Se il signor Hawarden avea creduto allontanarmi dalla tentazione,
ponendomi in mezzo ai diamanti, agli smeraldi, ai rubbini, agli
zaffiri, ed alle perle del signor Plowden, egli s’era di gran lunga
ingannato. Quel dotto anatomico, che leggeva nel petto e nei visceri
dei suoi ammalati le loro infermità fisiche, non avea saputo leggere
nel mio cuore la infermità morale che lo divorava.
Farmi toccare ad ogni istante del giorno quei mille gioielli d’ogni
forma, che costituiscono quel superfluo, tanto necessario, dirò anzi
indispensabile, alla donna veramente donna: farmeli mettere al collo,
ai polsi, agli orecchi di creature meno belle di me, ma che condotte a
quella fonte di luce dai loro mariti o da’ loro amanti, se li portavano
via per adornarsene ai balli, ai teatri, alle feste, era far giocare la
polvere col fuoco.
Dieci o dodici giorni dopo il mio collocamento, il signor Hawarden
venne a chiedere mie nuove: gli furono date eccellenti: il signor
Plowden era soddisfattissimo di me; pretendeva che la maggior parte
dei signori che venivano a far acquisto di gioielli per le loro mogli o
le loro amanti, si servissero del pretesto di queste compere per veder
me, e che, se avessero osato, ne avrebbero fatto piuttosto dono al mio
collo ed alle mie braccia, che a quelli delle loro donne.
Eravi in ciò molto di vero, nè io m’ingannava sull’effetto che
produceva.
Il signor Hawarden, tutto lieto, chiese al suo cliente di permettermi
di andare a trascorrere in casa sua la vegnente domenica, volendo
egli farmi una sorpresa: mi ricondurrebbe il domani per tempissimo. Il
signor Plowden acconsentì, tanto più volentieri quanto che la domenica
a Londra non un magazzino è aperto; talchè la gentilezza ch’egli mi
usava era più un vantaggio che una privazione per lui.
La casa del signor Hawarden non era, come si sarà potuto giudicare
da quel po’ che ne ho detto, d’una folle allegria, ma i quindici
giorni trascorsi seduta in negozio, astretta a mostrare i gioielli, ad
encomiare le persone che se ne adornavano, ed a spingere gli avventori
alla generosità, mi avevano insegnato ad apprezzare ventiquatt’ore, se
non di piacere, almeno di riposo.
Poi il signor Hawarden avea parlato di sorpresa, ed io chiedeva a me
stessa quale poteva essere.
La domenica mi trovai a Leicester Square all’ora dell’asciolvere.
Madama Hawarden mi ricevè colla dolcezza e la benevolenza che le erano
abituali. Era una magnifica giornata d’agosto: si attaccarono i cavalli
alla vettura e andammo a passeggiare a Hyde Park.
Non conosceva di Londra che Williers Street, Oxford Street, Leicester
Square e lo Strand; quest’aristocratica gita fu dunque il principio
della mia introduzione in un altro mondo. Quegli squadroni di cavalieri
vestiti della ricca assisa dell’epoca, quelle eleganti amazzoni dalle
vesti e dai veli fluttuanti, quegli squisiti modi dell’alta società
inglese mi stupirono.
Avrei dato metà del tempo che restavami a vivere, per condurre uno di
que’ leggieri calessi, che ci passavan dinanzi rapidi come il turbine,
o per corvettare con uno di quei bel cavalli nel viali riserbati ai
cavalieri.
Decisamente il signor Hawarden avea adoperato per guarirmi
dall’ambizione e dall’orgoglio una cura che correa rischio di produrre
un effetto totalmente contrario a quello ch’ei s’attendeva.
Tornammo per Green Park, che traversammo a piedi, pel piacere del
bimbo, e rientrammo a casa per desinare.
Chiesi ai signor Hawarden se quella era la sorpresa di cui mi aveva
parlato.
— No, mi diss’egli: pare vi siate divertita al passeggio; ma ho assai
meglio di ciò ad offerirvi; voglio farvi vedere Garrick.
Ignorava completamente chi fosse Garrick. Non ebbi la debolezza di
nascondere la mia ignoranza; gliene chiesi la spiegazione.
— Ah! è vero, mi rispos’egli, Garrick è il primo attore che sia mai
stato al mondo.
Spalancai gli occhi.
— Egli recita probabilmente stasera per l’ultima volta, mentre per la
prima esordisce una giovane attrice, cui promettono un grande avvenire,
madama Siddons. Sheridan, del quale sono amico e chirurgo ad un tempo,
mi ha serbato un palco per questa solennità, e, come m’ero proposto, ho
voluto farvi partecipe di questa munificenza.
— Come! esclamai, andrò al teatro, vedrò una commedia?
— No, una tragedia, ma spero vi piacerà egualmente.
Misi un grido di gioia, battendo l’una contro l’altra le mie mani come
una bambina.
— Oh! quanto siete buono, signor Hawarden! Vedrò una tragedia! Vi
saranno dunque re e regine sulla scena!
— Oggi no, ma vi saranno due amanti che valgono un re ed una regina.
— E qual’è il titolo di questa tragedia?
— _Giulietta e Romeo_, uno dei quattro capo lavori di Shakespeare.
— Ed io la vedrò! esclamai con giubilo. Dio mio, quanto sono felice!
— Orsù alla buon’ora! disse il signor Hawarden, è una soddisfazione il
procurarvi un piacere.
Io era di fatti in estasi: aveva udito più volte a parlar di teatro, ma
non aveva idea di quel che fosse. Alcune alunne di madama Colmann, che
già avevano udito a recitare qualche compagnia di provincia, ne erano
tornate tutte sorprese.
Che sarebbe dunque a Londra?
— A qual ora comincia? domandai al signor Hawarden.
— Alle sette e mezzo precise.
— E finisce?
— Presso a poco alle undici.
— Quindi lo spettacolo dura tre ore e mezzo?
— Ma da queste tre ore e mezzo bisogna detrarre gl’intermedj degli atti.
— Assisteremo al principio, non è egli vero?
— Saremo nel nostro palco all’alzar della tela.
— Ma Dio mio, non sono ancora che le sei!
— Meno cinque minuti, ma il tempo passerà: Abbiamo qualche cosa a fare;
prima il thè da prendere, ed ecco appunto che ci viene portato; poi la
vostra toeletta da preparare.
— La mia toeletta? Oh! sapete pure, signor Hawarden, che io non ho
altro abito che questo, donatomi da madama; e, salvo che io non indossi
una altra volta la famosa veste azzurra, cosa che, v’assicuro, non
ambisco gran che....
— L’azzurro vi sta però bene.
— Sì, ma non l’abito: ricordatevi che tale è stata appunto la vostra
opinione.
— Oh! ma tutto ciò si accomoderà, spero.