Le vostre conclusioni, dedotte dal generalizzare le vostre esperienze,
sono esatte. Nel meccanismo industriale nessuno è libero delle
proprie azioni, eccettuato il grosso capitalista, e ancora non lo è
completamente se si può adoperare questo giro di frase irlandese[33]. I
padroni, lo vedete, sono perfettamente sicuri di avere ragione agendo
come fanno. Questa è l’assurdità che corona tutto l’edificio. Sono
così legati dalla loro natura umana, che non possono fare una cosa
senza crederla buona. Abbisognano di una sanzione per le loro azioni.
Quando vogliono intraprendere qualsiasi cosa, di affari, s’intende,
devono aspettare che nasca nel loro cervello una specie di concezione
religiosa, filosofica o morale della bontà di questa cosa. Allora
la realizzano senza accorgersi che il desiderio è padre del pensiero
avuto. E così finiscono per sanzionare qualsiasi progetto. Sono casisti
superficiali, gesuiti sono. Si sentono perfino giustificati di fare il
male purchè ne risulti un bene. Uno dei più ridicoli dei loro assiomi,
è che si proclamano superiori al resto dell’umanità, per saggezza ed
efficacia. Partendo da questo punto di vista, si arrogano il diritto
di ripartire pane e companatico a tutto il genere umano. Hanno perfino
risuscitata la teoria del diritto divino dei re, dei re del commercio
in modo speciale[34].
«Il punto debole della loro posizione consiste nel fatto che sono
semplicemente uomini d’affari. Essi non sono filosofi, non sono
dei biologi nè sociologi: se lo fossero, tutto procederebbe meglio,
naturalmente. Un uomo d’affari che fosse, nello stesso tempo, versato
in queste due scienze, sarebbe approssimativamente ciò che occorre
all’umanità. Ma anche tolte dal loro dominio commerciale, queste genti
sono stupide. Conoscono solo gli affari. Non comprendono nè il genere
umano, nè il mondo, e non pertanto si erigono arbitri della sorte di
milioni di affamati e di tutta la massa umana. La storia, un giorno,
farà a loro spese una risata omerica.
Preparata com’ero ad affrontare la signora Wickson e la signora
Pertonwaithe, la conversazione che ebbi con esse non mi riserbò alcuna
sorpresa. Erano signore della migliore società[35].
Abitavano in sontuosi palazzi e avevano parecchie altre residenze, un
po’ dappertutto: in campagna, in montagna, sulle rive dei laghi e del
mare. Una vera folla di servitori si affaccendava attorno a loro, e la
loro attività sociale era straordinaria. Patrocinavano le università
e le Chiese, e i pastori, particolarmente, erano pronti a piegare le
ginocchia davanti ad esse.[36] Quelle due donne erano due vere potenze,
con tutto quel danaro a loro disposizione. Esse possedevano a un grado
considerevole il potere di sovvenzionare il pensiero, come dovetti
capire ben presto, grazie agli insegnamenti di Ernesto.
Imitavano i loro mariti, e parlavano con gli stessi termini generali
della politica da seguire, dei doveri e delle responsabilità che
incombono ai ricchi. Si lasciavano governare dalla stessa etica
dei loro mariti, dalla morale di classe, e ripetevano certe frasi
sensazionali che non capivano neppure.
Inoltre, si irritarono quando dipinsi loro la deplorevole condizione
della famiglia di Jackson; e siccome mi stupii perchè non avevano
fissato un fondo di riserva in suo favore, esse dichiararono che non
avevano bisogno che si insegnasse loro i doveri sociali; quando chiesi,
poi, apertamente di soccorrerlo, rifiutarono non meno apertamente.
Il più strano si è che espressero il loro rifiuto con parole quasi
uguali, benchè fossi andata da loro separatamente, e l’una ignorasse
che ero andata dall’altra. La loro comune risposta fu, che esse erano
felici di avere l’occasione di dimostrare, una volta per sempre,
che non avrebbero mai concesso delle sovvenzioni alla negligenza e
che non volevano, pagando le disgrazie, spingere i poveri a ferirsi
volontariamente[37].
Ed erano sincere quelle signore. Il doppio convincimento della loro
superiorità di classe e della loro autorità personale, le inebriava.
Trovavano nella loro morale di casta una sanzione per tutte le azioni
che compivano.
