Rappresentavano perciò perfettamente la classe media del traffico.

C’era il signor Owen, della Casa Silverberg, Owen e C. una

importante ditta di drogheria, con numerose succursali, di cui noi

eravamo clienti. C’erano i soci del grande deposito di prodotti

farmaceutici Kowalt e Washburn; c’era il signor Asmunsen, proprietario

d’un’importante cava di granito nella Contea di Contra Costa, e

parecchi altri della stessa specie, proprietari e comproprietari di

piccole industrie, di piccoli commerci e di piccole imprese: in una

parola, piccoli capitalisti.

Erano persone abbastanza interessanti, con i loro visi furbi, e il

loro linguaggio semplice e chiaro. Si lamentavano, all’unanimità,

dei consorzi e la loro parola d’ordine era: «_Uccidiamo i trusts!_».

Questi, secondo loro, erano la fonte di tutte le oppressioni; e tutti,

senza eccezione, ripetevano lo stesso lamento. Avrebbero voluto che

il Governo si impossessasse delle grandi imprese, come le Ferrovie

e le Poste e i Telegrafi, ed essi predicevano lo stanziamento di

tasse enormi, e ferocemente progressive sulle entrate, allo scopo di

distruggere i grandi accumulamenti di capitali. Essi lodavano anche,

come un possibile rimedio alle miserie locali, la proprietà municipale

delle imprese di pubblica utilità, come l’acqua, il gas, i telefoni, e

i tranvai.

Il signor Asmunsen narrò, in modo particolarmente interessante, le sue

vicissitudini di proprietario di cava. Confessò che questa sua cava

non gli aveva dato mai nessun utile, nonostante l’enorme quantità di

ordinazioni che gli aveva procurato la distruzione di San Francisco.

La ricostruzione di questa città, era durata sei anni, durante i quali,

il numero dei suoi affari era stato quadruplicato, ma egli non era, per

questo, più ricco di prima.

— La Compagnia delle Ferrovie è al corrente de’ miei affari meglio di

me, — spiegò. — Conosce fino al centesimo, le spese di sfruttamento,

e sa, a memoria, i termini de’ miei contratti. Come mai è così bene

informata? Non so immaginarlo. Deve certo avere delle spie pagate

fra i miei stessi impiegati e avere accesso presso i miei soci.

Perchè, ascoltate bene questo: appena ho firmato un grosso contratto,

favorevole a me, e che mi assicura un buon guadagno, i prezzi di

trasporto aumentano come per incanto. Non mi si dànno spiegazioni,

ma la ferrovia si prende il mio guadagno. In simili casi, non ho mai

potuto decidere la Compagnia a rivedere le sue tariffe, mentre, in

seguito ad incidenti o ad aumenti di spesa di sfruttamento, o dopo

la firma di contratti meno vantaggiosi per me, sono sempre riuscito

ad ottenere un ribasso. Insomma, la Ferrovia si prende tutti i miei

guadagni, siano essi grandi o piccoli.

Ernesto lo interruppe per chiedergli:

— Ciò che vi rimane, in fin dei conti, equivale presso a poco, senza

dubbio, allo stipendio che la Compagnia vi darebbe come direttore, se

fosse essa la proprietaria della cava?

— È proprio così, — rispose il signor Asmunsen. — Or non è molto, ho

fatto fare uno specchietto dei miei conti in questi ultimi due anni, ed

ho constatato che i miei guadagni erano precisamente come lo stipendio

di un direttore. Non ci sarebbe stato assolutamente nulla di diverso

se la Compagnia avesse posseduto la mia Cava e mi avesse pagato per

sfruttarla.

— Però, con questa differenza, — disse Ernesto ridendo, — che la

Compagnia avrebbe dovuto caricarsi dei rischi che avete avuto la bontà

di assumere per lei.

— È vero, — ammise il signor Asmunsen, con tristezza.

Dopo aver lasciato esprimere ad ognuno ciò che aveva da dire, Ernesto

rivolse delle domande agli uni e agli altri. Cominciò prima dal signor

Owen.

— Sono circa sei mesi che avete aperta una succursale, qui, a Berkeley?

— Sì, — rispose il signor Owen.

— E da allora, ho osservato che tre piccoli droghieri del rione hanno

chiuso bottega. La vostra succursale ne è, senza dubbio, la causa?

— Non avevano nessuna probabilità di riuscita lottando contro di noi, —

affermò il signor Owen, con soddisfazione.

— Perchè no?

