sarete mandati nel Maine o nella Florida, nelle Filippine, o in altro
luogo, per domare i vostri compagni rivoltosi, in nome della libertà.
Nello stesso tempo i vostri compagni del Kansas, del Wisconsin, o di
un altro Stato, faranno parte anch’essi della milizia e verranno in
California, per soffocare nel sangue la vostra stessa guerra civile.
Questa volta i presenti rimasero addirittura scandalizzati e muti.
Finalmente, il signor Owen mormorò:
— Non ci arruoleremo nella milizia. È semplicissimo: non saremo così
ingenui.
Ernesto scoppiò in una schietta risata.
— Voi non capite affatto il gioco stabilito. Non potrete difendervi:
sarete incorporati a forza nella milizia.
— Esiste una cosa che si chiama diritto civile, — insistette il signor
Owen.
— Ma non quando il Governo proclama lo stato d’assedio. Il giorno
in cui parlaste di sollevarvi in massa, la vostra stessa massa si
leverebbe contro di voi. Sareste compresi nella milizia, volenti
e nolenti. Sento qualcuno pronunziare le parole: _habeas corpus_.
Come _habeas corpus_, avreste, _post mortem_, in fatto di garanzia,
l’autopsia. Se rifiutaste di entrare nella milizia o di obbedire, una
volta incorporati, sareste tradotti davanti a un Consiglio di guerra
improvvisato e sareste fucilati come cani. È la legge.
— Non è la legge, — affermò con autorità il signor Calvin. — Non esiste
una legge simile. Quanto avete detto, l’avete sognato, giovanotto. Ma
come? Parlate di spedire la milizia alle Filippine? Sarebbe contro la
Costituzione. La Costituzione specifica espressamente che la milizia
non potrà mai essere mandata all’estero.
— Come c’entra la Costituzione? — chiese Ernesto. — La Costituzione è
interpretata dalle Corti, e queste, come ha detto il signor Asmunsen,
sono strumento dei _trusts_. Inoltre, come ho affermato, la legge vuole
così. È legge, da anni, da nove anni, signori.
— È legge, — chiese il signor Calvin, con aria incredula, — che si
possa essere trascinati a forza nella milizia... e fucilati da un
Consiglio di guerra improvvisato, se ci rifiutiamo di marciare?
— Precisamente, — rispose Ernesto.
— Come mai allora non abbiamo mai sentito parlare di questa legge? —
chiese mio padre; e capii benissimo che anche a lui la cosa riusciva
nuova.
— Per due motivi, — disse Ernesto. — Primo, perchè non si è mai
presentata l’occasione di applicarla: se fosse stato necessario, ne
avreste già sentito parlare. Secondo, perchè questa legge è stata
approvata frettolosamente dal Congresso e in segreto dal Senato: per
modo di dire, cioè, senza discussione. Naturalmente i giornali non
ne hanno fatto mai cenno. Noi socialisti lo sapevamo e l’abbiamo
pubblicato nei nostri giornali. Ma voi non leggete mai i nostri
giornali.
— Ed io sostengo che sognate, — disse il signor Calvin, con
ostinazione. — Il Paese non avrebbe mai permesso una cosa simile.
— Eppure, il Paese l’ha permessa di fatto, — replicò Ernesto. — E
quanto al sognare, ditemi se di questa stoffa sono fatti i sogni.
E, tratto di tasca un opuscolo, l’aprì e si mise a leggere:
«Sezione I., ecc., ecc.: È decretato, ecc., ecc., che la milizia si
compone di tutti i cittadini validi, di età superiore ai diciotto anni
e inferiore ai quarantacinque, abitanti i diversi Stati o territorî,
come il distretto di Columbia...
«Sezione VII. Che ogni ufficiale o uomo arruolato nella milizia —
ricordate, signori, che secondo la Sezione I, siete tutti arruolati
— che rifiuterà o non si presenterà all’Ufficiale di reclutamento,
dopo essere stato chiamato com’è prescritto qui contro, sarà tradotto
davanti a un Consiglio di guerra e passibile di pene pronunciate dal
detto Consiglio...
«Sezione IX. ... che la milizia, quando sarà convocata in servizio
attivo, per gli Stati Uniti, sarà soggetta agli stessi regolamenti e
articoli di guerra delle truppe regolari degli Stati Uniti».