Ritornata in carrozza alla porta dello splendido palazzo della signora
Pertonwaithe, mi voltai per contemplarlo, e ricordai la frase di
Ernesto: che anche quelle donne erano avvinte alla macchina, ma in modo
tale che sedevano proprio in cima.
CAPITOLO V.
GLI AMICI DELLO STUDIO.
Ernesto veniva spesso a casa mia, attiratovi non solo dal babbo, e
dai pranzi con dispute. Sin d’allora, mi lusingavo di entrarci un poco
anch’io in quella attrattiva, e non tardai molto ad esserne sicura.
Perchè non ci fu mai al mondo un innamorato come Ernesto Everhard. Di
giorno in giorno, il suo sguardo e la sua stretta di mano si fecero più
sicuri, se è possibile, e la interrogazione che avevo visto spuntare
nei suoi occhi diventò sempre più imperativa.
La mia prima impressione era stata sfavorevole, ma poi mi ero sentita
attirata. Era seguìto poi un moto di repulsione il giorno in cui aveva
insultato la mia classe e me stessa, con sì poco riguardo, ma ben
presto mi ero resa conto che egli non aveva per niente calunniato il
mondo in cui vivevo, che tutto quanto aveva detto di duro e di amaro
era vero; e più che mai mi avvicinai a lui. Diventava il mio oracolo.
Secondo me, egli strappava la maschera alla società, e mi lasciava
intravedere certe verità tanto incontestabili quanto spiacevoli.
No, non ci fu mai innamorato simile. Una signorina non può vivere sino
a ventiquattro anni in una Città Universitaria, senza che le si faccia
la corte. Ero stata corteggiata da imberbi studenti del secondo anno, e
da professori canuti, senza contare gli atleti della _boxe_ e i giganti
del _foot-ball_. Ma nessuno aveva condotto l’assalto come Ernesto. Mi
aveva stretta fra le sue braccia prima che me ne accorgessi, e le sue
labbra si erano posate sulle mie prima che avessi avuto il tempo di
protestare o di resistergli. Davanti alla sincerità del suo ardore, la
dignità convenzionale, e la riservatezza verginale parevano ridicole.
Perdevo terreno davanti al suo attacco superbo e irresistibile. Non mi
fece nessuna dichiarazione nè impegno formale: mi prese fra le braccia,
e considerò come certo il fatto che sarei stata sua moglie. Non ci
fu nessuna contestazione in proposito: una sola discussione sorse più
tardi, circa la data del matrimonio.
Era inaudito, inverosimile, pertanto; le cose procedevano come
il suo spirito di verità; ed io gli confidai la mia vita, e non
ebbi a pentirmene. Però, durante i primi giorni del nostro amore,
m’impensieriva un po’ l’impetuosità della sua galanteria. Ma erano
timori infondati; nessuna donna ebbe la fortuna di avere un uomo più
dolce e più tenero. Dolcezza e violenza si confondevano stranamente
nella sua passione, con sicurezza e goffaggine nel suo modo di fare.
Da quella leggera goffaggine nell’atteggiamento non si liberò mai, ed
era grazioso! Egli si comportava nel nostro salotto come un toro che
facesse una passeggiata prudente in una bottega di porcellane[38].
Se avevo, talvolta, un ultimo dubbio sulla profondità reale dei miei
sentimenti a suo riguardo, era per una titubanza sub-cosciente, che
svanì precisamente in quel tempo.
Al Circolo degli «Amici dello Studio», in una notte di battaglia
magnifica in cui Ernesto affrontò i padroni del giorno, nel loro
rifugio, ebbi la rivelazione del mio amore in tutta la sua pienezza.
Il Circolo degli «Amici dello Studio» era il migliore che esistesse
sulla costa del Pacifico. Era una fondazione di Miss Brentwood,
vecchia zitella, favolosamente ricca, per la quale il circolo faceva
le veci del marito, della famiglia e dei divertimenti. I suoi soci
erano i più ricchi della società, e le menti più capaci fra i ricchi,
compreso, naturalmente, un numero esiguo di uomini di scienza, per dare
all’insieme un’apparenza intellettuale.
Il Circolo degli «Amici dello Studio» non possedeva un locale apposito:
era un circolo speciale, i cui membri si riunivano una volta al mese,
in casa di uno di loro, per sentire una conferenza. Gli oratori erano
di solito pagati, ma non sempre. Quando un chimico di New-York aveva
fatto una scoperta sul radium, per esempio, gli rimborsavano tutte le
spese di un viaggio attraverso il continente americano, e gli davano
inoltre una forte somma per indennizzarlo del tempo perduto, e così
facevano coll’esploratore che ritornava dalle regioni artiche, e con i
nuovi astri della letteratura e dell’arte.