— Avevamo un capitale più forte. Nel grosso commercio, la perdita è

sempre minima, e il guadagno più grande.

— Dimodochè il vostro negozio assorbiva i guadagni delle tre piccole

botteghe. Capisco. Ma ditemi: che è avvenuto dei proprietarii delle

bottegucce?

— Uno conduce i nostri camions di scarico. Non so che cosa facciano gli

altri.

Ernesto si voltò repentinamente verso il signor Kowalt.

— Voi vendete spesso al prezzo di costo, spesso perfino in perdita[53].

Che ne è dei proprietarî delle piccole farmacie che avete messo con le

spalle al muro?

— Uno di essi, il signor Haasfurther, è attualmente a capo del nostro

servizio di ordinazioni.

— E voi avete assorbito i guadagni che stavano per realizzare?

— Certamente: per questo siamo negli affari.

— E voi, — disse bruscamente Ernesto al signor Asmunsen. — Voi siete

offeso, non è vero, perchè le Ferrovie vi sottraggono i guadagni?

Il signor Asmunsen accennò di sì col capo.

— Vorreste invece intascar voi i vostri guadagni?

Nuovo segno di assentimento.

— A spese degli altri?

Nessuna risposta. Ernesto insistette:

— A spese degli altri?

— In questo modo si guadagna, — replicò seccamente il signor Asmunsen.

— Dunque, il gioco degli affari consiste nel guadagnare a detrimento

degli altri, e ad impedire agli altri di guadagnare a spese vostre. È

così, non è vero?

Ernesto dovette ripetere la sua domanda e il signor Asmunsen alla fine

rispose:

— Sì, è così; senonchè, noi non opponiamo difficoltà perchè gli altri

facciano pure i loro guadagni, purchè non siano esorbitanti.

— Per esorbitanti intendete, senza dubbio, grossi guadagni. Però

non vedete nessun inconveniente nel fare grossi guadagni per vostro

conto... non è vero?

Il signor Asmunsen confessò facilmente la sua debolezza su questo

punto. Allora Ernesto si rivolse a un altro, un certo signor Calvin, un

tempo grosso proprietario di latterie.

— Qualche tempo fa, combattevate il _trust_ del latte. — gli disse

Ernesto, — ed ora partecipate alla politica agricola[54], al Partito

delle Fattorie. Come mai questo cambiamento?

— Oh! non ho abbandonato la lotta, — rispose il personaggio, che

infatti aveva un’aria aggressiva. — Io combatto il trust sull’unico

terreno ove sia possibile combatterlo, sul terreno politico. Vi spiego:

qualche anno fa, noi lattai, facevamo ciò che volevamo.

— Ma voi facevate concorrenza gli uni agli altri, — interruppe Ernesto.

— Sì, e perciò i guadagni erano a un livello basso. Allora tentammo di

organizzarci, ma c’erano sempre dei lattai indipendenti che guastavano

i nostri disegni. Poi venne il _trust_ del latte.

— Sovvenzionato dal capitale esuberante, della _Standard Oil_,[55] —

disse Ernesto.

— È vero, — ammise il signor Calvin. — Ma non lo sapevamo, a quel

tempo. I suoi agenti ci affrontarono con la mazza in mano, e ci posero

questo dilemma: o entrare nella lega, e ingrassarci, o star fuori, e

perire. La maggior parte di noi entrò nel _trust_; gli altri creparono

di fame. Oh! in principio, quanto danaro!... Il latte fu aumentato, di

un _cent_ al litro, e un quarto di quel _cent_ era nostro. Gli altri

tre quarti andavano al _trust_. Poi il latte fu aumentato di un altro

_cent_, ma di questo non toccò nulla a noi. Le nostre lagnanze furono

inutili. Il _trust_ era divenuto il padrone. Ci accorgemmo che eravamo

delle semplici pedine sulla scacchiera. Infine anche il quarto di

_cent_ addizionale ci fu tolto. Poi il _trust_ cominciò a stringere le

viti. Che cosa potevamo fare? Fummo spremuti. Non c’erano più lattai,

non rimaneva che un _trust_ del latte.

— Ma col latte aumentato di due _cents_, mi pare che avreste potuto

sostenere la concorrenza, — suggerì Ernesto con malizia.

— Lo credevamo anche noi. Abbiamo tentato. — Il signor Calvin fece una

pausa. — E fu la nostra rovina. Il _trust_ poteva mettere il latte sul

mercato a un prezzo inferiore al nostro. Poteva ancora avere un piccolo

guadagno quando noi eravamo in pura perdita. Ho speso cinquantamila

dollari in quell’affare. La maggior parte di noi ha dichiarato

fallimento[56]. Le latterie sono state distrutte.

