto da prendere: la sua parte di

ricchezza nazionale consiste in abiti, mobili, e, in casi rarissimi e

sporadici, in una casa libera da ipoteche. Ma voi avete della ricchezza

concreta, ne avete per ventiquattro miliardi, e la plutocrazia ve li

prenderà. Naturalmente, è più verosimile che sia il proletariato che

ve li prenda prima. Non vedete la vostra posizione, signori? La vostra

classe media è la pecorella tremante, fra il leone e la tigre. Se non

sarete dell’uno, sarete dell’altro. E se la plutocrazia vi avrà prima,

il proletariato avrà in seguito la plutocrazia: è soltanto questione di

tempo.

«Ed anche la vostra ricchezza attuale non dà la misura della vostra

potenza. Ora come ora, la forza della vostra ricchezza è una conchiglia

vuota. Perciò emettete il vostro lamentoso grido di guerra: «Ritorniamo

ai metodi dei nostri padri». Sentite la vostra impotenza, ed il vuoto

della vostra conchiglia. Vi farò vedere tale vacuità:

«Qual’è il potere dei fittavoli? Più del 50 per cento sono in servaggio

perchè semplici livellarii o perchè oppressi da ipoteche; e tutti

sono sotto tutela per il fatto che i _trusts_ possiedono o governano

(che è poi la stessa cosa) tutti i mezzi per immettere i prodotti

nel mercato, come apparecchi frigoriferi, ascensori, ferrovie e linee

di navigazione. Inoltre, i _trusts_ governano i mercati. Del potere

politico e governativo dei fittavoli, mi occuperò parlando di quello

della classe media. Di giorno in giorno, i _trusts_ schiacciano i

fittavoli come hanno strozzato il signor Calvin e tutti i lattai; e

di giorno in giorno i venditori sono schiacciati nello stesso modo.

Ricordate come, in sei mesi, i _trusts_ del tabacco sieno riusciti

a distruggere più di quattrocento spacci di sigari, nella sola Nuova

York? Dove sono gli antichi padroni delle miniere del carbon fossile?

Sapete certo, senza che io debba ripeterlo, che oggi il _trust_ delle

ferrovie possiede e dispone di tutti i terreni minerarii di antracite e

di bitume.

«Lo «Standard Oil Trust» non possiede forse una ventina di linee

marittime? Non dispone pure del rame? senza parlare del _trust_ degli

alti forni che ha organizzato, come un’impresa secondaria?

«Vi sono diecimila città negli Stati Uniti, illuminate, questa sera,

dalle società dipendenti dalla _Standard Oil_, e altrettante dove i

trasporti elettrici, urbani e suburbani, o interurbani, sono nelle sue

mani. I piccoli capitalisti, una volta cointeressati in queste migliaia

di imprese, sono spariti. Lo sapete. Voi vi avviate per la stessa

strada.

«Lo stesso avviene ai fabbricanti; tutto considerato, gli uni e gli

altri, sono oggi ridotti a un vassallaggio feudale. E si può dire lo

stesso dei professionisti e degli artisti che oggi, salvo il nome, sono

dei plebei, mentre i politicanti sono dei servi.

«Perchè mai, signor Calvin, passate i giorni e le notti a organizzare

i fittavoli, come il resto della classe media, in un nuovo partito

politico? Perchè i politicanti dei vecchi partiti non vogliono, perchè

sono, come ho detto, i servitori, i _lacchés_ della plutocrazia.

«Ho pure detto come professionisti e artisti sieno plebe, nel

regime attuale. E che altro sono? Dal primo all’ultimo, professori,

predicatori, editori, disimpegnano le loro mansioni servendo la

plutocrazia, il loro ufficio consiste nel propagare solo idee

inoffensive o laudative per i ricchi. Tutte le volte che tentano di

propagare idee minacciose per questi, perdono il posto; in questo caso,

se non hanno messo da parte nulla per i tempi grami, discendono verso

il proletariato, e vegetano nella miseria o diventano i mestatori del

popolo. E non dimenticate che la stampa, il pulpito e l’università,

modellano l’opinione pubblica, dànno il tono alla marcia mentale della

nazione. Quanto agli artisti, fanno semplicemente da mezzani ai gusti

più o meno ignobili della plutocrazia.

