— Non ho avuto la più piccola fortuna! Il colonnello Ingram e il

giudice Caldwell sono amicissimi. Non dico che quell’amicizia avrebbe

influito sulla causa se avessi ottenuto una deposizione come si deve,

all’esame dei testi, ma devo aggiungere, però, che il giudice Caldwell

e il colonnello Ingram frequentano la medesima loggia, lo stesso

circolo. Abitano nello stesso quartiere, dove non posso vivere io. Le

loro mogli sono sempre insieme. E fra loro è uno scambio di partite di

Whist, ed altri trastulli del genere.

— E voi credete, pertanto, che Jackson avesse il diritto dalla parte

sua?

— Non lo credo: ne sono sicuro. In principio credetti, persino, che

avesse probabilità di riuscita; ma non l’ho detto a mia moglie per non

darle un’inutile speranza. Era ossessionata dall’idea di un soggiorno

in campagna. È stata abbastanza delusa, anche così.

A Pietro Donnelly, uno dei capi-operai che avevano deposto al processo,

domandai: — Perchè non avete richiamato l’attenzione sul fatto che

Jackson era stato ferito perchè aveva cercato di evitare un guasto alla

macchina?

Riflettè a lungo prima di rispondermi; poi si guardò attorno, con aria

sospetta e dichiarò:

— Perchè ho una moglie e i tre più bei bimbi che si possa immaginare.

— Non capisco.

— In altre parole, perchè sarebbe stato imprudente parlare così.

— Volete dire...

M’interruppe con foga:

— Voglio dire quello che dico. Da lunghi anni lavoro come filatore. Ho

incominciato da piccolo, e in seguito non ho più smesso di lavorare.

A forza di lavoro, sono giunto alla mia posizione attuale, che è un

impiego privilegiato. Sono capo operaio. E mi chiedo se ci sarebbe

un solo uomo all’officina, tale da porgermi la mano per impedirmi di

annegare. Un tempo facevo parte dell’Unione, ma sono stato in servizio

della Società durante due scioperi, e mi hanno tacciato di «krumiro».

Guardate le cicatrici sulla mia testa; sono stato lapidato a colpi di

tegola. Oggi non c’è uomo che voglia bere un bicchiere con me se lo

invitassi, e non c’è un apprendista che non maledica il mio nome. Il

mio solo amico è la Società. Non è mio dovere sostenerla, ma essa è il

mio pane, il mio companatico e la vita dei miei bambini. Ecco perchè

non ho detto nulla.

— Jackson era forse da biasimare? — gli chiesi.

— Avrebbe dovuto ottenere il pagamento dei danni. Era un buon operaio

che non aveva mai dato noia a nessuno.

— Non eravate dunque libero di dire tutta la verità? — aggiunsi in tono

solenne.

Il suo viso si contrasse ancora; ed egli lo sollevò, non verso di me,

ma verso il cielo.

— Mi lascerei bruciare anima e corpo, a fuoco lento, nell’inferno

eterno per amore dei miei piccoli, — rispose.

Enrico Dallas, il vice-direttore, era un individuo dal volto di lepre,

che mi squadrò con insolenza e rifiutò di parlare. Non potei cavargli

una parola concernente il processo e la deposizione resa.

Ebbi miglior fortuna con l’altro capo-operaio James Smith. Era un

uomo dall’espressione dura, così che provai una stretta al cuore

avvicinandolo. Egli pure mi fece capire che non era libero, e durante

la conversazione mi accorsi che oltrepassava, per mentalità, la media

degli uomini della sua specie. D’accordo con Pietro Donnelly, diceva

che Jackson avrebbe dovuto avere almeno i danni. Disse di più, e

qualificò una fredda crudeltà il fatto di aver gettato sul lastrico,

dopo un accidente che lo privava di ogni capacità, quel povero

lavoratore. Raccontò egli pure, che avvenivano frequenti casi dolorosi

nella filanda, e che era tattica costante della Società, opporsi ad

oltranza alle istanze sporte in tali casi.

— Rappresentano migliaia di dollari l’anno per gli azionisti, — disse.

Allora mi ricordai dell’ultimo dividendo dato al babbo, che aveva

servito per comperare un bell’abito a me, e dei libri a lui. Ricordai

l’accusa di Ernesto quando mi aveva detto che il mio vestito era

macchiato di sangue, e sentii la mia carne fremere sotto gli abiti.