— Dimodochè, avendo il _trust_ preso i vostri guadagni, — disse

Ernesto, — voi vi siete dato alla politica, affinchè una nuova

legislazione distrugga a sua volta il _trust_ e vi permetta di

riprendere le latterie?

Il viso del signor Calvin si rischiarò.

— È proprio quanto ho detto nelle mie conferenze ai fittavoli. Voi

concentrate tutto il nostro programma in un guscio di noce.

— Però il _trust_ dà il latte a miglior condizioni dei lattai

indipendenti?

— Perbacco, può ben farlo, con l’organizzazione e il macchinario ultimo

modello che può avere con i suoi capitali.

— Questo è fuori di discussione. Può certamente farlo, e, ciò che più

conta, lo fa, — concluse Ernesto.

Il signor Calvin si lanciò allora in un’arringa politica per esporre il

suo modo di vedere. Parecchi altri lo seguirono con calore, e il loro

grido unanime era che bisognava distruggere i _trusts_.

— Poveri di spirito! — mi bisbigliò Ernesto. — Ciò che vedono, lo

vedono bene; solamente, non vedono più in là del loro naso.

Dopo un poco riprese la direzione della discussione, e, secondo la sua

abituale caratteristica, la tenne per tutta la sera.

— Vi ho ascoltati con attenzione, — cominciò, — e vedo perfettamente

che seguite il gioco degli affari in maniera ortodossa. Per voi, la

vita si riassume nel guadagno. Voi avete la convinzione ferma e tenace

di essere stati creati e messi al mondo con l’unico scopo di guadagnare

molto danaro. Soltanto, c’è un ostacolo: sul più bello della vostra

attività proficua, ecco il _trust_ che vi taglia i vostri guadagni.

Eccovi in un dilemma apparentemente contrario al fine della creazione;

e voi non vedete altro mezzo di salvezza oltre l’annientamento di

questo disastroso intervento.

«Ho seguito con cura le vostre parole, e vi voglio dire l’unico epiteto

che possa definirvi: Siete dei distruttori di macchine. Sapete che vuol

dir ciò? Permettetemi di spiegarvelo. In Inghilterra, nel secolo XVIII,

uomini e donne tessevano il panno su telai a mano, nelle loro casette.

Era un procedimento lento, maldestro e costoso, quel sistema di

manifattura a domicilio. Poi venne la macchina a vapore, col suo corteo

di ordigni per economizzare il tempo. Un migliaio di telai riuniti in

una grande officina e messi in moto da una macchina centrale, tessevano

il panno a molto minor prezzo dei tessitori che possedevano telai a

mano. Nell’officina si affermava la combinazione davanti alla quale si

cancella la concorrenza. Gli uomini e le donne che avevano lavorato

da soli, con telai a mano, andavano nelle fabbriche, e lavoravano

ai telai a vapore, non più per loro stessi, ma per i proprietarii

capitalisti. Ben presto anche i fanciulli si affaticarono attorno ai

loro telai meccanici, in cambio di salari ridotti, e sostituirono gli

uomini. I tempi divennero duri per questi. Il loro livello di benestare

si abbassò rapidamente. Morivano di fame e dicevano che tutto il male

proveniva dalle macchine. Allora, vollero rompere le macchine. Non vi

riuscirono; erano dei poveri illusi.

«Voi non avete ancora capito questa lezione; ed ecco, dopo un secolo e

mezzo, volete anche voi distruggere le macchine. Avete confessato voi

stessi che le macchine del _trust_ fanno un lavoro più efficace e a

minor prezzo del vostro; per questo non potete lottare contro di esse;

e nondimeno vorreste distruggerle. Siete ancora più illusi dei semplici

lavoratori d’Inghilterra. E mentre voi ripetete che bisogna ristabilire

la concorrenza, i _trusts_ continuano a distruggervi.

«Dal primo all’ultimo raccontate la stessa storia, la scomparsa della

rivalità e l’avvento della unione. Voi stesso, signor Owen, avete

distrutto la concorrenza, qui, a Berkeley, quando la vostra succursale

ha fatto chiudere bottega a tre piccoli droghieri, perchè il vostro

mercato era più vantaggioso. Ma, appena sentite sulle vostre spalle il

peso di altre industrie più forti, quelle dei _trusts_, voi vi mettete

a urlare.