Nessun estraneo era ammesso a quelle riunioni, e «Gli Amici dello
Studio» si erano proposti di non lasciar trasparire nulla delle loro
discussioni, nella stampa, in modo che perfino gli uomini di Stato, se
fossero intervenuti, e ce n’erano stati, e dei più grandi, avrebbero
potuto esporre liberamente il loro pensiero.
Ho aperta, qui davanti, la lettera un po’ sciupata che Ernesto mi
scrisse vent’anni or sono, dalla quale trascrivo il brano seguente:
«Siccome vostro padre è membro del Circolo «Gli Amici dello Studio»,
e voi pure potete entrarvi, venite all’adunanza di martedì sera. Vi
assicuro che passerete uno dei momenti migliori della vostra vita. Nei
vostri recenti incontri coi padroni del giorno, non siete riuscita
a smuoverli; io li scuoterò per voi. Li farò ringhiare come lupi.
Voi vi siete accontentata di toccare la loro moralità, ma finchè la
loro onestà è contestata, essi rimangono alteri e superbi, e assumono
delle arie di superiorità e di soddisfazione. Io li minaccerò nella
borsa, e ne rimarranno scossi sin nelle radici più profonde della loro
natura primitiva. Se verrete, vedrete l’uomo delle caverne, in abito
di società, difendere coi denti, con tutte le forze, il suo osso. Vi
assicuro un vero pandemonio, e la vista edificante della natura della
bestia.
«Mi hanno invitato per demolirmi. L’idea è stata della signorina
Brentwood, ma ha commesso la dabbenaggine di lasciarmelo capire,
invitandomi. La loro gioia massima è di domare qualche riformatore
dall’animo dolce e fidente. La vecchia zitella crede che io assocî
all’innocenza d’un gattino, la bontà e la stupidità di un animale
colle corna. E devo confessare che ho fatto del mio meglio per
convincerla sempre più. Dopo avere prudentemente tastato terreno, ha
finito per indovinare il mio carattere docile. Avrò un buon compenso:
duecentocinquanta dollari, quanto cioè avrebbero dato a un radicale
che avesse posto la sua candidatura al seggio di Governatore. Inoltre,
l’abito di società è di rigore: in vita mia non mi sono mai camuffato
così, e bisognerà che ne prenda uno a nolo. Ma farò ancora di più per
essere sicuro di entrare fra «Gli Amici dello Studio»».
Fu scelta, fra i luoghi possibili per quella riunione, la casa della
famiglia Personwaithe. Avevano portato un supplemento di seggiole
nella grande sala, e c’erano, di sicuro, duecento «Amici» per sentire
Ernesto. Erano i veri principi della buona società. Mi divertii a
calcolare mentalmente il totale delle ricchezze che rappresentavano:
un centinaio di milioni. E i proprietari non erano di quei ricchi che
vivono nell’ozio, ma uomini d’affari che avevano parte importantissima
ed attiva nella vita industriale e politica.
Stavamo tutti seduti, quando la signorina Brentwood introdusse Ernesto.
Essi andarono subito all’estremità della sala dove egli doveva parlare.
Era in abito da sera, ed aveva un portamento meraviglioso, con le sue
larghe spalle e la testa regale, e, sempre, quell’inimitabile sfumatura
di goffaggine nei suoi movimenti.
Credo che l’avrei amato anche solo per quello. Al solo guardarlo,
provavo una grande gioia. Mi sembrava di sentire il battito del suo
polso nello stringermi la mano, il contatto delle sue labbra sulle
mie. Ed ero così orgogliosa di lui, che ebbi il desiderio di alzarmi e
gridare a tutta l’assemblea: «È mio, mi ha stretta fra le sue braccia,
e occupo quella mente agitata da sì alti pensieri.»
