JACK LONDON
IL
TALLONE DI FERRO
_ROMANZO DI PREVISIONE SOCIALE_
A cura di GIAN DÀULI
MODERNISSIMA
MILANO — Via Vivaio, 10
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
Stab. Tipo-Lit. FED. SACCHETTI & C. — Via Zecca Vecchia, 7 — Milano (7)
«E io so che un terzo di tutto il genere
umano sulla terra perirà nella Grande
Guerra, e un terzo perirà nella Grande
Distruzione, ma l’ultimo terzo vivrà nel
Grande Millennio, che sarà il Regno di Dio
sulla Terra».
_Selma Lagerfel_
_Jack London scrisse il_ Tallone di ferro _nel 1907[1]. Dopo un attento
esame del disordine economico del secolo XIX e delle condizioni di
lotta tra plutocrazia e proletariato egli, seguendo i maggiori uomini
di scienza e statisti del suo tempo, comprese come un inesorabile
dilemma si dibattesse nella coscienza della Società contemporanea
oppressa dagli armamenti e da una produzione inadeguata, eccessiva ed
artificiosa insieme: la_ rivoluzione, _o la guerra._
_Davanti a questo terribile dilemma, la sua grande anima di poeta, di
sognatore e di ribelle previde l’avvenire, e visse, con le creature
immortali della immaginazione, parte del grande dramma che culminò,
sette anni dopo, nella guerra mondiale._
_Ma più che la guerra, il London previde la rivoluzione liberatrice,
per successive rivolte di popolo, delle quali egli descrisse una,
così sanguinaria e feroce, che fu accusato, nel 1907, di essere «un
terribile pessimista». In realtà il London anticipò con l’immaginazione
ciò che accadde negli Stati Uniti ed altrove tra gli anni 1912 e 1918;
così che oggi, nel 1925, noi possiamo giudicarlo profeta di sciagure,
se si vuole, ma profeta._
_Infatti, nell’autunno del 1907, mentre il mondo s’adagiava nelle
più rosee e svariate ideologie umanitarie, Jack London, osservatore
acuto e chiaroveggente, anticipando e descrivendo gli avvenimenti che
sarebbero accaduti nel 1913, scriveva: «L’oligarchia voleva la guerra
con la Germania, e la voleva per molte ragioni. Nello scompiglio che
tale guerra avrebbe causato, nel rimescolìo delle carte internazionali
e nella conclusione di nuovi trattati e di nuove alleanze, l’oligarchia
aveva molto da guadagnare. Inoltre, la guerra avrebbe esaurito gran
parte dell’eccesso dì produzione nazionale, ridotto gli eserciti di
disoccupati che minacciavano tutti i paesi, e concesso all’oligarchia
spazio e tempo per perfezionare i suoi piani di lotta sociale._
_«Tale guerra avrebbe dato all’Oligarchia (si parla di quella degli
Stati Uniti) il possesso del mercato mondiale. Inoltre, avrebbe
creato un esercito permanente in continua efficienza, e nello stesso
tempo avrebbe sostituito nella mente del popolo l’idea di «America
contro Germania» a quella di «Socialismo contro Oligarchia». In
realtà, la guerra avrebbe fatto tutto questo se non ci fossero stati
socialisti. Un’adunanza segreta dei capi dell’Ovest fu convocata
nelle nostre quattro camerette di Pell Street. In essa fu esaminato
prima l’atteggiamento che il partito doveva assumere. Non era la
prima volta che veniva discussa la possibilità d’un conflitto armato;
ma era la prima volta che ciò si faceva negli Stati Uniti. Dopo la
nostra riunione segreta, ci ponemmo in contatto con l’organizzazione
nazionale, e ben presto furono scambiati marconigrammi attraverso
l’Atlantico, fra noi e l’Ufficio Internazionale del Lavoro. I
socialisti tedeschi erano disposti ad agire con noi... Il 4 dicembre
(1913), l’Ambasciatore americano fu richiamato dalla capitale
tedesca. La stessa notte una flotta da guerra tedesca si lanciava su
Honolulu affondando tre incrociatori e una torpediniera doganale e
bombardando la città. Il giorno dopo, sia la Germania che gli Stati
Uniti dichiararono la guerra, e in un’ora i socialisti dichiararono
lo sciopero generale nei due paesi. Per la prima volta il Dio della
Guerra tedesco si trovò di fronte gli uomini del suo impero, gli uomini
che facevano funzionare il suo impero. La novità della situazione
stava nel fatto che la rivolta era passiva: il popolo non lottava. Il
popolo rimaneva inerte; e rimanendo inerte legava le mani al Dio della
Guerra... Neppure una ruota si muoveva nel suo impero, nessun treno
procedeva, nessun telegramma percorreva i fili, perchè ferrovieri
e telegrafisti avevano cessato di lavorare, come il resto della
popolazione»._
_La guerra mondiale preconizzata da Jack London pel dicembre del 1913
ebbe inizio, invece, otto mesi dopo, nell’agosto del 1914, ma l’azione
delle organizzazioni operaie per impedire il conflitto, benchè tentata,
non ebbe buon successo per colpa del proletariato tedesco[2]._
_Se Jack London avesse potuto prevedere la sconfitta del socialismo
nella guerra, avrebbe certamente mutato corso allo svolgimento del suo
racconto, pur lasciandone immutata la sostanza, ma non è da pensare
— dato il carattere sociale e ideale di tutta la sua opera — che egli
potesse seguire l’illusione di quelli che accettarono la guerra come
una soluzione tragica, ma definitiva della crisi mondiale, o dei
sognatori wilsoniani che credettero di aver combattuto e vinto la
guerra contro la guerra, e di poter ottenere il disarmo mediante la
Società delle Nazioni, o di coloro che vanno ripetendo che la guerra ha
trasformato la società e iniziato un’êra nuova._
_Non c’è menzogna maggiore e peggiore di questa, e, a volerle credere,
più fatale ai destini umani._
_La guerra_ non fu la soluzione di una crisi, _ma tragico inevitabile
risultato delle condizioni della Società di prima della guerra, per
amoralità, immoralità, egoismo, ignoranza, avidità di ricchezza e di
piacere, squilibrio economico, ingiustizia sociale, e un’infinità
di altri mali nascosti dall’ipocrisia, svalutati dall’ottimismo,
giustificati con sofismi. La crisi perdura tuttora, perchè gli uomini,
anzichè ravvedersi degli errori passati che causarono la guerra,
sembrano quasi compiacersene e gloriarsene, giudicando la grande strage
come un fenomeno meraviglioso, e vanto non vergogna dell’Umanità._
_La spaventosa esperienza collettiva, che dovrebbe essere considerata
come un’esperienza di colpe comuni o, almeno, come una dura e crudele
necessità imposta da colpe altrui, e tale da far ravvedere e rendere,
comunque, pensosi delle cause che recarono tanti lutti e tante rovine,
pare, infatti, che faccia perdere ai più coscienza del bene e del
male, e li imbaldanzisca come se fossero tutti trionfatori e salvatori
della Patria e dell’Umanità. Ed è di oggi il triste spettacolo dei
pusillanimi, degli imboscati e intriganti di ieri, che, sorretti dagli
arricchiti di guerra, dòminano la piazza e tentano di usurpare la
gloria dei pochi veri benemeriti della Nazione, per creare, a proprio e
totale beneficio, l’ingiusto privilegio del governo del proprio paese e
dell’amministrazione della cosa pubblica._
_Ma ritorniamo a Jack London, a proposito del quale questa digressione
non può considerarsi oziosa. Vien fatto di pensare, infatti, che
se le condizioni della Società prima del 1914 crearono la Grande
Guerra, il perdurare e l’aggravarsi delle stesse condizioni non possa
che preparare quella catastrofe anche maggiore, a breve scadenza, e
cioè quella Grande Distruzione prevista e magistralmente descritta
dal London. La Grande Distruzione sarà inevitabile e vicina se gli
uomini di buona volontà non agiranno prontamente, con coraggio, e
perseveranza._
_Ma come agire, come evitare la nuova sventura?_
* * *
_Anatole France scrisse che è necessario che coloro che hanno il dono
prezioso e raro di prevedere, manifestino i pericoli che presentono.
