ricchezza nazionale consiste in abiti, mobili, e, in casi rarissimi e
sporadici, in una casa libera da ipoteche. Ma voi avete della ricchezza
concreta, ne avete per ventiquattro miliardi, e la plutocrazia ve li
prenderà. Naturalmente, è più verosimile che sia il proletariato che
ve li prenda prima. Non vedete la vostra posizione, signori? La vostra
classe media è la pecorella tremante, fra il leone e la tigre. Se non
sarete dell’uno, sarete dell’altro. E se la plutocrazia vi avrà prima,
il proletariato avrà in seguito la plutocrazia: è soltanto questione di
tempo.
«Ed anche la vostra ricchezza attuale non dà la misura della vostra
potenza. Ora come ora, la forza della vostra ricchezza è una conchiglia
vuota. Perciò emettete il vostro lamentoso grido di guerra: «Ritorniamo
ai metodi dei nostri padri». Sentite la vostra impotenza, ed il vuoto
della vostra conchiglia. Vi farò vedere tale vacuità:
«Qual’è il potere dei fittavoli? Più del 50 per cento sono in servaggio
perchè semplici livellarii o perchè oppressi da ipoteche; e tutti
sono sotto tutela per il fatto che i _trusts_ possiedono o governano
(che è poi la stessa cosa) tutti i mezzi per immettere i prodotti
nel mercato, come apparecchi frigoriferi, ascensori, ferrovie e linee
di navigazione. Inoltre, i _trusts_ governano i mercati. Del potere
politico e governativo dei fittavoli, mi occuperò parlando di quello
della classe media. Di giorno in giorno, i _trusts_ schiacciano i
fittavoli come hanno strozzato il signor Calvin e tutti i lattai; e
di giorno in giorno i venditori sono schiacciati nello stesso modo.
Ricordate come, in sei mesi, i _trusts_ del tabacco sieno riusciti
a distruggere più di quattrocento spacci di sigari, nella sola Nuova
York? Dove sono gli antichi padroni delle miniere del carbon fossile?
Sapete certo, senza che io debba ripeterlo, che oggi il _trust_ delle
ferrovie possiede e dispone di tutti i terreni minerarii di antracite e
di bitume.
«Lo «Standard Oil Trust» non possiede forse una ventina di linee
marittime? Non dispone pure del rame? senza parlare del _trust_ degli
alti forni che ha organizzato, come un’impresa secondaria?
«Vi sono diecimila città negli Stati Uniti, illuminate, questa sera,
dalle società dipendenti dalla _Standard Oil_, e altrettante dove i
trasporti elettrici, urbani e suburbani, o interurbani, sono nelle sue
mani. I piccoli capitalisti, una volta cointeressati in queste migliaia
di imprese, sono spariti. Lo sapete. Voi vi avviate per la stessa
strada.
«Lo stesso avviene ai fabbricanti; tutto considerato, gli uni e gli
altri, sono oggi ridotti a un vassallaggio feudale. E si può dire lo
stesso dei professionisti e degli artisti che oggi, salvo il nome, sono
dei plebei, mentre i politicanti sono dei servi.
«Perchè mai, signor Calvin, passate i giorni e le notti a organizzare
i fittavoli, come il resto della classe media, in un nuovo partito
politico? Perchè i politicanti dei vecchi partiti non vogliono, perchè
sono, come ho detto, i servitori, i _lacchés_ della plutocrazia.
«Ho pure detto come professionisti e artisti sieno plebe, nel
regime attuale. E che altro sono? Dal primo all’ultimo, professori,
predicatori, editori, disimpegnano le loro mansioni servendo la
plutocrazia, il loro ufficio consiste nel propagare solo idee
inoffensive o laudative per i ricchi. Tutte le volte che tentano di
propagare idee minacciose per questi, perdono il posto; in questo caso,
se non hanno messo da parte nulla per i tempi grami, discendono verso
il proletariato, e vegetano nella miseria o diventano i mestatori del
popolo. E non dimenticate che la stampa, il pulpito e l’università,
modellano l’opinione pubblica, dànno il tono alla marcia mentale della
nazione. Quanto agli artisti, fanno semplicemente da mezzani ai gusti
più o meno ignobili della plutocrazia.
«Ma, in sostanza, la ricchezza non costituisce un vero potere da sola;
è un mezzo per ottenere il potere, che è governativo per essenza.