La signorina Brentwood, giunta in fondo alla sala, lo presentò
al colonnello Van Gilbert, al quale, sapevo ch’era assegnata la
presidenza della riunione. Il colonnello era un grande avvocato di
società anonime; inoltre, era immensamente ricco. Il più piccolo
onorario che si degnasse di accettare, era di centomila dollari. Era
un Maestro in materia giuridica. La legge era come un burattino di
cui egli teneva tutti i fili; e la plasmava come argilla; la torceva e
la deformava con un giuoco di pazienza cinese, a seconda dei proprii
disegni. I suoi modi e il suo eloquio erano un po’ di vecchio stile,
ma la immaginazione, le cognizioni, le risorse, erano a livello degli
statuti più recenti. La sua celebrità datava dal giorno in cui aveva
fatto annullare il testamento di Skardwell[39]. Solo per questo aveva
avuto cinquecentomila dollari, e da quel tempo la sua ascesa era stata
rapida come quella di un razzo. Lo si considerava spesso come il primo
avvocato del paese, avvocato di società anonime, ben inteso: e tale che
non c’era chi non lo considerasse come uno dei tre più grandi avvocati
degli Stati Uniti.
Egli si alzò e cominciò col presentare Ernesto, con frasi scelte, che
lasciavano intravedere una leggera ironia sottintesa. Certamente vi
era una sottile facezia nella presentazione che il colonnello Gilbert
faceva di quel riformatore sociale, membro della classe operaia.
Scorsi parecchi sorrisetti nell’uditorio, e ne fui urtata. Guardai
Ernesto e sentii crescere la mia irritazione. Sembrava che non sentisse
risentimento alcuno per quelle punture, anzi, peggio, pareva non
accorgersene neppure. Stava seduto, tranquillo, calmo, mezzo assonnato.
Aveva veramente un’aria stupida. Un’idea rapida mi attraversò la mente:
si lasciava forse intimidire da quello sfoggio imponente di prestigio
monetario e cerebrale? Poi sorrisi. Non mi avrebbe ingannata, no:
ingannava gli altri, come aveva ingannato la signorina Brentwood.
Costei era seduta in una poltrona, in prima fila, e più volte aveva
voltato la testa verso l’una o l’altra delle sue conoscenze per
confermare, con un sorriso, le allusioni dell’oratore.
Quando il colonnello ebbe finito, Ernesto si alzò e cominciò a parlare.
Cominciò a voce bassa, con frasi semplici e staccate, intramezzate da
lunghe pause, con evidente imbarazzo. Narrò della sua nascita nella
classe operaia, della sua infanzia trascorsa in un ambiente misero,
dove lo spirito e la carne erano ugualmente affamati e tormentati.
Descrisse le ambizioni e l’ideale della sua giovinezza, e la sua
concezione del paradiso, dove vivevano solo gli uomini delle classi
superiori.
— Sapevo, — disse, — che al disopra di me regnava uno spirito di
altruismo, un pensiero puro e nobile, una vita altamente intellettuale.
Sapevo tutto ciò perchè avevo letto i romanzi della Biblioteca dei
bagni di mare[40], in cui tutti gli uomini e tutte le donne, eccettuati
il traditore e la avventuriera, pensano cose nobili e parlano un bel
linguaggio, e compiono atti gloriosi. Colla stessa fede che mi faceva
credere al sorgere del sole, ero certo che sopra di me stava quanto di
bello, di nobile e di generoso è al mondo. Ciò che conferiva onore e
decenza alla vita, ciò che la rendeva degna di essere vissuta, ciò che
compensava gli uomini di tanto lavoro e di tanta miseria.
Parlava in seguito, della sua vita alla filanda, del suo noviziato come
maniscalco e del suo incontro, infine, coi socialisti. Aveva scoperto,
nelle loro file, delle vere intelligenze e menti superiori, e numerosi
ministri del Vangelo, destituiti perchè il loro cristianesimo era
troppo generoso in una società di adoratori del vitello d’oro; vi aveva
trovato professori fiaccati dalla crudele servitù universitaria alle
classi dominanti. Definì i socialisti come rivoluzionari che lottano
per rovesciare la società nazionale odierna, per costruire sulle sue
rovine la società nazionale dell’avvenire. E disse tante e tante cose
che sarebbe troppo lungo trascrivere; ma non dimenticherò mai il modo
col quale descrisse la sua vita fra i rivoluzionari. Dal suo eloquio
era sparita ogni titubanza: la voce s’elevava forte e fiduciosa, si
affermava, splendeva come lui stesso, come i pensieri che versava a
fiotti.
