— Cioè, farete parte voi stessi della milizia, — replicò Ernesto. — e

sarete mandati nel Maine o nella Florida, nelle Filippine, o in altro

luogo, per domare i vostri compagni rivoltosi, in nome della libertà.

Nello stesso tempo i vostri compagni del Kansas, del Wisconsin, o di

un altro Stato, faranno parte anch’essi della milizia e verranno in

California, per soffocare nel sangue la vostra stessa guerra civile.

Questa volta i presenti rimasero addirittura scandalizzati e muti.

Finalmente, il signor Owen mormorò:

— Non ci arruoleremo nella milizia. È semplicissimo: non saremo così

ingenui.

Ernesto scoppiò in una schietta risata.

— Voi non capite affatto il gioco stabilito. Non potrete difendervi:

sarete incorporati a forza nella milizia.

— Esiste una cosa che si chiama diritto civile, — insistette il signor

Owen.

— Ma non quando il Governo proclama lo stato d’assedio. Il giorno

in cui parlaste di sollevarvi in massa, la vostra stessa massa si

leverebbe contro di voi. Sareste compresi nella milizia, volenti

e nolenti. Sento qualcuno pronunziare le parole: _habeas corpus_.

Come _habeas corpus_, avreste, _post mortem_, in fatto di garanzia,

l’autopsia. Se rifiutaste di entrare nella milizia o di obbedire, una

volta incorporati, sareste tradotti davanti a un Consiglio di guerra

improvvisato e sareste fucilati come cani. È la legge.

— Non è la legge, — affermò con autorità il signor Calvin. — Non esiste

una legge simile. Quanto avete detto, l’avete sognato, giovanotto. Ma

come? Parlate di spedire la milizia alle Filippine? Sarebbe contro la

Costituzione. La Costituzione specifica espressamente che la milizia

non potrà mai essere mandata all’estero.

— Come c’entra la Costituzione? — chiese Ernesto. — La Costituzione è

interpretata dalle Corti, e queste, come ha detto il signor Asmunsen,

sono strumento dei _trusts_. Inoltre, come ho affermato, la legge vuole

così. È legge, da anni, da nove anni, signori.

— È legge, — chiese il signor Calvin, con aria incredula, — che si

possa essere trascinati a forza nella milizia... e fucilati da un

Consiglio di guerra improvvisato, se ci rifiutiamo di marciare?

— Precisamente, — rispose Ernesto.

— Come mai allora non abbiamo mai sentito parlare di questa legge? —

chiese mio padre; e capii benissimo che anche a lui la cosa riusciva

nuova.

— Per due motivi, — disse Ernesto. — Primo, perchè non si è mai

presentata l’occasione di applicarla: se fosse stato necessario, ne

avreste già sentito parlare. Secondo, perchè questa legge è stata

approvata frettolosamente dal Congresso e in segreto dal Senato: per

modo di dire, cioè, senza discussione. Naturalmente i giornali non

ne hanno fatto mai cenno. Noi socialisti lo sapevamo e l’abbiamo

pubblicato nei nostri giornali. Ma voi non leggete mai i nostri

giornali.

— Ed io sostengo che sognate, — disse il signor Calvin, con

ostinazione. — Il Paese non avrebbe mai permesso una cosa simile.

— Eppure, il Paese l’ha permessa di fatto, — replicò Ernesto. — E

quanto al sognare, ditemi se di questa stoffa sono fatti i sogni.

E, tratto di tasca un opuscolo, l’aprì e si mise a leggere:

«Sezione I., ecc., ecc.: È decretato, ecc., ecc., che la milizia si

compone di tutti i cittadini validi, di età superiore ai diciotto anni

e inferiore ai quarantacinque, abitanti i diversi Stati o territorî,

come il distretto di Columbia...

«Sezione VII. Che ogni ufficiale o uomo arruolato nella milizia —

ricordate, signori, che secondo la Sezione I, siete tutti arruolati

— che rifiuterà o non si presenterà all’Ufficiale di reclutamento,

dopo essere stato chiamato com’è prescritto qui contro, sarà tradotto

davanti a un Consiglio di guerra e passibile di pene pronunciate dal

detto Consiglio...

«Sezione IX. ... che la milizia, quando sarà convocata in servizio

attivo, per gli Stati Uniti, sarà soggetta agli stessi regolamenti e

articoli di guerra delle truppe regolari degli Stati Uniti».

