Come al solito, il sabato vegnente all’ora stessa degli altri sabati,
partimmo per la campagna. Il cavallo s’ebbe i tre colpi di frusta cui
era avvezzo, e dopo due ore e dieci minuti ponemmo piede a terra.
Non avevo punto dimenticate le istruzioni d’Amy: aveva prese meco le
mie sette lire aumentate da dodici scellini, che il signor Tommaso
Hawarden mi avea pagati il dì innanzi, ma non ebbi bisogno di valigia
per chiudere la mia roba: una salvietta annodata ai quattro lati erami
bastata.
Sarebbe difficile lo esprimere i sentimenti che mi assalirono
nell’entrare in quella casa che io rivedeva forse per l’ultima volta,
da cui mi allontanava forse la notte seguente, fuggitiva, senza saper
dove andassi, ed in qual nuovo ed incognito mondo mi slancerei, sotto
la protezione di quella capricciosa divinità che si chiama Caso.
Considerai, qualora la mia fuga venisse risoluta, quali sarebbero
gli ostacoli che avrei a superare: disgraziatamente non erano tali
da arrestare una testa folle come la mia. La camera dei fanciulli
e mia era a pianterreno e guardava sul giardino, la porta del quale
metteva alla spiaggia, e sulla spiaggia Amy e Dick, liberi da ogni
sorveglianza, potevano attendermi.
Il domani all’ora stabilita io era sulla spiaggia coi bimbi: Dick e
Amy mi aspettavano al posto stesso ove un mese prima avevo incontrato
Romney e miss Arabella, i quali da tre settimane erano partiti da Park
Gate, ma non potea sapersi ove fossero andati: siccome però s’eran
fatti condurre a Chester, recavansi probabilmente a Londra.
Nel dubbio, Amy e Dick eran d’avviso di partire: Dick soprattutto
parea desideroso di allontanarsi dalle coste d’Irlanda. Siccome su’ tre
pareri ve ne avean due per la partenza, la maggioranza prevalse.
La vettura per Londra ponevasi in cammino il domani, alle sei del
mattino, e Amy aveva avuta la cautela di ritenere i nostri due posti
nell’interno, e quel di suo fratello sull’imperiale.
A mezzanotte mi aspetterebbero ambedue alla porta del giardino: una
barca ci condurrebbe a Chester, ove arriveremmo un’ora almeno prima
della partenza del Coach-Post.
Prese queste disposizioni, Amy e Dick si allontanarono.
Il giorno trascorse colla consueta regolarità: ho osservato che nulla
passa più presto delle giornate regolari, o piuttosto che, una volta
passate, nulla pare essersi più velocemente dileguato, attesochè,
lasciando solo uniformi ricordi, e non essendo notate da alcun
avvenimento piccante, questi ricordi si cancellano nella tinta fosca e
monotona d’una vita senza gioie e senza dolori.
Giunta la sera, i bambini si coricano all’ora solita; io andai a cena
coi coniugi Hawarden, poi, alle dieci precise, entrai nella mia camera.
Ebbi la precauzione di portarvi penne, carta ed inchiostro, volendo
scrivere due lettere, una al signor Hawarden, l’altra a mia madre.
Scrissi al primo, ringraziandolo della bontà che aveva avuto per me,
dicendogli che non dimenticherei mai l’anno che avevo avuto la fortuna
di passare in sua casa, ma che un desiderio più forte della mia volontà
mi trascinava verso quel paese di chimere che ha nome Londra; che
io partiva raccomandandomi alle sue preci e a quelle di sua moglie,
come fa al suo salire in un fragile schifo il povero marinaio, che si
avventura in un incognito mare.
Scrissi a mia madre che, avendo trovato a Londra, presso una ricca
signora, un posto eccellente che dovea fruttarmi dieci lire al mese, io
partiva per quella città. Aggiunsi, ma senza darle altre spiegazioni,
che se il posto fosse quale mi si annunciava, non tarderei a provarle
la mia riconoscenza per le cure prese di me: le dissi infine che se io
non mi recava a farle i miei addii, si era nella tema di non aver più
il coraggio di staccarmi dalle sue braccia.
Scritte queste lettere, piegatele, e postivi gl’indirizzi, mi sentii
più tranquilla.
In un’altra famiglia avrei potuto temere che i padroni si ritirassero
tardi, ovvero l’incontro del giardiniere o qualche altra persona in
giardino; ma la casa del signor Hawarden era troppo bene regolata,
perchè mi avvenisse un tale inconveniente.
Udii a suonare le 11, poi la mezza al pendolo della sala da pranzo,
simile per esattezza a quello di Hawarden; colla differenza, che in
luogo del sabato a mezzogiorno, veniva caricato alla medesima ora nella
domenica. Lasciai trascorrere ancora dieci minuti circa; abbracciai nel
lor letto i bimbi, che, dalla regolarità con cui dormivano, attestavano
la incontestabile figliazione; apersi la finestra, e da questa scivolai
nel giardino, tentando, se non di chiuderla, almeno di avvicinarne le
due imposte.
