Anche il signor James Hawarden era fuor di casa, ma dovea rientrarvi
prima delle sette, ed erano le cinque e mezzo.
Mi si offerse d’attendere. Io pregai Dick di rientrare all’albergo e
tornar a prendermi due ore dopo.
Dopo una mezz’ora, udii battere tre o quattro colpi alla porta; era il
padrone che, rientrando, s’annunciava in tal modo.
Io lo aspettava in una specie di parlatorio; e quantunque la luce fossa
scemata per l’appressar della notte, egli mi riconobbe subito.
— Ah! siete voi mia bella fanciulla? mi diss’egli con un sorriso misto
ad una certa tristezza; m’immaginavo, nel lasciare Hawarden, che non
tarderei molto a rivedervi a Londra.
— È egli un rimprovero che mi fate, signore? chies’io.
— No, la gioventù è ardita, e la bellezza ha i suoi destini venturosi o
fatali, ai quali non può sfuggire. — Volete entrare nel mio gabinetto?
Vi saremo più liberi per parlare, giacchè suppongo che avrete non poche
cose a dirmi.
— Se voi siete tanto buono da ascoltarmi....
— Venite, figliuola mia.
E, prendendo un candeliere, mi precedette.
Entrammo e sedemmo in un gabinetto elegante e semplice in una volta.
— Ebbene, eccovi dunque, mi diss’egli; e che venite a far qui?
— Signore, gli dissi, quando vi ho chiesto se conoscevate il pittore
Romney, dicendovi ch’egli era parente d’una mia compagna di collegio,
ho mentito.
Il signor Hawarden sorrise d’un singolare sorriso.
— V’ingannate, signore, soggiunsi arrossendo; non ho visto che una sola
volta il signor Romney: egli stava alla spiaggia del mare con una dama
a nome miss Arabella.
— Diffatti, disse il signor Hawarden, mi fu detto ch’egli viaggiava con
essa.
— Ora, ripigliai, lasciate ch’io vi dica la verità.
E gli raccontai il nostro incontro in tutti i suoi particolari;
l’indirizzo datomi da miss Arabella; le offerte fattemi da ambedue; gli
dissi senza nulla celargli come avevo lasciata la casa di suo padre,
come ero venuta a Londra, e la visita senza risultato fatta poco prima
ad Oxford Street.
Egli mi lasciò dir tutto, poi, guardandomi fiso e serrando le mie nelle
sue mani:
— Figlia mia, mi disse con una gran dolcezza, ma al tempo stesso con
una certa solennità, quando si ha l’età vostra e la vostra bellezza,
due sono i cammini nella vita: l’uno, diritto e semplice attraverso una
pianura dall’aspetto monotono e tranquillo, che mena col matrimonio e
la maternità ad una vecchiezza onorata ed onorevole; l’altro, che si
eleva talvolta per lasciarvi travedere splendidi orizzonti, talvolta si
abbassa per forzarvi a traversare fangose paludi: seguendo questo, si
giunge per tre stadi al fine della vita: l’uno si chiama l’orgoglio,
il secondo la fortuna, il terzo l’onta. Voi siete al bivio delle due
strade. Vedete quale delle due volete seguire.
— Oh! signore, potete voi domandarmelo?
— Sì, fanciulla mia, posso e devo chiedervelo, giacchè, prima d’essere
moralista, lasciatemelo dire, sono filosofo. Ora io non credo, come
dicono certi spiriti assoluti, che l’uomo fruisca interamente del
suo libero arbitrio; credo al potere irresistibile della materia
sull’anima, più che al comando dell’anima sulla materia. Ancorchè
prendiate la via retta e semplice, talora l’oscurità della notte,
talora l’ebbrezza de’ sensi, ve ne faranno ritorcere. Buoni consigli
ed una buona guida vi rimetteranno in cammino; ed io sarovvi, ove
il vogliate, guida e consiglio; ma hanvi condizioni primitive in
certe organizzazioni, di cui non possono trionfare nè i consigli, nè
l’esempio: la società le respinge, la legge stessa le punisce, ma la
scienza le compiange e qualche volta anche le assolve. È però sempre
una fortuna di più lo scegliere il buono anzichè il cattivo sentiero:
è già una bontà della Provvidenza il non aver trovata quella donna:
volete voi promettermi di non andar mai di moto proprio, nè a casa di
lei nè da Romney?
Stetti muta.
— Voi esitate? mi diss’egli.
— No, signore; ma io aveva vagheggiato un avvenire melodioso e dorato,
mi si è tanto detto che, venendo a Londra, vi farei la mia fortuna, che
vi sono venuta senza punto curarmi del modo con cui la si farebbe. È
egli troppo il chiedervi cinque minuti per dar tempo all’illusione di
dileguarsi?
— Povera fanciulla! mormorò il dottore.
