Egli beveva il suo thè, tranquillo e sorridente mentre io sfogliavo il

volume per trovare il punto che cercavo:

— Pagina 132 — lessi ad alta voce: «Così la lotta delle classi si

produce nelle attuali condizioni di sviluppo sociale, fra la classe che

paga i salarii, e le classi che li ricevono».

Lo guardai con aria di trionfo.

— Non si tratta di odio di classe, là dentro, — mi disse sorridendo.

— Ma voi dite «lotta di classe».

— Non è affatto la stessa cosa. E credetemi, noi non fomentiamo l’odio.

Noi diciamo che la lotta delle classi è una legge dello sviluppo

sociale. Non ne siamo responsabili. Non siamo noi a farla. Ci limitiamo

a spiegarla, come Newton spiegava la gravitazione. Noi esaminiamo la

natura del conflitto d’interessi, che produce la lotta di classe.

— Ma non dovrebbe esserci conflitto di interessi! — esclamai.

— Sono del vostro preciso parere, — rispose. — E noi socialisti

tendiamo all’abolizione di questo conflitto di interessi. Scusate,

lasciatemi leggere un altro punto. — Prese il libro e ne voltò alcuni

fogli. — Pagina 126: «Il ciclo della lotta di classe, cominciato con

la dissoluzione del comunismo primitivo della tribù e la nascita della

proprietà individuale, finirà con l’abolire la proprietà individuale

dei mezzi dell’esistenza sociale».

— Ma non sono d’accordo con voi, — interruppe il vescovo, dal

pallido volto d’asceta, leggermente arrossato dall’intensità dei suoi

sentimenti. — Le vostre premesse sono false. Non esiste conflitto

d’interessi fra il lavoro e il capitale, o almeno, non dovrebbe

esistere.

— Vi ringrazio, — disse gravemente Ernesto — di avermi restituito le

mie premesse, con la vostra ultima proposizione.

— Ma perchè ci sarebbe conflitto? — domandò il vescovo, con calore.

Ernesto alzò le spalle:

— Perchè siamo fatti così, suppongo.

— Ma non siamo fatti così!

— Parlate forse dell’uomo ideale, divino, privo di egoismo? — chiese

Ernesto, — ma ce n’è tanto pochi, che si ha il diritto di considerarli

inesistenti, oppure parlate dell’uomo comune, ordinario?

— Parlo dell’uomo ordinario.

— Debole, fallibile, e soggetto ad errare?

Il vescovo fece un segno di consenso.

— E meschino, egoista?

Il pastore rinnovò il gesto.

— State attento, — dichiarò Ernesto. — Ho detto egoista.

— L’uomo ordinario è egoista. — affermò calorosamente il vescovo.

— Che vuole avere tutto ciò che può avere?

— Vuole avere il più possibile. È deplorevole, ma è vero.

— Allora ci siete. — E la mascella di Ernesto scattò come una molla.

— Consideriamo un uomo che «lavora sui tranvai».

— Egli non potrebbe lavorare se non ci fosse il capitale, — interruppe

il vescovo.

— È vero, e voi sarete con me nell’ammettere che il capitale perirebbe

se la mano d’opera non facesse guadagnare i dividendi.

Il vescovo non rispose.

— Non siete del mio parere? — insistette Ernesto.

Il prelato acconsentì col capo.

— Allora le nostre due proposizioni si annullano reciprocamente, e

ci ritroviamo al punto di partenza. Ricominciamo: I lavoratori dei

tranvai forniscono la mano d’opera, e gli azionisti il capitale. Da

quest’unione del lavoro col capitale nasce il guadagno[18]. I due

fattori si dividono questo guadagno: la parte che tocca al capitalista

si chiama dividendo, la parte che tocca al lavoro si chiama salario.

— Benissimo, — interruppe il vescovo. — Ma non c’è motivo perchè questa

divisione non avvenga amichevolmente.

— Avete già dimenticato le premesse, — replicò Ernesto. — Eravamo

già d’accordo nell’ammettere che l’uomo ordinario è egoista; l’uomo

ordinario così com’è. Voi svisate la questione se volete fare una

distinzione fra quest’uomo e gli uomini come dovrebbero essere, ma come

non sono in realtà. Ritorniamo al soggetto: il lavoratore, essendo

egoista, vuole avere quanto più può nella divisione; il capitalista,

essendo egoista, vuole, del pari, avere tutto ciò che può prendere.