Appiè della finestra fui costretta a fermarmi un istante: per quanto
non avessi gran che a temere, il mio cuore batteva violentemente:
per soprappiù la notte era tetra, e dacchè abitavo Hawarden io era
ricaduta in quei puerili timori ispirati dalle tenebre, che non avevo
avuti giammai quando abitavo la masseria e scorrevo le mie notti nelle
montagne.
Ma in capo a qualche secondo, questo terrore, piuttosto prodotto
dall’azione stessa che io commetteva, che dalle condizioni in cui
la eseguivo, questo terrore svanì; i miei occhi si abituarono alla
oscurità; grazie alla ghiaia ond’era sabbiato il terreno, io lo vidi
svolgersi dinanzi ai miei occhi come una lunga e fosca striscia: questa
striscia menava direttamente alla porta del giardino che metteva al
mare.
Corsi verso questa porta: giuntavi, sostai: mi pareva d’aver udito a
parlare dall’altra parte del muro: era ben naturale, Amy e Dick erano
là che mi aspettavano.
Ripigliai fiato e chiesi a mezza voce:
— Sei tu, Amy?
La voce d’Amy risposemi affermativamente: udii inoltre la stessa voce
che diceva a Dick:
— È dessa, eccola.
Era evidente che essi, malgrado l’accordo della mattina, temevano ch’io
mancassi alla mia parola.
Apersi la porta girando solo la chiave e tirando due catenacci. Per
vero nessuna fuga, seguita da così strani risultati, fu accompagnata da
men romantici avvenimenti.
Dietro la porta mi attendevano Amy e Dick. Osservai che Dick era armato
di una corta carabina e d’un paio di pistole. Egli s’era fatto un
robusto giovinotto di 18 anni, dall’aspetto coraggioso e risoluto.
Chiuse la porta e la serrò al di fuori colla chiave, affinchè, noi
partiti, nessuno potesse introdursi nel giardino, e gettò la chiave
dall’alto del muro.
Una piccola barca attendevaci a qualche passo di distanza: Amy ed io vi
salimmo prime; Dick la spinse e vi saltò dentro, mentre già cominciava
a correre sull’acqua; poi, impadronitosi dei remi, vogò arditamente.
Era, il ricordo, una bella notte dell’agosto 1797, la notte del 15
al 16 luglio, quando abbandonai la placida casa che non dovea più
rivedere, lasciandomi dietro tutte le innocenti rimembranze della
fanciullezza, attraverso le quali non dovea più ripassare che in sogno,
e per dire, come Francesca da Rimini:
«...... Nessun maggior dolore,
Che ricordarsi del tempo felice
Nella miseria;..........»
Trentasett’anni sono decorsi da quella notte, e quando chiudo gli
occhi, e mi concentro nei miei pensieri, mi par che sia ieri, e
riveggo tutti gli oggetti che colpirono in quel momento i miei occhi e
preoccuparono il mio spirito.
Il cielo era oscuro, ma dalla sola assenza della luna: milioni di
stelle brillavano nel fosco suo azzurro, riflettendosi nell’azzurro
più cupo ancora delle acque del golfo. La casa del signor Hawarden,
dinanzi a cui passavamo tacitamente, lasciandoci dietro un solco che si
cancellava all’istante, scompariva alla nostra destra come una massa
grigia: un fuoco splendeva al sommo d’una collinetta sulla costa che
avevamo appena lasciata, e sull’opposto lido un cane latrava in qualche
invisibile fattoria.
Approdammo verso le tre all’altra riva del golfo. Dick allogò il suo
battello vicino ad uno schifo ancorato alla spiaggia: al suo richiamo
due uomini si alzarono: egli scambiò con essi qualche parola, consegnò
loro le sue armi, strinse la mano dell’uno, abbracciò l’altro, saltò a
terra e ci porse la destra per discendere: i suoi addii eran fatti.
Movemmo per la via di Chester, discosta presso a poco una lega dal
lido. Una lega era ben poca cosa a campagnuoli come noi: portai il mio
piccolo fardello; Dick, il quale probabilmente non possedeva che gli
abiti che indossava, s’incaricò di quello d’Amy.
Arrivammo a Chester all’apparire del giorno. Dick ci condusse in una
specie di taverna vicina all’ufficio della diligenza: Amy ed io ci
facemmo portare una coppa di latte ciascuna: Dick, meno pastorale di
noi, trangugiò un bicchiere d’acquavite. L’ora trascorse alla meglio, e
alle sei montammo in carrozza.