Restai pensierosa: sentivo il suo sguardo fiso nel mio, e parevami che
questo sguardo mi penetrasse nell’animo, dandogli una forza di volontà
sconosciuta fin allora.
— Signore, gli dissi dopo alcuni momenti, vi prometto di non cercar
mai di rivedere nè miss Arabella nè il signor Romney: vi prometto
di non andar da loro, ma se essi vengono a me, se io li incontro
senza cercarli, non vi prometto di aver la forza di resistere alla
tentazione.
— Avrai fatto quanto potevi, rispose il signor Hawarden, e non si può
chieder di più ad una figlia d’Eva.
In quel momento si udì batter due volte la porta; questi due colpi
indicavano l’umiltà di colui che picchiava.
Io trasalii.
— Che avete? mi chiese il dottore.
— Signore, gli dissi, è probabilmente Dick, il fratello d’Amy, che
viene a cercarmi. Se volete che io profitti dei vostri buoni consigli
non mi lasciate tornare presso l’amica: è dessa che m’ha fatto
abbandonare Hawarden, è dessa che m’ha trascinata a Londra; e, se mi
perdo, ho il presentimento di perdermi per mezzo suo.
— Sta bene; dite che vi fermate qui stasera, e che vi ritengo, perchè
ho promesso di trovarvi un posto domani.
Il servitore che mi aveva introdotta aprì la porta del gabinetto, e
volgendosi al suo padrone:
— Signore, disse, il giovinetto che ha accompagnato madamigella viene a
riprenderla.
— Fatelo entrare, rispose il signor Hawarden.
Poi, aprendo una porta da cui vedevasi un salotto ove stava ricamando
una giovin donna di 23 a 24 anni, con ai piedi un bimbo seduto che
sfogliava un libro d’incisioni:
— Amica mia, le diss’egli, eccoti la giovinetta di cui ti ho parlato,
tornando da Hawarden: ella è arrivata dalla casa di mio padre; sii
buona tanto da darle ospitalità fino a domani: domani spero trovarle il
posto che le conviene.
La signora si alzò e mi venne incontro.
In quel momento Dick comparve alla porta.
— Dick, gli diss’io, scusatemi con Amy, perchè mi fermo presso i
signori Hawarden: se la speranza datami dal mio degno protettore si
realizza, vi scriverò tosto.
— Ebbene, ve lo diceva io, madamigella, che non bisognava diffidare? Il
buon Dio è buono, e v’ha a Londra posto per tutti: in ogni caso, signor
Hawarden, potrete vantarvi di aver reso servigio a quella che era ieri
la più bella fanciulla della provincia, e che è oggi probabilmente la
più bella fanciulla di Londra. A rivederci, madamigella Emma; signore e
signora, Dio vi rimeriti.
Ed uscì felice della mia felicità.
Questa felicità non era precisamente quella che io aveva vagheggiata:
ciò che a me pareva felicità era la vita clamorosa, agitata, colle
subitanee fortune, le repentine catastrofi, le inaspettate peripezie.
Certo quella donna che or ora m’aveva abbracciata come una sorella, che
aveva abbracciato suo marito come un fratello, ed erasi, sorridente
e tranquilla, riseduta accanto al bimbo, che dal canto suo non avea
neppure alzato gli occhi dal libro per vedere chi entrasse; quella
giovin donna che avea ripreso il suo ricamo con una mano, cui le
passioni parevano non avere agitata giammai, che assortiva i colori dei
fiori con una noncurante destrezza, ed una paziente abilità, quella
donna era felice; ma come lo avea così bene spiegato il sapiente
dottore hanvi nature alle quali non può bastare questa fredda e
monotona felicità.
E ancora, qual probabilità eravi per me di giungere al punto cui
ella era giunta? Era io nata ricca ed onorata com’essa, per trovare
a diciott’anni uno sposo illustre nella scienza, che mi condurrebbe
in un elegante salotto, caldo, dolce ed aggradevole come un nido? —
No, io era una povera contadina senza beni di fortuna e quasi senza
educazione: non osava rispondere quando mi si chiedeva quel che
facesse mia madre, e poteva appena rispondere quando mi si domandava
il nome del padre mio. Era bella, ecco tutto: dovea dunque chiedere
alla mia bellezza ciò che le altre si aspettavano dalla nascita, dalla
educazione e dal loro stato: non avendomi largito che questo dono, Dio
me lo avea forse dato per supplire a tutto ciò che mancavami.
Spettava dunque alla mia bellezza il decider di me, anzi che a me il
decidere della mia bellezza.
Ecco le riflessioni che io facevo in vedere quella placida famiglia, in
cui il marito leggeva, mentre la moglie ricamava ed il bimbo guardava
le incisioni.