— In quei rivoltosi trovai pure una fede ardente nell’umanità, un
caldo idealismo, la voluttà dell’altruismo, rinuncia e martirio;
tutte le splendide realtà dello spirito, insomma. E la loro vita
era pura, nobile, e sentita. Ero in contatto con anime grandi che
esaltavano la carne e lo spirito al di sopra dei dollari e dei _cents_,
e per le quali il fioco lamento del bimbo sofferente nei tugurii ha
maggiore importanza di tutto il pomposo armamentario dell’espansione
commerciale, e dell’impero del mondo. Vedevo ovunque, intorno a me, la
nobiltà dello scopo, e l’eroismo della lotta, e le mie giornate erano
piene di sole, e le notti stellate. Vivevo nel fuoco e nella rugiada, e
davanti ai miei occhi fiammeggiava incessantemente il Santo Graal, il
sangue palpitante e umano di Cristo, pegno di soccorso e di salvezza,
dopo lunga sofferenza e maltrattamenti.
L’aveva già visto trasfigurato, e questa volta mi parve tale. La sua
fronte splendeva della sua divinità interiore, e gli occhi lucevano
ancor più in mezzo all’aureola radiosa da cui sembrava avvolto. Ma gli
altri non vedevano questa luce, cosicchè attribuii la mia visione alle
lacrime di gioia e d’amore che mi riempivano gli occhi.
In ogni modo, il signor Wiekson, che era dietro a me, non appariva,
certo, commosso, perchè gli sentii lanciare, con tono ironico,
l’epiteto di: «Utopista»[41].
Tuttavia, Ernesto raccontava come si era inalzato nella società,
al punto di mettersi in contatto con le classi superiori e di
avvicinare uomini aventi alte cariche. Allora era sopravvenuta in
lui la delusione, ch’egli espresse con termini poco lusinghieri per
l’uditorio. La vita fra loro non gli pareva più nobile e generosa; era
spaventato dall’egoismo che incontrava ovunque. Ciò che lo stupiva
ancora di più, era l’assenza di vitalità intellettuale. Egli, che
aveva abbandonato i suoi amici rivoluzionarii, si sentiva colpito dalla
stupidità della classe dominante. Inoltre aveva scoperto che malgrado
le loro chiese magnifiche, e i loro predicatori munificamente pagati,
quei padroni, uomini e donne, erano esseri volgarmente materialisti.
Parlavano bene del loro piccolo ideale, della loro cara piccola morale,
ma tolta questa vuota verbosità, il male fondamentale delle loro idee
era materialista. Erano privi della moralità vera, della moralità che
Cristo aveva predicato e che non si insegna più al giorno di oggi.
— Ho incontrato uomini che nelle loro diatribe contro la guerra
invocavano il nome del Dio della pace, mentre distribuivano fucili
nelle mani dei Pinkertons[42] per abbattere gli scioperanti nelle
officine stesse. Ho conosciuto persone che inveivano contro la
brutalità degli assalti di boxe, ma che erano complici di frodi
alimentari per le quali muoiono, ogni anno, più innocenti di quanti
massacrò Erode dalle mani arrossate di sangue. Ho visto gente
autorevole, colonne della Chiesa, che sottoscrivevano somme ingenti a
favore delle Missioni straniere, ma che facevano lavorare dieci ore al
giorno, nelle loro officine, le giovanette, compensandole con salarii
irrisori, incoraggiando, in tal modo, la prostituzione.
«Il tale rispettabile signore, dai lineamenti aristocratici, non era
che un fantoccio che dava il suo nome a società il cui scopo segreto
era di spogliare la vedova e l’orfanello; il tale altro, che parlava
seriamente e posatamente della bellezza dell’idealismo e della bontà
di Dio, aveva trascinato e tradito i suoi soci in un grosso affare.
Un altro che dotava di nuove cattedre le Università e contribuiva
alla costruzione di magnifiche cappelle votive, non esitava a giurare
il falso davanti ai tribunali, per questioni di danaro. Tale magnate
delle ferrovie rinnegava senza vergogna la parola data come cittadino,
come uomo d’onore e come cristiano, concedendo storni segreti... e
ne concedeva spesso! Il direttore di quel giornale che pubblicava
l’annuncio di rimedii brevettati, mi trattò di demagogo perchè lo
sfidai a pubblicare un articolo che dicesse la verità circa quel
ritrovato[43]. E quel collezionista di belle edizioni che prendeva
a cuore le sorti della letteratura pagava intere botti di vino al
reggitore brutale e illetterato d’un’amministrazione municipale. Il
tale senatore[44] era lo strumento, lo schiavo, il burattino di un capo
politicante dalle folte sopracciglia e dalla bocca enorme; lo stesso
accadeva del governatore Caio, e del giudice Tizio alla Corte Suprema.