Chi detiene oggi il governo? forse il proletariato con i suoi venti
milioni di persone impiegate in occupazioni varie? Voi stessi ridete,
a quest’idea. Forse la classe media, con i suoi otto milioni di membri
che esercitano professioni varie? Neppure. Chi dunque detiene il potere
del governo? La plutocrazia, con appena un quarto di milione di persone
occupate. Eppure non è questo quarto di milioni di uomini che lo
detiene realmente, quantunque faccia da guardia volontaria. Il cervello
della plutocrazia che guida il governo si compone di sette piccoli e
possenti gruppi. E non dimenticate che, oggi, questi gruppi agiscono
quasi all’unisono[63].
Permettetemi di abbozzarvi la potenza di un solo di questi gruppi,
quello delle Ferrovie. Ha quarantamila avvocati, per rigettare le
istanze del pubblico, davanti ai tribunali: distribuisce innumerevoli
fogli di viaggi circolari gratuiti ai giudici, ai banchieri, ai
direttori di giornali, ai pastori, ai membri delle Università, delle
legislature di Stato e del Congresso. Mantiene ricchissimi e lussuosi
focolai di intrigo, le _lobbies_[64] nel capoluogo di ogni Stato e
nella capitale, e in tutte le grandi e piccole città del paese: adopera
un immenso esercito di azzeccagarbugli e di politicanti, che hanno
il compito di partecipare ai comitati elettorali e alle assemblee di
partito, di circuire i giurati, di subornare i giudici, e di adoperarsi
con tutte le loro forze a favore degl’interessi del gruppo[65].
«Signori, ho solo accennato alla potenza di uno dei sette gruppi che
costituiscono il cervello della plutocrazia[66]. I vostri ventiquattro
miliardi di ricchezza non vi dànno il 25% di potere governativo. Sono
una conchiglia vuota, e presto anche questa conchiglia vi sarà tolta.
Oggi la plutocrazia ha tutto il potere nelle sue mani. È lei che crea
le leggi perchè dispone del Senato, del Congresso, dei corsi, e del
potere legislativo in ogni Stato.
«E non basta. Occorre, oltre la legge, una forza che la renda
esecutiva. E oggi la plutocrazia, fatte le leggi, ha a sua disposizione
la polizia, l’esercito, la marina, e infine la milizia, ossia voi, io e
noi tutti.
La discussione non continuò, dopo di ciò: i convitati si alzarono
subito da tavola. Calmati e domati, abbassavano la voce congedandosi.
Si sarebbero detti ancora spaventati dalla visione dell’avvenire, che
avevano contemplato.
— La situazione è seria, — disse il signor Calvin ad Ernesto. —
Non trovo nulla da ridire sul modo come l’avete esposta. Dissento
solo da voi su quanto riguarda la condanna della classe media. Noi
sopravvivremo, e distruggeremo i _trusts_.
— E ritornerete ai metodi dei vostri padri, — concluse Ernesto.
— Giustissimo! So bene che, in certo modo, siamo dei distruttori di
macchine, e che questo è un assurdo. Ma tutta la vita è illogica, al
giorno d’oggi, a causa degli intrighi della plutocrazia. Comunque, il
nostro modo di distruggere le macchine, è almeno pratico e possibile,
mentre il vostro sogno non lo è. Il vostro sogno socialista non è che
un sogno. Noi non possiamo ammetterlo.
— Vorrei poter dare, a voi ed ai vostri, alcune nozioni circa la
teoria dell’evoluzione sociale, — rispose Ernesto, con aria pensosa,
stringendogli la mano.
— Sarebbero evitate molte difficoltà.
CAPITOLO X.
IL VORTICE.
Dopo quel pranzo di uomini di affari, avvenimenti terribilmente
importanti si successero come lampi; e la mia piccola vita, trascorsa
sempre nella calma della nostra Città Universitaria, fu trascinata,
come tutte le mie avventure personali, nel vasto vortice delle
avventure mondiali. Fu il mio amore per Ernesto a far di me una
rivoluzionaria, o il chiaro punto di vista sotto il quale egli mi aveva
fatto considerare la società nella quale vivevo? Non so bene; so che
divenni rivoluzionaria e mi trovai coinvolta in un caos di incidenti
che mi sarebbero sembrati impossibili tre mesi prima.
