mezzo di rivoluzionari negli Stati Uniti, accusando di mal governo la
classe capitalista. Dopo aver accennato allo stato economico dell’uomo
primitivo e dei popoli selvaggi dei nostri giorni, che non avevano nè
utensili nè macchine, e possedevano solo mezzi naturali di produzione,
espose in sintesi lo sviluppo dell’industria e dell’organizzazione
fino allo stato attuale, in cui, il potere produttivo dell’individuo
incivilito è mille volte maggiore di quello del selvaggio.
— Bastano cinque uomini, oggi, per produrre il pane per un migliaio
di persone. Un uomo solo può produrre tessuti di cotone per
duecentocinquanta persone, maglierie per trecento, calzature per mille.
Si sarebbe tentati di conchiudere che, con una buona amministrazione
della società, l’uomo incivilito moderno, dovrebbe essere in
condizioni molto migliori dell’uomo preistorico. Così è infatti?
Esaminiamo la questione: Ci sono oggi negli Stati Uniti, quindici
milioni di uomini[45] che vivono in povertà, e per povertà intendo
quella condizione in cui, per mancanza di nutrimento e di ricovero
conveniente, non può essere mantenuta la capacità di lavoro. Oggi,
negli Stati Uniti, nonostante le pretese della vostra legislazione
del lavoro, sono tre milioni i fanciulli che lavorano come operai[46].
Il loro numero è raddoppiato in dodici anni. Incidentalmente, domando
perchè voi, gestori della società, non avete pubblicato le cifre del
censimento del 1910? E rispondo per voi: perchè quelle cifre vi hanno
spaventati. La statistica della miseria avrebbe potuto affrettare la
rivoluzione che si prepara.
«Ma ritorno alla mia accusa: se il potere di produzione dell’uomo
moderno è mille volte superiore a quello dell’uomo primitivo, perchè
mai ci sono attualmente negli Stati Uniti quindici milioni di persone
che non sono nutrite e alloggiate convenientemente, e tre milioni di
fanciulli che lavorano? È un’accusa seria. La classe capitalistica si
è resa colpevole di una cattiva amministrazione. Di fronte al fatto
che l’uomo moderno vive più miseramente del suo antenato selvaggio,
mentre il suo potere produttivo è mille volte maggiore, non è possibile
altra conclusione diversa da questa: che la classe capitalista ha mal
governato; che voi siete cattivi amministratori, cattivi padroni, e che
la vostra cattiva gestione è imputabile al vostro egoismo. E su questo
punto, questa sera, a faccia a faccia, non potete rispondere a me,
come la vostra antica classe non può rispondere al milione e mezzo di
rivoluzionarii degli Stati Uniti. Non potete confutarmi, lo scommetto.
Ed oso dire, fin d’ora, che non risponderete neppure quando avrò finito
di parlare. Su questo argomento la vostra lingua è legata, per quanto
agile possa essere, quando tratta di soggetti diversi da questo.
«Voi avete dato prove d’essere incapaci di amministrare; avete
fatto della civiltà una bottega da macellaio; avete avuto, e avete
tuttora l’audacia di alzarvi, nelle vostre camere legislative, per
dichiarare che sarebbe impossibile fare guadagnare senza il lavoro dei
fanciulli, dei bimbi. Oh! non crediate perchè ve lo dico io: tutto
questo è scritto, registrato contro di voi. Avete addormentato la
vostra coscienza con delle chiacchiere sull’ideale, secondo la vostra
cara morale. Ed eccovi gonfi di potenza e di ricchezza, inebriati del
successo! Ebbene, contro di noi non avete speranza di vittoria maggiore
di quanta ne abbiano i calabroni riuniti intorno all’alveare, quando le
api operaie si lanciano loro addosso per porre fine a una sazia vita.
Avete errato nel guidare la società, e la direzione vi sarà tolta. Un
milione e mezzo di uomini della classe operaia sono sicuri di attirare
alla loro causa il resto delle masse lavoratrici, e di strapparvi il
dominio del mondo. Ecco la rivoluzione, signori: arrestatela se lo
potete!
Per un po’, l’eco della sua voce risuonò nella gran sala; poi il
profondo mormorio, già sentito prima, si gonfiò, e parecchi uomini
si alzarono, urlando e gesticolando per attrarre l’attenzione del
Presidente.