— Nella vostra deposizione non faceste rilevare che Jackson fu vittima

di quell’accidente perchè volle evitare un guasto alla macchina?

— No, — rispose, e strinse le labbra amaramente. — Ho testimoniato che

Jackson era stato ferito in seguito a negligenza e noncuranza, e la

Società non era responsabile nè da biasimare.

— C’è stata dunque negligenza da parte di Jackson?

— Si può chiamare negligenza se si vuole, si può adoperare qualunque

altro termine. Il fatto è che un uomo è stanco quando ha lavorato

parecchie ore consecutive.

Cominciavo ad interessarmi di quell’individuo. Era certamente un tipo

meno comune.

— Siete più istruito della maggior parte degli operai, — gli dissi.

— Ho frequentato le scuole secondarie, — rispose. — Ho seguito i corsi,

coprendo la carica di portinaio. Il mio sogno era di farmi iscrivere

all’Università, ma mio padre è morto e sono venuto a lavorare nella

filanda. Avrei voluto diventare un naturalista, — aggiunse timidamente,

come se avesse confessato una debolezza. — Adoro gli animali. Invece

sono entrato in un’officina. Promosso capo-operaio, mi sposai, poi la

famiglia è venuta e... non fui più padrone di me stesso.

— Che cosa intendete dire?

— Voglio spiegare perchè ho testimoniato, come ho fatto, al processo,

perchè ho seguito le istruzioni datemi...

— Date da chi?

— Dal colonnello Ingram... Fu lui a suggerire la deposizione che dovevo

fare.

— E che ha fatto perdere il processo a Jackson.

Egli fece un cenno affermativo e arrossì.

— E Jackson aveva moglie e due bambini da sostenere.

— Lo so. — disse tranquillamente, ma il suo viso si oscurò ancora di

più.

— Ditemi, — continuai, — è stato facile a voi, quale eravate quando

frequentavate i corsi della scuola secondaria, trasformarvi in un uomo

capace di una cosa simile?

La sua pronta collera mi spaventò. Vomitò[29] una bestemmia

formidabile, e strinse il pugno come per battermi.

— Scusatemi. — disse dopo un momento. — No, non è stato facile... Ed

ora credo che fareste meglio ad andarvene. Avete saputo da me tutto

quello che volevate sapere. Ma lasciate che vi avverta di una cosa,

prima che partiate. Non vi gioverà a nulla ripetere ciò che vi ho

detto. Lo negherei, e sapete che non ci sono testimoni. Negherò fino

all’ultima parola, e se fosse necessario, negherei anche sul banco dei

testimoni, con un giuramento.

Dopo questo colloquio, andai a trovare mio padre nel suo studio

nel reparto della chimica, dove incontrai Ernesto. Era una sorpresa

inaspettata: ma egli mi si fece incontro con i suoi occhi arditi e la

sua stretta di mano forte e sicura, e con quello strano miscuglio di

sicurezza e di goffaggine che gli era famigliare. Sembrava che avesse

dimenticato la nostra ultima riunione e la sua atmosfera burrascosa; ma

io non ero disposta a lasciar svanire quel ricordo.

— Ho approfondito l’affare Jackson, — gli dissi bruscamente.

Immediatamente, la sua attenzione e il suo interesse si concentrarono

su quanto stavo per dire, e indovinavo intanto ne’ suoi occhi la

sicurezza che le mie convinzioni precedenti erano scosse.

— Mi sembra che sia stato molto maltrattato, lo confesso, e credo che

un poco del suo sangue arrossisca effettivamente il pavimento della mia

casa.

— Naturalmente, — rispose, — se Jackson e tutti i suoi compagni fossero

trattati più umanamente, i dividendi sarebbero minori.

— Non potrò più gioire mettendomi un bel vestito, — aggiunsi.

Mi sentivo umile e contrita, ma sentivo ch’era molto dolce per me

immaginare Ernesto come una specie di confessore. In quel momento, come

sempre, la sua forza mi seduceva. Mi sembrava che essa risplendesse

come una promessa di pace e di protezione.

— Sarebbe lo stesso se vi vestiste con abiti di tela di sacco, — disse

gravemente. — Ci sono, come sapete, filande di juta, dove succedono le

stesse cose. Dovunque è lo stesso. La vostra vantata civiltà è fondata

sul sangue, imbevuta di sangue, e nè voi, nè alcuno può sfuggire alla

macchia rossa. Con quali uomini avete parlato?

Gli raccontai tutto quanto mi era occorso.