— Ecco a che punto siamo, signori, cari concittadini americani e

compagni di milizia. Nove anni or sono, noi socialisti pensavamo che

questa legge fosse rivolta contro i lavoratori, ma sembra che sia

rivolta anche contro voialtri.

«Il congressista Wiley, nella breve discussione, quale fu permessa,

dichiarò che il disegno di legge «procurava una forza di riserva per

prendere la plebe alla gola». La plebe siete voi, signori, «e per

proteggere ad ogni costo la vita, la proprietà, la libertà». E in

avvenire, quando vi solleverete con tutta la vostra forza, ricordate

che vi rivolterete contro la proprietà dei _trust_ e contro la

libertà legalmente accordata ai _trusts_, _di sfruttarvi_. Signori,

vi hanno strappato i denti, vi hanno tagliato le unghie. Il giorno

in cui insorgerete, armati solo della forza della vostra virilità, ma

sprovvisti di unghie e denti, sarete inoffensivi come una legione di

molluschi.

— Non credo una sola parola di questo. — esclamò il signor Kowalt.

— Una simile legge non esiste. È una storia inventata da voialtri

socialisti.

— Il disegno di legge è stato presentato alla Camera il 30 luglio

del 1902 dal rappresentante dell’Ohio. È stato discusso rapidamente

e approvato dal Senato il 14 gennaio del 1903. E proprio sette giorni

dopo, la legge è stata approvata dal Presidente degli Stati Uniti[57].

CAPITOLO IX.

LA MATEMATICA DI UN SOGNO.

Fra la costernazione provocata dalla sua rivelazione, Ernesto riprese

la parola:

— Una dozzina di voi, questa sera, ha proclamato impossibile il

socialismo. Poichè avete dichiarato ciò che è inattuabile, permettetemi

ora di dimostrarvi ciò che è inevitabile: ossia, la scomparsa non

solo di voi piccoli capitalisti, ma anche di grossi capitalisti e

perfino dei _trusts_, a un certo momento. Ricordate che il progresso

dell’evoluzione non permette ritorni al passato. Senza riflusso, essa

procede dalla rivalità all’associazione, dalla piccola cooperazione

alla grande, dalle vaste combinazioni alle organizzazioni colossali,

sino al socialismo che è la più gigantesca di tutte le organizzazioni.

«Voi mi dite che sogno. Benissimo! Vi esporrò i dati matematici del

mio sogno. Anzi, vi sfido in anticipo a dimostrare la falsità dei miei

calcoli. Voglio esporre davanti a voi il carattere fatale del crollo

del sistema capitalistico, e dedurre, matematicamente, la causa della

sua fatale decadenza. Coraggio, e abbiate pazienza se il punto di

partenza è un po’ lontano dall’argomento.

«Esaminiamo, dapprima, i procedimenti di un’industria privata, e non

esitate ad interrompermi se dico cosa che voi non potete ammettere.

Prendiamo, ad esempio, una fabbrica di scarpe. Questa fabbrica compera

il cuoio e lo trasforma in scarpe. Ecco del cuoio per cento dollari,

che passa in fabbrica e ne esce in forma di scarpe, per un valore

di cento dollari, supponiamo. Che cos’è avvenuto? È stato aggiunto

al valore del cuoio un altro valore di cento dollari. Come mai? Il

capitale e il lavoro hanno aumentato il valore iniziale.

«Il capitale ha procurato la fabbrica, la macchina e ha pagato le

spese. La mano d’opera ha dato il lavoro, lo sforzo combinato del

capitale e del lavoro ha incorporato un valore di cento dollari al

valore della merce. Siamo d’accordo?

Le teste si curvarono, affermativamente.

— Il lavoro e il capitale, avendo prodotto cento dollari, si danno da

fare per la ripartizione della somma. Le statistiche che trattano delle

divisioni di questo genere, segnano sempre numerose frazioni: ma ora

noi, per maggiore comodità, ci accontenteremo di un’approssimazione

poco rigorosa, ammettendo che il capitale prenda per sè cinquanta

dollari e che il lavoro riceva, come salario, una somma uguale. Non

litigheremo per questa divisione[58], qualunque siano i contratti, si

finisce sempre col mettersi d’accordo, a un tasso o a un altro. E non

dimenticate che ciò che io dico per un’industria, si applica a tutte.

Mi seguite?

I convitati approvarono.