«Questo, perchè non siete una società forte, ecco tutto. Se formaste un

_trust_ di prodotti alimentari per tutti gli Stati Uniti, cantereste

un’altra canzone, e la vostra antifona sarebbe: «Siano benedetti i

_trusts_!» Eppure, non soltanto la vostra piccola industria non è

un consorzio, ma avete voi stesso la coscienza della sua poca forza.

Cominciate a presentire la vostra fine. Vi accorgete che, nonostante

tutte le vostre succursali, non rappresentate che un gettone sul tavolo

del gioco. Vedete gli interessi madornali inalzarsi e crescere di

giorno in giorno; sentite le mani guantate di ferro dei profittatori

impadronirsi dei vostri guadagni, e prendervi un pizzico di qui, un

pizzico di là: così il _trust_ delle ferrovie, il _trust_ del petrolio,

il _trust_ dell’acciaio, il _trust_ del carbone; e voi sapete che

alla fine vi distruggeranno, vi prenderanno fin l’ultimo centesimo dei

vostri mediocri guadagni.

«Ciò prova, signore, che siete un cattivo giocatore. Quando avete

strozzato i tre piccoli droghieri di qui, vi siete gonfiato, avete

vantato la efficacia e lo spirito dell’impresa, avete mandato vostra

moglie in Europa, con i guadagni che avete fatto divorando quei poveri

negozietti. È la legge del cane contro cane, e voi avete mangiato in un

sol boccone i vostri rivali.

«Ma ecco che alla vostra volta siete morsicato da molossi, e urlate

come una puzzola. E quanto dico di voi, è vero per tutti coloro che

sono seduti qui attorno. Urlate tutti. State giocando una partita, e la

perdete. Questo vi fa gridare.

«Soltanto, lamentandovi, non siete sinceri; non confessate che vi piace

sfruttare gli altri, smungendoli, e che fate tutto questo chiasso

perchè altri tentano di fare lo stesso con voi. No, siete troppo

scaltri per questo, e dite tutt’altra cosa. Fate i discorsi politici

dei piccoli borghesi, come il signor Calvin, poco fa. Che cosa diceva?

Ecco alcune delle sue frasi che ricordo: «I nostri principî originarî

sono solidi». «Questo paese deve ritornare ai metodi americani

fondamentali, e ognuno sia libero di approfittare delle occasioni

aventi uguali probabilità...«. «Lo spirito di libertà secondo il quale

è sorta questa nazione... Ritorniamo ai principii dei nostri avi!...».

«Quando parlava dell’uguaglianza delle probabilità per tutti, alludeva

alla facoltà di spremere dei guadagni, licenza che gli è ora tolta

dai grandi _trusts_. E l’illogicità è in questo: che, a furia di

ripetere queste frasi, voi avete finito col credere in esse. Desiderate

l’occasione per svaligiare i vostri simili uno alla volta e vi

ipnotizzate al punto di credere che volete la libertà. Siete ingordi

e insaziabili; ma persuasi dalla magìa delle vostre frasi, di fare,

invece, opera di patriottismo. Mutate il desiderio di guadagno, che è

puro e semplice egoismo, in sollecitudine altruistica per l’umanità

sofferente. Vediamo un po’ qui fra noi, siate sinceri una volta,

guardate la cosa in faccia e ditela con termini giusti.

Intorno alla tavola si vedevano visi congestionati che esprimevano

una grande irritazione, mista a una certa inquietudine. Erano tutti

un poco spaventati da quel giovanotto dal viso glabro, e dal suo modo

di parlare e dirigere le parole, nonchè dalla sua terribile maniera

di chiamare le cose col loro nome. Il signor Calvin si affrettò a

rispondere:

— E perchè no? — chiese. — Perchè non potremmo ritornare ai costumi

dei nostri padri che hanno fondato questa repubblica? Avete detto

molte cose vere, signor Everhard, per quanto duro ci possa esser stato

l’inghiottirle. Ma qui, fra noi, possiamo parlarci chiaro. Togliamo

le maschere, ed accettiamo la verità come il signor Everhard l’ha

chiaramente detta.

«È vero che noi piccoli capitalisti diamo la caccia al guadagno, e che

il _trust_ ce lo toglie. È vero che vogliamo distruggere i _trusts_ per

poter conservare i nostri profitti. E perchè non lo faremmo? Perchè no,

ditemi, perchè non lo faremmo?