Osservai che le spalle della signorina Brentwood si agitavano
convulsivamente, e provai un attimo di irritazione, credendo che
ridesse di Ernesto. Poi capii che non si trattava di un accesso di
riso, ma di nervi. Era terrorizzata di quanto aveva fatto gettando
quella torcia ardente in mezzo al suo caro circolo de «Gli Amici dello
Studio».
Il colonnello Van Gilbert non si curava degli uomini, che, stravolti
dalla collera, volevano che egli concedesse loro la parola; egli stesso
si struggeva dalla rabbia. Si alzò di scatto agitando un braccio,
e per un momento non potè proferire che suoni inarticolati; poi una
grande verbosità scaturì dalla sua bocca. Ma non era il linguaggio
dell’avvocato dì centomila dollari, dalla rettorica un po’ antiquata.
— Errore su errore, — esclamò. — In vita mia non ho mai sentito
tanti errori in così poco tempo. Inoltre, giovanotto, non avete detto
niente di nuovo. Ho imparato tutto ciò in collegio, prima della vostra
nascita. E sono già quasi due secoli, dacchè Gian Giacomo Rousseau ha
enunciato la vostra teoria socialista. Il ritorno alla terra? Peuh! Una
revisione? La nostra biologia ne dimostra l’assurdità. Si ha proprio
ragione di dire che una mezza cultura è nociva, e voi ne avete dato
una prova questa sera con le vostre teorie sventate! Errore su errore!
Non sono mai stato in vita mia così disgustato d’un simile rigurgito
di errori! Ecco, guardate come io consideri le vostre affrettate
generalizzazioni e i vostri discorsi infantili. — E fece schioccare i
pollici con aria di sprezzo, e accennò a sedersi.
L’approvazione delle donne si manifestò con esclamazioni acute, e
quella degli uomini con suoni rauchi. Quasi tutti, candidati della
difesa, si misero a parlare insieme. Era una confusione indescrivibile,
una torre di Babele.
Il vasto appartamento della signora Pertonwaithe non aveva mai veduto
simile scena. Come? le fredde menti del mondo industriale, il fior
fiore della bella società, erano costituite da quella banda di selvaggi
rumorosi e tumultuosi? Per certo, Ernesto li aveva scossi, stendendo
le mani verso i loro portafogli, quelle mani, che, agli occhi loro,
rappresentavano gli artigli di un milione e mezzo di rivoluzionarii.
Ma egli non perdeva la testa mai, in nessun caso. Prima che il
colonnello riuscisse a sedersi, Ernesto fu in piedi e fece un passo
avanti.
— Uno per volta! — gridò con tutte le sue forze.
Il grido dei suoi ampi polmoni dominò la tempesta umana, e la semplice
forza della personalità di lui impose il silenzio.
— Uno solo per volta, — ripetè con tono più calmo. — Lasciatemi
rispondere al colonnello Van Gilbert. Dopo, altri potranno attaccarmi,
ma uno per volta, ricordate. Non siamo qui come su un campo di
_foot-ball_.
— Quanto a voi, — continuò rivolgendosi al colonnello, — non avete
confutato nulla di ciò che ho detto. Avete semplicemente espresso
alcuni apprezzamenti eccitati e dogmatici sul mio equilibrio mentale.
È un modo che potrà esservi utile negli affari, ma con me non vale quel
tono. Non sono un operaio venuto a chiedervi, col cappello in mano, di
aumentare il mio salario o di proteggermi contro la macchina alla quale
lavoro. Finchè avrete a che fare con me, non potrete prendere le vostre
arie dogmatiche contro la verità. Serbatele nei rapporti coi vostri
schiavi salariati che non osano rispondervi perchè avete in vostra mano
il loro pane, la loro vita.
«Quanto al ritorno alla Natura di cui pretendete aver avuto sentore in
collegio, prima della mia nascita, permettetemi di farvi osservare che
sembra non abbiate imparato altro, dopo. Il Socialismo non ha nulla in
comune con lo stato di natura, così come il calcolo differenziale non
ha rapporti col catechismo! Avevo denunciato la mancanza d’intelligenza
della vostra classe, tranne nella trattazione degli affari; voi mi
avete fornito, signore, un edificante esempio a sostegno della mia
tesi.
Questa terribile lezione fatta al caro avvocato da centomila dollari,
superò ogni prova di sopportazione della signorina Brentwood. Il suo
accesso isterico raddoppiò di violenza, così che dovettero trascinarla
fuori della sala, mentre piangeva e rideva contemporaneamente. Ed era
ancora poco, perchè il peggio doveva accadere poi.