Anche Jack London «aveva il genio che vede quello che è nascosto
alla folla degli uomini, e possedeva una scienza che gli permetteva
d’anticipare i tempi. Egli previde l’assieme degli avvenimenti che si
sono svolti nella nostra epoca». Ma, ahimè! chi gli diede ascolto? Le
sue previsioni furono lette prima della guerra da centinaia di migliaia
di uomini sparsi in tutto il mondo. Forse qualche pensatore solitario
gli credette, ma i più lo considerarono pazzo o visionario, molti
lo chiamarono pessimista, e i suoi compagni di fede l’accusarono di
seminare lo spavento nelle file del proletariato._
_Pertanto, l’ottimismo di prima della guerra non dovrebbe essere più
possibile._
_Chi non vede che la guerra ha reso più selvaggio l’urto degli
interessi, accresciuto smisuratamente l’avidità del potere, della
ricchezza e del piacere, fra contese sociali e politiche esasperate e
il terrore delle continue minacce fra nazioni, e classi, segni tutti
del rapido processo di decomposizione della società contemporanea? Mai
nella storia dell’Umanità fu vista una maggiore miseria spirituale e
morale, mai l’anima umana fu così offesa e degradata da tanti delitti!_
_Perciò il_ Tallone di ferro _riappare oggi, dopo quasi vent’anni
dacchè fu scritto, come specchio di dolorosa attualità, riflette
fedelmente i mali che travagliano la vita e la coscienza degli
individui e delle nazioni, mostra i pericoli del nostro disordine
sociale. Però, mentre vediamo quello che in realtà fu ed è il
tallone di ferro della plutocrazia, non possiamo non meditare
sulle deformazioni del movimento operaio che, incapace, ieri, per
insufficiente preparazione morale e spirituale, d’impedire la guerra,
minaccia oggi la società col terribile tallone di ferro della demagogia
e dell’ignoranza. Se volessimo generalizzare, dovremmo ricordare un
infinito numero di talloni di ferro! Ma già il quadro è troppo fosco
e pauroso nel suo assieme per attardarci nei particolari. Lasciamo
anzi che la speranza rientri nei cuori, sia pure per un istante, con
le immagini delle creature che raddolciscono e rendono caro questo
libro di orrori: con l’immagine di Ernesto Everhard, il rivoluzionario
«pieno di coraggio e di saggezza, pieno di forza e di dolcezza», che
tanto somiglia allo scrittore che l’ha creato: con quella della moglie
di Everhard, dall’anima grande e innamorata e dallo spirito forte; con
quelle del vescovo Morehouse e del padre di Avis, indimenticabili,
l’uno per l’ingenua anima evangelica, l’altro per l’amore della
scienza, che lo rende immune dalle cattiverie degli uomini e superiore
alle traversie della vita. Creature buone e sublimi come queste
creature del London esistono pure nella vita reale e mantengono accesa,
anche nelle epoche più buie, con la fiamma dell’amore, la lampada della
civiltà._
_È da sperare comunque che se la società contemporanea dovrà
precipitare, con tutte le passate ideologie e gli antichi ordinamenti,
nell’abisso approfondito dalla guerra, sia almeno rapida la rovina
per una più rapida rinascita, e che non occorreranno i tre secoli di
tallone di ferro preconizzati dal London perchè l’umanità rinnovata
riprenda il cammino verso altitudini mai toccate. È certo intanto
che il problema, da economico e politico qual era nel secolo scorso,
è divenuto oggi essenzialmente morale; e sarà domani semplicemente_
religioso. _Ormai sappiamo che non trionferanno nè le idee di Carlo
Marx, nè quelle di Guglielmo James, nè del Sorel, nè del Bergson. Vi
sarà probabilmente un ritorno alla morale cristiana, e si considererà
nuovamente la vita come una_ prova _di rinuncia e di dolore; ma
dovranno alla fine cadere le barriere tra classe e classe, tra nazione
e nazione, scomparire le diversità di lingua e di religione, perchè
gli uomini possano riconoscersi membri di un’unica famiglia umana.
Abbandonate le discordie, i vivi ascolteranno la voce dei morti, si
caricheranno con lietezza la loro parte di lavoro per il progresso
umano, e comprendendosi ed amandosi, prepareranno un mondo migliore per
le future generazioni. Allora le antiche verità degli Evangeli avranno
una nuova interpretazione e, soprattutto, una nuova pratica; sarà, in
altre parole, il trionfo dell’amore, della Religione, dell’Umanità
secondo una nuova disciplina morale, coscientemente accettata in
regime di libertà Universale; e la devozione del forte per il debole,
la venerazione del debole per il forte diventeranno norma di vita
veramente civile. Jack London ha previsto e auspicato tutto ciò, con
grandezza di cuore._
_La certezza di una Umanità riconciliata, unita, concorde, solidale
davanti al dolore ed al mistero illumina, appunto, e riscalda come
un chiarore di sole, tutte le opere di Jack London; il quale ci
appare come un Cavaliere della Verità, e poeta e profeta dell’amore
universale._
Rapallo, gennaio del 1925.