«Ma, in sostanza, la ricchezza non costituisce un vero potere da sola;

è un mezzo per ottenere il potere, che è governativo per essenza.

Chi detiene oggi il governo? forse il proletariato con i suoi venti

milioni di persone impiegate in occupazioni varie? Voi stessi ridete,

a quest’idea. Forse la classe media, con i suoi otto milioni di membri

che esercitano professioni varie? Neppure. Chi dunque detiene il potere

del governo? La plutocrazia, con appena un quarto di milione di persone

occupate. Eppure non è questo quarto di milioni di uomini che lo

detiene realmente, quantunque faccia da guardia volontaria. Il cervello

della plutocrazia che guida il governo si compone di sette piccoli e

possenti gruppi. E non dimenticate che, oggi, questi gruppi agiscono

quasi all’unisono[63].

Permettetemi di abbozzarvi la potenza di un solo di questi gruppi,

quello delle Ferrovie. Ha quarantamila avvocati, per rigettare le

istanze del pubblico, davanti ai tribunali: distribuisce innumerevoli

fogli di viaggi circolari gratuiti ai giudici, ai banchieri, ai

direttori di giornali, ai pastori, ai membri delle Università, delle

legislature di Stato e del Congresso. Mantiene ricchissimi e lussuosi

focolai di intrigo, le _lobbies_[64] nel capoluogo di ogni Stato e

nella capitale, e in tutte le grandi e piccole città del paese: adopera

un immenso esercito di azzeccagarbugli e di politicanti, che hanno

il compito di partecipare ai comitati elettorali e alle assemblee di

partito, di circuire i giurati, di subornare i giudici, e di adoperarsi

con tutte le loro forze a favore degl’interessi del gruppo[65].

«Signori, ho solo accennato alla potenza di uno dei sette gruppi che

costituiscono il cervello della plutocrazia[66]. I vostri ventiquattro

miliardi di ricchezza non vi dànno il 25% di potere governativo. Sono

una conchiglia vuota, e presto anche questa conchiglia vi sarà tolta.

Oggi la plutocrazia ha tutto il potere nelle sue mani. È lei che crea

le leggi perchè dispone del Senato, del Congresso, dei corsi, e del

potere legislativo in ogni Stato.

«E non basta. Occorre, oltre la legge, una forza che la renda

esecutiva. E oggi la plutocrazia, fatte le leggi, ha a sua disposizione

la polizia, l’esercito, la marina, e infine la milizia, ossia voi, io e

noi tutti.

La discussione non continuò, dopo di ciò: i convitati si alzarono

subito da tavola. Calmati e domati, abbassavano la voce congedandosi.

Si sarebbero detti ancora spaventati dalla visione dell’avvenire, che

avevano contemplato.

— La situazione è seria, — disse il signor Calvin ad Ernesto. —

Non trovo nulla da ridire sul modo come l’avete esposta. Dissento

solo da voi su quanto riguarda la condanna della classe media. Noi

sopravvivremo, e distruggeremo i _trusts_.

— E ritornerete ai metodi dei vostri padri, — concluse Ernesto.

— Giustissimo! So bene che, in certo modo, siamo dei distruttori di

macchine, e che questo è un assurdo. Ma tutta la vita è illogica, al

giorno d’oggi, a causa degli intrighi della plutocrazia. Comunque, il

nostro modo di distruggere le macchine, è almeno pratico e possibile,

mentre il vostro sogno non lo è. Il vostro sogno socialista non è che

un sogno. Noi non possiamo ammetterlo.

— Vorrei poter dare, a voi ed ai vostri, alcune nozioni circa la

teoria dell’evoluzione sociale, — rispose Ernesto, con aria pensosa,

stringendogli la mano.

— Sarebbero evitate molte difficoltà.

CAPITOLO X.

IL VORTICE.

Dopo quel pranzo di uomini di affari, avvenimenti terribilmente

importanti si successero come lampi; e la mia piccola vita, trascorsa

sempre nella calma della nostra Città Universitaria, fu trascinata,

come tutte le mie avventure personali, nel vasto vortice delle

avventure mondiali. Fu il mio amore per Ernesto a far di me una

rivoluzionaria, o il chiaro punto di vista sotto il quale egli mi aveva

fatto considerare la società nella quale vivevo? Non so bene; so che

divenni rivoluzionaria e mi trovai coinvolta in un caos di incidenti

che mi sarebbero sembrati impossibili tre mesi prima.

