Dopo la colezione, cui le tre grandi alunne assistettero senza
parteciparne, tutte le fanciulle condotte da madama Colmann tornarono
in città.
Il mattino innanzi sarebbe stato mio maggior desiderio di entrare
il giorno stesso in collegio, ma dopo quel che era avvenuto, il mio
entusiasmo s’era raffreddato, e chiesi a mia madre il permesso di
rimanere quel dì ancora alla masseria. Fu dunque stabilito ch’ella mi
condurrebbe al convitto la mattina del domane.
Nel lasciarmi, madama Colmann che, avendo visto la reazione operatasi
in me, temeva di perdere una alunna, mi fece mille carezze, e incitò
alcune delle fanciulle più piccole a far altrettanto, ma io sentii bene
che sarei sempre per quelle signorine _la piccola contadina, la figlia
della domestica della masseria_.
Mi dilungo su questi dettagli, che sembreranno forse a primo aspetto
puerili, perchè questi ed altri, onde avrò occasione di parlare in
seguito, ebbero una grande influenza sulla mia vita. I fiori devono
il loro splendore ed il loro profumo, i frutti il loro gusto e la
loro bellezza, non solo alle cure più o meno abili e premurose del
giardiniere che li coltiva, ma anche alla temperatura atmosferica
in cui il caso li pose. Il peccato mio originale era l’orgoglio; il
vento dello scherno e del dispregio, soffiandovi sopra, non fe’ che
infiammarlo invece di spegnerlo; e come Satana, il più bello ed il
più amato di tutti gli angeli, io, povera creatura umana, caddi per
orgoglio.
Uscite madama Colmann e le alunne, mossi verso la collina, ove, per tre
o quattr’anni, aveva guidato il mio piccolo gregge. A questa collina
convenivano la domenica alcune persone della città: tutte quelle della
masseria mi avevano già veduta nel mio nuovo splendore; l’impressione
prodotta su loro al mio primo apparire non potea più rinnovarsi; cercai
dunque da nuovi sguardi nuovi encomi.
Di fatto nel salire la collina, col mio gran cappello di paglia, i miei
lunghi capelli al vento, le guance porporine, incontrai varj gruppi
d’individui che mi guardarono: alcune voci dissero: — Ecco una bella
fanciulla. — Una sola chiese: — Non è ella la piccola guardiana del
gregge di madama Davison? —
Oimè, sì, era ben quella.
Questa domanda, che del resto non avea nulla di malevolo, avvelenò
tutta la gioia datami dalle lodi precedenti: — caddi in una triste
meditazione, e seguii ad occhi bassi il mio cammino, lasciandomi ad
uno ad uno cader di mano i fiori, che avevo raccolti per farmene una
corona.
Ad un tratto udii i festevoli latrati d’un cane, e Black, che m’avea da
lunge riconosciuta, si slanciò a me incontro, posandomi addosso le sue
zampe: la povera bestia non si dava pensiero degli abiti ch’io portava,
e credeasi sempre permesso di trattare la fiera alunna di madama
Colmann come la piccola guardiana di pecore. Un — _va via, Black_, —
accompagnato da un colpo di verga sulle irrispettose sue zampe, che
gli strappò un grido di dolore, fu la sola ricompensa che ottenne per
l’atto tenero questo amico, uno dei più antichi e più fedeli ch’io
m’ebbi.
Black si allontanò ad orecchi bassi, e scuotendo la testa come se
parlasse e rispondesse a sè stesso.
Il piccolo pastore, che m’avea surrogata a guardia del gregge, si alzò,
vedendo ch’io m’appressava, e mi disse quando gli fui vicina:
— Ah! siete voi, madamigella Emma! Quanto siete bella!
Gli sorrisi; era il solo complimento senza misto d’amaro ch’io avessi
ancor ricevuto. Gliene seppi buon grado: si vedrà l’influenza che
queste parole ebbero più tardi sul mio destino.
— Buon giorno, Dick,[1] gli rispos’io, tu sei un buon figliuolo e
saresti bello tu pure se fosti meglio vestito.
— Oh! io, seguitò egli, non sono che un povero contadino, nè muterò
probabilmente mai il mio vestito; ma voi pare si sia saputo che siete
una signorina.
Egli faceva allusione alle voci sparse intorno, circa una relazione
che avrebbe avuto mia madre col conte di Halifax, dopo ch’ella ebbe
ricevuto da quel signore cento lire sterline.