Quando una cosa esiste in quantità limitata, e due uomini vogliono

averne ciascuno il massimo, nasce un conflitto d’interessi. È il

conflitto che esiste fra capitale e lavoro, ed è una lotta senza

possibilità di conciliazione. Finchè esisteranno operai e capitalisti,

litigheranno per la divisione del guadagno. Se foste stato a S.

Francisco, questo pomeriggio, sareste stato obbligato ad andare a

piedi: neppure un tranvai girava per le vie.

— Un altro sciopero?[19] — chiese il vescovo, preoccupato.

— Sì, litigano per l’equa divisione dei guadagni delle ferrovie urbane.

Il vescovo si stizzì.

— Hanno torto! — esclamò. — Gli operai non vedono di là dal loro naso.

Come possono sperare di conservare la nostra simpatia?...

— Quando ci obbligano ad andare a piedi — disse maliziosamente Ernesto.

E il vescovo, concluse, senza badargli:

— Il loro punto di vista è troppo angusto. Gli uomini devono agire

da uomini e non da bruti. Ci saranno ancora violenze ed uccisioni, e

vedove ed orfani addolorati. Il capitale e il lavoro dovrebbero essere

uniti, dovrebbero procedere insieme, per il reciproco interesse.

— Eccovi di nuovo nelle nuvole, — osservò freddamente Ernesto. —

Vediamo, ridiscendete sulla terra, e non perdete di vista la nostra

asserzione: l’uomo è egoista.

— Ma non dovrebbe esserlo! — esclamò il vescovo.

— Su questo punto sono d’accordo con voi: non dovrebbe essere egoista,

ma lo sarà sempre finchè vivrà secondo un ordinamento sociale fondato

su una morale da porci.

Il dignitario della Chiesa ne fu spaventato, mentre il babbo si torceva

dal ridere.

— Sì una morale da porci. — riprese Ernesto, senza rimorso. — Ed è

l’ultima parola del vostro sistema capitalista, è ciò che sostiene la

vostra Chiesa, ciò che voi predicate ogni qualvolta salite sul pulpito:

un’etica da porci, non c’è altro nome da darle.

Il vescovo si voltò come per appellarsi a mio padre, ma questi alzò la

testa ridendo.

— Credo che il nostro amico abbia ragione — disse. — È la politica del

_laissez-faire_, dell’ognuno per sè e che il diavolo trascini l’ultimo.

Come disse l’altra sera il signor Everhard, il compito vostro di gente

di Chiesa consiste nel mantenere l’ordine stabilito, e la Società è

fondata su tale principio!

— Ma non è la dottrina di Cristo. — esclamò il vescovo.

— Oggi la Chiesa non insegna la dottrina di Cristo. — rispose Ernesto.

— Perciò gli operai non vogliono avere a che fare con essa. La Chiesa

approva la terribile brutalità, la forza selvaggia con la quale il

capitalista tratta le masse dei lavoratori.

— Non l’approva affatto. — obbiettò il vescovo.

— Ma non protesta neppure. — replicò Ernesto; — e perciò approva,

perchè non bisogna dimenticare che la Chiesa è sostenuta dalla classe

capitalistica.

— Non avevo mai considerato le cose da questo punto di vista — disse

innocentemente il vescovo. — Ma credo che sbagliate. So che sono molte

le tristezze e le brutture del mondo; so che la Chiesa ha perduto il...

ciò che voi chiamate proletariato[20].

— Non lo avete mai avuto il proletariato, — esclamò Ernesto. — Esso si

è sviluppato fuori della Chiesa, e senza di essa.

— Non afferro più il vostro pensiero, — disse debolmente il vescovo.

— Vi spiego. Dopo l’introduzione delle macchine e delle officine, verso

la fine del sec. XVIII, la grande massa dei lavoratori fu distolta

dalla terra, e l’antico modo di lavorare, mutato. I lavoratori, tolti

dai loro villaggi, si trovarono rinchiusi nelle città industriali: le

madri e i fanciulli furono impiegati a servizio delle nuove macchine;

la vita di famiglia ne fu infranta, e le condizioni divennero atroci. È

una pagina di storia scritta col sangue e con le lagrime.

— Lo so, — interruppe il vescovo, con espressione angosciosa. — Fu

terribile, ma ciò avvenne in Inghilterra, un secolo e mezzo fa.

— Così un secolo e mezzo fa, nacque il proletariato moderno, — continuò

Ernesto. — E la Chiesa stava muta, ed oggi conserva la stessa inerzia.