GIAN DÀULI.
_Questa traduzione è dedicata
allo spirito formidabile di
GIOVANNI ANSALDO_.
G. D.
IL TALLONE DI FERRO
(THE IRON HEEL)
CAPITOLO I.
LA MIA AQUILA.
La brezza d’estate agita i pini giganteschi, e le onde della Wild
Water rumoreggiano ritmicamente sulle pietre muscose. Numerose farfalle
danzano al sole e da ogni parte freme ed ondeggia il ronzio delle api.
In mezzo ad una quiete così profonda, io me ne sto sola, pensierosa ed
agitata.
È tale e tanta la mia serenità, che mi turba, e mi sembra irreale.
Tutto è tranquillo intorno, ma è come la calma che precede la tempesta.
Tendo l’orecchio e spio, con tutti i sensi, il minimo indizio del
cataclisma imminente. Purchè non sia prematuro, o purchè non scoppi
troppo presto[3].
La mia inquietudine è giustificata. Penso, penso continuamente,
e non posso fare a meno di pensare. Ho vissuto così a lungo nella
mischia, che la calma mi opprime, e la mia immaginazione prevede,
istintivamente, quel turbine di rovina e di morte che si scatenerà
ancora, fra poco. Mi pare di sentire le grida delle vittime, mi pare
di vedere, come pel passato, tanta tenera e preziosa carne contusa e
mutilata, tante anime strappate violentemente dai loro nobili corpi
e lanciate verso Dio[4]. Poveri esseri noi siamo: costretti alla
carneficina e alla distruzione per ottenere il nostro intento, per far
regnare sulla terra una pace e una felicità durature!
E poi sono proprio sola! Quando non penso a ciò che deve essere, penso
a ciò che è stato, a ciò che non è più. Penso alla mia aquila che
batteva l’aria colle sue instancabili ali, e prese il volo verso il suo
sole, verso l’ideale radioso della libertà umana.
Non potrei starmene inerte ad aspettare il grande avvenimento, che è
opera sua, un’opera della quale egli non può più vedere il compimento.
È lavoro delle sue mani, creazione della sua mente. Egli le ha dedicato
gli anni migliori, l’ha nutrita della sua vita[5].
Perciò voglio consacrare questo periodo di attesa e di ansia al ricordo
di mio marito. Io sola, al mondo, potrò far luce su quella personalità
così nobile, che non sarà mai abbastanza nota.
Era un’anima immensa! Quando il mio amore si purifica di ogni
egoismo, rimpiango sopratutto che egli sia scomparso e che non veda
l’aurora vicina. Non possiamo fallire! Egli ha costruito troppo
solidamente e con troppa sicurezza. Dal petto dell’umanità atterrata,
strapperemo il maledetto Tallone di Ferro! Al segnale della riscossa
insorgeranno, ovunque, le legioni dei lavoratori, così che mai, nella
storia, si sarà veduto alcunchè di simile. La solidarietà delle masse
lavoratrici è assicurata; per la prima volta scoppierà una rivoluzione
internazionale, in tutto il mondo[6].
Vedete bene, sono così assillata da questo pensiero, che da lungo tempo
vivo, giorno e notte, persino i particolari del grande avvenimento. E
non posso disgiungerli dal ricordo di colui che ne era l’anima.
Tutti sanno che ha lavorato molto e sofferto crudelmente per la
libertà; ma nessuno sa meglio di me che, durante i venti anni di
tumulto nei quali ho condiviso la sua vita, ho potuto apprezzare la sua
pazienza, il suo sforzo incessante, la sua totale dedizione alla causa
per la quale è morto, or sono appena due mesi.
Cercherò di raccontare semplicemente come mai Ernesto Everhard sia
entrato a far parte della mia vita, come il suo influsso su me sia
cresciuto al punto di farmi diventare parte di lui stesso, e quali
mutamenti meravigliosi abbia operato sul mio destino; così, potrete
vederlo con i miei occhi e conoscerlo come l’ho conosciuto io, a parte
certi segreti troppo intimi e dolci per essere rivelati.
Lo vidi la prima volta nel febbraio del 1912, quando, invitato a pranzo
da mio padre,[7] entrò in casa nostra a Berkeley; e non posso dire
che ne ricevessi una buona impressione. C’era molta gente in casa; e
nella sala dove aspettavamo l’arrivo degli ospiti, egli fece un’entrata
molto meschina. Era la sera dei «predicatori», come mio padre ci diceva
confidenzialmente, e certo Ernesto non era a suo agio fra quella gente
di chiesa.
Prima di tutto, era mal vestito. Portava un abito di panno oscuro,
acquistato già fatto, che gli stava male. Veramente, anche in seguito,
non riuscì mai a trovare un vestito che gli stesse bene addosso. Quella
sera, come sempre, quando si moveva, i suoi muscoli gli sollevavano
la stoffa, e, a causa dell’ampio petto, la giacca gli si aggrinziva in
una quantità di pieghe fra le spalle. Aveva il collo d’un campione di
_boxe_[8], grosso e robusto. Ecco dunque, dicevo fra me, quel filosofo
sociale, ex maniscalco, che papà ha scoperto. Infatti, con quei
bicipiti e quel collo, ne aveva l’aspetto. Lo definii immediatamente
come una specie di prodigio, un Blind Tom[9] della classe operaia.
E quando, poi, mi strinse la mano; era la sua, una stretta di mano
sicura e forte, ma mi guardò arditamente con i suoi occhi neri...
troppo arditamente, anzi, secondo me. Capirete, ero una creatura nata
e vissuta in quell’ambiente, ed avevo, a quel tempo, istinti di classe
molto forti.
Quell’ardire mi sarebbe sembrato imperdonabile in un uomo della mia
stessa classe. So che dovetti abbassare gli occhi, e che quando me ne
liberai, presentandolo ad altri, provai un vero sollievo nel voltarmi
per salutare il Vescovo Morehouse, uno dei miei prediletti, uomo di
mezza età, dolce e serio, dall’aspetto buono di un Cristo, e di un
sapiente.