Non gli risposi, perchè non comprendeva ciò ch’egli volesse dire: gli
chiesi nuove di sua sorella, fanciulla presso a poco della mia età, che
serviva in una fattoria vicina alla nostra, e che avea nome Amy Sturg.
— Oh, diss’egli, ella sta bene, e sarebbe lieta di vedervi così bene
abbigliata.
— Credi? gli chies’io.
— Certo, rispos’egli: ella vi ama molto, madamigella Emma, e non è
punto invidiosa della fortuna altrui.
Era giunta vicino alla fontana: mi chinai per guardarmivi, ma non osai,
— ne ignoro il perchè, — in presenza di Riccardo dare alla mia immagine
il bacio ch’io le dava quand’era sola.
— Oh! disse Riccardo ridendo, guardatevi nelle nostre sorgenti, un
giorno vi guarderete in grandi specchi dorati, quali ve n’ha nella
bottega del mercante di Hawarden. Quando passerete dinanzi la sua
porta, potrete fermarvi e guardarvi dalla testa ai piedi senza che ciò
vi costi nulla.
Sedetti vicino alla fontana non pensando più a cercare in essa
un’incompleta riproduzione della mia immagine, ma vagheggiando di
vedermi dinanzi ad un grande e bello specchio dorato, in una camera
elegantemente addobbata, dai tappeti turchi, dalle cortine di seta
cilestri come il mio abito, dai mobili riccamente ornati. Chiusi gli
occhi per non veder più la realtà, e concentrarmi nel mio sogno.
— Oimè! quante volte ho io avuto di questi sogni, profetici baleni
dell’avvenire!
Donde poteano venirmi questo visioni di cose incognite? Forse i
primi miei sguardi avevano veduto splendori prontamente svaniti, ma
che aveano lasciato nella mia giovine mente i riverberi d’un mondo
anteriore. Quando io parlava di queste vaghe rimembranze a mia madre,
ella si contentava di rispondermi che io aveva probabilmente avuto
a matrina una fata, che la notte mi avea fatta viaggiare nei suoi
palazzi.
Questa volta ancora la mia matrina mi prese per mano, e per più
d’un’ora mi fe’ trascorrere i suoi fantastici dominj.
Mi riscossi sorridente e lieta, e riaprendo quegli occhi che avean
traveduti i più vaghi colori dell’arcobaleno:
— Addio, Dick, gli dissi; domani entro in collegio, ma i giovedì e le
domeniche ritornerò alla masseria, e di tanto in tanto verrò qui per
vederti.
E mi allontanai senza pensare a Black: il povero animale, che non avea
compreso il mio accoglimento, non comprese il mio addio. Mi seguì di
qualche passo, ma men lungi della prima volta, e sedette per guardarmi
a scendere la collina.
Volsi un ultimo sguardo a quell’angolo che fu l’Eden della mia
fanciullezza, e che io riveggo ancora col suo boschetto di querce e di
ginepri, col suo poggio coperto d’un tappeto di surcelle rosse colla
sua sorgente d’acqua viva, che va a cadere nella vallata a piccole
cascate. — Black mi guardava con occhio triste, come fanno gli amici
disconosciuti: io non pensai neppure a chiamarlo nè a consolarlo:
la povera bestia avea al vedermi tentato di farmi comprendere il suo
affetto, ma non avea potuto dirmi, come Dick, che io era bella.
Fu questa la mia prima ingratitudine.
Si vedrà invece come fui riconoscente, e troppo, a Dick.
Il domane, siccom’era convenuto, mia madre mi condusse da madama
Colmann. Vi fui ricevuta come si riceve ogni alunna che entra in
collegio, ogni monaca che fa noviziato. Le sotto maestre ebbero
raccomandazione di usarmi indulgenza, e madama Colmann condusse ella
stessa mia madre in dormitorio, le fe’ visitare il letto preparato
per me, e le mostrò ad uno ad uno gli oggetti di toeletta che mi erano
destinati.
Tutti quei nuovi oggetti, che erano per me un avviamento al lusso,
mi fecero tollerare gli sguardi sdegnosi delle mie nuove compagne; e
presi commiato dalla mia povera madre, assai più commossa di me, senza
versare troppe lacrime.
Fui interrogata su quel che sapevo; l’esame non fu lungo: non sapevo
assolutamente che le mie preghiere, secondo il rito anglicano, nel
quale ero stata educata. Di lettura e scrittura non avevo mai avuto
notizia: mi fu dunque forza cominciare dall’alfabeto, e, malgrado
i miei nove anni, che già mi davan la pretensione di essere una
giovinetta, entrare nella classe delle bambine di cinque a sei.