— Ora supponiamo che il lavoro, avendo ricevuto la sua quota di

cinquanta dollari, voglia ricomperare delle scarpe. Potrà comperarne

solo per cinquanta dollari, non è vero?

«Passiamo ora da questa operazione particolare a tutte le operazioni

che si compiono negli Stati Uniti, non soltanto col cuoio, ma con tutte

le materie grezze, coi trasporti, e col commercio in generale. Diciamo,

in cifra tonda, che la produzione annuale della ricchezza, negli Stati

Uniti, è di quattro miliardi di dollari. Il lavoro riceve dunque,

come salario, una somma di due miliardi l’anno. Dei quattro miliardi

prodotti, il lavoro può riscattarne due. Non c’è nessuna discussione

in proposito, ne sono sicuro: la mia valutazione è molto larga. A causa

di ingerenze capitalistiche d’ogni sorta, il lavoro non ottiene la metà

del prodotto totale.

«Ma sorvoliamo su ciò, ed ammettiamo che il lavoro ottenga i due

miliardi. È evidente, allora, che il lavoro può consumare solo due

miliardi, mentre bisogna render conto degli altri due miliardi che il

lavoro non può nè riscattare nè consumare.

— Il lavoro non consuma neppure i suoi due miliardi, — dichiarò il

signor Kowalt. — Se li spendesse, non avrebbe depositi nelle Casse di

risparmio.

— I depositi nelle Casse di risparmio, sono una specie di fondo di

riserva, che può essere speso in fretta, come in fretta è stato

accumulato. Sono le economie messe da parte per la vecchiaia, le

malattie, gli accidenti e le spese dei funerali. Sono il boccon di

pane conservato nella madia, per il domani. No, il lavoro assorbe la

totalità del prodotto che può riscattare con i suoi guadagni.

«Due miliardi sono lasciati al capitale. Dopo aver pagato le spese,

consuma il resto? Il capitale divora i suoi due miliardi?

Ernesto si interruppe e rivolse apertamente la domanda a parecchi, che

alzarono la testa.

— Non ne so niente, — disse francamente uno di essi.

— Ma sì, voi lo sapete, — rispose Ernesto. — Riflettete un istante.

Se il capitale consumasse la sua parte, la somma totale del capitale

non potrebbe aumentare: resterebbe costante. Esaminate invece la

storia economica degli Stati Uniti, e vedrete che il capitale aumenta

continuamente. Dunque, il capitale non divora la sua parte.

«Ricordatevi dell’epoca in cui l’Inghilterra possedeva molte delle

nostre azioni delle ferrovie. Con l’andar degli anni le abbiamo

riscattate. Che cosa si deve concludere, se non che la parte del

capitale impiegato ha permesso questo? Oggi i capitalisti degli Stati

Uniti possiedono centinaia e centinaia di milioni di dollari di azioni

messicane, russe, italiane e greche: che cosa sono esse se non un

po’ di quella parte che i capitalisti non hanno consumato? Fin dalle

origini del sistema capitalistico, il capitale non ha mai consumato

tutta la sua parte.

«E ora siamo al punto: quattro miliardi di ricchezza vengono prodotti

annualmente negli Stati Uniti. Il lavoro ne riscatta e ne consuma due

miliardi; resta perciò una forte eccedenza che non viene distrutta. Che

cosa si può fare? Il lavoro non può sottrarne perchè ha già consumato i

suoi guadagni. Il capitale non se ne serve, perchè già, secondo la sua

natura, ha assorbito tutto quanto poteva. E l’eccedenza resta. Che cosa

se ne può fare? Che cosa se ne fa?

— Si vende all’estero, — dichiarò spontaneamente il signor Kowalt.

— Precisamente, — assentì Ernesto. — Da questo soprappiù nasce il

nostro bisogno d’uno sbocco esteriore. Si vende all’estero; si è

obbligati a venderlo all’estero; non c’è altro mezzo per impiegarlo. E

quest’eccedenza venduta all’estero costituisce ciò che noi chiamiamo:

la bilancia commerciale in nostro favore. Siamo intesi su ciò?

— Certamente, perdiamo il tempo trattando di questo A. B. C. del

commercio, — disse il signor Calvin, con dispetto. — Lo sappiamo tutti

a memoria.

— Se ho posto tanta cura nell’esporvi queste norme elementari, è perchè

mi servono per confondervi. — replicò Ernesto. — È questa la parte

piccante della cosa. E vi confonderò completamente.