— Ecco a che punto siamo, signori, cari concittadini americani e
compagni di milizia. Nove anni or sono, noi socialisti pensavamo che
questa legge fosse rivolta contro i lavoratori, ma sembra che sia
rivolta anche contro voialtri.
«Il congressista Wiley, nella breve discussione, quale fu permessa,
dichiarò che il disegno di legge «procurava una forza di riserva per
prendere la plebe alla gola». La plebe siete voi, signori, «e per
proteggere ad ogni costo la vita, la proprietà, la libertà». E in
avvenire, quando vi solleverete con tutta la vostra forza, ricordate
che vi rivolterete contro la proprietà dei _trust_ e contro la
libertà legalmente accordata ai _trusts_, _di sfruttarvi_. Signori,
vi hanno strappato i denti, vi hanno tagliato le unghie. Il giorno
in cui insorgerete, armati solo della forza della vostra virilità, ma
sprovvisti di unghie e denti, sarete inoffensivi come una legione di
molluschi.
— Non credo una sola parola di questo. — esclamò il signor Kowalt.
— Una simile legge non esiste. È una storia inventata da voialtri
socialisti.
— Il disegno di legge è stato presentato alla Camera il 30 luglio
del 1902 dal rappresentante dell’Ohio. È stato discusso rapidamente
e approvato dal Senato il 14 gennaio del 1903. E proprio sette giorni
dopo, la legge è stata approvata dal Presidente degli Stati Uniti[57].
CAPITOLO IX.
LA MATEMATICA DI UN SOGNO.
Fra la costernazione provocata dalla sua rivelazione, Ernesto riprese
la parola:
— Una dozzina di voi, questa sera, ha proclamato impossibile il
socialismo. Poichè avete dichiarato ciò che è inattuabile, permettetemi
ora di dimostrarvi ciò che è inevitabile: ossia, la scomparsa non
solo di voi piccoli capitalisti, ma anche di grossi capitalisti e
perfino dei _trusts_, a un certo momento. Ricordate che il progresso
dell’evoluzione non permette ritorni al passato. Senza riflusso, essa
procede dalla rivalità all’associazione, dalla piccola cooperazione
alla grande, dalle vaste combinazioni alle organizzazioni colossali,
sino al socialismo che è la più gigantesca di tutte le organizzazioni.
«Voi mi dite che sogno. Benissimo! Vi esporrò i dati matematici del
mio sogno. Anzi, vi sfido in anticipo a dimostrare la falsità dei miei
calcoli. Voglio esporre davanti a voi il carattere fatale del crollo
del sistema capitalistico, e dedurre, matematicamente, la causa della
sua fatale decadenza. Coraggio, e abbiate pazienza se il punto di
partenza è un po’ lontano dall’argomento.
«Esaminiamo, dapprima, i procedimenti di un’industria privata, e non
esitate ad interrompermi se dico cosa che voi non potete ammettere.
Prendiamo, ad esempio, una fabbrica di scarpe. Questa fabbrica compera
il cuoio e lo trasforma in scarpe. Ecco del cuoio per cento dollari,
che passa in fabbrica e ne esce in forma di scarpe, per un valore
di cento dollari, supponiamo. Che cos’è avvenuto? È stato aggiunto
al valore del cuoio un altro valore di cento dollari. Come mai? Il
capitale e il lavoro hanno aumentato il valore iniziale.
«Il capitale ha procurato la fabbrica, la macchina e ha pagato le
spese. La mano d’opera ha dato il lavoro, lo sforzo combinato del
capitale e del lavoro ha incorporato un valore di cento dollari al
valore della merce. Siamo d’accordo?
Le teste si curvarono, affermativamente.
— Il lavoro e il capitale, avendo prodotto cento dollari, si danno da
fare per la ripartizione della somma. Le statistiche che trattano delle
divisioni di questo genere, segnano sempre numerose frazioni: ma ora
noi, per maggiore comodità, ci accontenteremo di un’approssimazione
poco rigorosa, ammettendo che il capitale prenda per sè cinquanta
dollari e che il lavoro riceva, come salario, una somma uguale. Non
litigheremo per questa divisione[58], qualunque siano i contratti, si
finisce sempre col mettersi d’accordo, a un tasso o a un altro. E non
dimenticate che ciò che io dico per un’industria, si applica a tutte.
Mi seguite?
I convitati approvarono.