— Non credete alla mia parola, — riprese Ernesto dopo questa
interruzione. — Le vostre stesse autorità, a voce unanime,
riconosceranno la vostra assoluta mancanza d’intelligenza. Gli
stessi vostri fornitori di scienza vi diranno che siete nell’errore.
Consultate il più umile dei vostri sociologi e chiedetegli la
differenza che passa fra la teoria di Rousseau e quella del socialismo.
Interrogate i vostri migliori economisti e borghesi, cercate in
qualsiasi manuale dormente negli scaffali delle vostre biblioteche
sovvenzionate, e da ogni parte vi verrà risposto che non c’è nessun
nesso fra il ritorno alla natura e il socialismo, ma che, al contrario,
le due teorie sono diametralmente opposte. Vi ripeto, non credete alla
mia parola! La prova della vostra mancanza d’intelligenza è là, nei
libri, in quei libri che voi non leggete mai. E per quanto si riferisce
a questa mancanza di intelligenza, voi siete, avvocato, un campione
della vostra classe.
«Siete molto valente in diritto e negli affari, signor colonnello
Van Gilbert. Meglio di ogni altro sapete accogliere una sfida e
aumentare i dividendi, interpretando a modo vostro la legge. Benissimo;
accontentatevi di questa funzione importante. Siete un eccellente
avvocato, ma un pessimo storico. Non conoscete l’alfabeto della
sociologia, e, in fatto di biologia, sembrate contemporaneo di Plinio
il Vecchio.»
Il colonnello si dimenava sulla poltrona; nella sala regnava un
silenzio assoluto: tutti gli uditori erano affascinati, erano come di
sasso. Quel trattamento fatto al famoso colonnello Van Gilbert era cosa
inaudita, inimmaginabile; trattandosi di persona davanti alla quale i
giudici tremavano quando si alzava per parlare in tribunale. Ma Ernesto
non dava tregua al nemico.
— Questo, naturalmente, non è un biasimo per voi, — aggiunse. — A
ciascuno il suo mestiere. Voi fate il vostro, ed io farò il mio.
Voi siete specializzato. Quando ai tratta di conoscere le leggi, di
trovare il mezzo migliore per sfuggire loro, o di farne delle nuove,
in vantaggio delle classi spoliatrici, sono ai vostri piedi, nella
polvere. Ma quando si tratta di sociologia, che è materia del mio
mestiere, tocca a voi, a vostra volta, giacere ai miei piedi, nella
polvere. Ricordatevelo. E ricordate pure che la vostra legge è materia
effimera, e che voi non siete esperto nelle materie che durano più d’un
giorno. Per conseguenza, le vostre affermazioni dogmatiche e le vostre
imprudenti generalizzazioni, sopra soggetti storici e sociologici, non
valgono il fiato che sprecate per enunciarle.
Ernesto fece una pausa, e osservò con aria pensosa quel viso oscurato e
stravolto dalla collera, quel petto ansante, quel corpo che si agitava,
quelle mani che si aprivano e chiudevano convulsamente.
Poi continuò:
— Ma giacchè sembra che abbiate fiato da sprecare, vi offro l’occasione
di sprecarlo. Ho incolpato la vostra classe: dimostratemi che la mia
accusa è falsa. Vi ho fatto osservare la condizione disperata dell’uomo
moderno (tre milioni di fanciulli schiavi negli Stati Uniti, senza il
lavoro dei quali ogni guadagno sarebbe impossibile; e quindici milioni
di persone mal nutrite, mal vestite e peggio alloggiate); vi ho fatto
osservare come, mediante l’organizzazione moderna e l’organizzazione
sociale e l’impiego delle macchine, il potere produttivo dell’uomo
civile d’oggi sia mille volte superiore a quello del selvaggio
abitatore di caverne; ed ho affermato che da questo doppio fatto non
si poteva trarre altra conclusione se non questa: il malgoverno della
classe capitalista. Di questo vi ho imputato, e chiaramente e a più
riprese, vi ho sfidato a rispondermi. Ho detto, anzi, di più. Vi ho
predetto che non avreste risposto. Avreste potuto adoperare il vostro
fiato per smentire la mia profezia. Avete detto che il mio discorso era
una somma di errori. Dimostratemene la falsità, colonnello Van Gilbert;
rispondete all’accusa che io ed un milione e mezzo di miei compagni
abbiamo lanciato contro la vostra classe e contro voi.