— Ah! eccoci all’ultima parola della quistione, — disse Ernesto, con

aria soddisfatta. — Perchè no? Cercherò di dirvelo, quantunque non

sia facile. Voialtri, vedete, avete studiato gli affari nella vostra

cerchia ristretta, ma non avete affatto approfondita la questione

dell’evoluzione sociale. Siete in pieno periodo di transizione

nell’evoluzione economica, ma voi non ci capite nulla, e da questo

deriva tutto il caos. Mi chiedete perchè non potete ritornare indietro?

Semplicemente perchè non è possibile.

«Non potete far risalire un fiume verso la sorgente. Giosuè fermò il

sole sopra Gedeone, ma voi vorreste sorpassare Giosuè; voi sognate di

far ritornare indietro il sole. Aspirate a far camminare il tempo a

ritroso, dal mezzodì all’aurora.

«Davanti a delle macchine che risparmiano il lavoro, alla produzione

organizzata, all’efficacia crescente delle società, voi vorreste

ritardare il sole economico di una o più generazioni, e farlo ritornare

ad un’epoca in cui non c’erano nè grandi ricchezze, nè grandi macchine,

nè strade ferrate: in cui le legioni di piccoli capitalisti lottavano

l’una contro l’altra, nell’anarchia industriale; in cui la produzione

era primitiva, dispendiosa e non organizzata. Credetemi: il compito di

Giosuè era più facile, ed egli aveva inoltre Jehova per aiuto! Ma voi,

piccoli borghesi, siete abbandonati da Dio. Il vostro sole declina, e

non risorgerà mai più, e non è neppure in vostro potere fermarlo ora

nel suo corso. Siete perduti, condannati a sparire completamente dalla

faccia della terra.

«È il _fiat_ dell’evoluzione, il comando divino. L’associazione è più

forte della rivalità. Gli uomini primitivi erano poveri esseri schiavi

che si nascondevano nelle fessure delle rocce, ma un giorno si unirono

per lottare contro i loro nemici carnivori. Le fiere avevano il solo

istinto della rivalità, mentre l’uomo era dotato di un istinto di

cooperazione; per questo egli stabilì la sua supremazia su tutti gli

altri animali. E da allora non ha fatto che creare associazioni sempre

più vaste. La lotta dell’organizzazione contro la concorrenza data da

un migliaio di secoli, e sempre ha trionfato l’organizzazione. Coloro

che si arruolano nel campo della concorrenza sono destinati a perire.

— Però i _trusts_ stessi sono nati dalla concorrenza. — interruppe il

signor Calvin.

— Giustissimo! — rispose Ernesto. — E i _trusts_, infatti, l’hanno

distrutta. Per questo appunto, a quanto avete voi stessi confessato,

non siete più nella bambagia.

Alcune risate corsero per la tavola, e furono le prime in tutta la

sera, ed il signor Calvin non fu l’ultimo a partecipare dell’ilarità

che aveva egli stesso provocato.

— Ed ora, poichè siamo al capitolo dei _trusts_, cerchiamo di chiarire

un dato numero di punti, — riprese Ernesto. — Vi voglio esporre alcuni

assiomi; e se non vi vanno, non avrete che a dirlo. Il vostro silenzio

implicherà il vostro consenso.

«È vero che un telaio meccanico tesse il panno in maggiore quantità e a

minor prezzo di un telaio a mano?

Successe una pausa, ma nessuno prese la parola.

— Per conseguenza, non è profondamente stolto distruggere i telai

meccanici per ritornare al processo grossolano e costoso della

tessitura a mano?

Le teste si agitarono in segno di assentimento.

— È vero che l’associazione d’interessi conosciuta sotto il nome di

_trust_ produce, più praticamente e più economicamente, quanto non

produce un migliaio di piccole imprese rivali?

Nessuna obiezione s’udì.

— Dunque, non è irragionevole distruggere questa associazione

d’interessi economici e pratici?

Nuovo silenzio, che durò un momento, poi il signor Kowalt domandò:

— Che fare allora? Distruggere i _trusts_ è la nostra sola via di

salvezza, per sfuggire al loro dominio.

Subito Ernesto parve animato da una fiamma ardente.

— Ve ne indico un’altra, — esclamò. — Invece di distruggere quelle

macchine meravigliose, prendiamone la direzione. Approfittiamo del loro

buon andamento e del loro buon mercato. Soppiantiamo i proprietarî

attuali, e facciamole agire noi stessi. Questo, signori, è il

socialismo; una combinazione più vasta di _trusts_, un’organizzazione

sociale più economica di quante sieno esistite finora sul nostro

pianeta. Essa continua l’evoluzione in linea retta. Affrontiamo le

associazioni con un’associazione superiore. Abbiamo buone carte in

mano. Venite con noi e siate i nostri compagni di vittoria.