— Ora supponiamo che il lavoro, avendo ricevuto la sua quota di
cinquanta dollari, voglia ricomperare delle scarpe. Potrà comperarne
solo per cinquanta dollari, non è vero?
«Passiamo ora da questa operazione particolare a tutte le operazioni
che si compiono negli Stati Uniti, non soltanto col cuoio, ma con tutte
le materie grezze, coi trasporti, e col commercio in generale. Diciamo,
in cifra tonda, che la produzione annuale della ricchezza, negli Stati
Uniti, è di quattro miliardi di dollari. Il lavoro riceve dunque,
come salario, una somma di due miliardi l’anno. Dei quattro miliardi
prodotti, il lavoro può riscattarne due. Non c’è nessuna discussione
in proposito, ne sono sicuro: la mia valutazione è molto larga. A causa
di ingerenze capitalistiche d’ogni sorta, il lavoro non ottiene la metà
del prodotto totale.
«Ma sorvoliamo su ciò, ed ammettiamo che il lavoro ottenga i due
miliardi. È evidente, allora, che il lavoro può consumare solo due
miliardi, mentre bisogna render conto degli altri due miliardi che il
lavoro non può nè riscattare nè consumare.
— Il lavoro non consuma neppure i suoi due miliardi, — dichiarò il
signor Kowalt. — Se li spendesse, non avrebbe depositi nelle Casse di
risparmio.
— I depositi nelle Casse di risparmio, sono una specie di fondo di
riserva, che può essere speso in fretta, come in fretta è stato
accumulato. Sono le economie messe da parte per la vecchiaia, le
malattie, gli accidenti e le spese dei funerali. Sono il boccon di
pane conservato nella madia, per il domani. No, il lavoro assorbe la
totalità del prodotto che può riscattare con i suoi guadagni.
«Due miliardi sono lasciati al capitale. Dopo aver pagato le spese,
consuma il resto? Il capitale divora i suoi due miliardi?
Ernesto si interruppe e rivolse apertamente la domanda a parecchi, che
alzarono la testa.
— Non ne so niente, — disse francamente uno di essi.
— Ma sì, voi lo sapete, — rispose Ernesto. — Riflettete un istante.
Se il capitale consumasse la sua parte, la somma totale del capitale
non potrebbe aumentare: resterebbe costante. Esaminate invece la
storia economica degli Stati Uniti, e vedrete che il capitale aumenta
continuamente. Dunque, il capitale non divora la sua parte.
«Ricordatevi dell’epoca in cui l’Inghilterra possedeva molte delle
nostre azioni delle ferrovie. Con l’andar degli anni le abbiamo
riscattate. Che cosa si deve concludere, se non che la parte del
capitale impiegato ha permesso questo? Oggi i capitalisti degli Stati
Uniti possiedono centinaia e centinaia di milioni di dollari di azioni
messicane, russe, italiane e greche: che cosa sono esse se non un
po’ di quella parte che i capitalisti non hanno consumato? Fin dalle
origini del sistema capitalistico, il capitale non ha mai consumato
tutta la sua parte.
«E ora siamo al punto: quattro miliardi di ricchezza vengono prodotti
annualmente negli Stati Uniti. Il lavoro ne riscatta e ne consuma due
miliardi; resta perciò una forte eccedenza che non viene distrutta. Che
cosa si può fare? Il lavoro non può sottrarne perchè ha già consumato i
suoi guadagni. Il capitale non se ne serve, perchè già, secondo la sua
natura, ha assorbito tutto quanto poteva. E l’eccedenza resta. Che cosa
se ne può fare? Che cosa se ne fa?
— Si vende all’estero, — dichiarò spontaneamente il signor Kowalt.
— Precisamente, — assentì Ernesto. — Da questo soprappiù nasce il
nostro bisogno d’uno sbocco esteriore. Si vende all’estero; si è
obbligati a venderlo all’estero; non c’è altro mezzo per impiegarlo. E
quest’eccedenza venduta all’estero costituisce ciò che noi chiamiamo:
la bilancia commerciale in nostro favore. Siamo intesi su ciò?
— Certamente, perdiamo il tempo trattando di questo A. B. C. del
commercio, — disse il signor Calvin, con dispetto. — Lo sappiamo tutti
a memoria.
— Se ho posto tanta cura nell’esporvi queste norme elementari, è perchè
mi servono per confondervi. — replicò Ernesto. — È questa la parte
piccante della cosa. E vi confonderò completamente.