Il colonnello dimenticò completamente che la carica di presidente
gl’imponeva di lasciare gentilmente la parola a coloro che la
chiedevano: si alzò di scatto, e agitando in tutte le direzioni le
braccia, smarrendosi in isfoghi di rettorica e perdendo completamente
il sangue freddo, malmenò Ernesto per la sua giovinezza e per la sua
demagogia, attaccando selvaggiamente la classe operaia, che cercò di
dipingere come priva di capacità e d’ogni valore.
Finita che fu la chiacchierata del colonnello, Ernesto replicò in
questi termini:
— Come uomo di legge, siete certo il più riottoso a mantenere il punto
di partenza, fra quanti io abbia mai conosciuto. La mia giovinezza
non ha niente a che fare con quanto ho detto, nè la mancanza di valore
della classe operaia. Ho accusato la classe capitalistica di aver retto
male la società. Voi non avete ancora risposto. Non avete neppure
tentato di rispondere. Non avete dunque una risposta da dare? Siete
il campione di questo uditorio. Tutti qui, me eccettuato, pendono dal
vostro labbro. Aspettano da voi la risposta che non possono dare essi
stessi.
«Quanto a me, ve l’ho già detto, so che non soltanto non potrete
rispondere, ma che non tenterete neppure di farlo.»
— Questo è intollerabile! — esclamò il colonnello. — È un insulto!
— È intollerabile il fatto che voi non rispondiate, — replicò
gravemente Ernesto. — Nessun uomo può essere insultato
intellettualmente. L’insulto per se stesso è una cosa emotiva.
Riacquistate il vostro spirito, date una risposta intellettuale alla
mia accusa intellettuale, che cioè la classe capitalistica ha mal
governato la società.
Il colonnello rimase muto, e si rinchiuse in una espressione di
superiorità accigliata, come chi non voglia compromettersi discutendo
con un briccone.
— Non siate avvilito, — gli scagliò addosso Ernesto. — Consolatevi
pensando che nessuno mai della vostra classe ha potuto rispondere a
questa imputazione.
Poi si volse verso gli altri, impazienti di prendere la parola.
— Ed ecco, ora, l’occasione per voi. Avanti, e non dimenticate che vi
ho sfidati tutti, qui presenti, a darmi la risposta che il colonnello
Van Gilbert non ha potuto dare.
Mi sarebbe impossibile ripetere tutto ciò che fu detto durante quella
discussione. Non avrei immaginato la quantità di parole che si possono
dire nel breve spazio di tre ore. In ogni modo, fu uno spettacolo
meraviglioso.
Più i suoi avversarii si infiammavano, e più Ernesto gettava olio sul
fuoco. Conosceva a fondo, enciclopedicamente, l’argomento, e li pungeva
con una parola o con una frase come con un ago adoperato con arte.
Egli sottolineava e correggeva i loro errori di ragionamento. Tale
sillogismo era falso, tale conclusione non aveva alcun rapporto con le
premesse; tale premessa era un’impostura, perchè era stata avviluppata
con arte nella conclusione in vista. Questa era un’inesattezza, quella
una presunzione, e quest’altra cosa ancora un’asserzione contraria alla
verità sperimentale stampata su tutti i libri.
A volte lasciava la spada per la mazza, e picchiava i loro pensieri a
destra e a manca. Pretendeva sempre dei fatti e rifiutava di discutere
le teorie. E i fatti, che citava egli stesso, erano disastrosi per
loro. Appena attaccavano la classe operaia, replicava:
— È il lesso che rimprovera alla pentola il suo nerume, ma ciò non vi
lava la sudiceria dal viso.
E ad ognuno e a tutti diceva:
— Perchè non avete confutato la mia accusa di cattiva amministrazione
lanciata contro la vostra classe? Avete parlato d’altro, e d’altro
ancora a proposito di ciò, ma non mi avete risposto. Non potete dunque
trovare una replica?
Solo alla fine della discussione, il signor Wickson prese la parola.
Era il solo che fosse rimasto calmo, e Ernesto lo trattò con una
considerazione che non aveva concesso agli altri.