La strada non ci offrì incidente alcuno che meriti d’esser qui
ricordato. Traversammo le città principali del centro dell’Inghilterra,
Lichfield, Coventry, Oxford, ed il terzo giorno arrivammo a Londra
verso le quattro del pomeriggio.
Dick s’era munito dell’indirizzo d’un piccolo albergo, ove qualche
parola di riconoscimento dovea farlo il benvenuto, essendo, a quel che
pareva, l’albergatore in relazione con tutti i contrabbandieri della
costa.
Quest’albergo era sito nella piccola via di Villiers, che confinava da
un parte col Tamigi, dall’altra collo Strand.
Confesso che al mio entrare in Londra fui più impaurita che sorpresa.
Quelle vetture che s’incrocicchiano in tutti i sensi; quel clamore
continuo, in mezzo al quale tenterebbe invano di farsi udire quello
del tuono; que’ pedoni spaventati che corrono anzichè andare;
quell’atmosfera che da limpida e pura, quale l’avevamo sentita,
viaggiando nelle campagne, erasi fatta fosca e grave, dacchè eravamo
entrati nella città; quel miserabile albergo, ove eravamo venuti a
cadere, dopo una corsa di sessanta ore, tutto ciò insomma non era fatto
per dare una dorata e poetica realtà ai miei sogni.
Dick chiese una camera per Amy e per me, e siccome l’incertezza in cui
ero sulla presenza di miss Arabella a Londra non mi lasciava un istante
di riposo, tosto ultimata la mia toeletta, presi il braccio di Dick e
mi feci da lui condurre a Oxford Street. Dick non conoscea meglio di
me la via che conduceva a questa meta di tutte le mie speranze, ma ne
prese notizia, e siccome Oxford Street era poco distante dal nostro
albergo, in men d’un quarto d’ora vi fummo.
Il numero 23 era impresso alla porta d’una graziosa palazzina, dal
cui cortile, attraverso un’inferriata, distinguevasi la lussureggiante
verdura d’un giardino.
Uno Svizzero in gran livrea stava ritto sul limitare della porta.
Ebbi un certo timore nel dirigere la parola ad un personaggio che
parevami considerabile, e con voce tremula per doppia emozione, gli
chiesi se miss Arabella era a Londra.
— Che volete da sua signoria? domandommi egli.
— Ho avuto l’onore d’incontrarla a Chester or fa quasi un mese, e mi ha
detto di venire a ritrovarla in Londra: ed ecco l’indirizzo ch’ella mi
ha dato, risposi.
Lo Svizzero sonò una campana, ed una cameriera discese.
— Rispondete a questa fanciulla, mistress Northon, disse lo Svizzero,
ripigliando la sua maestosa immobilità.
Ripetei alla donna quel che avevo già detto allo Svizzero, e le
presentai l’indirizzo datomi da miss Arabella.
— È di fatto la scrittura di madama, diss’ella, dopo averlo letto, ma
disgraziatamente, madama non è a Londra.
— Oh, Dio mio! E dov’è ella? Ed io che venni qui solo per lei!
— L’ultima sua lettera veniva da Douvres: ci annunziava ch’ella partiva
per la Francia.
— E, chies’io col cuore affranto da questo primo disinganno, nulla vi
fa sospettare l’epoca del suo ritorno?
— Nulla; — è probabile però che madama sia qui per le corse.
— E quando avranno luogo queste corse?
— Dal 15 al 25 agosto.
— Che fare? diss’io, volgendomi a Dick.
— Eh! rispos’egli, attendere.
— Se madamigella vuole scrivere il suo nome, ripigliò la cameriera,
appena tornata madama, le si mostrerà.
— Volentieri.
Entrai nella stanzina dello Svizzero e scrissi — Emma Lyonna.
— Avrete la bontà di dire a madama, seguitai, che è la giovanetta da
lei incontrata nel ducato di Galles, in riva al mare, ed alla quale
ella ha dato il suo indirizzo, perchè venisse a raggiungerla in Londra.
— Ed ove si potrà trovarvi, se madama ordina che vi si cerchi?
— Nol so ancora; arrivo da mezz’ora appena ed ignoro quel che farò.
— Per ora, disse Dick, abitiamo....
Lo interruppi comprendendo che l’indicazione del nostro albergo darebbe
poca opinione di noi.
— Per ora, dissi, si saprà sempre ove trovarmi — presso il signor James
Hawarden chirurgo a Leycester Square.
Volete che aggiunga, al mio, il suo indirizzo?
— È inutile: egli ha curato Tom quando si ruppe la gamba.
— Grazie; ed ora, dissi a Dick, abbiate la bontà di condurmi dal signor
Hawarden.
Dick s’informò del sentiero da prendere. Per fortuna Leicester Square
non era molto discosto da Oxford Street, e ripigliammo il nostro
cammino.