Come dice Austin Lewis[21], parlando di quell’epoca, coloro che

avevano ricevuto il comandamento: «Pascete agnelli miei», videro, senza

protestare, quegli agnelli venduti e mortalmente sfruttati[22]. Prima

di continuare vi prego di dirmi sinceramente se siamo o non d’accordo.

La Chiesa ha protestato o no, a quel tempo?

Il vescovo Morehouse esitò: come il dottor Hammerfield, non era

abituato a quel genere di offensiva a domicilio, secondo l’espressione

di Ernesto.

— La storia del secolo XVIII è scritta, — suggerì questi. — Se

la Chiesa non è stata muta, si devono trovare le tracce della sua

protesta, in qualche libro.

— Disgraziatamente credo che sia stata muta, — confessò il dignitario

della Chiesa.

— E rimane muta anche oggi.

— In questo non siamo più d’accordo.

Ernesto tacque, guardò attentamente il suo interlocutore e accettò la

sfida.

— Benissimo, — disse, — vedremo. Ci sono, a Chicago, delle donne che

lavorano tutta la settimana per novanta _cents_. Protesta forse la

Chiesa?

— È una novità per me, — fu la risposta. — Novanta _cents_? È orribile!

— La Chiesa ha forse protestato? — insistette Ernesto.

— La Chiesa lo ignora. — E il prelato appariva penosamente agitato.

— Eppure la Chiesa ha ricevuto il comandamento: «Pascete, agnelli

miei!», — disse Ernesto, con amara ironia. Poi, riprendendosi:

— Scusatemi queste parole acri, Monsignore, ma potete essere sorpresi

se perdiamo la pazienza con voi? Avete forse protestato con le vostre

congregazioni capitalistiche per l’impiego dei fanciulli nelle filature

di cotone del Sud?[23]. Bimbi di sei o sette anni lavorano tutte le

notti, in isquadre, per dodici ore: non vedono mai la santa luce del

giorno, e muoiono come le mosche. I dividendi sono pagati col loro

sangue. E con quel danaro si costruiscono chiese magnifiche nella Nuova

Inghilterra, e i vostri simili predicano in esse delle piacevoli frasi

davanti le pance ripiene e lucenti dei salvadanai dei dividendi.

— Non sapevo, — mormorò il vescovo, con un filo di voce, e con viso

pallido, come per effetto di nausea.

— Così, non avete protestato, vero?

Il pastore fece un debole cenno di diniego.

— Così la Chiesa è muta oggi come lo era nel secolo XVIII.

Il vescovo non rispose, e per una volta tanto, Ernesto non insistette

oltre.

— E non dimenticatelo: tutte le volte che un membro del clero protesta,

lo si congeda.

— Vedo che non è giusto.

— Protestereste voi? — chiese Ernesto.

— Fatemi vedere, nella vostra comunità, dei mali come quelli di cui mi

avete parlato, e farò sentire la mia voce.

— Mi metto a vostra disposizione per farveli vedere, — disse

tranquillamente Ernesto, — e vi farò fare, un viaggio attraverso

l’inferno.

— Ed io protesterò!... — Il pastore si era raddrizzato nella poltrona,

e sul suo dolce viso apparve un’espressione di durezza battagliera. —

La Chiesa non starà muta.

— Sarete licenziato, — lo avvertì Ernesto.

— Vi fornirò la prova del contrario, — replicò l’altro. — Vedrete

se tutto ciò che dite è vero, e se la Chiesa non abbia sbagliato per

ignoranza; se tutto quanto v’è di orribile nella società industriale

non sia dovuto all’ignoranza della classe capitalistica. Essa rimedierà

al male appena riceverà il messaggio che la Chiesa avrà il dovere di

comunicarle.

Ernesto si mise a ridere, d’un riso così brutale, che mi sentii indotta

a prendere le difese del vescovo.

— Ricordate, — gli dissi, — che voi vedete un solo lato della medaglia.

Benchè non ci crediate capaci di bontà, sappiate che c’è molto di

buono in noi. Il vescovo Morehouse ha ragione. I mali dell’industria,

per quanto terribili sieno, sono dovuti all’ignoranza. Le diversità di

condizioni sociali sono troppo profonde.

— L’Indiano selvaggio è meno crudele e meno implacabile della classe

capitalistica, — rispose l’altro, e in quel momento sentii d’odiarlo.

— Voi non ci conoscete; non siamo nè crudeli nè implacabili.

— Provatelo, — diss’egli, in tono di sfida.