Ma quell’ardire, che io attribuii a presunzione, fu, in realtà, il
filo conduttore per mezzo del quale mi fu possibile conoscere il
carattere di Ernesto Everhard, ch’era semplice e retto, non aveva paura
di nulla, e non voleva perdere il tempo in forme convenzionali. «Mi
siete subito piaciuta», mi disse molto tempo dopo. «Perchè, dunque,
non avrei dovuto riempire i miei occhi di ciò che mi piaceva?». Ho
detto che nulla lo intimoriva. Era un aristocratico per natura, sebbene
combattesse l’aristocrazia; un superuomo, la bestia bionda descritta da
Nietzsche[10], e, nonostante ciò, un democratico appassionato.
Occupata com’ero ad accogliere gli altri invitati, e forse anche per
la cattiva impressione avuta, dimenticai quasi del tutto il filosofo
operaio. Attirò la mia attenzione una o due volte, durante il pranzo,
mentre ascoltava la conversazione di alcuni pastori. Gli vidi brillare
negli occhi una luce strana, come se egli si divertisse; e conclusi che
doveva essere pieno di umorismo, e gli perdonai quasi il modo ridicolo
di vestire.
Ma il tempo passava: il pranzo era inoltrato, ed egli non aveva
aperto bocca una volta sola mentre i pastori discorrevano animatamente
della classe operaia, e dei suoi rapporti col clero, e di tutto ciò
che la chiesa aveva fatto e faceva per essa. Osservai che mio padre
era seccato di quel mutismo, e approfittò di un momento di calma per
chiedergli quale fosse il suo parere. Ernesto si limitò ad alzare le
spalle, e dopo un secco: «non ho niente da dire», riprese a mangiare
delle mandorle salate.
Ma mio padre non si dava tanto facilmente per vinto, e dopo pochi
secondi, disse: «Abbiamo in mezzo a noi un membro della classe operaia.
Sono certo che egli potrebbe presentarci le cose da un punto di vista
nuovo e interessante. Alludo al signor Ernesto Everhard».
Tutti manifestarono il loro interesse, e sollecitarono Ernesto ad
esporre le sue idee, con un atteggiamento così largo, tollerante,
benevolo, che pareva condiscendenza. E vidi che anche Ernesto osservò
questo con una specie di allegria, perchè girò lentamente gli occhi
intorno, lungo la tavola, e io scorsi in quegli occhi uno scintillare
di malizia.
— Non sono tagliato per le cortesi discussioni ecclesiastiche, —
cominciò modestamente: poi esitò.
Si udirono delle voci di incoraggiamento:
— Avanti, avanti!
E il Dottor Hammerfield aggiunse:
— Non temiamo la verità da chiunque sia detta, purchè in buona fede.
— Voi separate dunque la sincerità dalla verità? — chiese vivamente
Ernesto, ridendo.
Il Dottor Hammerfield rimase un momento perplesso e finì col balbettare:
— Il migliore fra noi può sbagliare, giovanotto, il migliore.
Un mutamento improvviso apparve in Ernesto. In un attimo, sembrò un
altro uomo.
— Ebbene, allora lasciatemi cominciare col dirvi che vi sbagliate
tutti. Voi non sapete niente, meno che niente della classe operaia.
La vostra sociologia è errata e priva di valore come il vostro modo di
ragionare.
Più che le parole, mi colpì il tono con cui le diceva, e fui scossa
alla prima parola. Era uno squillo di tromba che mi fece vibrare tutta.
E tutti ne furono scossi, svegliati dalla solita monotonia e dal solito
intorpidimento.
— Che c’è dunque di così terribilmente falso e privo di valore nel
nostro modo di ragionare, giovanotto? — chiese il Dottor Hammerfield,
con voce che rivelava dispetto.
— Voi siete dei metafisici, potete provare ogni cosa con la metafisica,
e naturalmente qualunque altro metafisico può provare, con sua
soddisfazione, che avete torto. Siete degli anarchici nel campo del
pensiero. E avete la passione delle costruzioni cosmiche. Ognuno di voi
vive una concezione personale, creata dalla sua fantasia, e secondo i
suoi desiderii. Ma non conoscete nulla del vero mondo nel quale vivete,
e il vostro pensiero non ha posto nella realtà, se non come fenomeno di
squilibrio mentale.
«Sapete che cosa pensavo sentendovi parlare a vanvera? Ricordavo quegli
scolastici del Medio Evo che discutevano gravemente e saggiamente
questa questione: Quanti angeli possono ballare sulla punta di un
ago? Voi, signori, siete lontani dalla vita intellettuale del secolo
XXº, quanto poteva esserlo, una diecina di migliaia d’anni fa, un mago
pellirossa che facesse incantesimi in una foresta vergine.
Ernesto lanciò questa frase come se fosse adirato, a giudicare dal
volto acceso, dalle sopracciglia contratte, dal lampeggiare degli
occhi, dai movimenti del mento e delle mascelle; tutti segni di un
umore aggressivo. In realtà, quello era il suo modo di fare, che però
eccitava le persone, esasperandole con quegli assalti improvvisi. Già
i nostri convitati perdevano il loro contegno abituale. Il Vescovo
Morehouse, inchinato in avanti, ascoltava attentamente; il viso del
dottor Hammerfield era rosso d’indignazione e di dispetto; gli altri
erano anch’essi esasperati; solo alcuni sorridevano con aria di
superiorità. Per me, la scena era divertentissima. Guardai mio padre,
e mi parve di vederlo scoppiare dalle risa, all’effetto di quella bomba
umana introdotta audacemente nella nostra cerchia.
— Vi esprimete in modo un po’ vago, — interruppe il dottor Hammerfield.
— Che volete dire precisamente, chiamandoci metafisici?
— Vi chiamo metafisici, — riprese Ernesto, — perchè parlate
metafisicamente; il vostro metodo è contrario a quello della scienza
e le vostre conclusioni non hanno validità alcuna. Provate tutto e non
provate nulla: e non riuscite in due a mettervi d’accordo su un punto
qualsiasi. Ognuno di voi si tuffa nella propria coscienza per spiegare
l’universo e se stesso. E voler spiegare la coscienza con la coscienza,
è come se voleste sollevarvi tirando a voi i legacci delle scarpe.
— Non capisco, — interruppe il Vescovo Morehouse. — Mi sembra che
tutte le cose dello spirito sieno metafisiche. La matematica stessa, la
più esatta e profonda di tutte le scienze, è puramente metafisica; il
minimo processo mentale dello scienziato che ragiona, è atto di natura
metafisica. Certo, sarete d’accordo con me su questo punto, non è vero?
— Come dite voi stesso, non capite, — replicò Ernesto. — Il metafisico
ragiona per deduzione, partendo dalla sua stessa soggettività.
