I bambini mi adoravano perchè io era bambina com’essi.

Il sabato sera, dopo cenato, la vettura attendeva alla porta. Tutti vi

salivano, eccetto il giardiniere che rimaneva a guardia del giardino e

della casa, incamminandosi verso _la campagna_.

Chiamavasi _campagna_ un gran poggio, sito a due leghe e mezza da

Hawarden, fra Chester e Flint, sulle rive della Dee, presso a poco ad

un quarto di lega del luogo ove si getta nel mar d’Irlanda, o piuttosto

nel golfo che vi comunica.

Si impiegavano due ore e dieci minuti a fare la strada, mai più, mai

meno; il cocchiere frustava tre volte il suo cavallo; la prima volta

partendo, la seconda volta a mezza via, la terza arrivando al viale.

La prima volta che vidi il mare ebbi una profonda sensazione;

quantunque il golfo della Dee sia assai stretto, potevasi da un

monticello scoprire all’orizzonte il largo mare: stesi le braccia verso

l’infinito, con un gesto appassionato, come se avessi visto l’eternità.

La domenica, che durante i sette bei mesi di primavera, d’estate e

d’autunno, trascorremmo invariabilmente alla campagna, era consacrata

alla preghiera ed al passeggio; in quel giorno io aveva la direzione

dei bimbi non solo dopo colazione, come il giovedì, ma ancora dopo

pranzo.

Ivi non avevamo bisogno di carrozzino. La campagna posta sulla destra

riva della Dee, fra la riviera ed il golfo, ci offeriva a scelta o la

spiaggia del mare per raccogliervi conchiglie, o l’argine della riviera

per cogliervi fiori. Tutto il terreno compreso fra il fiume ed il mare

poteva offerirci una passeggiata di tre quarti di lega.

Là la libertà era ancor più grande che il giovedì nei prati di

Hawarden: insomma erano due giorni di sole per cinque giorni di ombra:

la mia vita non è sempre stata così ben divisa.

Un giorno, — era la domenica della prima settimana del maggio 1777,

— verso le due pomeridiane, alla nostra seconda escita del giorno,

vedemmo in riva al mare una bella barca guidata da 4 o 5 rematori. I

banchi a poppa erano coperti di tappeti e ornati di cuscini in velluto.

Qualche passo più oltre un uomo era seduto sopra uno sgabello, e

disegnava una contadina del paese di Galles, che avea fra le braccia un

bambino: una giovin donna stavagli a fianco in piedi e guardava al di

sopra della spalla i progressi del disegno.

L’uomo e la giovine, benchè indossassero abiti da campagna, erano

vestiti con ricercata eleganza: divinavasi che erano abitanti di Londra

smarriti nel Flintshire.

I fanciulli, spinti dalla curiosità, mossero verso il gruppo: io li

richiamai, ma quanto erano obbedienti in casa, tanto erano caparbi

quando si sentivano in libertà; non mi risposero, e continuarono

a correre fino a che giunsero l’uno vicino alla dama, l’altro al

disegnatore.

Ambedue si volsero.

— Ecco un bel fanciullo, disse l’uomo posando la sua mano sul capo del

fanciullo come per vederlo meglio. Come vi chiamate, mio piccolo amico?

— Edoardo, rispose il bimbo.

— E voi, madamigella? chies’egli alla bambina.

— Sara, rispos’ella.

— Non è egli strano, Arabella? seguitò il pittore, sono i nomi dei due

miei figli.

Poi con un sospiro:

— Essi aveano l’età loro l’ultima volta ch’io li vidi.

E restò pensoso senza curarsi di ripigliare il suo disegno.

Frattanto gli occhi della dama s’erano fissati su me, e pareano

inchiodati al mio viso.

— In fede mia, mormorò ella, ecco una splendida creatura. Osservate

dunque, Romney.

E gli posò la mano sulla spalla a destarlo dalla sua meditazione.

Egli scosse il capo come uomo che volesse scacciar dal suo spirito un

triste ricordo.

— Che dite, Arabella? domandò egli.

— Dico che vi voltiate, e guardiate dietro a voi invece di guardarvi

dinanzi.

Il pittore guardò dalla mia parte, e parve compreso da meraviglia.

— Avvicinatevi, madamigella, mi disse la dama, e lasciate che vi

guardiamo a nostro bell’agio: siete bella abbastanza perchè si abbia

piacere a vedervi.