Ma, quale distanza da questa tranquillità a quel portamento altero e
risoluto di miss Arabella, a quell’ardente entusiasmo, a quella vita
libera, a quella gloria artistica di Romney! Erano senza dubbio bimbi
che si trastullavano, e una moglie che ricamava come la donna ed il
bimbo che io aveva sott’occhi, quelli ch’egli aveva abbandonati, e per
verità, se ciò era così, io non mi sentiva coraggio di fargliene un
delitto!
O folle giovinezza! o immaginazione insensata!
Oimè! quando, giunta all’altra estremità della vita, io guardo oggi
con gli occhi del pentimento quel che guardava allora cogli occhi
dell’illusione, come vorrei essere stata la dolce giovine, e aver
trascorsa la mia vita a ricamar fiori, col marito accanto ed il bimbo
a’ piedi, anzichè la brillante e colpevole Emma Lyonna, la ricca e
possente Lady Hamilton!
Alle sette, madama Hawarden fece il thè: alle nove cenammo; tutta la
differenza fra il signor Hawarden padre ed il Hawarden figlio fu nel
far cenare il bimbo con noi. Alle dieci fui condotta nella mia camera.
Dick aveva avuto cura di portarmi il mio piccolo fardello: i pochi
panni che lo componevano e le cinque lire che mi restavano, dopo pagato
il viaggio, erano tutto il mio avere.
Il domani, non sapendo se dovessi discendere attesi che mi si
prevenisse di quel che dovea fare: vennero ad annunciarmi che la
colezione era pronta, e discesi.
Il signor James Hawarden rientrava allora appena.
Egli mi mosse incontro tutto lieto, dicendomi:
— Ebbene io sono riuscito, e sta ora e voi lo scegliere il cammino
indicatovi ieri. Uno dei miei clienti, il signor Plowden, uno dei più
ricchi gioiellieri di Londra, ha bisogno d’una damigella di magazzino.
I vostri occhi potranno spesso far danno a’ suoi diamanti, ed i vostri
denti alle sue perle, ma, in fede mia, tanto peggio per essi. Voi
avrete cinque lire al mese dapprima, in seguito, si vedrà: dico in
seguito, perchè non intendo che basti la raccomandazione che gli ho
fatto per voi questa mattina. Ora è convenuto che voi entrate domani in
funzioni; vi conduco da lui e vi colloco.
Poi guardandomi dal capo ai piedi:
— Diavolo! esclamò.
Io arrossii.
— La mia toeletta; non è egli vero?
— Sì; non avete un abito più fresco e un po’ più di moda?
Scossi il capo.
— Siete bella, per Dio, e non è ciò che m’inquieta; sareste vezzosa
anche vestita di bigello e di cenci; ma bisogna avere una certa
apparenza per entrare in siffatti negozi alla moda. Se vi fosse tempo
da qui a domani...
In quel momento la cameriera di madama Hawarden entrò.
— Madama non è qui? chies’ella.
— No; che volete da lei?
— Madamigella Cecily la domanda.
— Appunto la sarta! disse il signor Hawarden; pregate Cecily di
attendere, e madama di venir qui.
La cameriera uscì, e cinque minuti dopo entrò madama Hawarden. Io
aspettava tutta confusa.
— Ti ho fatto chiamare, amica mia, le disse suo marito, per chiederti
se, da qui a domattina, madama Cecily può fare un abito a questa
fanciulla.
— Ciò mi par difficile; ma, aspetta.
Madama Hawarden mi guardò a sua volta con attenzione, ed
appressandomisi, misurò alla mia la sua spalla.
— Credo che potrò trarvi d’impaccio, diss’ella.
— M’affido a te.
— La sarta, seguitò madama Hawarden, mi porta appunto un abito semplice
ma elegante; madamigella ha la mia statura, è forse un po’ più gracile
di me, in ogni modo se credi potremo combinarci così: essa potrà
prendere il mio abito, e siccome io posso attendere, Cecily me ne farà
un altro.
Suo marito la baciò in fronte.
— Tu sei un angelo, rispos’egli; no, m’inganno una santa, o piuttosto
l’uno e l’altra ad un tempo.
Poi, volgendosi a me:
— Ciò vi conviene, madamigella, e vorrete voi portare un abito fatto
per mia moglie?
— Ne sarò felice e orgogliosa.
Il signor Hawarden suonò il campanello.
— Fate entrare madamigella Cecily.
La sarta entrò.
— Vi lascio, ripigliò il signor Hawarden, la cosa dee passarsi fra voi.
Ed uscì.
L’abito pareva fatto a mio dosso.
Il domani alle dieci del mattino io era stabilita presso il signor
Plowden, nel più bel negozio dello Strand, e il signor Hawarden
prendeva commiato dal padrone del negozio, raccomandandomegli come
fossi stata sua figlia.
Ho certo avuto molte vesti dipoi, ma non ne ebbi mai una che mi facesse
più bella, e mi andasse meglio di quella di madama Hawarden.