Lo scienziato ragiona per induzione, basandosi sui fatti forniti
dall’esperienza. Il metafisico procede dalla teoria ai fatti, lo
scienziato va dai fatti alla teoria. Il metafisico spiega l’universo
secondo se stesso, lo scienziato spiega se stesso secondo l’universo.
— Dio sia lodato che non siamo scienziati, — mormorò il dottor
Hammerfield, con un’aria di soddisfazione beata.
— Che siete, dunque?
— Siamo filosofi.
— Eccovi lanciati, — disse Ernesto ridendo. — Avete abbandonato il
terreno reale e solido, per lanciarvi in aria con una parola, come
macchina volante. Per favore, ridiscendete quaggiù, e vogliatemi dire,
alla vostra volta, che intendete esattamente per filosofia?
— La filosofia è... — il dottor Hammerfield si raschiò la gola —
qualche cosa che non si può definire in modo comprensibile se non
a menti e a temperamenti filosofici. Lo scienziato che si limita a
ficcare il naso nei suoi provini non potrà mai capire la filosofia.
Ernesto sembrò insensibile a quella puntata. Ma aveva l’abitudine di
ritorcere l’attacco contro l’avversario, e così fece subito, con viso e
voce oltremodo fraterni.
— In questo caso, voi capirete certamente la definizione della
filosofia, che voglio proporvi. Ad ogni modo, prima di cominciare, vi
prego, o di rilevarne gli errori, o di serbare un silenzio metafisico.
La filosofia è semplicemente la più vasta di tutte le scienze. Il suo
sistema di ragionamento è uguale a quello di una scienza particolare
qualunque o di tutte le scienze in generale. Ed appunto per questo
sistema di ragionamento, il sistema induttivo, la filosofia fonde
insieme tutte le scienze particolari, in una sola grande scienza.
Come dice Spencer, i dati di ogni scienza particolare non sono altro
che nozioni parzialmente unificate; mentre la filosofia sintetizza
le nozioni fomite da tutte le scienze. La filosofia è la scienza
delle scienze, la scienza maestra, se volete. Che pensate di questa
definizione?
— Molto bella, degna di credito, — mormorò il Dottor Hammerfield.
Ma Ernesto era senza pietà:
— Guardatevene: la mia definizione è fatale alla metafisica. Se fin
da ora non potete trovare un’incrinatura nella mia definizione, sarete
squalificati quando vorrete opporre poi argomenti metafisici. Dovrete
passare la vita a cercare questo filo di appiglio, e restare muti fin
quando l’avrete trovato.
Ernesto aspettò. Il silenzio si prolungava e diventava penoso.
Il dottor Hammerfield era tanto mortificato, quanto incuriosito.
Quell’attacco a colpi di maglio lo disorientava. Non era abituato a
quel metodo semplice e diretto di discussione.
Egli, con uno sguardo implorante, fece il giro della tavola, ma nessuno
rispose per lui. Sorpresi il babbo che soffocava le risa dietro il
tovagliolo.
— C’è un altro modo di squalificare i metafisici, — riprese Ernesto,
quando la sconfitta del dottore fu ben verificata — e consiste nel
giudicarli dalle loro opere. Che cosa fanno per l’umanità se non
tessere delle fantasie aeree e scambiare per divinità la propria
ombra? Ammetto che abbiano aggiunto nuovi motivi all’allegria del
genere umano, ma quale bene reale hanno mai apportato? Essi hanno
filosofeggiato, scusatemi la parola di cattivo gusto, sul cuore,
considerandolo come la sede delle emozioni, mentre gli scienziati
studiavano la circolazione del sangue. Hanno declamato sulla peste e
sulla carestia, considerandole flagelli di Dio, mentre gli scienziati
costruivano depositi di rifornimento o epuravano gli accentramenti
urbani. Descrivevano essi la terra come centro dell’universo,
mentre degli scienziati scoprivano l’America e scrutavano lo spazio
per scoprirvi le stelle e le leggi degli astri. In conclusione, i
metafisici non hanno fatto niente, assolutamente per l’umanità. Hanno
dovuto indietreggiare a passo a passo davanti alle conquiste della
scienza. Ma, appena i fatti constatati scientificamente rovesciavano
le loro spiegazioni soggettive, essi ne fabbricavano altre su più
vasta scala per spiegare gli ultimi fatti accertati. E così, senza
dubbio, continueranno a fare sino alla fine dei secoli. Signori, i
metafisici sono impostori. Fra voi e l’esquimese che immaginava Dio
come un mangiatore di grasso e rivestito di pelliccia, non intercorre
alcun divario se non quello costituito da qualche migliaio di anni di
constatazione di fatti. Ecco tutto!
— Eppure il pensiero di Aristotele ha governato l’Europa durante dodici
secoli, — disse pomposamente il dottor Ballingford, — e Aristotele era
un metafisico.
Il dottor Ballingford girò lo sguardo intorno alla tavola e fu
ricompensato con cenni e gesti di approvazione.
— Il vostro esempio non è felice, — rispose Ernesto. — Voi rievocate
proprio uno dei più oscuri periodi della storia dell’umanità, di quelli
che noi chiamiamo secoli d’oscurantismo, un’epoca in cui la scienza era
schiava della metafisica, e la fisica si limitava alla ricerca della
pietra filosofale, e l’alchimia aveva preso il posto della chimica,
e l’astrologia quello dell’astronomia. Triste dominazione, quella del
pensiero di Aristotele!
Il dottor Ballingford sembrò indispettito, ma subito il viso gli si
rischiarò, ed egli riprese:
— Anche ammettendo il nero quadro che ci avete dipinto, dovete però
riconoscere alla metafisica un grande valore intrinseco, poichè ha
potuto liberare l’umanità dall’oscurantismo e avviarla verso la luce
dei secoli posteriori.
— La metafisica non c’entra in questo, — ribattè Ernesto.
— Come! — esclamò il dottor Hammerfield, — ma, forse, il pensiero
speculativo non ha condotto alle grandi scoperte?
— Ah! caro signore — disse Ernesto sorridendo, — vi credevo
squalificato. Non avete ancora trovato una pagliuzza nella mia
definizione della filosofia, e siete sospeso nel vuoto. Ma è
un’abitudine dei metafisici e vi perdòno. No, ripeto, la metafisica
non ebbe alcun influsso in tutto questo. I viaggi di scoperta furono
provocati da quistioni di pane cotidiano, di seta e gioielli, di monete
d’oro e danaro, e incidentalmente, dalla chiusura delle vie commerciali
di terra verso l’India. Alla caduta di Costantinopoli, nel 1453, i
Turchi chiusero il cammino delle carovane dell’India, e i trafficanti
Europei dovettero cercarne un altro.