Il mio volto arrossiva per vergogna, ma il mio cuore gioiva: non era

più un piccolo pastore che dicevami bella; non erano più sprezzanti

compagne che mi trovavano bella, e mi rimproveravano d’esser goffa;

erano un signore ed una signora di città che mi ammiravano francamente

e senza restrizione.

Mi appressai macchinalmente.

Il pittore mi stese la mano; gliela diedi.

— E qual mano, non dirò ella ha, ma ella avrà, seguitò il pittore:

guardate, Arabella.

— Oh! credete pure che la guardo con egual piacere di voi, Romney.

Io non sono, la Dio grazia, gelosa. Puossi chiedervi il vostro nome,

madamigella?

— Mi chiamo Emma, madama, risposi.

— E l’età vostra? chiese il pittore.

— Devo avere presso a poco quattordici anni, signore.

— Come, dovete avere...?

— Mia madre non mi ha detto mai precisamente la mia età.

— È la figlia di qualche duchessa, disse Romney.

— No, signore, rispos’io; sono la figlia d’una semplice contadina.

— Questi due fanciulli, chiese la dama, sono fratello e sorella vostri?

— No, madama: i loro genitori li hanno affidati alla mia custodia, ed

io insegno loro a leggere e a scrivere.

— Dite dunque, Romney, disse la dama curvandosi verso il pittore per

parlargli sottovoce; qual fortuna farebbe ella a Londra con un fisico

come il suo?

— Non vogliate perderla, tentatrice.

Poi volgendosi a me:

— Miss Emma, mi diss’egli, vorreste voi rendermi un gran servigio?

— Volontieri, signore, e quale?

— Volete voi star ferma cinque minuti, affinchè io faccio uno schizzo

di voi.

— Con piacere, signore.

— Allora rimanete come vi trovate in questo momento.

Restai: egli fe’ un mezzo giro sul suo sgabello, e in meno di dieci

minuti ebbe fatto all’acquarello un grazioso schizzo di me stessa.

Seguii avidamente il pennello sulla carta.

Quando fu ultimato, mi mostrò il disegno.

— Vi riconoscete voi? mi chies’egli.

— Oh! gli diss’io, arrossendo questa volta dal piacere, non sono così

bella.

— Mille volte di più, — ma, vedete voi, Arabella, per questa

trasparenza di carni, per questa limpidezza di sguardo, per questi

morbidi capelli, abbisogna l’olio. — Venite a Londra, madamigella,

quando sarete stanca d’abitare la provincia; e per ogni seduta

d’un’ora, che vorrete, spero, accordarmi, vi darò quel che vi si dà in

un anno per l’educazione di questi bimbi.

— Chiamatemi ancor tentatrice, Romney.

— Fate a vostra volta le vostre proposte, Arabella, non ve lo impedisco.

— Oh! quanto a me, se venite a Londra, madamigella, e vi contentate del

posto di semplice dama di compagnia a dieci lire il mese, mi troverete

sempre lieta di ricevervi. Datemi un pezzo di carta e una matita,

Romney.

— Che volete farne?

— Dare il mio indirizzo a questa bella fanciulla.

— A quale scopo, disse Romney alzando le spalle.

— Chi sa? disse Arabella.

— Ed avrete l’ardire dì tener quel viso lì presso di voi, Arabella?

— Perchè no? rispose la dama con aria provocante: io sono di quelle che

cercano i confronti anzichè sfuggirli.

Poi, rivolgendosi a me:

— Tenete, madamigella, in ogni caso eccovi il mio indirizzo, diss’ella.

E mi porse il foglio, su cui erano scritte queste parole, miss Arabella

— Oxford Street, 23.

Lo presi senza sapere quel che ne farei, senza intenzione di

servirmene, come Eva prese il pomo senza intenzione di mangiarlo.

— Andiamo, disse la giovine, andiamo, Romney: siamo attesi a Park Gate

fra un’ora, ed abbiamo tutto lo stretto a traversare.

Il pittore si alzò, gettò un luigi appiè della contadina che avea presa

a modello, e venendo a due passi di distanza da me:

— Venite a Londra, madamigella, farete bene; non vi venite, farete

meglio ancora. Frattanto, — e mi salutò della mano, — addio, o a

rivederci.

— A rivederci, gridò Arabella, ponendo il piede nella barca.

E la fragile navicella si allontanò rapidissima sotto lo sforzo di

quattro rematori.

Io, pensosa e taciturna, ricondussi a casa i bambini.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 1/8 · 第 19 / 33 题