— Non è necessaria risposta alcuna. — disse il signor Wickson, con
voluta lentezza. — Ho seguito tutta la discussione con stupore e
ripugnanza. Sì, signori, voi membri della mia stessa classe, mi
avete disgustato. Vi siete comportati come sciocchi scolari. L’idea
di introdurre in una simile discussione i vostri precetti di morale
è il fulmine passato di moda del politicante volgare. Non vi siete
comportati nè come persone mondane, nè come esseri umani. Vi siete
lasciati trascinare fuori della vostra classe, anzi, fuori della vostra
specie. Siete stati rumorosi e prolissi, ma avete soltanto ronzato come
le zanzare attorno a un orso. Signori, l’orso e là (e additava Ernesto)
ritto innanzi a voi, e il vostro ronzìo gli ha solo solleticato le
orecchie.
«Credetemi, la situazione è seria. L’orso ha mostrato le zanne,
questa sera, per schiacciarvi. Ha detto che vi sono negli Stati
Uniti, un milione e mezzo di rivoluzionarii, ed è vero. Ha detto
che hanno intenzione di toglierci il potere, i palazzi: e tutto il
benessere dorato, ed è vero. È pure vero che un cambiamento, un grande
cambiamento si prepara nella società, ma, fortunatamente, potrebbe
anche non essere il cambiamento previsto dall’orso. L’orso ha detto che
ci schiaccerebbe. Ebbene, signori, e se noi schiacciassimo l’orso?
Il brontolìo gutturale tornava a ingrandirsi nella vasta sala. Da uomo
a uomo furono scambiati cenni di approvazione, di ardimento. I visi
avevano un’espressione ferma, decisa, di combattenti.
Con freddezza, senza passione, il signor Wickson continuò:
— Ma non con un brontolìo schiaccieremo l’orso: all’orso bisogna dare
la caccia. All’orso non si risponde con parole. Gli risponderemo col
piombo. Siamo al potere, nessuno può negarlo. In virtù di questo potere
stesso, noi rimarremo al nostro posto.
E si voltò verso Ernesto. Il momento era drammatico.
— Ecco dunque la nostra risposta. Non abbiamo parole da perdere
con voi. Quando allungherete le mani, di cui vantate la forza, per
afferrare i nostri palazzi, il nostro benessere dorato, vi faremo
vedere che cos’è la forza. La nostra risposta sarà costituita dai
fischi degli obici, dagli scoppî degli _shrapnels_, dai crepitii delle
mitragliatrici[47]. Noi schiaccieremo i vostri rivoluzionarli sotto i
nostri piedi, e cammineremo sul loro viso. Il mondo è nostro, ne siamo
padroni, e resterà nostro. Quanto all’esercito del lavoro, è stato nel
fango dal principio della storia; e, io, che interpreto la storia come
si deve, dico che rimarrà nel fango, finchè io ed i miei, e coloro che
verranno dopo di noi, resteranno al potere. Ecco la grande parola, la
regina delle parole: _Potere!_ Nè Dio, nè Mammone, ma il _Potere!_
Questa parola rigiratela nelle vostre bocche, finchè sia cotta: _Il
Potere!_
— Voi mi avete risposto, — disse tranquillamente Ernesto, — e
quest’era la sola risposta che potesse essere data. Il Potere! È quanto
predichiamo noi alla classe operaia! Sappiamo, e lo sappiamo a prezzo
di un’amara esperienza, che nessun appello al diritto, alla giustizia,
all’umanità, potrà commuovervi. I vostri cuori sono duri come i talloni
coi quali camminate sul viso dei poveri. Perciò abbiamo intrapreso la
conquista del potere. E col potere dei nostri voti, il giorno delle
elezioni, vi toglieremo il governo....
— E quand’anche otteneste la maggioranza, una maggioranza schiacciante
nelle elezioni, — interruppe il signor Wickson, — supponete che noi
rifiutassimo il potere carpito con le urne?
— Abbiamo preveduto anche questo, — replicò Ernesto. — Vi risponderemmo
col piombo. Il Potere! Siete voi che avete proclamata questa la
regina delle parole! Benissimo. Sarà questione di forza. E il giorno
in cui riporteremo la vittoria nello scrutinio, se vi rifiuterete di
rimettere nelle nostre mani il governo di cui ci saremo impadroniti
costituzionalmente e tranquillamente, ebbene, vi risponderemo del pari,
e la nostra risposta sarà costituita dai fischi degli obici, dagli
scoppi degli _shrapnels_ e dai crepitii delle mitragliatrici.