I turbamenti del mio destino coincisero con grandi crisi sociali. Prima

di tutto, mio padre fu congedato dall’Università. Oh! non fu congedato,

nel senso vero della parola: gli chiesero di dare le sue dimissioni,

ecco tutto. La cosa in se stessa non aveva grande importanza. Per

vero dire, mio padre ne fu entusiasta. Il suo congedo, affrettato

dalla pubblicazione del suo libro: «Economia ed Educazione», non

faceva che rafforzare la sua tesi. Si poteva forse fornire una miglior

prova di fatto, che l’istruzione pubblica era dominata dalla classe

capitalistica?

Ma questa conferma non vide mai la luce: nessuno seppe che era

stato obbligato a ritirarsi dall’Università. Egli era uno scienziato

così eminente, che una simile notizia, pubblicata col motivo delle

dimissioni forzate, avrebbe fatto rumore nel mondo intero. I giornali

gli furono prodighi di onori, congratulandosi con lui pel fatto che

aveva rinunciato alla fatica delle lezioni per consacrare il tempo alle

ricerche scientifiche.

Il babbo dapprima rise, poi si indignò secondo la sua _dose tonica_ di

arrabbiatura! Poi venne la soppressione del suo libro; soppressione

in forma così clandestina, che sulle prime non ci capimmo niente. La

pubblicazione dell’opera aveva subito causato un po’ di emozione nel

Paese; papà era stato gentilmente malmenato dalla stampa capitalistica;

in generale si esprimeva il dispiacere che un così grande scienziato

avesse abbandonato il terreno delle sue ricerche per avventurarsi in

quello della sociologìa, che gli era affatto sconosciuto, e dove non

aveva tardato a smarrirsi.

Questo durò una settimana, durante la quale il papà scherzava

dicendo che aveva toccato un punto delicato del capitalismo. Poi,

improvvisamente, i giornali e le riviste di critica non parlarono

più del volume; e in modo non meno improvviso, il libro sparì dalla

circolazione. Impossibile trovarne il minimo esemplare presso tutti i

librai. Il babbo scrisse agli editori e gli fu risposto che le lastre

erano state incidentalmente rovinate. Ne seguì una corrispondenza

confusa. Messi con le spalle al muro, gli editori finirono col

dichiarare che non vedevano la possibilità di ristampare l’opera, ma

che erano dispostissimi a cedere ogni diritto su di essa.

— In nessun paese troverete un’altra casa editrice che acconsenta a

pubblicare il vostro libro, — disse Ernesto. — Se fossi in voi, mi

metterei subito al sicuro. Perchè questo è solo un saggio di quanto vi

riserba il Tallone di Ferro.

Ma mio padre era prima di tutto uno scienziato, e non si credeva

autorizzato ad arrivare subito alla conclusione. Per lui un’esperienza

di laboratorio non meritava quel nome finchè non era stata seguita fin

nei minimi particolari. Così intraprese pazientemente un giro presso

tutti gli editori. Essi gli esposero una quantità di pretesti, ma

nessuno volle incaricarsi del libro.

Quando fu ben convinto che la sua opera era stata soppressa, tentò

d’informarne il pubblico, ma i suoi comunicati alla stampa non

ricevettero risposta alcuna. A una riunione politica socialista alla

quale assistevano numerosi corrispondenti, credette di aver trovato il

momento buono per rompere il silenzio. Si alzò e raccontò la storia di

questo sopruso. Leggendo i giornali del giorno dopo, prima ne rise, ma

poi si infuriò terribilmente, oltre ogni dose tonica. Nessuno parlava

del suo libro, ma travisavano la sua condotta in modo piacevole.

Avevano trasformato le sue parole e le sue frasi, trasformato le sue

sobrie e misurate osservazioni in un discorso di anarchico sbraitante.

Tutto ciò era fatto con molta abilità. Ricordo specialmente un esempio:

Il babbo aveva adoperato il termine «rivoluzione sociale», e il

corrispondente aveva semplicemente omesso l’aggettivo qualificativo.

La campagna contraria fu condotta in tutto il paese, per mezzo di

informazioni dell’Associazione della Stampa, e da ogni parte si

elevarono alte grida di protesta. Mio padre fu considerato come un

anarchico, un nichilista. Fu largamente distribuita una caricatura

che lo rappresentò con in pugno una bandiera rossa, alla testa di una

torma irsuta e selvaggia, armata di torce, di coltelli e di bombe di

dinamite.