— Nessuno di loro è libero delle proprie azioni. Tutti sono incatenati

all’implacabile macchina industriale. E il più doloroso in questa

tragedia è che sono vincolati da legami di cuore: per mezzo dei

bambini, sempre per questa giovane vita che per istinto essi devono

proteggere; e questo istinto è più forte della loro morale. Mio

padre stesso ha mentito, ha rubato, ha commesso ogni sorta di azioni

disonoranti per dare alle nostre bocche un pezzo di pane; a me, ai miei

fratelli e sorelle. Era uno schiavo della macchina, che gli ha infranto

la vita, lo ha fatto morire.

— Ma voi almeno. — interruppi, — siete un uomo libero.

— Non del tutto, — replicò. — Non sono vincolato da legami di cuore.

Ringrazio il Cielo di non avere bambini, quantunque li ami alla follìa.

Se però mi sposassi, non oserei averne.

— È certo una cattiva teoria, — esclamai.

— Lo so, — disse tristemente. — Ma è una dottrina opportunista. Sono

rivoluzionario, ed è una vocazione pericolosa.

Mi misi a ridere con aria incredula.

— Se tentassi di penetrare di notte nella casa di vostro padre per

rubargli i dividendi della Sierra, che farebbe?

— Dorme tenendo una rivoltella sul tavolino da notte, vicino al letto.

Probabilmente vi sparerebbe contro.

— E se io e qualche altro conducessimo un milione e mezzo di uomini[30]

nelle case di tutti i ricchi, ci sarebbe uno scambio vivace di

fucilate, non è vero?

— Sì, ma voi non lo fate.

— È precisamente ciò che vogliamo fare. E la nostra intenzione è di

prendere non solo le ricchezze che sono nelle case, ma le fonti di

quelle ricchezze, tutte le miniere, le ferrovie, le officine, le banche

e i negozi. Ecco la vera rivoluzione. È una cosa sommamente pericolosa.

E temo che il massacro sarà più grande di quanto immaginiamo. Ma,

come dicevo, nessuno è oggi perfettamente libero. Siamo tutti presi

nell’ingranaggio della macchina industriale. Avete scoperto che

eravate presa anche voi nell’ingranaggio, come tutti gli uomini ai

quali parlavate. Interrogatene altri, andate dal colonnello Ingram,

perseguite i giornalisti che non hanno voluto pubblicare il caso

Jackson sui giornali, e i direttori medesimi dei giornali, e scoprirete

che tutti sono schiavi della macchina.

Un poco più tardi, durante la nostra conversazione, gli feci una

domanda semplice circa i rischi di accidenti incorsi dagli operai, ed

egli mi fece una vera e propria conferenza infarcita di statistica.

— Ma ciò si trova in tutti i libri, — disse. — Si sono confrontate le

cifre, ed è formalmente provato che le disgrazie, relativamente rare

nelle prime ore del mattino, si moltiplicano con crescente progressione

a mano a mano che gli operai si stancano e perdono le loro energie

muscolari e mentali. Può darsi che voi ignoriate come vostro padre

abbia una probabilità tre volte maggiore di un operaio, di conservare

la sua vita e le sue membra intatte. Ma le società di assicurazione

lo sanno[31]. Esse pretenderanno da vostro padre quattro dollari e

qualcosa di premio annuale per una polizza di mille dollari, per la

quale essi chiederanno invece quindici dollari a un lavoratore manuale,

a un operaio.

— E voi? — chiesi. E nel momento stesso in cui gli rivolgevo questa

domanda, mi rendevo conto che provavo per lui un’inquietudine più che

ordinaria.

— Oh! io, — rispose con noncuranza, — come rivoluzionario, ho circa

otto probabilità su una, di essere ucciso o ferito. Ai chimici esperti

che manipolano gli esplosivi, le società di assicurazione chiedono otto

volte di più di quanto chiedono agli operai. Credo che non vorrebbero

assicurarmi affatto. Perchè mi chiedete questo?

Le mie palpebre batterono, e sentii una vampa salirmi al viso, non

perchè egli avesse osservato la mia ansia, ma perchè io stessa l’avevo

sentito.

Proprio in quel momento entrò mio padre e si preparò per uscire con me.

Ernesto gli restituì dei libri che aveva in prestito e uscì per primo.