I turbamenti del mio destino coincisero con grandi crisi sociali. Prima
di tutto, mio padre fu congedato dall’Università. Oh! non fu congedato,
nel senso vero della parola: gli chiesero di dare le sue dimissioni,
ecco tutto. La cosa in se stessa non aveva grande importanza. Per
vero dire, mio padre ne fu entusiasta. Il suo congedo, affrettato
dalla pubblicazione del suo libro: «Economia ed Educazione», non
faceva che rafforzare la sua tesi. Si poteva forse fornire una miglior
prova di fatto, che l’istruzione pubblica era dominata dalla classe
capitalistica?
Ma questa conferma non vide mai la luce: nessuno seppe che era
stato obbligato a ritirarsi dall’Università. Egli era uno scienziato
così eminente, che una simile notizia, pubblicata col motivo delle
dimissioni forzate, avrebbe fatto rumore nel mondo intero. I giornali
gli furono prodighi di onori, congratulandosi con lui pel fatto che
aveva rinunciato alla fatica delle lezioni per consacrare il tempo alle
ricerche scientifiche.
Il babbo dapprima rise, poi si indignò secondo la sua _dose tonica_ di
arrabbiatura! Poi venne la soppressione del suo libro; soppressione
in forma così clandestina, che sulle prime non ci capimmo niente. La
pubblicazione dell’opera aveva subito causato un po’ di emozione nel
Paese; papà era stato gentilmente malmenato dalla stampa capitalistica;
in generale si esprimeva il dispiacere che un così grande scienziato
avesse abbandonato il terreno delle sue ricerche per avventurarsi in
quello della sociologìa, che gli era affatto sconosciuto, e dove non
aveva tardato a smarrirsi.
Questo durò una settimana, durante la quale il papà scherzava
dicendo che aveva toccato un punto delicato del capitalismo. Poi,
improvvisamente, i giornali e le riviste di critica non parlarono
più del volume; e in modo non meno improvviso, il libro sparì dalla
circolazione. Impossibile trovarne il minimo esemplare presso tutti i
librai. Il babbo scrisse agli editori e gli fu risposto che le lastre
erano state incidentalmente rovinate. Ne seguì una corrispondenza
confusa. Messi con le spalle al muro, gli editori finirono col
dichiarare che non vedevano la possibilità di ristampare l’opera, ma
che erano dispostissimi a cedere ogni diritto su di essa.
— In nessun paese troverete un’altra casa editrice che acconsenta a
pubblicare il vostro libro, — disse Ernesto. — Se fossi in voi, mi
metterei subito al sicuro. Perchè questo è solo un saggio di quanto vi
riserba il Tallone di Ferro.
Ma mio padre era prima di tutto uno scienziato, e non si credeva
autorizzato ad arrivare subito alla conclusione. Per lui un’esperienza
di laboratorio non meritava quel nome finchè non era stata seguita fin
nei minimi particolari. Così intraprese pazientemente un giro presso
tutti gli editori. Essi gli esposero una quantità di pretesti, ma
nessuno volle incaricarsi del libro.
Quando fu ben convinto che la sua opera era stata soppressa, tentò
d’informarne il pubblico, ma i suoi comunicati alla stampa non
ricevettero risposta alcuna. A una riunione politica socialista alla
quale assistevano numerosi corrispondenti, credette di aver trovato il
momento buono per rompere il silenzio. Si alzò e raccontò la storia di
questo sopruso. Leggendo i giornali del giorno dopo, prima ne rise, ma
poi si infuriò terribilmente, oltre ogni dose tonica. Nessuno parlava
del suo libro, ma travisavano la sua condotta in modo piacevole.
Avevano trasformato le sue parole e le sue frasi, trasformato le sue
sobrie e misurate osservazioni in un discorso di anarchico sbraitante.
Tutto ciò era fatto con molta abilità. Ricordo specialmente un esempio:
Il babbo aveva adoperato il termine «rivoluzione sociale», e il
corrispondente aveva semplicemente omesso l’aggettivo qualificativo.
La campagna contraria fu condotta in tutto il paese, per mezzo di
informazioni dell’Associazione della Stampa, e da ogni parte si
elevarono alte grida di protesta. Mio padre fu considerato come un
anarchico, un nichilista. Fu largamente distribuita una caricatura
che lo rappresentò con in pugno una bandiera rossa, alla testa di una
torma irsuta e selvaggia, armata di torce, di coltelli e di bombe di
dinamite.