«Gli Stati Uniti sono un paese capitalistico che ha sviluppato le sue
risorse. In virtù del suo sistema industriale, possiede un ramo di
produzione superflua di cui deve sbarazzarsi all’estero[59].
«Ciò che è vero per gli Stati Uniti, lo è pure per tutti i paesi
capitalistici le cui risorse sono sviluppate. Ognuno di questi paesi
dispone di un superfluo ancora intatto. Non dimenticate che hanno
già trafficato gli uni con gli altri e che, ciò nonostante, c’è un
superfluo disponibile. In tutti questi paesi il lavoro ha speso i
suoi guadagni e non può più comperare nulla; in tutti, il capitale ha
consumato solo ciò che gli permette la sua natura. E il rimanente è
un peso morto, perchè non possono scambiarselo fra loro. Come se ne
libereranno?
— Vendendolo ai paesi le cui risorse non sono sviluppate, — suggerì il
signor Kowalt.
— Perfettamente. Vedete dunque che il mio ragionamento è così chiaro e
così semplice, che si svolge naturalmente nelle vostre menti. Facciamo
ora un passo avanti. Supponiamo che gli Stati Uniti impieghino la loro
produzione superflua in un paese le cui risorse non siano sviluppate;
nel Brasile, per esempio. Ricordate che questo bilancio è fuori e sopra
il commercio, essendo gli articoli commerciali già consumati. Che cosa
potrà dunque dare il Brasile, in cambio, agli Stati Uniti?
— Dell’oro. — disse il signor Kowalt.
— Ma nel mondo c’è una quantità limitata di oro, — obiettò Ernesto.
— Dell’oro in forma di pegni, obbligazioni e simili, — rettificò il
signor Kowalt.
— Questa volta dite bene. Gli Stati Uniti riceveranno dal Brasile, in
cambio del loro capitale di risparmio, obbligazioni ed altre garanzie.
Che cosa vuol dire ciò, se non che gli Stati Uniti entreranno in
possesso di ferrovie, di officine, di miniere e di terreni del Brasile?
E che cosa ne risulterà?
Il signor Kowalt riflettè e scosse il capo.
— Ve lo dico subito. — continuò Ernesto. — Risulterà questo: che
le risorse del Brasile saranno sviluppate. Bene; facciamo ancora
un passo. Quando il Brasile, per impulso del sistema capitalistico,
avrà sviluppato le sue risorse, possiederà esso pure un risparmio di
ricchezza non consumata. Potrà sbarazzarsene negli Stati Uniti? No,
perchè questi hanno già della ricchezza esuberante. Gli Stati Uniti
alla loro volta potranno fare come prima, e dare i loro risparmi al
Brasile? No, perchè questo paese ha i suoi.
«Che cosa succederà? Ormai, Stati Uniti e Brasile devono cercare
tutti e due i loro sbocchi in paesi le cui risorse non siano ancora
sfruttate. Ma impiegando i loro risparmî in nuove regioni, queste
accresceranno le loro risorse, perciò non tarderanno a possedere alla
loro volta dei risparmi, e cercheranno altri paesi per impiegarli.
Ora, state bene attenti, signori, il nostro pianeta non è così grande,
e c’è un numero limitato di paesi sulla terra. Quando tutti i paesi
del mondo, fino all’ultimo, avranno della ricchezza risparmiata da
impiegare e troveranno gli altri paesi nelle stesse condizioni, che
cosa accadrà?
Fece una pausa e osservò i suoi uditori. La loro aria imbarazzata era
divertente. Ma c’era anche una profonda inquietudine sui loro volti.
Fra tante astrazioni, Ernesto aveva evocato una visione chiara. Infatti
tutti, in quel momento, la vedevano distintamente e ne avevano paura.
— Abbiamo cominciato coll’A.B.C., signor Calvin, — disse maliziosamente
Ernesto, — ma ora vi ho detto il resto dell’alfabeto. È semplicissimo:
perciò è bello. Certamente, voi avete pronta una risposta. Ebbene, che
cosa accadrà quando tutti i paesi del mondo avranno della ricchezza
superflua non consumata? Dove andrà a finire allora il vostro sistema
capitalistico?
Il signor Calvin scuoteva il capo, preoccupato. Evidentemente, cercava
un errore di ragionamento in ciò che Ernesto aveva detto prima.