«Gli Stati Uniti sono un paese capitalistico che ha sviluppato le sue

risorse. In virtù del suo sistema industriale, possiede un ramo di

produzione superflua di cui deve sbarazzarsi all’estero[59].

«Ciò che è vero per gli Stati Uniti, lo è pure per tutti i paesi

capitalistici le cui risorse sono sviluppate. Ognuno di questi paesi

dispone di un superfluo ancora intatto. Non dimenticate che hanno

già trafficato gli uni con gli altri e che, ciò nonostante, c’è un

superfluo disponibile. In tutti questi paesi il lavoro ha speso i

suoi guadagni e non può più comperare nulla; in tutti, il capitale ha

consumato solo ciò che gli permette la sua natura. E il rimanente è

un peso morto, perchè non possono scambiarselo fra loro. Come se ne

libereranno?

— Vendendolo ai paesi le cui risorse non sono sviluppate, — suggerì il

signor Kowalt.

— Perfettamente. Vedete dunque che il mio ragionamento è così chiaro e

così semplice, che si svolge naturalmente nelle vostre menti. Facciamo

ora un passo avanti. Supponiamo che gli Stati Uniti impieghino la loro

produzione superflua in un paese le cui risorse non siano sviluppate;

nel Brasile, per esempio. Ricordate che questo bilancio è fuori e sopra

il commercio, essendo gli articoli commerciali già consumati. Che cosa

potrà dunque dare il Brasile, in cambio, agli Stati Uniti?

— Dell’oro. — disse il signor Kowalt.

— Ma nel mondo c’è una quantità limitata di oro, — obiettò Ernesto.

— Dell’oro in forma di pegni, obbligazioni e simili, — rettificò il

signor Kowalt.

— Questa volta dite bene. Gli Stati Uniti riceveranno dal Brasile, in

cambio del loro capitale di risparmio, obbligazioni ed altre garanzie.

Che cosa vuol dire ciò, se non che gli Stati Uniti entreranno in

possesso di ferrovie, di officine, di miniere e di terreni del Brasile?

E che cosa ne risulterà?

Il signor Kowalt riflettè e scosse il capo.

— Ve lo dico subito. — continuò Ernesto. — Risulterà questo: che

le risorse del Brasile saranno sviluppate. Bene; facciamo ancora

un passo. Quando il Brasile, per impulso del sistema capitalistico,

avrà sviluppato le sue risorse, possiederà esso pure un risparmio di

ricchezza non consumata. Potrà sbarazzarsene negli Stati Uniti? No,

perchè questi hanno già della ricchezza esuberante. Gli Stati Uniti

alla loro volta potranno fare come prima, e dare i loro risparmi al

Brasile? No, perchè questo paese ha i suoi.

«Che cosa succederà? Ormai, Stati Uniti e Brasile devono cercare

tutti e due i loro sbocchi in paesi le cui risorse non siano ancora

sfruttate. Ma impiegando i loro risparmî in nuove regioni, queste

accresceranno le loro risorse, perciò non tarderanno a possedere alla

loro volta dei risparmi, e cercheranno altri paesi per impiegarli.

Ora, state bene attenti, signori, il nostro pianeta non è così grande,

e c’è un numero limitato di paesi sulla terra. Quando tutti i paesi

del mondo, fino all’ultimo, avranno della ricchezza risparmiata da

impiegare e troveranno gli altri paesi nelle stesse condizioni, che

cosa accadrà?

Fece una pausa e osservò i suoi uditori. La loro aria imbarazzata era

divertente. Ma c’era anche una profonda inquietudine sui loro volti.

Fra tante astrazioni, Ernesto aveva evocato una visione chiara. Infatti

tutti, in quel momento, la vedevano distintamente e ne avevano paura.

— Abbiamo cominciato coll’A.B.C., signor Calvin, — disse maliziosamente

Ernesto, — ma ora vi ho detto il resto dell’alfabeto. È semplicissimo:

perciò è bello. Certamente, voi avete pronta una risposta. Ebbene, che

cosa accadrà quando tutti i paesi del mondo avranno della ricchezza

superflua non consumata? Dove andrà a finire allora il vostro sistema

capitalistico?

Il signor Calvin scuoteva il capo, preoccupato. Evidentemente, cercava

un errore di ragionamento in ciò che Ernesto aveva detto prima.