— Come posso provarlo... a voi?...

Cominciavo ad adirarmi.

Egli scosse il capo.

— Non pretendo che lo proviate a me; vi domando di provarlo a voi

stessa.

— So che cosa pensare in proposito.

— Non sapete proprio nulla, — rispose egli brutalmente.

— Andiamo, andiamo, figlioli, — disse il papà, con tono conciliante.

— Me ne infischio... — cominciai indignata; ma Ernesto mi interruppe.

— Credo che abbiate dei capitali impiegati nelle filature della Sierra,

o che vostro padre ne abbia; il che è lo stesso.

— Che cos’ha di comune questo, con la questione di cui si tratta? —

esclamai.

— Oh, poco, poco, — diss’egli lentamente. — tranne il fatto che l’abito

che avete, è macchiato di sangue. Le travi del tetto che vi ripara,

gocciolano del sangue di fanciulli e di giovani validi e forti. Basta

che chiuda gli occhi per sentirlo scorrere a goccia a goccia, intorno a

me.

E accompagnando con la parola il gesto, si arrovesciò sulla poltrona e

chiuse gli occhi.

Io scoppiai in lacrime, dalla mortificazione, e per vanità ferita. Non

ero mai stata trattata così duramente in vita mia. Anche il vescovo

e mio padre erano imbarazzati e turbati. Essi cercarono di sviare

la conversazione rivolgendola verso un argomento meno scottante, ma

Ernesto aprì gli occhi, mi guardò e volse altrove lo sguardo. La sua

bocca era severa, il suo sguardo pure; non c’era nei suoi occhi il

minimo riflesso di gaiezza.

Che cosa stava per dire? Quale nuova crudeltà mi avrebbe inflitta?

Non potei immaginarlo, perchè in quell’istante un uomo che passava sul

marciapiede si fermò a guardarci. Era un giovanotto robusto e vestito

poveramente, che portava sulla schiena un pesante carico di cavalletti,

dì casse, scrigni di bambù e lana cotonata. Guardava le casa come se

non osasse entrare per tentar la vendita della merce.

— Quell’uomo si chiama Jackson, — disse Ernesto.

— Forte com’è, — osservai seccamente, — dovrebbe lavorare, anzichè fare

il merciaio ambulante[24].

— Osservate la sua manica sinistra, — mi disse Ernesto dolcemente.

Gettai uno sguardo e vidi che la manica del giovane era vuota.

— Anche da quel braccio scorre un po’ del sangue che sentivo gocciolare

dal vostro tetto, — continuò, con lo stesso tono dolce e triste. — Ha

perduto il braccio nella filanda della Sierra, e voi l’avete gettato

sul lastrico, a morirvi, come un cavallo mutilato. Dicendo voi, intendo

il vice direttore e le altre persone impiegate da voi e gli altri

azionisti che fanno funzionare le filande in nome vostro. La disgrazia

avvenne per lo zelo di quell’operaio nel far risparmiare qualche

dollaro alla Società. Il suo braccio fu preso dal cilindro dentato

della cardatrice. Avrebbe potuto lasciar passare il sassolino che aveva

intravisto fra i denti della macchina e che avrebbe spezzato una doppia

fila di punte; volle, invece, toglierlo ed ebbe il braccio preso e

spezzato, dalla punta delle dita alla spalla. Era notte: nella filanda

si facevano ore supplementari di lavoro. In quel trimestre fu pagato un

forte dividendo. Quella notte Jackson lavorava da molte ore e i suoi

muscoli avevano perduto la solita vivacità: ecco perchè fu afferrato

dalla macchina. Ha moglie e tre bambini.

— E che cosa fece la Società per lui? — chiesi.

— Assolutamente nulla. Oh! scusate, ha fatto, sì, qualche cosa. È

riuscita a far rigettare l’istanza che l’operaio aveva presentata per

danni e interessi quand’egli uscì dall’ospedale. La Società ha degli

avvocati abilissimi.

— Non avete detto tutto, — feci con convinzione. — e forse non

conoscete tutta la storia. Forse quell’uomo era un insolente.

— Insolente! ah! ah! — Il suo riso era mefistofelico. — Gran Dio,

insolente col braccio sfracellato! Era un servitore dolce e umile, e

nessuno mai ha detto che fosse un insolente.

— Ma in tribunale, — insistetti, — la sentenza non gli sarebbe stata

contraria, se non ci fosse in quest’affare qualche cosa d’altro oltre

quanto ci avete detto.