La sua supposta anarchia fu assalita dalla Stampa con una terribile
campagna, fatta mediante lunghi articoli di fondo, seminati di insulti
ed allusioni alla sua decadenza mentale.
Ernesto ci disse che questa tattica della Stampa capitalistica non era
cosa nuova, poichè era abitudine di essa mandare i suoi corrispondenti
a tutte le riunioni socialiste, con l’ordine di alterare e svisare ciò
che veniva detto, per spaventare la classe media e distoglierla da ogni
idea di una possibile unione col proletariato. Ernesto insistette molto
perchè il babbo abbandonasse la lotta e si mettesse al riparo.
La stampa socialista, pertanto, raccolse il guanto, e tutto il
partito della gente operaia che legge i giornali seppe che il libro
era stato soppresso; ma quest’informazione non oltrepassò la cerchia
dei lavoratori. In seguito, una grande casa editrice socialista, «Il
Richiamo alla Ragione», si accordò con mio padre, per pubblicare il suo
libro. Il babbo ne fu entusiasta, ma Ernesto, invece, si turbò.
— Vi dico che siamo alle porte dell’ignoto. Avvengono attorno a noi
cose enormi e segrete. Noi le sentiamo, infatti; non ne conosciamo la
loro natura, ma in loro presenza è certa. Tutta la compagine sociale
ne freme. Non chiedetemi di che cosa si tratti veramente perchè non
ne so niente. Ma in questo movimento, c’è una realtà concreta che sta
prendendo forma, sta cristallizzandosi. La soppressione del vostro
libro ne è una prova. Quanti altri sono stati soppressi? Lo ignoriamo
e non potremo mai saperlo; siamo nel buio. Voi potete aspettarvi la
soppressione della stampa e delle case editrici socialiste. Temo anzi
che sia imminente. Stiamo per essere soffocati.
Ernesto, meglio degli altri, sentiva il corso degli avvenimenti,
perchè, meno di due giorni dopo, fu scatenato il primo assalto. «Il
Richiamo alla Ragione» era un settimanale diffuso fra il proletariato,
e aveva una tiratura di settecento cinquantamila copie; inoltre,
pubblicava spesso delle edizioni speciali, da due a cinque milioni
di esemplari, pagati e distribuiti dal piccolo esercito volontario
dei lavoratori raggruppati attorno al «Richiamo». Il primo colpo fu
diretto contro queste edizioni straordinarie, e fu un colpo di mazza.
L’Amministrazione delle Poste decise, con un regolamento arbitrario,
che quelle edizioni non facevano parte della solita circolazione del
giornale, e con questo pretesto rifiutò di riceverle nei suoi treni
postali.
Una settimana dopo, il Ministero delle Poste decretò che il giornale
stesso era sedizioso e lo escluse definitivamente dai suoi trasporti.
Era un terribile attacco alla propaganda socialista. «Il Richiamo» era
in una condizione disperata, e immaginò un disegno per pervenire ai
suoi abbonati, per mezzo delle società dei treni espressi, ma queste
rifiutarono il loro aiuto. Era il colpo di grazia, non il definitivo,
però.
«Il Richiamo» voleva continuare le sue imprese editoriali. Ventimila
esemplari del libro di papà erano in rilegatura, e altrettanti in
istampa. Una sera, senza che nulla lo facesse prevedere, una banda di
malfattori uscita non si sa da dove, agitando una bandiera americana e
cantando canzoni patriottiche, incendiò i vasti locali della tipografia
del «Richiamo», che furono totalmente distrutti.
È da osservare che la piccola città di Girard, nel Kansas, era una
località assolutamente tranquilla dove non erano mai accaduti disordini
di operai. Il «Richiamo» pagava i suoi impiegati secondo le tariffe
dei sindacati e, di fatto, costituiva l’ossatura della città, perchè
occupava centinaia di uomini e donne. La folla che aveva distrutto
la tipografia non era formata da abitanti di Girard. Gli autori della
sommossa sembravano usciti di sotterra, ed esservi rientrati dopo aver
compiuto le loro gesta.
— Ernesto vedeva la cosa sotto una cattivissima luce.