— Rifacciamo insieme il cammino già fatto. — riassunse Ernesto. —

Abbiamo cominciato supponendo un’operazione industriale qualunque,

quella di una fabbrica di calzature; ed abbiamo stabilito che la

divisione del prodotto ottenuto dalla collaborazione fra capitale e

lavoro in detta fabbrica, è simile alla divisione che avviene in tutte

le operazioni industriali. Abbiamo visto che il lavoro può riscattare,

col suo salario, solo una parte del prodotto, e che il capitale non

consuma il resto. Abbiamo visto come dopo avere il lavoro consumato

tutto ciò che gli permettono i suoi guadagni, e il capitale ciò di cui

ha bisogno, rimane ancora un avanzo disponibile. Abbiamo riconosciuto

che si può disporre di questo avanzo solo impiegandolo all’estero.

Abbiamo convenuto che il trapasso di questa ricchezza in un paese nuovo

ha l’effetto di sviluppare le risorse di questo, dimodochè, in poco

tempo, quel paese finirebbe con l’avere, a sua volta, della ricchezza

esuberante. Abbiamo esteso questo procedimento a tutte le regioni

del nostro pianeta, fino a giungere alla conclusione che ogni paese,

di anno in anno, di giorno in giorno, si ingombra di una ricchezza

esuberante di cui non può sbarazzarsi. Ed ora torno a domandarvi: che

cosa ne faremo di questa ricchezza esuberante?

E anche questa volta nessuno rispose.

— Sentiamo, signor Calvin, — incitò Ernesto.

— Ciò oltrepassa i miei calcoli, — confessò l’interpellato.

— Non ho mai immaginato una cosa simile, — dichiarò il signor Asmunsen.

— Eppure è chiaro come un libro stampato.

Per la prima volta sentivo esporre la teoria di Carlo Marx sulla

valuta[60]: ed Ernesto l’aveva fatto così semplicemente, che io pure

rimanevo stupita, incapace di rispondere.

— Vi proporrò un mezzo per sbarazzarvi del capitale esuberante, —

disse Ernesto. — Gettatelo in mare. Gettatevi ogni anno le centinaia

di milioni di dollari che valgono le calzature, gli abiti, il grano, e

tutte le ricchezze commerciali. La faccenda sarebbe risolta?

— Lo sarebbe certamente, — rispose il signor Calvin, — ma è assurdo

parlare così.

Ernesto rispose con rapidità fulminea:

— Siete forse meno assurdo, voi, signor distruttore di macchine, quando

consigliate il ritorno ai procedimenti antidiluviani dei vostri nonni?

Che cosa ci proponete per liberarci del danaro che avanza? schivare il

problema, cessare di produrre, ritornare cioè a un metodo di produzione

così primitivo e impreciso, così disordinato e irragionevole, che

diventerebbe impossibile ottenere la minima eccedenza.

Il signor Calvin inghiottì la saliva: il colpo era riuscito. Egli

deglutì, poi tossì per rischiararsi la voce.

— Avete ragione, — disse. — Sono convinto. È assurdo. Ma bisogna bene

che facciamo qualche cosa; è questione di vita o di morte, per noi

della classe media. Noi non vogliamo perire. Preferiamo essere illogici

e ritornare ai metodi dei nostri padri, sieno pure dispendiosi e

grossolani. Ricondurremo l’industria allo stato anteriore ai _trusts_.

Romperemo le macchine. Che cosa potrete fare voi allora?

— Ma voi non potete distruggere le macchine. — replicò Ernesto. —

Non potete far regredire ciò che è evoluzione. Due grandi forze si

oppongono a voi, e una di queste è più potente della classe media. I

grandi capitalisti, coloro che fanno parte dei _trusts_, in una parola,

non vi lasceranno battere in ritirata. Essi non vogliono la distruzione

delle macchine. E più potente del _trust_, è la forza del lavoro. Esso

non vi permetterà mai di distruggere le macchine. La proprietà del

mondo, comprese le macchine, giace su un campo di battaglia, fra due

linee nemiche, quella dei _trusts_ e quella del lavoro. Nessuno dei due

avversarî vuole la distruzione delle macchine, ma ciascuno ne vuole

il possesso. In questa lotta non c’è posto per la classe media, vero

pigmeo fra due titani.