Tale fu la causa vera, originale di quelle esplorazioni. Cristoforo
Colombo navigava per trovare una nuova via per le Indie; tutti i libri
di storia ve lo diranno. Si scopersero incidentalmente dei fatti nuovi
in natura: la grandezza, e la forma della terra: e il sistema Tolemaico
diede loro nuova luce.
Il dottor Hammerfield emise una specie di grugnito.
— Non siete d’accordo con me? — gli chiese Ernesto. — Allora ditemi in
che consiste il mio errore.
— Posso sostenere soltanto il mio punto di vista, — replicò aspramente
il dottor Hammerfield. — Sarebbe una storia troppo lunga.
— Non c’è storia troppo lunga, per uno scienziato. — osservò con
dolcezza Ernesto. — Ecco perchè lo scienziato scopre e ottiene, ecco
perchè è arrivato in America.
Non ho intenzione di descrivere tutta la serata, sebbene sia una gioia
per me ricordare ogni particolare di quel primo incontro, di quelle
prime ore passate con Ernesto Everhard.
La discussione era animatissima, e i ministri avvampavano, quando
Ernesto lanciava loro gli epiteti di filosofi romantici, di proiettori
da lanterna magica, e altri del genere. Ad ogni istante li fermava per
ricondurli ai fatti.
— Il fatto, mio caro, il fatto irrefragabile, — proclamava trionfante,
ogni qualvolta assestava un colpo decisivo. Era irto di fatti e
lanciava loro i fatti fra i piedi, per farli inciampare: drizzava loro
davanti i fatti per farli cadere in una imboscata, li bombardava con i
fatti a volo.
— Tutta la vostra devozione è per l’altare del fatto — lanciò a sua
volta, con aria sprezzante, il dottor Hammerfield.
— Il fatto solo è Dio, e il signor Ernesto è il suo profeta, —
parafrasò il dottor Ballingford.
Ernesto, sorridendo, approvò col capo.
— Sono come un abitante del Texas, — disse. E poichè insistevano perchè
spiegasse, aggiunse: — L’uomo del Missouri dice sempre: Bisogna farmi
vedere questo; ma l’uomo del Texas dice: Bisogna mettermelo in mano.
Donde appare evidente che non è un metafisico.
In altro momento, avendo Ernesto detto che i filosofi metafisici non
potrebbero sopportare la prova della verità, il dottor Hammerfield
tuonò:
— Qual’è la prova della verità, giovanotto? Vorreste avere la bontà
di spiegarci ciò che ha lungamente imbarazzato menti più sagge della
vostra?
— Certamente, — rispose Ernesto con quella sicurezza che li
indispettiva. — Le menti sagge sono state a lungo imbarazzate dalla
ricerca della verità, perchè la cercavano per aria, lassù! Se fossero
rimaste sulla terra ferma, l’avrebbero facilmente trovata. Quei saggi
avrebbero certamente scoperto che essi stessi costituivano precisamente
la prova della verità, in ogni azione e pensiero pratico della loro
vita.
— La prova, la prova. — ripetè con impazienza il dottor Hammerfield. —
Lasciate da parte i preamboli. Datecela e diventeremo come gli Dei.
C’era in queste parole e nel modo con cui erano dette, lo scetticismo
aggressivo e ironico che provava la maggioranza dei convitati,
quantunque il Vescovo Morehouse sembrasse colpito.
— Il dottor Jordan[11] l’ha stabilito molto chiaramente. — disse
Ernesto. — Ecco il suo modo di verificare una verità: È essa concreta,
in atto? le affidereste la vostra vita?
— Bah! — sogghignò il dottor Hammerfield.
— Dimenticate, nei vostri calcoli, il Vescovo Berkeley[12]. In
conclusione, non gli hanno mai risposto.
— Il metafisico più nobile di tutti, — disse Ernesto ridendo, — ma
scelto proprio male come esempio. Si può considerare Berkeley stesso
come testimonio che la sua metafisica era campata in aria.
Immediatamente, il dottor Hammerfield si infuriò, come se avesse
sorpreso Ernesto nell’atto di rubare o mentire.
— Giovanotto, — esclamò con voce tonante, — questa dichiarazione è
pari a tutto quanto avete detto stasera. È un’asserzione indegna e
senz’alcun fondamento.
— Eccomi annientato — mormorò Ernesto, con aria compunta. —
Disgraziatamente non mi pare d’essere colpito. Bisognerebbe farmelo
toccare con mano, dottore.
— Benissimo, benissimo, — balbettò il dottor Hammerfield. — Non potete
dire che il Vescovo Berkeley abbia dimostrato che la sua metafisica non
fosse pratica. Non ne avete le prove, giovanotto, non ne sapete niente.
Essa è stata sempre concreta e reale.
— La miglior prova ai miei occhi, che la metafisica di Berkeley era
pura astrazione, sta nel fatto che Berkeley stesso, — ed Ernesto
riprese fiato tranquillamente — aveva l’abitudine inveterata di passare
per le porte e non attraverso i muri, e s’affidava, per nutrir la sua
vita, al pane e burro, e al buon arrosto, e si radeva con un rasoio che
radeva bene.
— Ma queste sono cose della vita fisica, — esclamò il dottore, — e la
metafisica è dello spirito.
— E funziona in spirito anche? — chiese con dolcezza Ernesto.
L’altro assentì con un cenno del capo.
— E, in ispirito, una miriade di angeli può ballare sulla punta di
un ago, — continuò Ernesto, con aria pensosa. — E può esistere in
ispirito, un Dio impellicciato e bevitore d’olio, perchè non ci sono
prove contrarie in ispirito. E suppongo, dottore, che lei viva in
ispirito non è vero?
— Il mio spirito è il mio regno, — rispose l’interrogato.
— Cioè, vivete nel vuoto. Però ritornate sulla terra, ne sono sicuro,
all’ora dei pasti, o al sussultare d’un terremoto. Obiettereste per
caso, che non avreste nessun timore, in un simile cataclisma, perchè
convinto che il vostro corpo immateriale non può essere colpito da una
tegola immateriale?
Istintivamente e in modo insolito, il dottor Hammerfield si toccò la
testa, dove i capelli nascondevano una cicatrice. Ernesto aveva toccato
proprio un fatto avvenuto, perchè, durante il grande terremoto[13],
il dottore aveva corso il rischio di essere schiacciato da un camino.
Risero tutti.