— Rifacciamo insieme il cammino già fatto. — riassunse Ernesto. —
Abbiamo cominciato supponendo un’operazione industriale qualunque,
quella di una fabbrica di calzature; ed abbiamo stabilito che la
divisione del prodotto ottenuto dalla collaborazione fra capitale e
lavoro in detta fabbrica, è simile alla divisione che avviene in tutte
le operazioni industriali. Abbiamo visto che il lavoro può riscattare,
col suo salario, solo una parte del prodotto, e che il capitale non
consuma il resto. Abbiamo visto come dopo avere il lavoro consumato
tutto ciò che gli permettono i suoi guadagni, e il capitale ciò di cui
ha bisogno, rimane ancora un avanzo disponibile. Abbiamo riconosciuto
che si può disporre di questo avanzo solo impiegandolo all’estero.
Abbiamo convenuto che il trapasso di questa ricchezza in un paese nuovo
ha l’effetto di sviluppare le risorse di questo, dimodochè, in poco
tempo, quel paese finirebbe con l’avere, a sua volta, della ricchezza
esuberante. Abbiamo esteso questo procedimento a tutte le regioni
del nostro pianeta, fino a giungere alla conclusione che ogni paese,
di anno in anno, di giorno in giorno, si ingombra di una ricchezza
esuberante di cui non può sbarazzarsi. Ed ora torno a domandarvi: che
cosa ne faremo di questa ricchezza esuberante?
E anche questa volta nessuno rispose.
— Sentiamo, signor Calvin, — incitò Ernesto.
— Ciò oltrepassa i miei calcoli, — confessò l’interpellato.
— Non ho mai immaginato una cosa simile, — dichiarò il signor Asmunsen.
— Eppure è chiaro come un libro stampato.
Per la prima volta sentivo esporre la teoria di Carlo Marx sulla
valuta[60]: ed Ernesto l’aveva fatto così semplicemente, che io pure
rimanevo stupita, incapace di rispondere.
— Vi proporrò un mezzo per sbarazzarvi del capitale esuberante, —
disse Ernesto. — Gettatelo in mare. Gettatevi ogni anno le centinaia
di milioni di dollari che valgono le calzature, gli abiti, il grano, e
tutte le ricchezze commerciali. La faccenda sarebbe risolta?
— Lo sarebbe certamente, — rispose il signor Calvin, — ma è assurdo
parlare così.
Ernesto rispose con rapidità fulminea:
— Siete forse meno assurdo, voi, signor distruttore di macchine, quando
consigliate il ritorno ai procedimenti antidiluviani dei vostri nonni?
Che cosa ci proponete per liberarci del danaro che avanza? schivare il
problema, cessare di produrre, ritornare cioè a un metodo di produzione
così primitivo e impreciso, così disordinato e irragionevole, che
diventerebbe impossibile ottenere la minima eccedenza.
Il signor Calvin inghiottì la saliva: il colpo era riuscito. Egli
deglutì, poi tossì per rischiararsi la voce.
— Avete ragione, — disse. — Sono convinto. È assurdo. Ma bisogna bene
che facciamo qualche cosa; è questione di vita o di morte, per noi
della classe media. Noi non vogliamo perire. Preferiamo essere illogici
e ritornare ai metodi dei nostri padri, sieno pure dispendiosi e
grossolani. Ricondurremo l’industria allo stato anteriore ai _trusts_.
Romperemo le macchine. Che cosa potrete fare voi allora?
— Ma voi non potete distruggere le macchine. — replicò Ernesto. —
Non potete far regredire ciò che è evoluzione. Due grandi forze si
oppongono a voi, e una di queste è più potente della classe media. I
grandi capitalisti, coloro che fanno parte dei _trusts_, in una parola,
non vi lasceranno battere in ritirata. Essi non vogliono la distruzione
delle macchine. E più potente del _trust_, è la forza del lavoro. Esso
non vi permetterà mai di distruggere le macchine. La proprietà del
mondo, comprese le macchine, giace su un campo di battaglia, fra due
linee nemiche, quella dei _trusts_ e quella del lavoro. Nessuno dei due
avversarî vuole la distruzione delle macchine, ma ciascuno ne vuole
il possesso. In questa lotta non c’è posto per la classe media, vero
pigmeo fra due titani.