— In un modo o nell’altro non potrete scapparci. È vero che avete
interpretato bene la storia. È vero che dal principio della storia il
lavoro è abbassato nel fango; è ugualmente vero che resterà sempre nel
fango, finchè voi e i vostri avrete il potere, voi, i vostri e coloro
che verranno dopo di voi. Siamo d’accordo. Il potere sarà l’arbitro. È
sempre stato l’arbitro: la lotta delle classi è una questione di forza.
Ora, come la vostra classe ha abbattuto la vecchia nobiltà feudale,
così sarà abbattuta dalla mia classe, dalla classe dei lavoratori.
E se leggerete la biologia e la sociologia con la stessa correttezza
con la quale avete letto la storia, vi convincerete che questa fine è
inevitabile. Non importa che sia fra un anno, fra dieci o fra mille: la
vostra classe sarà abbattuta. E sarà rovesciata dal potere, e le sarà
tolta la forza. Noi, dell’esercito del lavoro, abbiamo ruminato questa
parola, al punto che ne siamo inebriati. Il Potere! È veramente la
regina delle parole, l’ultima parola!
Così ebbe termine la serata de «Gli Amici dello Studio».
CAPITOLO VI.
ADOMBRAMENTI.
Intorno a questo tempo, cominciarono a verificarsi attorno a noi, fitti
e rapidi, i prodromi degli avvenimenti futuri.
Ernesto aveva già espressi alcuni dubbi, sul grado di prudenza di cui
mio padre dava prova, ricevendo in casa sua socialisti e lavoratori
noti, assistendo apertamente alle loro riunioni; ma il babbo aveva riso
di quelle preoccupazioni. Quanto a me, imparavo molte cose conversando
con i capi e i pensatori della classe operaia. Vedevo il rovescio della
medaglia. Ero sedotta dall’altruismo e dal nobile idealismo che vedevo
in loro, e nello stesso tempo, spaventata dall’immensità del nuovo
orizzonte letterario, filosofico, scientifico e sociale che si apriva
davanti a me. Mi istruivo rapidamente ma non abbastanza in fretta per
capire sin d’allora il pericolo della nostra posizione.
Gli avvertimenti non mi mancarono, ma non davo importanza ad essi.
Così seppi che la signora Pertonwaithe e la signora Wickson, la cui
influenza era formidabile nella nostra città universitaria, avevano
espressa l’opinione che, giovane com’ero, mi mostravo troppo premurosa
e decisa, con una pericolosa tendenza a volermi intromettere negli
affari degli altri. Le loro osservazioni mi parvero naturali, data la
parte avuta, rispetto a loro, nell’inchiesta per l’affare Jackson, ma
non immaginavo punto l’importanza vera d’un giudizio di quel genere,
emesso da arbitri di così grande potenza sociale.
Osservai, infatti, un certo riserbo nel solito cerchio delle mie
conoscenze, ma l’attribuii alla disapprovazione che sollevava il mio
disegno di matrimonio con Ernesto. Solo molto tempo dopo, Ernesto mi
dimostrò che quell’atteggiamento della gente fra la quale vivevo era
tutt’altro che spontaneo, ma concertato e diretto da forze occulte.
— Avete ospitato in casa un nemico della vostra classe, — mi disse. —
Non soltanto gli avete dato asilo, ma gli avete dato il vostro amore e
affidato la vostra persona. È un tradimento verso la tribù alla quale
appartenete, e non sperate di schivarne il castigo.
Ma prima di questo, un pomeriggio che Ernesto era da me, mio padre
ritornò tardi a casa e ci accorgemmo che era adirato o, perlomeno, in
un accesso di irritazione filosofica. Raramente dava in escandescenze,
ma si permetteva, ogni tanto, un certo sdegno misurato, ch’egli
chiamava: il suo tonico. Lo vedemmo, dunque, appena entrato, con la sua
dose di collera tonificante.
— Che cosa ne pensate? Ho preso il tè con Wilcox!
Wilcox era il Rettore in riposo dell’Università, e aveva una mente
disseccata ch’era un emporio di chiacchiere già in voga verso il 1870 e
che egli non si era mai sognato di aggiornare.
— Mi ha invitato, mi ha mandato a chiamare.
Papà fece una pausa. Noi aspettavamo ansiosi.
— Oh! è stato molto gentile, lo riconosco, ma sono stato rimproverato
io, da quel vecchio fossile!