— Le Centurie Nere[67] si stanno organizzando negli Stati Uniti, —
diceva. — Questo è solo il principio. Vedremo di ben altro. Il Tallone
di Ferro prende ardimento.
Così fu distrutto il libro di papà. In seguito dovevamo sentir parlare
molto delle Centurie Nere. Di settimana in settimana, altri fogli
socialisti venivano privati dei mezzi di trasporto, e, in parecchi casi
accadde che le Centurie Nere distruggessero i macchinarî.
Naturalmente, i giornali del paese sostenevano la politica delle classi
dominanti, e la stampa assassinata fu calunniata e vilipesa, mentre
i componenti le Centurie Nere furono dipinti come i veri patrioti, i
salvatori della società. Quei falsi rapporti erano così convincenti,
che alcuni ministri del Culto fecero, dal pulpito, l’elogio delle
Centurie Nere, pur deplorando la necessità della violenza.
La Storia si scriveva rapidamente. Le elezioni di autunno si
avvicinavano, ed Ernesto fu designato dal partito socialista come
candidato al Congresso. Le sue probabilità di riuscita erano delle
migliori. Lo sciopero dei tranvai di San Francisco era fallito,
com’era fallito uno sciopero, dichiarato in conseguenza al primo,
dei carrettieri. Queste due sconfitte erano state disastrose per
l’organizzazione dei lavoratori.
La Federazione della Gente di Mare con i suoi alleati, gli operai dei
cantieri, aveva sostenuto i carrettieri, e tutto l’edifizio a fatica
eretto era crollato senza vantaggio e senza gloria. Lo sciopero fu
cruento. La polizia ferì a colpi di mazza moltissimi lavoratori, e la
lista dei morti s’accrebbe in seguito all’azione di una mitragliatrice.
Per conseguenza, gli uomini erano cupi, ebbri di sangue e di vendetta.
Battuti sul terreno scelto da essi stessi, erano pronti a dare una
risposta sul terreno politico. Mantenevano la loro organizzazione
sindacale; ciò che dava loro forza e coraggio per la lotta
ricominciata.
Le probabilità di Ernesto si facevano sempre più serie. Di giorno in
giorno, nuove Unioni decidevano di sostenere i socialisti, ed egli
stesso non potè fare a meno di ridere quando seppe la entrata in linea
degli Ausiliarî delle Pompe Funebri e degli Spennatori di Volatili.
I lavoratori diventavano cocciuti. Mentre si affollavano con vero
entusiasmo nelle riunioni socialiste, restavano insensibili alle
trovate dei politicanti del vecchio partito. Gli oratori del vecchio
partito si dimenavano di solito davanti alle sale vuote, ma ogni tanto
dovevano affrontare sale rigurgitanti di gente dove venivano a tal
punto malmenati che più di una volta era stato necessario l’intervento
delle forze della Polizia.
La Storia precipitava il corso degli eventi: l’aria vibrava di
avvenimenti attuali o imminenti. Il Paese entrava in un periodo di
crisi[68], dovuta a una serie di anni prosperosi, durante i quali era
diventato sempre più difficile collocare all’estero l’eccesso della
produzione. Le industrie lavoravano a orario ridotto; molte grandi
fabbriche non lavoravano neppure, aspettando lo smercio delle riserve,
e da ogni parte avvenivano riduzioni di salario.
Un altro grande sciopero falliva. Duecentomila meccanici, coi loro
cinquecentomila alleati metallurgici, erano stati vinti nella lotta più
sanguinosa che abbia sconvolto gli Stati Uniti.
In seguito a vere battaglie contro i nuclei di crumiri[69] armati
dall’associazione dei padroni, le Centurie Nere erano comparse
nelle località più distanti le une dalle altre, distruggendo grandi
proprietà; per conseguenza, erano stati mandati centomila uomini
dell’esercito regolare degli Stati Uniti per decidere la cosa con la
forza.
Un gran numero di capi operai furono giustiziati, molti altri
imprigionati, e migliaia di scioperanti rinchiusi nei parchi
bestiame[70] e trattati in modo esecrabile dalla soldatesca.
Si pagavano cari gli anni della passata prosperità. Tutti i mercati,
carichi di roba, cadevano nel crollo generale dei prezzi; quello del
lavoro cadeva prima degli altri.