Immediatamente si manifestarono segni e mormorii di protesta.

— Preferite essere degli anacronismi, — disse Ernesto ridendo, — ecco

il vostro affare. Preferite fare i padri nobili. Siete condannati a

sparire come tutte le reliquie della tradizione. Vi siete mai chiesti

che cosa vi capiterà, quando nasceranno delle associazioni d’interessi

più formidabili delle attuali società? Non vi siete mai preoccupati di

ciò che diventerete quando i consorzi si fonderanno con il _trust_ dei

_trusts_, in una organizzazione sociale, economica e politica insieme?

E voltosi improvvisamente verso il signor Calvin:

— Dite se non ho ragione. Sarete obbligati a formare un nuovo partito

politico, perchè i vecchi partiti sono nelle mani dei trustisti. Questi

costituiscono il principale ostacolo alla vostra propaganda agricola,

al vostro partito delle fattorie. Ogni noia che incontrate, ogni colpo

che vi tocca, ogni sconfitta che subite, tutto deriva dai _trusts_. Non

è forse vero?

Il signor Calvin taceva imbarazzato.

— Se non è vero, ditemelo. — insistette Ernesto con voce incoraggiante.

— È vero, — confessò il signor Calvin. — Ci eravamo impadroniti del

potere legislativo dello Stato dell’Oregon ed avevamo fatto approvare

ottime leggi protezioniste, ma il governatore, che è una creatura

dei _trusts_, ha opposto il veto. Invece, al Colorado, avevamo eletto

un governatore che non potè entrare in funzione, per opposizione del

potere legislativo.

«Due volte abbiamo fatto passare un’imposta nazionale sul reddito,

e due volte la Corte Suprema l’ha rigettata come contraria alla

Costituzione. Le Corti sono nelle mani delle associazioni; noi, il

popolo, noi non paghiamo i nostri giudici abbastanza bene. Ma verrà un

giorno...

— In cui l’associazione dei _cartels_ dirigerà tutta la legislazione,

— interruppe Ernesto, — in cui l’associazione dei _trusts_ formerà il

Governo.

— Mai! mai! — esclamarono i presenti, eccitati e combattivi.

— Mi volete dire che cosa farete, quando sarà venuto quel giorno? —

chiese Ernesto.

— Ci solleveremo con tutta la nostra forza, — esclamò il signor

Asmunsen, la cui risolutezza fu salutata da nutrite approvazioni.

— Sarà la guerra civile, — osservò Ernesto.

— E sia la guerra civile! — rispose Asmunsen, approvato da nuove

acclamazioni. — Noi non abbiamo dimenticato le gesta dei nostri

antenati. Per la nostra libertà siamo pronti a combattere e a morire.

Ernesto, sorridendo, disse:

— Non dimenticate, signori, che poco fa eravamo tacitamente d’accordo

che la parola libertà, nel caso vostro, significa licenza di spremere

gli altri per ricavarne un utile.

Tutti i convitati erano infuriati, animati da uno spirito bellicoso. Ma

la voce di Ernesto dominò il tumulto:

— Ancora una domanda: dite che vi solleverete con tutta la vostra forza

quando il Governo fosse strumento dei _trusts_; per conseguenza, il

Governo adopererebbe contro la vostra forza l’esercito regolare, la

marina, la milizia, la polizia, in una parola tutta la grande macchina

della guerra organizzata dagli Stati Uniti. Dove sarebbe allora la

vostra forza?

Sui volti apparve una profonda costernazione.

Senza lasciar loro il tempo di riflettere, Ernesto lanciò un nuovo

assalto:

— Or non è molto, ricordatevene, il nostro esercito regolare era di

soli cinquantamila uomini. Ma i suoi effettivi sono stati aumentati da

un anno: ed ora conta trecentomila uomini.

E rinnovò il suo attacco:

— Non basta: mentre vi lanciavate all’inseguimento del vostro fantasma

favorito, il guadagno, e improvvisavate delle omelie sulla vostra cara

_mascotte_, la concorrenza, delle verità ancor più potenti e crudeli

sono state inalzate dalla associazione: c’è la milizia.

— È la nostra forza. — esclamò il signor Kowalt. — Con lei respingeremo

l’attacco dell’Esercito regolare.

Il tallone di ferro · 第 7 / 22 段