Sulla soglia si voltò e mi disse:

— Oh! a proposito, poichè state turbando la vostra tranquillità di

spirito, mentre io faccio lo stesso col vescovo, potete andare a

trovare le signore Wickson e Pertonwaithe. Sapete, credo, che i loro

mariti sono i due principali azionisti della filanda. Come tutto il

resto dell’umanità, quelle due donne sono vincolate alla macchina, ma

avvinte in modo eccezionale.

CAPITOLO IV.

GLI SCHIAVI DELLA MACCHINA.

Più pensavo al braccio di Jackson, e più ero scossa. Mi trovavo di

fronte ad un caso concreto; per la prima volta vedevo la vita. La mia

giovinezza passata all’Università, l’istruzione e l’educazione che vi

avevo ricevuto, restavano fuori della vera vita. Avevo imparato solo

delle teorie sull’esistenza della società, cose che fanno un bellissimo

effetto sulla carta; ma ora soltanto vedevo la vita come essa è, in

realtà.

Il braccio di Jackson era un fatto, e nella mia coscienza

ricordavo l’apostrofe di Ernesto: «_È un fatto, compagno, un fatto

irrefragabile_».

Ma che tutta la nostra società fosse fondata sul sangue, mi sembrava

mostruoso, impossibile. Pertanto Jackson si rizzava davanti a me e non

potevo sfuggirgli, il mio pensiero ritornava continuamente a lui, come

la calamita verso il polo. Era stato trattato in modo abominevole. Non

gli avevano pagato la sua carne, per poterne ricavare un più grosso

interesse. Conoscevo una ventina di famiglie prosperose e soddisfatte,

che, avendo avuto i loro dividendi, ingrassavano, per la loro parte,

col sangue di Jackson. Ma se la società poteva seguire il suo corso

senza curarsi dell’orribile trattamento inflitto ad un uomo, non era

dunque ammissibile che molti altri fossero stati trattati ugualmente?

Ricordavo ciò che Ernesto aveva detto delle donne a Chicago, che

lavoravano per novanta cents la settimana, e dei fanciulli, schiavi

nelle filande di cotone del Mezzogiorno. E mi sembrava di vedere le

loro povere mani scarne, logorate nel tessere la stoffa di cui era

fatto il mio abito; poi, ritornando col pensiero ai filatoi della

Sierra ed agli interessi divisi, vedevo il sangue di Jackson sulle mie

mani. Non potevo sfuggire a quell’uomo: egli era oggetto di tutte le

mie meditazioni...

In fondo all’animo, avevo l’impressione di essere sull’orlo di un

precipizio; mi aspettavo qualche nuova terribile rivelazione della

vita. E non ero la sola: tutti i miei famigliari stavano per rimanerne

sconvolti; prima di tutti, mio padre. L’influsso di Ernesto su di lui,

mi era visibile. Poi, il vescovo Morehouse, che l’ultima volta che

l’avevo veduto mi era parso un uomo malato. Era in uno stato di estrema

tensione nervosa ed i suoi occhi manifestavano un orrore indefinibile.

Le sue brevi parole mi fecero capire che Ernesto aveva mantenuto la

promessa di fargli fare un viaggio attraverso l’inferno; ma non riuscii

a sapere quali scene diaboliche gli fossero passate davanti agli occhi,

perchè era troppo agitato per parlarne.

Ad un certo punto, colpita dallo svolgimento del mio piccolo mondo, e

dell’universo intero, pensai che Ernesto era la causa.

Eravamo così felici e tranquilli prima della sua venuta! Ma subito dopo

capii che quest’idea era un tradimento alla realtà.

Ernesto mi parve trasfigurato in messaggero di verità: Con gli occhi

scintillanti e la fronte intrepida d’un arcangelo dichiarante guerra

per il trionfo della luce e della giustizia, per la difesa dei poveri,

degli abbandonati, dei diseredati della sorte. E davanti a me si rizzò

un’altra visione: quella di Cristo. Anche Lui aveva preso le difese

dell’umile e dell’oppresso contro i poteri riconosciuti, dei preti

e dei farisei. Ricordai la Sua morte sulla croce, e il cuore mi si

strinse di angoscia al pensiero di Ernesto. Egli pure era destinato al

martirio; lui, col suo accento di lotta, e la sua bella virilità?