La sua supposta anarchia fu assalita dalla Stampa con una terribile

campagna, fatta mediante lunghi articoli di fondo, seminati di insulti

ed allusioni alla sua decadenza mentale.

Ernesto ci disse che questa tattica della Stampa capitalistica non era

cosa nuova, poichè era abitudine di essa mandare i suoi corrispondenti

a tutte le riunioni socialiste, con l’ordine di alterare e svisare ciò

che veniva detto, per spaventare la classe media e distoglierla da ogni

idea di una possibile unione col proletariato. Ernesto insistette molto

perchè il babbo abbandonasse la lotta e si mettesse al riparo.

La stampa socialista, pertanto, raccolse il guanto, e tutto il

partito della gente operaia che legge i giornali seppe che il libro

era stato soppresso; ma quest’informazione non oltrepassò la cerchia

dei lavoratori. In seguito, una grande casa editrice socialista, «Il

Richiamo alla Ragione», si accordò con mio padre, per pubblicare il suo

libro. Il babbo ne fu entusiasta, ma Ernesto, invece, si turbò.

— Vi dico che siamo alle porte dell’ignoto. Avvengono attorno a noi

cose enormi e segrete. Noi le sentiamo, infatti; non ne conosciamo la

loro natura, ma in loro presenza è certa. Tutta la compagine sociale

ne freme. Non chiedetemi di che cosa si tratti veramente perchè non

ne so niente. Ma in questo movimento, c’è una realtà concreta che sta

prendendo forma, sta cristallizzandosi. La soppressione del vostro

libro ne è una prova. Quanti altri sono stati soppressi? Lo ignoriamo

e non potremo mai saperlo; siamo nel buio. Voi potete aspettarvi la

soppressione della stampa e delle case editrici socialiste. Temo anzi

che sia imminente. Stiamo per essere soffocati.

Ernesto, meglio degli altri, sentiva il corso degli avvenimenti,

perchè, meno di due giorni dopo, fu scatenato il primo assalto. «Il

Richiamo alla Ragione» era un settimanale diffuso fra il proletariato,

e aveva una tiratura di settecento cinquantamila copie; inoltre,

pubblicava spesso delle edizioni speciali, da due a cinque milioni

di esemplari, pagati e distribuiti dal piccolo esercito volontario

dei lavoratori raggruppati attorno al «Richiamo». Il primo colpo fu

diretto contro queste edizioni straordinarie, e fu un colpo di mazza.

L’Amministrazione delle Poste decise, con un regolamento arbitrario,

che quelle edizioni non facevano parte della solita circolazione del

giornale, e con questo pretesto rifiutò di riceverle nei suoi treni

postali.

Una settimana dopo, il Ministero delle Poste decretò che il giornale

stesso era sedizioso e lo escluse definitivamente dai suoi trasporti.

Era un terribile attacco alla propaganda socialista. «Il Richiamo» era

in una condizione disperata, e immaginò un disegno per pervenire ai

suoi abbonati, per mezzo delle società dei treni espressi, ma queste

rifiutarono il loro aiuto. Era il colpo di grazia, non il definitivo,

però.

«Il Richiamo» voleva continuare le sue imprese editoriali. Ventimila

esemplari del libro di papà erano in rilegatura, e altrettanti in

istampa. Una sera, senza che nulla lo facesse prevedere, una banda di

malfattori uscita non si sa da dove, agitando una bandiera americana e

cantando canzoni patriottiche, incendiò i vasti locali della tipografia

del «Richiamo», che furono totalmente distrutti.

È da osservare che la piccola città di Girard, nel Kansas, era una

località assolutamente tranquilla dove non erano mai accaduti disordini

di operai. Il «Richiamo» pagava i suoi impiegati secondo le tariffe

dei sindacati e, di fatto, costituiva l’ossatura della città, perchè

occupava centinaia di uomini e donne. La folla che aveva distrutto

la tipografia non era formata da abitanti di Girard. Gli autori della

sommossa sembravano usciti di sotterra, ed esservi rientrati dopo aver

compiuto le loro gesta.

— Ernesto vedeva la cosa sotto una cattivissima luce.