— Ebbene, — disse Ernesto quando l’ilarità cessò, — aspetto sempre
la prova del contrario. — E nel silenzio di tutti, aggiunse: — Passi
quest’ultimo vostro argomento, ma non è ancora ciò che desidero.
Il dottor Hammerfield era fuori di combattimento; ma la battaglia
continuò in un’altra direzione. Su tutti i punti, Ernesto sfidava i
ministri.
Quand’essi pretendevano di conoscere la classe operaia, egli esponeva
loro delle verità fondamentali che essi non conoscevano, e li sfidava a
contraddirlo. Esponeva loro fatti, sempre fatti, frenava i loro slanci
verso la luna e li riconduceva verso un terreno solido.
Come mi ritorna alla mente tutta questa scena! Mi pare di rivederlo,
col suo tono aggressivo, colpirli col fascio dei fatti di cui ciascuno
era una verga sferzante! Senza pietà: non chiedeva tregua e non ne
accordava. Non dimenticherò mai la scudisciata finale che inflisse
loro:
— Avete riconosciuto questa sera, più volte, spontaneamente o con
le vostre dichiarazioni d’incompetenti, che non conoscete la classe
operaia. Non vi biasimo per questo: come potreste conoscerla infatti?
Non vivete fra il popolo, ma pascolate in altre praterie, con la
classe capitalista. E perchè dovreste agire diversamente? La classe
capitalista vi paga, vi nutre, vi dà gli abiti che portate questa
sera. In cambio, voi predicate ai vostri padroni le poche citazioni
di metafisica che sono loro gradite e che essi accettano perchè non
minacciano l’ordine naturale delle cose.
A queste parole, ci fu una protesta generale.
— Oh! non metto in dubbio la vostra sincerità. — proseguì Ernesto. —
Voi siete sinceri. A ciò che predicate voi credete! In questo consiste
la vostra forza e il vostro valore agli occhi della classe capitalista.
Ma se pensaste di modificare l’ordine stabilito, la vostra predicazione
diverrebbe inaccettabile agli occhi dei vostri padroni, i quali vi
metterebbero fuor dell’uscio. Così, ogni tanto, qualcuno di voi viene
congedato. Non ho forse ragione?[14].
Questa volta, non ci fu nessuna protesta: tutti conservarono un
silenzio significativo, tranne il dottor Hammerfield, che dichiarò:
— Solo quando il modo di pensare di questi tali è falso, si chiedono le
loro dimissioni.
— Cioè quando il loro modo di pensare è inaccettabile. Così vi dico
sinceramente: continuate a predicare e a guadagnare il vostro danaro,
ma, per amor del cielo lasciate in pace la classe operaia. Non avete
nulla di comune con essa; voi appartenete al campo nemico. Le vostre
mani sono bianche perchè altri lavorano per voi i vostri stomachi
pieni, i vostri ventri rotondi. A questo punto il dottor Hammerfield
fece una smorfia e tutti sbirciarono la sua straordinaria corpulenza;
a causa della quale si diceva che da anni egli non vedesse più i suoi
piedi! — E le vostre menti sono infarcite di dottrine che servono a
reggere l’arco dell’ordine stabilito. Siete dei mercenari sinceri,
lo ammetto, ma come lo erano gli uomini della Guardia Svizzera[15]
sotto l’antica monarchia francese. Siete fedeli a coloro che vi danno
il pane, il sale e la paga: sostenete con le vostre predicazioni gli
interessi dei vostri signori, ma non scendete verso la classe operaia
per offrirvi come falsi condottieri! Non potreste vivere onestamente
in due campi opposti. La classe operaia ha fatto senza di voi, e
credetemi, continuerà a farne senza. E inoltre potrà sbrigarsi meglio
senza di voi che con voi.
CAPITOLO II.
SFIDE.
Appena gli invitati se ne furono andati, mio padre si lasciò cadere su
una poltrona, e si abbandonò all’allegria d’una pantagruelica risata.
Mai, dalla morte della mamma, lo avevo visto ridere così di cuore.
— Scommetterei che il dottor Hammerfield non ha mai affrontato nulla
di simile in vita sua — disse fra l’uno e l’altro scoppio di risa.
— La cortesia delle dispute ecclesiastiche! Hai osservato che ha
cominciato come un agnello, parlo di Everhard, per mutarsi subito in un
leone ruggente? Ha una mente disciplinata meravigliosamente. Sarebbe
diventato uno scienziato di prim’ordine se la sua energia fosse stata
orientata in tal senso.
Occorre confessare che Ernesto Everhard mi interessava molto: non
soltanto per quanto aveva detto, e per il modo con cui l’aveva detto,
ma per se stesso, come uomo. Non ne avevo incontrato mai di simile,
e credo che per questo, a ventiquattro anni suonati, non ero ancora
sposata. Comunque, sentii che mi piaceva e che la mia simpatia era
dovuta non alla sua intelligenza nella discussione, ma ad altra
cosa. Nonostante i suoi bicipiti e il torace di _boxeur_, mi pareva
un giovanotto d’animo puro. Sotto l’apparenza di chiacchierone
intellettuale, indovinavo uno spirito delicato e sensibile.
Le sue impressioni mi erano trasmesse in modo che non posso definire
altrimenti, se non come per intuito femminile. C’era nel suo dire
tonante qualcosa che mi era andato al cuore: e mi sembrava sempre di
udirlo e desideravo udirlo ancora. Sarei stata lieta di vedere nei suoi
occhi quel lampo di gaiezza che smentiva l’impassibilità del resto del
viso.
Altri sentimenti vaghi, indistinti, ma più profondi si agitavano in me.
Lo amavo già quasi. Pertanto, se non lo avessi più riveduto, suppongo
che questi sentimenti indefiniti si sarebbero cancellati ed avrei
dimenticato facilmente.
Ma non era nel mio destino non rivederlo più: l’interesse che prendeva
mio padre, da un po’ di tempo, alla sociologia, ed i pranzi che dava
regolarmente, escludevano una simile possibilità. Il babbo non era
un sociologo. La sua specialità scientifica era la fisica, e le sue
ricerche in questo campo erano state fruttuose. Il matrimonio lo aveva
pienamente soddisfatto, ma dopo la morte della mamma, le ricerche che
egli faceva non riuscivano a colmare l’orribile vuoto. Si occupò di
filosofia con poco interesse dapprima, poi con maggiore attrattiva, e
fu trascinato verso l’economia politica e le scienze sociali, e siccome
possedeva un vivo sentimento di giustizia, non tardò ad appassionarsi
e a volere la riparazione dei torti. Osservai con somma gioia questi
indizî d’un rinascente interesse per la vita, senza immaginare dove la
nostra vita potesse indirizzarsi.