E immediatamente capii che l’amavo. Il mio essere si struggeva dal

desiderio di consolarlo. Pensavo alla sua vita sordida, meschina e

dura. Pensai a suo padre che per lui aveva mentito e rubato, e si era

affaticato sino alla morte. Ed egli stesso aveva cominciato, sin da

dieci anni, a lavorare nella filanda. Il mio cuore si gonfiava dal

desiderio di prenderlo fra le braccia, di posare la sua testa sul mio

petto, la sua testa stanca di tanti pensieri, e di dargli un istante di

riposo, un po’ di conforto e di oblìo, un attimo di tenerezza.

Incontrai il colonnello Ingram ad un ricevimento di ecclesiastici.

Conoscevo da anni il colonnello; e feci in modo di attirarlo dietro

alcune casse di alte palme e alberelli di gomma, in un angolo, dove,

senza che potesse sospettare, si trovava come preso in una trappola.

Il nostro discorso incominciò con le solite galanterie e spiritosaggini

d’uso. Era sempre stato un uomo di modi piacevoli, pieno di diplomazia,

di tatto, di riguardo, e, dal punto di vista esteriore, la persona

più distinta della nostra società. Perfino il venerabile preside

dell’Università sembrava meschino e artificioso vicino a lui.

Nonostante queste qualità, scopersi che il colonnello Ingram era nelle

stesse condizioni dei meccanici analfabeti, coi quali avevo avuto a che

fare. Non era un uomo padrone delle sue azioni: anch’egli era legato

alla ruota. Non dimenticherò mai la trasformazione che si operò in lui

quando avviai il discorso sul caso Jackson. Il suo sorriso gaio svanì

come per incanto, ed un’espressione spaventosa sfigurò all’istante i

suoi lineamenti d’uomo ben educato. Sentii lo stesso timore provato

davanti all’accesso di collera di James Smith. Il colonnello non

bestemmiò: ecco l’unica differenza fra lui e l’operaio. Godeva la fama

di uomo di spirito, ma per il momento il suo spirito era in rotta.

Inconsciamente egli cercava, a destra e a sinistra, una via d’uscita

per scappare, ma io lo tenevo come in trappola.

Oh, quel nome: Jackson, lo faceva soffrire! Perchè avevo avviato un

simile discorso? Lo scherzo gli sembrava privo di spirito. Era segno di

cattivo gusto e di mancanza di tatto da parte mia. Non sapevo forse che

nella sua professione i sentimenti personali non hanno alcun valore?

Egli li lasciava a casa, andando in ufficio, e dentro l’ufficio non

ammetteva che i sentimenti professionali.

— Jackson avrebbe dovuto avere un’indennità? — gli chiesi.

— Certamente... almeno il mio parere personale è che ne aveva diritto.

Ma ciò non ha nessun rapporto col punto di vista legale della cosa.

Cominciava a riafferrare il suo spirito smarrito.

— Ditemi, colonnello, la legge non ha alcun rapporto col diritto, la

giustizia, il dovere?

— Il dovere... il dovere... Bisognerebbe cambiare la prima sillaba

della parola.

— Capisco; è col potere che avete a che fare?

Egli annuì con un gesto di approvazione.

— Pertanto, la legge è, si dice, fatta per renderci giustizia?

— E il più paradossale è che ce la rende.

— In quest’istante esprimete un’opinione professionale, non è vero?

Il colonnello Ingram avvampò; arrossì, certo, come uno scolaro; di

nuovo cercò una via di scampo, ma io chiudevo la sola via d’uscita

possibile, e non facevo atto di muovermi.

— Ditemi, — continuai, — quando si abbandonano i propri sentimenti

personali per i sentimenti professionali, non si compie un atto che

potrebbe essere definito come una specie di mutilazione spirituale

volontaria?

Non ebbi risposta alcuna. Il colonnello era scappato, senza gloria,

rovesciando un palmizio nella fuga.

In seguito feci tentativi presso i giornali, senza passione di sorta,

con calma e moderazione. Scrissi un semplice resoconto dell’affare

Jackson. Mi astenni dall’esporre le persone con cui avevo parlato, e

perfino di fare i loro nomi. Raccontavo i fatti come erano accaduti,

ricordavo i lunghi anni durante i quali Jackson aveva lavorato

all’officina, il suo sforzo per evitare un guasto alla macchina, la

disgrazia accaduta e la miserabile condizione attuale di lui. Con

solidarietà perfetta, i tre quotidiani ed i due settimanali del luogo

rifiutarono il mio articolo.

Feci in modo di poter mettere le mani su Percy Layton, un giovine

uscito dall’Università, che voleva far carriera nel giornalismo come

corrispondente del più autorevole dei tre quotidiani. Egli sorrise

quando gli chiesi perchè i giornali avessero soppresso ogni allusione a

Jackson ed al suo processo.