— Le Centurie Nere[67] si stanno organizzando negli Stati Uniti, —

diceva. — Questo è solo il principio. Vedremo di ben altro. Il Tallone

di Ferro prende ardimento.

Così fu distrutto il libro di papà. In seguito dovevamo sentir parlare

molto delle Centurie Nere. Di settimana in settimana, altri fogli

socialisti venivano privati dei mezzi di trasporto, e, in parecchi casi

accadde che le Centurie Nere distruggessero i macchinarî.

Naturalmente, i giornali del paese sostenevano la politica delle classi

dominanti, e la stampa assassinata fu calunniata e vilipesa, mentre

i componenti le Centurie Nere furono dipinti come i veri patrioti, i

salvatori della società. Quei falsi rapporti erano così convincenti,

che alcuni ministri del Culto fecero, dal pulpito, l’elogio delle

Centurie Nere, pur deplorando la necessità della violenza.

La Storia si scriveva rapidamente. Le elezioni di autunno si

avvicinavano, ed Ernesto fu designato dal partito socialista come

candidato al Congresso. Le sue probabilità di riuscita erano delle

migliori. Lo sciopero dei tranvai di San Francisco era fallito,

com’era fallito uno sciopero, dichiarato in conseguenza al primo,

dei carrettieri. Queste due sconfitte erano state disastrose per

l’organizzazione dei lavoratori.

La Federazione della Gente di Mare con i suoi alleati, gli operai dei

cantieri, aveva sostenuto i carrettieri, e tutto l’edifizio a fatica

eretto era crollato senza vantaggio e senza gloria. Lo sciopero fu

cruento. La polizia ferì a colpi di mazza moltissimi lavoratori, e la

lista dei morti s’accrebbe in seguito all’azione di una mitragliatrice.

Per conseguenza, gli uomini erano cupi, ebbri di sangue e di vendetta.

Battuti sul terreno scelto da essi stessi, erano pronti a dare una

risposta sul terreno politico. Mantenevano la loro organizzazione

sindacale; ciò che dava loro forza e coraggio per la lotta

ricominciata.

Le probabilità di Ernesto si facevano sempre più serie. Di giorno in

giorno, nuove Unioni decidevano di sostenere i socialisti, ed egli

stesso non potè fare a meno di ridere quando seppe la entrata in linea

degli Ausiliarî delle Pompe Funebri e degli Spennatori di Volatili.

I lavoratori diventavano cocciuti. Mentre si affollavano con vero

entusiasmo nelle riunioni socialiste, restavano insensibili alle

trovate dei politicanti del vecchio partito. Gli oratori del vecchio

partito si dimenavano di solito davanti alle sale vuote, ma ogni tanto

dovevano affrontare sale rigurgitanti di gente dove venivano a tal

punto malmenati che più di una volta era stato necessario l’intervento

delle forze della Polizia.

La Storia precipitava il corso degli eventi: l’aria vibrava di

avvenimenti attuali o imminenti. Il Paese entrava in un periodo di

crisi[68], dovuta a una serie di anni prosperosi, durante i quali era

diventato sempre più difficile collocare all’estero l’eccesso della

produzione. Le industrie lavoravano a orario ridotto; molte grandi

fabbriche non lavoravano neppure, aspettando lo smercio delle riserve,

e da ogni parte avvenivano riduzioni di salario.

Un altro grande sciopero falliva. Duecentomila meccanici, coi loro

cinquecentomila alleati metallurgici, erano stati vinti nella lotta più

sanguinosa che abbia sconvolto gli Stati Uniti.

In seguito a vere battaglie contro i nuclei di crumiri[69] armati

dall’associazione dei padroni, le Centurie Nere erano comparse

nelle località più distanti le une dalle altre, distruggendo grandi

proprietà; per conseguenza, erano stati mandati centomila uomini

dell’esercito regolare degli Stati Uniti per decidere la cosa con la

forza.

Un gran numero di capi operai furono giustiziati, molti altri

imprigionati, e migliaia di scioperanti rinchiusi nei parchi

bestiame[70] e trattati in modo esecrabile dalla soldatesca.

Si pagavano cari gli anni della passata prosperità. Tutti i mercati,

carichi di roba, cadevano nel crollo generale dei prezzi; quello del

lavoro cadeva prima degli altri.