Il paese era soggetto a una crisi industriale. Da una parte e
dall’altra gli operai scioperavano, e se non si mettevano in isciopero,
erano scacciati dagli stessi padroni. I giornali riferivano numerosi
fatti di violenza e di sangue. E in tutto questo c’entravano le
Centurie Nere. Sommosse, incendî, distruzioni a destra e a manca,
queste erano le loro funzioni che esse adempivano con serenità di
cuore. Tutto l’esercito era in moto, chiamato dalle violenze delle
Centurie Nere[71].
Tutte le città e i paesi, sembravano accampamenti militari; gli operai
erano fucilati come cani. I crumiri erano reclutati fra la massa dei
disoccupati, e quando avevano la peggio coi membri dei sindacati,
comparivano le truppe regolari sempre a tempo per difenderli e
schiacciare questi. Inoltre, c’era la milizia. Sin allora non era stato
necessario ricorrere alla legge segreta sulla milizia; solo la sua
parte regolarmente organizzata entrava in azione e operava ovunque. In
ultimo, in questo tempo di terrore, l’esercito regolare fu aumentato di
centomila uomini dal Governo.
Mai il mondo del lavoro aveva ricevuto una lezione così severa. Questa
volta i grandi capi industriali, gli oligarchi, avevano gettate tutte
le loro forze nella breccia aperta dalle associazioni dei padroni
battaglieri. Costoro appartenevano, in realtà, alla classe media.
Stimolati dalla durezza dei tempi, dal crollo dei mercati, e sostenuti
dai Capi dell’Alta Finanza, inflissero all’organizzazione del lavoro
una terribile e decisiva sconfitta. La lega era potentissima, ma era
una specie di alleanza del leone con l’agnello; e la classe media non
doveva tardare molto ad accorgersene.
La classe lavoratrice manifestava idee sanguinose di vendetta, ma era
annientata. Pure, la sua sconfitta non pose fine alla crisi. Le banche,
che erano da sole importanti forze dell’oligarchia, continuavano ad
accettare i risparmi dei lavoratori. Il gruppo di Wall Street[72]
trasformò la Borsa in un turbine dove tutti i valori del Paese scesero
quasi a zero.
E sui disastri e sulle rovine, s’inalzò la forza della nascente
oligarchia: imperturbabile, indifferente e sicura di sè. Questa
serenità e sicurezza erano terrificanti. Per ottener lo scopo, essa
non adoperava soltanto la sua potenza, ma quella del Tesoro degli Stati
Uniti.
I capi dell’industria si erano poi volti contro la classe intermedia.
Le associazioni dei padroni, che li avevano aiutati a lacerare
l’organizzazione del lavoro, erano alla loro volta lacerate dai
loro antichi alleati. In mezzo al crollo dei piccoli finanzieri ed
industriali, i _trusts_ resistevano magnificamente. Non solo erano
solidi, ma attivi. Seminavano vento, senza paura nè sosta, perchè
essi soli sapevano il modo di raccogliere tempesta e trarne profitto,
e quale profitto! quali immensi beneficî! Abbastanza forti per tener
testa all’uragano che avevano contribuito largamente a scatenare,
si scatenavano essi pure e saccheggiavano ciò che turbinava attorno
a loro. I valori erano pietosamente e incredibilmente abbassati e
i _trusts_ allargavano i loro possedimenti in proporzioni non meno
incredibili: le loro imprese comprendevano numerosi campi nuovi, e
sempre a spese della classe media.
Così, l’estate del 1912 vide l’assassinio virtuale della classe
intermedia.
Ernesto stesso fu stupito della rapidità con la quale fu dato ad essa
il colpo di grazia. Alzò la testa con aria di cattivo augurio e vide,
senza illusioni, le elezioni dell’autunno.
— È inutile, — diceva, — siamo sconfitti anticipatamente. Il Tallone
di Ferro è là. Avevo poste tutte le mie speranze in una vittoria
tranquilla, ottenuta mediante le urne. Ho avuto torto. Wickson aveva
ragione. Saremo spogliati delle poche libertà che ci rimangono. Il
Tallone di Ferro camminerà sui nostri volti; non c’è più nulla da
aspettarsi fuorchè da una rivoluzione sanguinosa della classe operaia.
Naturalmente avremo la vittoria, ma fremo al pensiero di quello che ci
costerà.