Fu una grande umiliazione per me; ma in questa occasione il mio
orgoglio, che spesso mi fu tanto fatale, mi servì; vergognandomi della
classe in cui mi trovava, feci sforzi inauditi per innalzarmi alle
classi superiori. — In capo a due o tre mesi leggeva passabilmente
e cominciava a scrivere: mi si fe’ allora passare nella classe
dell’aritmetica e dell’inglese, ove trascorsi sei mesi, dopo i
quali fui ammessa in quella classe che chiamavasi delle grandi. — Là
imparavasi la geografia, la storia, la musica ed il disegno.
Avevo già fatto qualche progresso in queste due arti, quando un bel
mattino mia madre, piangendo, venne a dirmi che il mio protettore, il
conte di Halifax, s’era ucciso subitamente cadendo da cavallo, ed era
morto senza nulla lasciarci.
La mia pensione era pagata per un mese ancora; ma dopo questo mese mia
madre sarebbe stata obbligata ad interrompere la mia educazione, non
avendo mezzo di pagarne le spese.
La novella che la piccola contadina, i cui progressi aveano spesso
assai umiliate le belle signorine, sarebbe astretta di tornar a
guardare i suoi montoni, cagionò una gioia generale nella classe delle
grandi, dove facean parte le mie tre prime nemiche, che mi avevano
serbato un rancore inglese. Ispirai qualche rammarico nelle classi
inferiori, ove passando mi avea fatta qualche amica; madama Colmann
finse d’asciugarsi una lacrima nel lasciarmi, per dare il buon esempio
alle sue alunne, ma si guardò bene dall’offerirmi di continuar _gratis_
la mia educazione, sebbene mi avesse più d’una volta detto, soprattutto
quando mia madre veniva a pagarle il trimestre, che io sarei fra uno o
due anni la gloria del suo istituto.
Lasciai il collegio, portando meco, per unica consolazione, i miei
oggetti di toeletta ed un uniforme nuovissimo, coll’ingiunzione però
fattami da madama Colmann di non servirmene, non facendo io più parte
del suo istituto.
Del resto me ne andai dopo 18 mesi, recando dalla casa di madama
Colmann una educazione abbozzata su tutti i punti, ma imperfetta
su tutti. Sapea leggere e scrivere; un po’ d’aritmetica, un po’ di
geografia, un po’ di storia, i primi elementi di disegno e di musica,
vale a dire, a parte la lettura e la scrittura, nulla che potesse
essermi utile. Non era abbastanza per sovvenire alla mia salvezza;
ma, dagli orizzonti traveduti, era più che non abbisognasse per la mia
perdizione.
Mia madre pure avea ricevuto la ripercussione della sventura che mi
colpiva. Saputo che ella era ridivenuta la povera vedova senza risorse,
la massaia l’aveva risospinta alla sua prima posizione, vale a dire a
domestica della fattoria.
Quanto a me, per metà signorina quale era diventata, non era più atta
a nulla; non potea tornare a custodire il gregge come una pastorella
di Marmontel col mio abito color di cielo e il mio gran cappello di
paglia. Si cercò dunque per me un’occupazione diversa.
Un giorno la sorella di Dick, Amy Strog, venne ad annunziarmi che
sua madre mi aveva trovato il posto nella famiglia del signor Tommaso
Hawarden, che portava non so perchè il nome della città che abitava,
cognato dell’ultimo Alderman Boydel e padre dell’illustre chirurgo
di Leicester Square. Questo posto, che riuniva le incumbenze di aia
de’ fanciulli e d’istitutrice per la prima età, era ben lungi dal
corrispondere ai miei sogni d’ambizione; ma bisognava vivere, e non
aveva la scelta dei mezzi.
Mi si compose un corredo dei resti di quello del collegio, si trasformò
la mia veste azzurra in una veste ordinaria; e siccome io guadagnava
dodici scellini al mese ed il vitto, si lasciò a cura della mia
economia lo arricchirmi d’altri oggetti.
Fu una grande umiliazione per me il rientrare in Hawarden in una
posizione poco dissimile dalla servitù, ma era questo uno dei primi
capricci del Dio Caso, che pare aversi fatto un gioco di innalzarmi ed
abbassarmi a vicenda.
Voi siete testimonio, o mio Dio, se dall’imo dell’abbassamento, da cui
non ho più speranza di rialzarmi, vi benedico e v’imploro col cuore più
riconoscente di quel che non ebbi al sommo della grandezza!