Il babbo, con l’entusiasmo degli adolescenti, si immerse in nuove
ricerche senza chiedersi menomamente dove l’avrebbero condotto.
Abituato da tempo al laboratorio, trasformò la sala da pranzo in
un laboratorio sociale: persone di ogni specie e condizione vi si
trovavano riunite, scienziati, politicanti, banchieri, commercianti,
professori, capi d’officina, socialisti ed anarchici. Ed egli li
spingeva a discutere fra loro, poi esaminava le loro idee sulla vita e
sulla società. Aveva conosciuto Ernesto poco tempo prima della «serata
dei predicatori». Dopo la partenza degli ospiti, mi raccontò come
l’avesse incontrato. Una sera, in una via, si era fermato ad ascoltare
un uomo che, salito sopra una cassa di sapone, parlava a un gruppo
di operai. Era Ernesto. Molto apprezzato dalla Direzione del partito
socialista, costui era considerato come uno dei capi del partito, e
riconosciuto tale dai dottrinarî del socialismo. Possedendo il dono
di presentare in forma semplice e chiara anche le questioni più ardue,
questo educatore nato, non credeva di avvilirsi salendo su di una cassa
di sapone per spiegare l’economia politica ai lavoratori.
Mio padre si fermò per ascoltarlo, si interessò al discorso, stabilì un
convegno con l’oratore, e, fatta la presentazione, lo invitò al pranzo
dei reverendi. E solo in seguito mi rivelò alcune informazioni che
aveva potuto raccogliere su di lui.
Ernesto era figlio di operai, quantunque discendesse da un’antica
famiglia stabilitasi da più di duecento anni in America[16]. All’età
di 10 anni era andato a lavorare nelle officine, e più tardi aveva
imparato il mestiere del maniscalco. Era un autodidatta, aveva
studiato, da solo, il francese e il tedesco, e in quell’epoca si
guadagnava modestamente la vita, traducendo delle opere scientifiche e
filosofiche per una casa precaria di edizioni socialiste di Chicago. A
questo stipendio egli aggiungeva i diritti di autore provenienti dalla
vendita, ristretta, delle opere sue.
Ecco ciò che seppi di lui prima di coricarmi, e stetti a lungo sveglia
ascoltando, con la mente, il suono della sua voce. Mi spaventai dei
miei stessi pensieri. Assomigliava così poco agli uomini della mia
classe! Sembrava così estraneo a tutti, e così forte! La sua padronanza
mi piaceva e mi spaventava insieme, e la mia fantasia galoppava
tanto, che mi sorpresi a considerarlo come innamorato e come marito.
Avevo sempre sentito dire che la forza in un uomo è un’attrattiva
irresistibile per le donne; ma egli era troppo forte.
— No, no! — esclamai, — è impossibile, è assurdo! — E il giorno dopo,
svegliandomi, sentii in me il desiderio di rivederlo, di assistere
alla sua vittoria in una nuova discussione, di vibrare ancora al suo
tono di combattimento, di ammirarlo nella sua sicurezza e nella sua
forza, quando spezzava la loro albagia e distoglieva il loro pensiero
dal solito circolo vizioso. Che cosa importavano le sue smargiassate?
Secondo quanto aveva detto egli stesso, esse trionfavano in realtà,
raggiungevano la mèta. Inoltre, erano belle a sentirle, eccitanti come
un principio di lotta.
Passai parecchi giorni a leggere i libri di Ernesto, che il babbo mi
aveva prestato. La sua parola scritta era come quella parlata, chiara e
convincente. La sua semplicità assoluta vi convinceva mentre dubitavate
ancora. Aveva il dono della lucidità. L’esposizione dell’argomento
era perfetta. Ciò nonostante, malgrado il suo stile, molte cose mi
spiacevano. Dava troppa importanza a ciò che chiamava la lotta di
classe, all’antagonismo fra lavoro e capitale, al conflitto degli
interessi.
Il babbo mi riferì allegramente l’apprezzamento del dottor Hammerfield
su Ernesto: «Un insolente bòtolo, gonfiato di boria da un sapere
insufficiente», e come non avesse punto voglia di rivederlo.
Invece, il vescovo di Morehouse si era interessato molto di Ernesto
e desiderava vivamente avere una nuova conversazione con lui. «Un
giovanotto forte», aveva dichiarato, e «vivace, molto vivace, ma troppo
sicuro di sè, troppo sicuro!».
Ernesto ritornò un pomeriggio, con papà. Il vescovo di Morehouse
era già arrivato, e sorbivano il thè sulla veranda. Devo dire che
la prolungata assenza di Ernesto a Berkeley si spiegava col fatto
che egli seguiva dei corsi speciali di biologia all’Università, e
anche perchè lavorava molto a un’opera nuova intitolala: «Filosofia e
Rivoluzione».[17]
Quando Ernesto entrò, la veranda sembrò improvvisamente rimpicciolita:
non perchè egli fosse straordinariamente alto (era alto un metro e
settantadue) ma perchè sembrava irradiare un’atmosfera di grandezza.
Fermandosi per salutarmi, mostrò una leggera esitazione, in istrano
contrasto con i suoi occhi arditi e la sua stretta di mano ferma
e sicura. I suoi occhi non erano meno sicuri, ma, questa volta,
sembravano interrogare, mentre mi guardavano, come il primo giorno,
indugiando un po’ troppo.
— Ho letto il vostro libro: «Filosofia delle classi lavoratrici», — gli
dissi, e vidi i suoi occhi brillare di contentezza.
— Naturalmente, — rispose, — avrete tenuto conto dell’uditorio al quale
la conferenza era rivolta.
— Sì, ed è appunto su ciò che vorrei interrogarvi.
— Anch’io, — disse il vescovo di Morehouse, — ho una questione da
definire con voi.
A questa doppia sfida, Ernesto alzò le spalle, con aria di rassegnato
buon umore, e accettò una tazza di thè.
Il vescovo s’inchinò per darmi la precedenza.
— Voi fomentate l’odio di classe, — dissi a Ernesto. — E mi pare
che sia uno sbaglio, un delitto, fare appello a tutto ciò che vi è
di ristretto e di brutale nella classe operaia. L’odio di classe è
anti-sociale, e mi sembra anti-socialista.
— Mi difendo, pur essendo innocente, — rispose Ernesto. — Non c’è odio
di classe nè nella parola, nè nello spirito di nessuna mia opera.
— Oh! — esclamai in tono di rimprovero.
Presi il libro e lo apersi.