«Non sentite, povera classe media, che siete presa fra due macine

che hanno già cominciato a girare? Vi ho dimostrato matematicamente

l’inevitabile rottura del sistema capitalistico. Quando ogni paese

si troverà in possesso di ricchezza esuberante inconsumabile e

invendibile, l’impalcatura plutocratica cederà sotto l’enorme peso

dei beneficî che s’è creata. Ma quel giorno non ci saranno macchine

distrutte: il loro possesso sarà la posta del combattimento. Se il

lavoro sarà vincitore, il cammino vi sarà facile.

«Gli Stati Uniti e tutto il mondo entreranno in un’êra nuova e

prodigiosa. Le macchine, anzichè opprimere la vita, la renderanno

più bella, più felice e più nobile. Essendo membri della classe

media abolita, d’accordo con la classe dei lavoratori, (la sola che

sussisterà) voi parteciperete dell’equa ripartizione dei prodotti di

quelle macchine meravigliose. E noi, noi tutti, ne costruiremo di più

meravigliose ancora. E non ci sarà più ricchezza non consumata, perchè

non esisteranno più profitti.

— Ma se la battaglia per il possesso delle macchine fosse vinta dai

_trusts_? — domandò il signor Kowalt.

— In questo caso. — rispose Ernesto, — voi e il lavoro, e noi tutti,

saremmo schiacciati sotto il tallone di ferro di un dispotismo

implacabile e terribile come ogni dispotismo di cui è macchiata la

storia umana. Il Tallone di Ferro![61] ecco la denominazione propria di

questa tirannìa.

— Ma il vostro socialismo è un sogno, — disse, infine, il signor

Calvin, e ripetè: — un sogno!

— Allora vi dimostrerò qualche cosa che non è un sogno. — rispose

Ernesto. — Qualche cosa che io chiamerò oligarchìa e voi chiamate

plutocrazia, ma che tutti intendiamo ch’essa comprende i grandi

capitalisti ed i _trusts_. Esaminiamo chi detiene il potere oggi.

«Ci sono tre classi sociali: la prima di tutte è la plutocratica,

composta dai ricchi banchieri, dai magnati delle ferrovie, dai

direttori delle grandi società e dai re dei _trusts_; la seconda,

la classe media, la vostra, signori, che comprende i grandi

professionisti. Infine, la terza ed ultima, la mia classe, il

proletariato, formata dai lavoratori salariati[62].

«Non potete negare che il possesso della ricchezza forma attualmente

l’essenza del potere negli Stati Uniti. In quale proporzione, però,

questa ricchezza è posseduta dalle tre classi? Ecco le cifre: la

plutocrazia è proprietaria di sessantasette miliardi. Sul numero totale

delle persone che esercitano una professione negli Stati Uniti, solo il

0.9% appartiene alla plutocrazia; eppure la plutocrazia possiede il 70%

della ricchezza totale. La classe media ha ventiquattro miliardi; il

29% di persone che esercitano una professione appartengono alla classe

media, e godono il 25% della ricchezza totale. Resta il proletariato.

Esso dispone di quattro miliardi. Di tutte le persone che esercitano

una professione, il 70% appartiene al proletariato, ed il proletariato

possiede il 4% della ricchezza totale. Da qual parte è il potere,

signori?

— Stando alle vostre cifre, noi, della classe media, siamo più potenti

dei lavoratori, — osservò il signor Asmunsen.

— Ma ricordandoci la nostra debolezza voi non migliorate punto la

vostra condizione rispetto alla forza della plutocrazia, — rispose

Ernesto. — D’altronde, non ho finito. C’è una forza superiore alla

ricchezza, superiore nel senso che non può esserci strappata. La

nostra forza, la forza del proletariato, sta nei nostri muscoli che

lavorano, nelle nostre mani che votano, nelle nostre dita che possono

fare scattare un grilletto. È la forza primitiva alleata della vita,

superiore alla ricchezza, e che la ricchezza non può dominare.

«Ma la vostra forza invece è caduca: vi può essere tolta. In questo

stesso momento, la plutocrazia sta per togliervela, e finirà per

strapparvela tutta. E allora cesserete d’essere la classe media,

verrete a noi, diventerete proletarii. E, ciò che più importa,

aggiungerete forza alla nostra forza. Vi accoglieremo come fratelli e

combatteremo a gomito a gomito, per la causa dell’umanità.

Il tallone di ferro · 第 8 / 22 段