Il paese era soggetto a una crisi industriale. Da una parte e

dall’altra gli operai scioperavano, e se non si mettevano in isciopero,

erano scacciati dagli stessi padroni. I giornali riferivano numerosi

fatti di violenza e di sangue. E in tutto questo c’entravano le

Centurie Nere. Sommosse, incendî, distruzioni a destra e a manca,

queste erano le loro funzioni che esse adempivano con serenità di

cuore. Tutto l’esercito era in moto, chiamato dalle violenze delle

Centurie Nere[71].

Tutte le città e i paesi, sembravano accampamenti militari; gli operai

erano fucilati come cani. I crumiri erano reclutati fra la massa dei

disoccupati, e quando avevano la peggio coi membri dei sindacati,

comparivano le truppe regolari sempre a tempo per difenderli e

schiacciare questi. Inoltre, c’era la milizia. Sin allora non era stato

necessario ricorrere alla legge segreta sulla milizia; solo la sua

parte regolarmente organizzata entrava in azione e operava ovunque. In

ultimo, in questo tempo di terrore, l’esercito regolare fu aumentato di

centomila uomini dal Governo.

Mai il mondo del lavoro aveva ricevuto una lezione così severa. Questa

volta i grandi capi industriali, gli oligarchi, avevano gettate tutte

le loro forze nella breccia aperta dalle associazioni dei padroni

battaglieri. Costoro appartenevano, in realtà, alla classe media.

Stimolati dalla durezza dei tempi, dal crollo dei mercati, e sostenuti

dai Capi dell’Alta Finanza, inflissero all’organizzazione del lavoro

una terribile e decisiva sconfitta. La lega era potentissima, ma era

una specie di alleanza del leone con l’agnello; e la classe media non

doveva tardare molto ad accorgersene.

La classe lavoratrice manifestava idee sanguinose di vendetta, ma era

annientata. Pure, la sua sconfitta non pose fine alla crisi. Le banche,

che erano da sole importanti forze dell’oligarchia, continuavano ad

accettare i risparmi dei lavoratori. Il gruppo di Wall Street[72]

trasformò la Borsa in un turbine dove tutti i valori del Paese scesero

quasi a zero.

E sui disastri e sulle rovine, s’inalzò la forza della nascente

oligarchia: imperturbabile, indifferente e sicura di sè. Questa

serenità e sicurezza erano terrificanti. Per ottener lo scopo, essa

non adoperava soltanto la sua potenza, ma quella del Tesoro degli Stati

Uniti.

I capi dell’industria si erano poi volti contro la classe intermedia.

Le associazioni dei padroni, che li avevano aiutati a lacerare

l’organizzazione del lavoro, erano alla loro volta lacerate dai

loro antichi alleati. In mezzo al crollo dei piccoli finanzieri ed

industriali, i _trusts_ resistevano magnificamente. Non solo erano

solidi, ma attivi. Seminavano vento, senza paura nè sosta, perchè

essi soli sapevano il modo di raccogliere tempesta e trarne profitto,

e quale profitto! quali immensi beneficî! Abbastanza forti per tener

testa all’uragano che avevano contribuito largamente a scatenare,

si scatenavano essi pure e saccheggiavano ciò che turbinava attorno

a loro. I valori erano pietosamente e incredibilmente abbassati e

i _trusts_ allargavano i loro possedimenti in proporzioni non meno

incredibili: le loro imprese comprendevano numerosi campi nuovi, e

sempre a spese della classe media.

Così, l’estate del 1912 vide l’assassinio virtuale della classe

intermedia.

Ernesto stesso fu stupito della rapidità con la quale fu dato ad essa

il colpo di grazia. Alzò la testa con aria di cattivo augurio e vide,

senza illusioni, le elezioni dell’autunno.

— È inutile, — diceva, — siamo sconfitti anticipatamente. Il Tallone

di Ferro è là. Avevo poste tutte le mie speranze in una vittoria

tranquilla, ottenuta mediante le urne. Ho avuto torto. Wickson aveva

ragione. Saremo spogliati delle poche libertà che ci rimangono. Il

Tallone di Ferro camminerà sui nostri volti; non c’è più nulla da

aspettarsi fuorchè da una rivoluzione sanguinosa della classe operaia.

Naturalmente avremo la vittoria, ma fremo al pensiero di quello che ci

costerà.

Il tallone di ferro · 第 9 / 22 段