Tutti e tre godevano di viaggi gratuiti in ferrovia; inoltre, quel
tale capitalista dalla pelle lucida, untuosa, era il vero padrone della
macchina politica, perchè padrone del padrone della macchina politica e
delle ferrovie, che concedevano i lascia-passare.
«In questo modo, invece di un paradiso, scoprii l’arido deserto del
commercialismo. Non vi trovai che stupidaggine, tranne in ciò che
riguarda gli affari. Non incontrai una persona onesta, nobile, attiva,
se non della vitalità di cui brulica il marciume. Non trovai altro che
un egoismo smisurato di gente senza cuore, e un materialismo gretto e
ingordo praticato e pratico.»
Ernesto disse loro molte altre verità riguardanti sia essi che le sue
delusioni. Essi l’avevano intellettualmente annoiato; moralmente e
spiritualmente disgustato a tal punto, che ritornò con gioia ai suoi
rivoluzionarii, che almeno erano retti, nobili, sensibili, che erano
tutto ciò che i capitalisti non sono.
Ma devo pur dire che questo terribile atto di accusa li aveva lasciati
freddi. Esaminai i loro volti e vidi che conservavano un’aria di
superiorità soddisfatta. Ricordai che Ernesto mi aveva avvertita:
«Qualunque accusa contro la loro moralità non li potrà scuotere».
Ma osservai però che l’ardire del suo linguaggio aveva colpito la
signorina Brentwood, che mostrava un’aria seccata ed inquieta.
— Ed ora vi parlerò di questa rivoluzione.
E cominciò col descrivere l’esercito proletario, e quando espose la
cifra delle forze che lo componevano, secondo i risultati ufficiali
dello scrutinio nei diversi paesi, l’assemblea cominciò ad agitarsi.
Un’espressione di viva attenzione fissò i loro sguardi, e le loro
labbra si strinsero. Il guanto di sfida era stato gettato.
Egli descrisse l’organizzazione internazionale che univa un milione e
mezzo di socialisti degli Stati Uniti ai ventitrè milioni e mezzo di
socialisti sparsi nel resto del mondo.
— Tale esercito della rivoluzione, forte di ventitrè milioni di uomini,
può svegliare e tener desta l’attenzione delle classi dominanti. Il
grido di questo esercito è: nessuna tregua. Dobbiamo avere ciò che
voi possedete. Non ci accontenteremo di meno, assolutamente. Vogliamo
prendere le redini del potere, e avere in mano noi il destino del
genere umano. Ecco le nostre mani, le nostre forti mani. Vi toglieranno
il governo, i palazzi e tutti i vostri comodi dorati, e verrà giorno in
cui dovrete lavorare con le vostre mani per guadagnarvi il pane, come
fa il contadino nei campi, o il commesso nelle vostre metropoli. Ecco
le nostre mani; guardatele: hanno i pugni solidi.
E mentre diceva queste parole, mostrava le sue spalle robuste e
allungava le sue grandi braccia, e i suoi pugni di fabbro fendevano
l’aria come artigli d’aquila. Sembrava il simbolo del lavoro
trionfante, con le mani tese per schiacciare e distruggere i suoi
sfruttatori. Scorsi nell’uditorio un movimento d’indietreggiamento,
quasi impercettibile, davanti a quella pittura della rivoluzione,
così evidente, possente e minacciosa. Certo le donne sussultarono,
e la paura apparve sui loro volti. Per gli uomini non fu la stessa
cosa: uscì dalle loro gole un grugnito profondo, che vibrò nell’aria
un istante, poi tacque. Era il prodromo del ringhio che avrei
sentito più volte in quella sera, la manifestazione del bruto che
si svegliava nell’uomo e dell’uomo stesso nella sincerità delle sue
passioni primitive. E non avevano coscienza di questo loro mormorio,
tra il rombo dell’ora, l’espressione e la dimostrazione riflessa di
quell’istinto. In quel momento, vedendo i loro volti irrigidirsi, e il
lampo della lotta brillare nei loro occhi, capii che non si sarebbero
lasciati strappare facilmente il dominio del mondo.