— Politica editoriale, — disse. — Non ne sappiamo nulla, noi: sono

affari del Direttore.

— Ma perchè questa politica?

— Noi formiamo un gruppo compatto con le corporazioni. Anche pagando

il prezzo di un annuncio, anche pagando dieci volte tanto la tariffa

ordinaria, non potrete fare pubblicare quella informazione su nessun

giornale; l’impiegato che volesse farla passare di nascosto, perderebbe

il posto.

— E se si parlasse della vostra politica? Mi sembra che la vostra

funzione sia di deformare la verità, secondo gli ordini dei vostri

padroni, che, alla loro volta, ubbidiscono ai capricci delle

corporazioni.

— Non ho niente a che vedere in ciò...

Sembrò sulle spine per un istante, poi il suo viso si rischiarò: aveva

trovato una scappatoia.

— Personalmente, non scrivo mai nulla che non sia vero. Sono in regola

colla mia coscienza. Naturalmente capitano molte cose ripugnanti nel

corso di una giornata di lavoro, ma, tutto ciò, capirete, fa parte

della monotonia solita, quotidiana, — concluse con logica infantile.

— Però, sperate di assidervi, in seguito, su un seggio direttoriale e

seguire una politica, non è vero?

— Allora, sarò indurito.

— Poichè non siete ancora indurito, ditemi che cosa pensate, ora, della

politica editoriale in genere.

— Non penso nulla. — rispose con vivacità. — Non bisogna dare calci di

traverso, se si vuole riuscire nel giornalismo. Ho sempre imparato ciò,

se non altro. — E alzò la testa con aria di saggezza giovanile.

— Ma dove mettete voi la rettitudine?

— Voi non capite il trucco del mestiere. Tutti sono naturalmente

corretti, perchè tutto finisce sempre bene; non è vero?

— È molto incerta la vostra asserzione, molto indefinita, — mormorai.

Ma il mio cuore sanguinava per quella giovinezza, e avrei voluto

invocare soccorso e scoppiare in lagrime. Cominciavo a rompere le

apparenze superficiali di quella società nella quale ero sempre

vissuta, e scoprivo la terribile realtà nascosta. Una tacita

cospirazione era stata ordita contro Jackson, e sentivo un fremito di

simpatia perfino per l’avvocato piagnucolone che aveva sostenuto in

modo così miserevole la causa.

E quella tacita organizzazione era singolarmente estesa, e non mirava

solo contro Jackson: era diretta contro tutti gli operai mutilati nella

filanda. E, se così era, perchè non contro tutti gli operai di tutte le

officine e delle industrie in genere?

Se le cose stavano così, la società era bugiarda. Mi ritraevo

inorridita davanti alle mie stesse conclusioni. Era troppo abominevole,

troppo terribile, per essere vero. Eppure erano veri Jackson e il suo

braccio, e quel sangue che colava dal mio tetto e macchiava il mio

abito. E c’erano molti Jackson, ce n’erano centinaia nella filanda,

com’egli stesso aveva detto. Il braccio fantasma non mi lasciava più in

pace.

Andai a trovare il signor Wickson e il signor Pertonwaithe, i due

maggiori azionisti, ma, come gli operai, al loro servizio, non riuscii

a commuoverli. Mi accorsi che professavano un’etica superiore agli

altri, che si potrebbe chiamare la morale aristocratica, la morale dei

padroni[32]. Parlavano in termini larghi della loro politica, della

loro capacità, che identificavano con la probità. Si rivolgevano a

me con un tono paterno, con delle arie protettrici rivolte alla mia

giovinezza inesperta.

Di tutti coloro che avevo avvicinato nel corso della mia inchiesta,

questi erano i più immorali e i più incurabili. E rimanevano

convintissimi della giustizia della loro condotta; non c’era nè

dubbio nè discussione possibile su questo soggetto. Si credevano i

salvatori della società, convinti di formare la felicità della massa;

rappresentavano un quadro patetico delle sofferenze che la classe

operaia avrebbe subito senza gli impieghi che essi stessi, essi soli,

potevano loro procurare.

Uscita dalla casa dei due padroni, incontrai Ernesto e gli raccontai

quanto avevo esperimentato. Mi guardò con un’aria soddisfatta.

Il tallone di ferro · 第 3 / 22 段