«Non sentite, povera classe media, che siete presa fra due macine
che hanno già cominciato a girare? Vi ho dimostrato matematicamente
l’inevitabile rottura del sistema capitalistico. Quando ogni paese
si troverà in possesso di ricchezza esuberante inconsumabile e
invendibile, l’impalcatura plutocratica cederà sotto l’enorme peso
dei beneficî che s’è creata. Ma quel giorno non ci saranno macchine
distrutte: il loro possesso sarà la posta del combattimento. Se il
lavoro sarà vincitore, il cammino vi sarà facile.
«Gli Stati Uniti e tutto il mondo entreranno in un’êra nuova e
prodigiosa. Le macchine, anzichè opprimere la vita, la renderanno
più bella, più felice e più nobile. Essendo membri della classe
media abolita, d’accordo con la classe dei lavoratori, (la sola che
sussisterà) voi parteciperete dell’equa ripartizione dei prodotti di
quelle macchine meravigliose. E noi, noi tutti, ne costruiremo di più
meravigliose ancora. E non ci sarà più ricchezza non consumata, perchè
non esisteranno più profitti.
— Ma se la battaglia per il possesso delle macchine fosse vinta dai
_trusts_? — domandò il signor Kowalt.
— In questo caso. — rispose Ernesto, — voi e il lavoro, e noi tutti,
saremmo schiacciati sotto il tallone di ferro di un dispotismo
implacabile e terribile come ogni dispotismo di cui è macchiata la
storia umana. Il Tallone di Ferro![61] ecco la denominazione propria di
questa tirannìa.
— Ma il vostro socialismo è un sogno, — disse, infine, il signor
Calvin, e ripetè: — un sogno!
— Allora vi dimostrerò qualche cosa che non è un sogno. — rispose
Ernesto. — Qualche cosa che io chiamerò oligarchìa e voi chiamate
plutocrazia, ma che tutti intendiamo ch’essa comprende i grandi
capitalisti ed i _trusts_. Esaminiamo chi detiene il potere oggi.
«Ci sono tre classi sociali: la prima di tutte è la plutocratica,
composta dai ricchi banchieri, dai magnati delle ferrovie, dai
direttori delle grandi società e dai re dei _trusts_; la seconda,
la classe media, la vostra, signori, che comprende i grandi
professionisti. Infine, la terza ed ultima, la mia classe, il
proletariato, formata dai lavoratori salariati[62].
«Non potete negare che il possesso della ricchezza forma attualmente
l’essenza del potere negli Stati Uniti. In quale proporzione, però,
questa ricchezza è posseduta dalle tre classi? Ecco le cifre: la
plutocrazia è proprietaria di sessantasette miliardi. Sul numero totale
delle persone che esercitano una professione negli Stati Uniti, solo il
0.9% appartiene alla plutocrazia; eppure la plutocrazia possiede il 70%
della ricchezza totale. La classe media ha ventiquattro miliardi; il
29% di persone che esercitano una professione appartengono alla classe
media, e godono il 25% della ricchezza totale. Resta il proletariato.
Esso dispone di quattro miliardi. Di tutte le persone che esercitano
una professione, il 70% appartiene al proletariato, ed il proletariato
possiede il 4% della ricchezza totale. Da qual parte è il potere,
signori?
— Stando alle vostre cifre, noi, della classe media, siamo più potenti
dei lavoratori, — osservò il signor Asmunsen.
— Ma ricordandoci la nostra debolezza voi non migliorate punto la
vostra condizione rispetto alla forza della plutocrazia, — rispose
Ernesto. — D’altronde, non ho finito. C’è una forza superiore alla
ricchezza, superiore nel senso che non può esserci strappata. La
nostra forza, la forza del proletariato, sta nei nostri muscoli che
lavorano, nelle nostre mani che votano, nelle nostre dita che possono
fare scattare un grilletto. È la forza primitiva alleata della vita,
superiore alla ricchezza, e che la ricchezza non può dominare.
«Ma la vostra forza invece è caduca: vi può essere tolta. In questo
stesso momento, la plutocrazia sta per togliervela, e finirà per
strapparvela tutta. E allora cesserete d’essere la classe media,
verrete a noi, diventerete proletarii. E, ciò che più importa,
aggiungerete forza alla nostra forza. Vi accoglieremo come fratelli e
combatteremo a gomito a gomito, per la causa dell’umanità.