— Il principale avvocato consulente della Società è il colonnello

Ingram, un uomo di legge, molto abile.

Ernesto mi guardò seriamente, per un momento, poi continuò:

— Voglio darvi un consiglio, signorina Cunnigham; potreste fare

un’inchiesta privata sul caso Jackson.

— Avevo già presa questa risoluzione, — risposi freddamente.

— Benissimo, — diss’egli raggiante. — E vi dirò dove potrete trovare il

nostro uomo. Ma fremo al pensiero di tutto ciò che proverete, circa il

braccio di Jackson.

Così, il vescovo ed io accettammo la sfida di Ernesto.

I due ospiti se ne andarono insieme, lasciandomi scossa per

l’ingiustizia fatta alla mia casta e a me stessa. Quel giovanotto era

un bruto. Lo odiavo, in quel momento, e mi consolavo al pensiero che

la sua condotta era quale poteva aspettarsi da un uomo della classe

operaia.

CAPITOLO III.

IL BRACCIO DI JACKSON.

Non immaginavo punto la parte importante che il braccio di Jackson

avrebbe rappresentato nella mia vita. Il protagonista, quando riuscii

a trovarlo, non mi fece grande impressione. Abitava in vicinanza

della baia, sulla sponda della palude, una casupola indescrivibile,

circondata da pozzanghere d’acqua verdastra che esalavano un odore

fetido. Era veramente la persona umile e bonaria che mi avevano

descritto; e intento a lavorare una latta, lavorava senza tregua,

mentre parlavo con lui. Nonostante la sua rassegnazione, afferrai nella

sua voce come un senso di amarezza nascente, quando mi disse:

— Avrebbero potuto impiegarmi come guardiano notturno, almeno[25].

Non potei cavarne gran che: aveva un’aria ebete che male si addiceva

alla sua abilità nel lavoro. Questo mi suggerì una domanda:

— In qual modo il vostro braccio è stato preso nella macchina?

Egli mi guardò come trasognato, riflettendo, poi scosse il capo.

— Non so, non so come sia accaduto.

— Per un po’ di negligenza, forse?

— No, non direi, per negligenza: facevo delle ore supplementari,

e credo che fossi stanco. Ho lavorato diciassette anni in quella

officina, ed ho osservato che le disgrazie capitano proprio poco prima

del fischio della sirena[26]. Scommetterei che ne accadono più nell’ora

che precede l’uscita, che nel resto della giornata. Un uomo non è così

vigile quando ha sfaccendato per parecchie ore senza fermarsi mai.

Ho veduto abbastanza casi, per saperla lunga; bravi operai tagliati a

pezzi, o presi nella piallatrice o schiacciati.

— Ne avete visti tanti?

— Cento e cento; e dei fanciulli anch’essi vittime.

Tranne alcuni particolari orribili, il racconto dell’accidente era

perfettamente conforme a quanto avevo già udito. Siccome gli domandavo

se avesse mancato a qualche norma regolamentare circa il funzionamento

della macchina, alzò la testa.

— Ho fatto saltare la correggia con la destra ed ho voluto levare il

sasso colla sinistra. Non ho guardato bene se la correggia fosse tutta

staccata: credevo che con la destra avessi fatto il necessario, e

allungai il braccio sinistro... e, siccome la correggia era staccata

solo a metà, il mio braccio fu preso e schiacciato.

— Avete dovuto soffrire atrocemente, — dissi, con simpatia.

— Perdio, lo schiacciamento delle ossa... non è divertente!

Le sue idee erano un poco confuse circa la richiesta del pagamento

dei danni e interessi. La sola cosa chiara per lui era che non avevano

voluto dargli il minimo compenso. Secondo lui, la decisione contraria

del tribunale era dovuta alla testimonianza dei capi-operai e del

vice-direttore che, secondo la sua espressione, non avevano detto ciò

che avrebbero dovuto dire. E risolvetti di andare da loro.

Il fatto positivo in tutta questa faccenda era che Jackson era ridotto

in una condizione pietosa. Sua moglie era malaticcia, e quel mestiere

di merciaio ambulante non gli permetteva di guadagnare abbastanza

da mantenere la sua famiglia. Era in arretrato nel pagamento della

pigione; e il figlio maggiore, un ragazzo di undici anni, lavorava già

nella filanda.

— Avrebbero ben potuto darmi il posto di guardiano notturno, — furono

le sue ultime parole, mentre me ne andavo.

