Entrai presso il signor Tommaso Hawarden il 20 settembre 1778: potevo
avere dai 12 ai 13 anni.
Il signor Hawarden era un vero antico puritano, grave e giusto in
ogni cosa. Sua moglie era dal canto suo fredda e severa: i bimbi, su
cui doveva vegliare, erano figli della lor figlia unica, morta etica
durante un viaggio del padre loro in America.
Erano tre: i due maggiori avevano 4 o 5 anni; l’ultimo era ancora
lattante.
Un gran oriuolo a pendolo, simile a quello dello zio Tobia, pareva
essere la divinità regolatrice della casa: tutti i sabati a mezzogiorno
lo si caricava, e mediante questa cura, cui non vidi il signor Hawarden
mancare una sola volta, tutta la settimana si trascorreva congegnata a
ruote non meno esatte di quelle del pendolo.
Voi mi domanderete chi rimpiazzava il signor Hawarden nel caricare
l’oriuolo al sabbato a mezzogiorno, se egli doveva assentarsi.
Vi risponderò che il signor Hawarden, sapendo di avere al sabbato
quest’importante occupazione, veniva a casa a undici ore e mezza se
era fuori, ovvero se dovea sortire non se ne andava che a mezz’ora dopo
mezzogiorno.
Durante un anno, che io passai presso il signor Hawarden, nol vidi
mai fare un passo più veloce dell’altro, mai dire una parola più forte
dell’altra, mai sorridere una sola volta, mai una volta sola adirarsi,
mai rifiutare una sola occasione di far il bene, mai commettere
un’ingiustizia per quanto leggera la fosse.
Madama Hawarden era letteralmente l’ombra del suo sposo. Ella facevami
l’effetto di quelle buone donne che indicano sul barometro il bel tempo
e la pioggia, ove la donna esce o rientra dietro al marito ripetendone
i gesti, aprendo l’ombrello s’egli lo apre in segno di tempesta,
chiudendolo s’egli lo chiude ad indicare il sole.
Il signor Tommaso Hawarden doveva esser ricco, per quanto non abbia
visto splendere altro denaro che i dodici scellini ch’io riceveva
tutti i primi del mese, alle 10 del mattino colla esattezza ordinaria,
dalla mano scarna e bianca come l’avorio di madama Hawarden. Tutta
la casa apparteneva ai due coniugi: guardava da una parte sulla
strada principale della città, dall’altra sopra un giardino dai viali
sparsi di sabbia marina, dalle aiuole circuite di bossolo, dai tassi
tagliati a piramidi. Un giardiniere avea cura di questo giardino, in
cui non vidi mai una foglia secca, un fiore divelto: i fanciulli vi
passeggiavano, ma sapeano di non avere il diritto di trastullarvisi, ed
esser loro proibito di toccare i fiori ed i frutti.
In estate ci alzavamo alle sei; alle sette in inverno. Alle otto, tutta
la famiglia, padroni e servi, entravamo in una specie d’oratorio,
ove sopra un seggio stava una Bibbia dai fermagli d’acciaio. Il
signor Hawarden leggeva questa Bibbia e una preghiera, cui sua moglie
rispondeva — Amen. — Finita la lettura e chiusa la Bibbia, entravasi
nella sala da pranzo, ove era imbandita una colezione, composta di
latticini, di burro e di latte: un gran vaso da thè, al quale ognuno
aveva il diritto di ricorrere a volontà, ma a cui pareva tacitamente
convenuto che non si ricorrerebbe che due volte, conteneva una dozzina
di tazze: eravamo cinque a tavola, il signor Hawarden, madama Hawarden,
i due fanciulli ed io, che, grazie alla parte delle mie attribuzioni
che innalzavami al grado d’istitutrice, aveva il diritto, poco
invidiato del resto dagli altri domestici, di mangiare al tavolo del
padroni.
Quando il pendolo faceva sentire quel rumore che negli orologi di
questo genere precede il suono delle ore, ci alzavamo tutti da tavola,
era per ciò rarissimo che qualcuno si trovasse ancora in sala quando
suonava la mezza.
A mezzogiorno preciso si andava a pranzo, eccettuato il sabato in cui
tardavasi d’un minuto, perchè il signor Tommaso Hawarden caricasse il
pendolo. Senza essere di lusso, il pranzo era convenevole: la bevanda
ordinaria era la birra; ma ognuno riceveva in una piccola bottiglia un
bicchierino di vino di Bordeaux che dovea servire pel pranzo e la cena:
i fanciulli, un mezzo bicchiere. Il pranzo durava un’ora.
A cinque ore si merendava con dei sandwich, del pane di segale, del
burro e qualche dolce; veniva in campo la thetiera della colazione, il
thè costituiva la sola bevanda, e, come la colezione, la merenda durava
mezz’ora.
Alle otto si cenava: la cena era presso a poco la ripetizione del
pranzo, tranne che i fanciulli non vi assistevano: alle sette e mezzo
si dava loro una fetta di pane coperta di burro, o miele, a loro
scelta, e poi si coricavano.
Non li ho mai uditi a piangere una sol volta, a meno che cadendo non si
facessero molto male.
Il giovedì dopo pranzo si metteva il cavallo al calessino. I bimbi, la
nutrice ed io vi salivamo, ed il cocchiere ci conduceva in qualcuno dei
prati che confinano colla città di Hawarden.
Allora era per noi tutti una festa. Il peso, che la diacciata atmosfera
della casa aggravava sui nostri petti, si sollevava; perfino il
lattante parea più lieto: la nutrice passeggiava, e i due fanciulli
correvano meco nell’erba, cogliendo fiori ed inseguendo farfalle.