Dopo un colloquio con l’avvocato che aveva patrocinato la causa di

Jackson, e con il vice-direttore e i due capi-operai sentiti come

testimoni del fatto, cominciai a rendermi conto che le affermazioni di

Ernesto erano ben fondate.

A prima vista giudicai l’avvocato un essere debole ed inetto, e non mi

stupii come Jackson avesse perduto la causa.

Il mio primo pensiero fu che aveva avuto ciò che si meritava per

avere scelto un difensore simile. Poi mi ritornarono alla mente le

dichiarazioni di Ernesto: «La Società ha degli avvocati abilissimi», e

l’altra: «Il Colonnello Ingram è un uomo di legge molto abile». Pensai

allora che la Società era in grado di pagarsi difensori migliori di

quelli che potesse scegliere un povero diavolo di operaio come Jackson,

ma questo particolare mi sembrava secondario, e a mio avviso ci doveva

essere qualche buona ragione se Jackson aveva perduto la partita.

— Come mai avete perduto il processo? — chiesi.

L’avvocato sembrò, per un attimo, perplesso e seccato, e fui presa da

pietà per quella povera creatura. Poi cominciò a lamentarsi. Credo

che sia nato piagnucolone, e appartenga alla razza dei vinti, fin

dalla culla. Si lamentò dei testimoni che avevano reso deposizioni

favorevoli solo alla parte avversaria. Egli non aveva potuto strappare

loro una parola in favore di Jackson. Sapevano bene da qual parte avere

benefizii. Quanto a Jackson, era stupido: si era lasciato intimidire e

confondere dal colonnello Ingram. Costui eccelleva nei contraddittori.

Aveva confuso Jackson con le sue domande, e gli aveva strappato delle

risposte compromettenti.

— Come mai le sue risposte potevano essere compromettenti, se aveva

dalla parte sua il diritto? — chiesi.

— Che c’entra in tutto questo il diritto? — chiese egli, a sua volta.

E mostrandomi i numerosi volumi disposti negli scaffali del suo

povero studio: — Vedete tutti questi libri? leggendoli ho imparato a

distinguere il diritto dalla legge. Chiedetelo a qualsiasi avvocato.

Bisogna andare alla scuola della Domenica per sapere ciò che è giusto;

ma bisogna rivolgersi a questi libri, per imparare ciò che è legale.

— Volete dirmi, con ciò, che Jackson aveva il diritto dalla sua parte

e che, non pertanto, è stato vinto? — gli chiesi esitando. — Volete

insinuare che non c’è giustizia alla corte del giudice Caldwell?

Il piccolo avvocato spalancò gli occhi un istante e poi ogni traccia di

combattività si cancellò dal suo volto.

Ricominciò a lamentarsi.

— La partita non era uguale per me. Si sono fatti beffe di Jackson,

e di me con lui. Quale probabilità di riuscita avevo? Il colonnello

Ingram è un grande avvocato. Se non fosse un giurista di prim’ordine,

credete voi che avrebbe in mano le Filande della Sierra, del Sindacato

Fondiario di Erston, della _Berkeley Consolidée_, dell’_Oakland_, della

_S. Leandro_ e della _Società Elettrica Pleasantos_? È un avvocato

delle corporazioni, e questi avvocati non sono pagati per essere

stupidi. Perchè mai le Filande della Sierra, esse sole gli dànno

ventimila dollari l’anno? Perchè, capirete bene, agli occhi degli

azionisti vale quella somma. Io, non volgo tanto. Se valessi tanto,

non sarei uno spostato, un morto di fame, obbligato ad assumere degli

affari come quello di Jackson. Che cosa credete che avrei guadagnato se

anche avessi vinto il processo?

— Penso che l’avreste spogliato[27].

— Naturalmente, — esclamò irritato. — Bisogna pure che io viva[28].

— Ma egli ha moglie e figli.

— Io pure ho moglie e figli. E non c’è nessuno al mondo, me eccettuato,

che si preoccupi che non muoiano di fame!

Il suo viso si addolcì improvvisamente. Egli aprì la cassa

dell’orologio e mi fece vedere le fotografie di sua moglie e di due

bimbette.

— Guardate, eccole! Ne abbiamo viste! Le posso ben dire. Avevo

intenzione di mandarle in campagna se avessi vinto quel processo. Non

stanno bene qui, ma non ho i mezzi per farle vivere altrove.

Quando mi alzai per congedarmi, ricominciò il suo piagnisteo:

Il tallone di ferro · 第 2 / 22 段